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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • "Pensieri/ che indugiano,/ assetati,/ tra le cose/ privati/ timorosi/ d’esistere/ vengono/ a gioire”: questa una sintesi della raccolta di poesie “Mezzogiorno dell’animo” di Enrico Pietrangeli, già apprezzato per le sue opere precedenti, ad esempio per la silloge “Di amore, di morte” con cui ha esordito nel 2000. I suoi versi sono, infatti, pensieri che si fermano sulle cose e sui sentimenti per raccoglierne il senso in un attimo di quiete che, in maniera effimera ma ugualmente esaustiva, rende possibile la riflessione e la comprensione del senso; per poi infine aprirsi alla coscienza e giungere alla sintesi del pensiero che ne elabora il significato. Una sorta di percorso dialettico dello spirito, un procedimento quasi “hegeliano” nella gradualità lineare dei suoi passaggi che attraverso il confronto dell’anima con i suoi moti giunge alla consapevolezza del dolore. Tutto questo si svolge alla luce degli occhi dell’anima: non è un processo nascosto, criptico o incosciente, ma semplice e diretto, come se avvenisse sotto la luce tersa e forte del chiaro cielo di mezzogiorno. E che trova alla fine del viaggio, dovunque, il dolore, che è fine e risultato “dell’affannoso vivere”, è “una malandata/ pentola lasciata sul fuoco,/ distrattamente, mentre ero/ fuori, a rifornirmi di sigarette”: “il dolore non è premessa/ alla rinuncia, ma oltrepassare/ la porta, quella del cuore”; esso è cioè anche il risultato del verso e della riflessione che in esso si svolge. In questo universo di significati si mescolano passioni e valori forti come l’amore e la Patria, il senso di morte e il sentimento religioso, quest’ultimo in particolare aggiungendo alla già forte e avvolgente riflessione con cui il poeta travolge l’animo del lettore un tono ancora più intimo, un interrogativo ancora più complesso. Questi alcuni versi dedicati a Cristo: “Nell’anima commisurabile/ d’innocente, travolgente corsa/ ove tutto, al fine, è donato/. Pende dalla croce,/ vergato e proscritto,/ della vita prosciolto/ e dal Padre raccolto”.
    Ma come questi tutti i versi della silloge costituiscono un tassello del “continuum narrativo” che è questa esplorazione dell’anima, un volo sospeso tra attese e indugi, sonni e risvegli, statici equilibri e lunghi viaggi verso la meta, verso Itaca, che “non è utopia del sogno/  bensì origine per un ritorno”.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Quando si inizia a leggere “ E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”, romanzo della scrittrice Eva Clesis edito da Newton Compton, si ha l’impressione che le parole che si stanno leggendo abbiano una forza particolare e intensa in grado di catapultarti in una dimensione diversa, altra rispetto alla realtà quotidiana seppur fortemente ancorata al mondo che sei abituato a vedere. Si ha la sensazione, dapprima timidamente accennata e poi progressivamente sconvolgente, di vivere la vita dei due personaggi principali della storia attraverso un’immedesimazione così forte che finisci per confondere la tua vita con quella di Manuel e Valeria, di vivere attraverso le loro sofferenze e i loro dubbi, di percepire le loro inquietudini. Come equilibristi sospesi su un filo sottile che se ne sta appeso troppo in alto per non incutere paura, i due adolescenti sembrano pendolare nel buio delle loro esistenze imperfette alla ricerca di quella normalità che nell’età adolescenziale, è il più grande problema e al contempo il principale desiderio. Manuel, ragazzo stravagante ed eccentrico che più o meno consapevolmente si trova a dover fare i conti con quella dimensione misteriosa e problematica che è l’orientamento sessuale e Valeria, anima fragile imprigionata in un corpo obeso e tutt’altro che attraente: sono i due eroi del romanzo della Clesis. Eroi perché in un mondo come quello che ci circonda, dove l’uomo fa di tutto per riempire la propria vita di falsi miti e di falsi valori, l’essere semplicemente se stessi e la ricerca del proprio percorso di crescita in modo schietto e spontaneo rappresentano valori intrisi di eroismo, un eroismo tragico come quello delle migliori tragedie greche dove i personaggi sono perennemente di fronte ad un bivio fatto di percorsi che apparentemente conducono entrambi al fallimento. Ma la capacità della Clesis sta proprio nel riuscire ad esprimere questo profondo senso di tragicità e questo velato ma determinante male di vivere attraverso la lente dell’ironia, del sarcasmo. L’autrice riesce a piegare i suoi personaggi all’intento lodevole di incarnare i problemi e i dolori di un’intera umanità così che ogni lettore, leggendo questa storia, potrà rivendere un pezzo del proprio esistere e trovare conforto nel senso di coralità e solidarietà che ne rappresenta lo sfondo. Il lettore viene chiamato costantemente e attivamente in causa con la propria coscienza e le propria capacità di riflessione in modo tale da divenire quasi un vero e proprio personaggio del romanzo. Con una prosa fluida e incisiva, l’autrice dipinge nel più realistico dei modi un mondo scolastico fatto di ragazzi a volte fragili, a volte violenti, spesso incompresi, sempre bisognosi d’ascolto e di insegnanti che si trovano alle prese con una società dove l‘istruzione sembra essere rilegata agli ultimi posti e dove ci si è dimenticati che il compito dell’insegnate stesso è quello di educare (dal latino e - duco: condurre fuori) e cioè quello di valorizzare la ricchezza interiore del ragazzo. Di questo è ben consapevole Eva Clesis che con un’espressione profonda e lirica scrive nel suo romanzo: “Il mondo fuori aveva occhi così grandi che vedevano più in la di lui e lingue che su di lui la dicevano lunga. Il mondo fuori era una faccia liscia e senza rughe che non sapeva commuoversi” (pag 129). L’invito che l’autrice rivolge al lettore e che è in realtà estendibile all’essere umano nel suo complesso, all’intera umanità, è quindi quello di emozionarsi.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “A volte un bacio”, romanzo d’esordio di Walter Lazzarin è uno di quei romanzi che ti proiettano in una dimensione onirica, complessa, ambigua, misteriosa, una dimensione fatta di personaggi simili a uomini reali ma dotati di quella carica di follia in più che ne fa soggetti destinati a restare impressi nella memoria. Lazzarin riesce perfettamente, mediante un sapiente utilizzo dei personaggi e un’attenta costruzione della storia, nel tentativo di dipingere gli atteggiamenti umani più particolari ed eccentrici, accentuandoli, deformandoli e rendendoli così universali e sempre attuali, come quelli rappresentati nelle migliori commedie, dove l’assurdo e il volutamente esasperato si fanno incisività e tecnica di comprensione dell’essere umano nelle sue più varie declinazioni. La storia è ambientata in un luogo di fantasia, Guado, capoluogo di un’isola singolare, popolata da individui spesso incomprensibili e retta da leggi inverosimili ma non troppo. Il romanzo è strutturato sottoforma di racconto epistolare. Troviamo infatti un Lui scappato di casa e approdato oltre oceano, che scrive a una Lei tanto amata. Una Lei che si chiama Giulia e che, per tutto il corso della storia, brilla intensamente come una stella sempre troppo lontana. In un’escalation di colpi di scena e di vicende che si intrecciano e che culmineranno in un finale inaspettato, l’autore dissemina fruttuosamente nel testo diversi spunti di riflessione che fanno dell’opera un testo intenso e profondo. “I personaggi dei libri sono molto più interessanti: nella vita hanno uno scopo, che inseguono insegnando a me chi sono io. Alcuni di loro sembrano capaci di leggermi dentro e ci dialogo in modo costruttivo” (pag 34): così l’autore esprime quel forte sentire che tutti gli scrittori esistiti ed esistenti hanno provato almeno una volta senza, forse, essere in grado di comunicarlo, quella sensazione magnifica per la quale si comprende di scrivere affidandosi ad un viaggio verso l’ignoto, dove sono parola, scrittura e personaggi a guidare l’autore e non viceversa. “ E continuai la passeggiata pensando a quante impalcature si costruisce la gente per arrivare al divino, ma il divino è già in noi: è Dio chi sta scrivendo una cosa che gli sembra geniale, è Dio lo scienziato che ha avuto un’intuizione, è Dio l’atleta che festeggia correndo per il campo ed è Dio chi si sente l’entusiasmo addosso, chi ha voglia di espandersi e conoscere, come chi sta viaggiando senza alcuno scopo tranne il viaggiare” (pag 86): quale migliore manifesto dell’immensa bellezza dell’essere umano se non proprio queste righe dove l’uomo viene innalzato a livello di Dio e dove Dio stesso parla attraverso la complessa meraviglia di quegli uomini che hanno come unico obiettivo del proprio esistere, un continuo peregrinare alla ricerca di un senso inafferrabile? “A volte un bacio”, insomma, è un romanzo che coniuga magistralmente una storia ritmata e interessante con una profondità di pensiero resa assolutamente fruibile da un linguaggio semplice e diretto. Lo stile di Lazzarin, almeno quello utilizzato in questa sua opera, è esilarante, a tratti ironico e corrosivo, che cattura l’attenzione. Un romanzo, come si può ben intuire, che parla di noi e della nostra umanità. Un romanzo che indaga nelle pieghe dell’essere.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Flavia De Luce ha undici anni, è la più giovane di tre sorelle, figlie del Colonnello De Luce e della moglie deceduta Harriet. Quello che la rende così diversa dagli altri adolescenti è la sua abilità geniale di chimico e la sua intuitiva mente di detective. Quando scopre un uomo morente nel suo giardino, suo padre viene accusato di omicidio e lei decide di agire per conto suo. In maniera sottile e astuta ci svelerà la storia di tre ragazzi adolescenti, uno di essi suo padre, in una scuola privata. Illusionisti e filatelisti grazie a uno dei professori più amati, saranno anche la causa della sua morte, o così sembrerebbe. Ma cosa avranno in comune due morti così diverse? Due francobolli preziosi, un uccello morto e un cadavere. Questi gli elementi che Flavia ha nelle sue mani e lentamente rimetterà insieme il puzzle scoprendo un vecchio mistero e due omicidi.

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    recensione di Katia Guido

  • Il romanzo è stato pubblicato nel 1891 e rappresenta il secondo volume di una trilogia che racconta le vicende della grande famiglia aristocratica catanese degli Uzeda di Francalanza, trilogia che comprenderà il bellissimo romanzo dal titolo I viceré e, postumo, L'Imperio.
    Si tratta qui, come si può ben capire, di un vero classico, spesso dimenticato, a volte frainteso, ma assolutamente strepitoso.
    L'Illusione si basa sul personaggio della ricca nobildonna Teresa Uzeda, seguendola dall'infanzia alla maturità, sullo sfondo di una Sicilia aristocratica e patriarcale.
    De Roberto ci presenta una bambina dal carattere esuberante ed allegro, avida di divertimenti, di amicizia, letture appassionate in cui si perde dimenticando tutto quello che le sta attorno, anche le persone a lei più care.
    Provata dalla separazione dei genitori, reagisce con il suo carattere testardo e capriccioso, con la ricerca affannosa di futilità e privilegia l'apparire più che la realtà della vita, che osserva attraverso uno sguardo di casta chiusa e orgogliosa, consumando le sue giornate di adolescente tra maldicenze, amoreggiamenti e tradimenti vari.
    Sposata ad un marito che non ama, per il quale ha dovuto rinunciare al suo primo vero innamorato, si renderà conto ben presto, dopo la tanto desiderata e vagheggiata luna di miele, che il suo matrimonio si avvia a diventare il primo di una lunga serie di fallimenti: risvegliata dai suoi sogni di ragazza, nemmeno la nascita del figlio potrà tuttavia sanare la situazione.
    Teresa riprenderà la sua libertà, lasciando il figlio che per lei non conta molto, e passerà da un'avventura all'altra, senza mai riuscire a trovare in questi uomini che la corteggiano, il vero ideale sentimentale a cui resta comunque legata dai suoi sogni infantili.
    Gli anni passano e con il sopraggiungere dei primi capelli bianchi, Teresa dovrà arrendersi all'evidenza: il tempo incalza, tutto quello in cui credeva e per cui aveva vissuto, sfidando le convenzioni del suo mondo, si è rivelato fatuo, si è sbriciolato sotto le sue dita, poichè tutto è stato per lei solamente un'illusione, un sogno che ha vissuto esclusivamente nella sua fantasia.
    De Roberto descrive con grande accuratezza l'aristocrazia siciliana orgogliosa e gelosa dei suoi privilegi e rappresenta lo sconvolgente urto delle illusioni e dei sentimenti contro la realtà e le situazioni obiettive.
    La critica del suo tempo non è stata benevola con questo romanzo: tuttavia, si sta assistendo ultimamente ad una sua rivalutazione.
    Apparentemente lento e prolisso, nel momento in cui ci si lascia assorbire dalla storia, è davvero un piacere poter leggere un classico, che, come tutti i veri classici, è intramontabile.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Alice, un matrimonio fallito alle spalle, abbandona l’Italia per trovar rifugio nella lontana Cheyenne, con l’intento di lasciare alle proprie spalle tutte le delusioni e il senso di inadeguatezza accumulati negli anni. Tuttavia non è la distanza fisica né la rimozione forzata dei ricordi e del pensiero di casa a creare dentro di sè quel vuoto necessario per poter ricostruire e ripartire. Di ciò Alice si accorge quando – per aiutare un amico in crisi matrimoniale – mette a sua disposizione la propria esperienza e apre quindi una breccia nel muro costruito per tenere indietro il passato.
    Solo imparando a riconoscersi e accettarsi interamente e a non colpevolizzarsi per le proprie debolezze Alice riuscirà infine a sentirsi a casa e a non scappare più di fronte a sé stessa.
    "Una stanza vuota" è una piacevole sorpresa, un libro che aggancia il lettore, lo trattiene a sé pagina dopo pagina con una scrittura elegante e mai banale, e lo porta a riflettere su se stesso e sui propri spazi interiori da svuotare e da colmare.
    Francesca Montomoli con questo romanzo ci regala – oltre ad una gradevole lettura – una chiave per il superamento delle delusioni e per la rinascita personale, attraverso un percorso che necessita solo (e non è poco!) di uno sguardo sincero all’interno del proprio io.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • "Un'idea, un concetto, un'idea
    finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
    se potessi mangiare un'idea
    avrei fatto la mia rivoluzione".

    Cantava così, fino a pochi anni fa Giorgio Gaber. Il libro di Sabina Mitrano, racchiude queste parole in un senso sacro e reale. "Il Risorgimento nella letteratura" sono idee mangiate e messe in pratica, sulla carta e nella storia. Forse, mai come nell'epoca risorgimentale, si è avuta una letteratura impegnata, vicina alla società e proiettata verso un'idea di rivoluzione. Francesco Domenico Guerrazzi era uno degli scrittori in cui si sentiva ardere maggiormente quel fuoco della rivoluzione, e nelle sue vene scorreva il sangue caldo di una liberazione voluta a tutti i costi, e la sua scrittura bruciava delle sue idee.
    Tra scrittori e poeti, c'è stato chi più e chi meno, ha reagito a quest'impulso democratico, dando vita a dei veri best-seller della letteratura risorgimentale: le Poesie di Berchet, l'Ettore Fieramosca di d'Azeglio, Francesca da Rimini di Silvio Pellico. Opere che ancora oggi, profumano di quelle idee cardine cresciute nell'800: unità, indipendenza e libertà.
    Obiettivi rivoluzionari, ideali politici, canoni letterari, artisti a servizio della liberazione. Il tutto è abilmente descritto con l'occhio asciutto di Sabina Mitrano, che da brava storica, non si fa prendere troppo dalle emozioni, fornendo un quadro politico-letterario chiaro e definito. Perché una volta, la letteratura era lo specchio della società. Oggi forse, siamo un po' lontani come distanze; ideali di quel genere si sono sbiaditi, sotto i lumi evanescenti dell'individualismo economico e politico. Ma basta dare un'attenta rilettura a questo saggio ben scritto, che è facile intuire come la rivoluzione sia sempre dietro l'angolo. Forse cambia il nemico, che non è più lo straniero, ma la nostra stessa classe politica. Quando l'esasperazione politica raggiunge limiti che non si possono accettare, lì potremmo riprendere quella consapevolezza di essere fratelli di un unico popolo che chiede libertà.
    Sabina Mitrano, attraverso la sua opera, è come se volesse lanciare un appello: la storia politica del nostro paese è fatta di versi sublimi, di liriche e romanzi. La cultura dovrà essere sempre una priorità assoluta, per permettere a ogni individuo di conoscere la libertà e di lottare per essa.

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    recensione di Paolo Coiro

  • "Seme nel fuoco" è una raccolta di poesie crude e sincere. Crollano infrastrutture di ogni genere, legate alla morale cattolica o sociale, e a primeggiare è la carne, l'attrazione dei sessi, la voracità dell'amore, il frutto del nostro sangue caldo. Bonadè porta le sue realtà e consapevolezze lì dove finisce il giorno, "quando più nulla/ pioveva dal cielo/ nemmeno le maledizioni...". Racchiude sogni e incubi in una struttura e in una prosa volutamente indefinita, pronto a gettarsi nel buio più cupo, per perdersi ancora una volta in un marasma di corpi, gemiti, pianti di vergogna e sensazioni di inadeguatezza.
    Tratta tematiche omosessuali con sguardo visionario, dove le metafore più accese sono i corpi, le sue pecularietà e le relazioni ataviche e selvagge tra di essi.
    Limitare questo libro a una pura raccolta di poesie, è davvero riduttivo, poiché c'è una visione così assai frammmentata e dilatata che gira intorno alla sessualità, da poter scindere ogni poesia in un universo paralllelo e unico. La pregnanza rende ancor più merito a un autore che non vede confini, poiché il suo martirio è la sua piena libertà di vivere, soffrire, scrivere e sperimentare.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • "Farid non ha mai visto il mare, non c'è mai entrato dentro. L'ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta". E' fatto di colori e di odori e di sensazioni concrete e tangibili l'incipit luminoso dell'ultimo romanzo della Mazzantini. Sono i colori, gli odori e le sensazioni di una fiaba moderna, di una storia tragicamente reale e attuale. Farid e Jamilia in fuga dalla guerra e dalla distruzione da una parte, Vito e Angelina alla ricerca di un'identità perduta o forse mai conosciuta dall'altra. L'essere madre e l'essere figlio, il mare e il deserto, la Sicilia  e l'Africa, Lampedusa e Tripoli, la pace e  la guerra, la fuga e l'approdo, la morte e la vita: punti lucenti di una storia universale e attuale. La Mazzantini descrive in modo lirico e poetico il lungo viaggio della speranza di un popolo, carne umana abbandonata dal mondo, verso la salvezza, verso quel paese, l'Italia, così vicino eppure così distante, irragiungibile. Quell'Italia che custodisce in sè il miraggio della sopravvivenza, di una felicità che ha più il sapore della non sofferenza che quello della gioia assoluta e incondizionata. Siamo tutti pezzi di una stessa umanità, sembra dire la Mazzantini con questo suo romanzo breve, siamo tutti esseri umani alla ricerca della propria identità e della propria libertà. L'orrore dell'emarginazione, della distinzione tra cittadini e stranieri, tra uomini giusti e uomini sbagliati, uomini buoni e uomini cattivi, zampilla con proprompenza dalle parole visionarie della scrittrice e si uniscono per comporre un canto di speranza, un canto di dolore e rabbia, universale come tutte le cose belle del mondo. Sconvolgente è, come sempre, l'intensità comunicativa e letteraria della Mazzantini, intensità che tocca picchi altissimi e di rara bellezza proprio liddove la semplicità e l'asciuttezza della prosa diviene poesia. "Mani in superficie. Polmoni scoppiano piano senza fare rumore. Corpi calano verso il fondo, basculano come scimmie su perdute liane. Creature di sabbia gonfie di mare, sbrindellate dalla fame dei pesci" : la morte dei profughi abbandonati su barconi in mezzo al mare. "Vito ha raccolto la memoria. Di una tanica blu, di una scarpa. Qualcuno ne avrà bisogno un giorno. Un giorno un negro italiano avrà voglia di guardare indietro il mare dei suoi antenati e di trovare qualcosa. La traccia del passaggio. Come un ponte sospeso" : la memoria salvata dalla distruzzione e nella distruzione. In un crescendo di riflessioni sulla dignità umana  e sul senso del dolore, una consapevolezza importante e preziosa chiude la storia come un lucchetto d'amore e che ottunde e vanifica il male: "La memoria è calce sui marciapiedi del sangue". Come a dire il male genera male se non lo facciamo morire in noi, se non riusciamo ad evitare di trasmetterlo ad altri, neanche al proprio aguzzino, al proprio dittatore. Come a dire chi non serba il ricordo della storia dell'uomo, è povero di tutto. Ricco di nulla.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Una forte emozione viene fuori dalle pagine di “Non credevo di trovarti su facebook” di Stefano Pietri, che è in realtà una storia semplice, diretta, spontanea. E’ narrata in prima persona e tutta d’un fiato dal protagonista, un uomo che conduce una vita tranquilla, che definiremmo “normale”, con un lavoro apprezzabile, una compagna stupenda e l’alberghetto di fiducia in riva al lago per le cicliche fughe d’amore. Ma questo ragazzo romano, che ha ormai passato i quaranta, scopre d’un tratto i richiami ammalianti del mondo di facebook, che alla sua età vive mischiando il classico atteggiamento snob di chi sembra trovarvisi per caso (e certamente solo per “postare” video presi da youtube di qualche astro musicale ormai tramontato, o versi d’autore che la nicchia di coetanei a cui velatamente si rivolge apprezzerà con identico atteggiamento…) al desiderio di emulare la leggerezza tipica degli utenti adolescenti. Questo genera un vortice di sensazioni che scaturiscono dal desiderio di ritrovare i protagonisti del proprio passato, di rivivere emozioni e situazioni che possano dimostrare l’avvenuta crescita, la maturazione, la rivincita dell’uomo completo e affermato sul ragazzetto timido e silenzioso di tanti anni prima. E così, grazie a questa qualità che ha facebook di ricostruire il passato, il vortice cresce, accelera, le amicizie virtuali diventano passioni, emozioni irrefrenabili, tessere che mancano ad una vita che certo va bene così com’è ma solo fino a che non si sente sulla pelle quel gusto del proibito, che scombussola abitudini e certezze. Motore trainante di queste dinamiche, e di tutte le storie che intorno ad esse ruotano, è ovviamente l’amore, l’unico sentimento in grado di creare errori e infinite giustificazioni, di annullare razionalità consolidate e porre domande a cui è impossibile dare sicure risposte.
    Utilizzando in maniera armoniosa tutti questi elementi, l’autore riesce a descrivere come modi di vivere semplici e comuni del nostro mondo contemporaneo siano smossi dalla rete, che scava e scombussola i luoghi più profondi e spesso sopiti della nostra personalità, desideri di cui non siamo mai stati realmente consapevoli fino a che i tentacoli di facebook  non abbiano sfiorato i ripostigli in  cui li avevamo relegati. Tutto ciò produce l’emozione avvolgente che è vera protagonista del libro, e che colpisce più degli altri suoi lettori proprio la generazione degli over trentenni di oggi, che provano (tutti, prima o poi) l’approccio con il mondo dei social network, e che leggendo queste pagine sentiranno uno strano brivido sulla schiena, nello scoprire che forse quell’ingenuo e sprezzante approccio con cui utilizzano le “bacheche virtuali” nasconde  forse più pericolose tentazioni, richiami che sta a ciascuno decidere di ascoltare o meno.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Siddharta è un romanzo dello scrittore tedesco Hermann Hesse edito nel 1922. Considerato dallo stesso Hesse come un "poema indiano", il romanzo presenta un registro molto originale che unisce lirica ed epica, ma anche narrazione e meditazione, elevazione e sensualità, e che lo rende tuttora affascinante.
    La storia narra la vita di Siddharta, giovane indiano, che cerca la sua strada nei più svariati modi. Fin dall'inizio il narratore si dimostra esterno, benché faccia intuire che la storia di Siddharta sia tra le più particolari, non esprime un suo punto di vista. Si può dire che la focalizzazione sia quella del giovane.
    Con Siddharta, Hermann Hesse mi ha conquistato nei primordi della mia adolescenza. Grazie a lui e questa sua fantastica opera oggi posso dire di aver capito molti dei veri valori della vita. Senz'altro un libro che illumina la mente e scalda il cuore.

    [... continua]
    recensione di Jean-Paul Malfatti

  • Ce la faranno due anime fatte l’una per l’altra, che si cercano eternamente a ritrovarsi in questa favola da mille e una notte?
    Bisogna leggerlo per scoprirlo.
    Lo spirito del nuovo romanzo di Aurora Prestini colpisce sin dalla copertina, in cui si raffigura un particolare di un quadro di Tintoretto esposto al Palazzo Ducale di Venezia.
    Venezia, la Serenissima, la Dominante, la Regina dell'Adriatico... Venezia, città della poesia, dell'amore, del mistero... Venezia greca, bizantina, cristiana e mussulmana che fa da sfondo alla storia di Astarte, una schiava cacciata da Gerusalemme che ha il compito di ricreare lì un Giardino delle Delizie, pieno di alberi i cui frutti sono in grado di donare sia la vita che la morte.
    La storia diventa ricca di vari personaggi: Shira (la Regina dell'Ibisco Nero); Nezia (figlia del mercante che la ospita); Marcello (fratello di Nezia e futuro marito di Astarte).
    E sarà proprio la figura di Nezia il motore portante di tutta la vicenda: è una ragazza particolare, diversa dalle altre, che porta con sè un segreto karmico, i cui effetti sono frutto delle azioni compiute nelle vite precedenti così come lo è il suo amore per il mare, cioè per Adrion (lo spirito del mare Adriatico).
    Il loro amore è eterno perché è nato con la stessa città di Venezia: città a cui Venere donò la bellezza (di cui l'omaggio in copertina), di cui Nezia fece parte sin dal suo grembo materno e di cui fu costretta a patire le pene in eterno per il suo amore per Adrion.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Dolente ed accorata "via crucis" raccontata con grande dignità dall'autrice che si trova improvvisamente a dover fare i conti con una malattia grave e fortemente invalidante.
    Di colpo, la sua tranquilla esistenza viene completamente sconvolta dall'irrompere di questa tragedia: siamo con lei quando ci racconta della sua prima reazione davanti ad una diagnosi che cerca di rifiutare, compiendo pellegrinaggi vari presso ospedali ed ambulatori specializzati nella sua malattia.
    Siamo con lei quando racconta del suo vissuto che si sgretola, delle sue emozioni e della sua stima di sé che si scioglie e naufraga al cospetto di una malattia che cerca di nascondere fino all'estremo limite delle sue possibilità, per preservare le persone a lei care dal dolore dell'aiuto impossibile.
    E' una vera discesa agli inferi, questo racconto, ma dopo aver toccato il fondo, ecco che l'autrice ricorre alle sue grandi risorse umane - ai suoi grandi talenti - e risale faticosamente la china: messa in pensionamento anticipato, ha dovuto lasciare l'insegnamento che amava ed il contatto appassionato con i bambini, la spinta più grande ad andare avanti nonostante le mille difficoltà.
    Riprende in mano la sua vita, comincia a dipingere, comincia a scrivere e soprattutto, ricomincia a vivere, ha la forza di uscire di casa per incontrare altra gente: e qui ci sono capitoli d'amore nei riguardi delle persone che più le sono state amiche e nei riguardi della famiglia.
    E progetti: si, anche davanti alla malattia, di cui alla fine riesce a scrivere il nome, l'autrice comincia a proiettarsi in un breve futuro, si inserisce in un gruppo di altre persone, con le quali comincia a fare piani e a sperare di poter osare vivere.
    Carissima Maria: coraggiosa, appassionata, indomita.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • E' il quotidiano che ci avvolge e ci accompagna, la rassicurante sensazione della routine abituale, quella in cui ci crogioliamo sereni e sicuri che niente mai verrà a modificare questa realtà: questo è il punto di partenza di questi racconti di Patricia Highsmith.
    Apparentemente tranquilli nei loro incipit, così vicini a noi per l'ambientazione, così riconoscibili nei personaggi tratteggiati con sapienza, ecco che paragrafo dopo paragrafo si avvitano su se stessi, prendono fiato, prendono il volo.
    E ci proiettano in universi stravolti, in cui un gatto vagabondo riporta a casa una preda che si può solo definire insolita, ecco che un cesto trovato sulla spiaggia si rivela fonte di inquietudine e angoscia, il gesto generoso di una coppia benestante nel dare accoglienza a due anziani, si ritorcerà contro di loro, evidenziando la spudorata crudeltà di chi si attacca alla vita arrampicandosi letteralmente sulla pelle degli altri.
    Il titolo della raccolta, "La casa nera", prende le mosse da un racconto così semplice e lineare da rasentare l'assurdo: una casa disabitata, teatro di tante esperienze di gioventù, più spesso sognate ed inventate, diventerà l'orrore in cui piombare senza ragione.
    Al termine della lettura, magistrali i racconti, calibrati in una prosa scarna, essenziale, eppure estremamente incisiva, si ricava una sensazione di disagio, la precisa e chiara certezza che l'assurdo e l'inspiegabile sono il vero orrore sotteso alla vita.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • La scomparsa dell'erebus è uno degli ultimi libri dell'ormai famoso Dan Simmons, autore che grazie alla saga di Hyperion, e altre sue successive creature letterarie, si è ormai guadagnato una cerchia di fan ben nutrita.
    Alcuni inneggiano ad un nuovo Stephen King, più vario e stilisticamente versatile, altri ad un ottimo scrittore del genere cositteddo "fantastico", altri ancora lo trovano freddo e poco incisivo.
    Io personalmente ho letto solo questo suo lavoro, uno degli ultimi, e posso dire che pur non trovandoci di fianco ad un nuovo messia, per quanto mi riguarda ci si presenta un onestissimo, ottimo scrittore che non ha paura di tuffarsi in progetti (da quel che leggo e vedo) completamente diversi l'uno dall'altro.
    "La scomparsa dell'Erebus" è sostanzialmente un romanzo storico/marinaro. Nel suo inizio, pare quasi un romanzo di Patrick O'Brien, l'autore delle famigerate serie marinare che hanno ispirato, tra le altre cose, il bel film Master & Commander.
    E, per lo meno all'inizio, di questo si tratta: gli eventi che hanno portato alla prima vera spedizione europea atta a "sfondare" il circolo polare artico.
    La famigerate spedizione della Erebus e della Terror. Coppia di vascelli rompighiaccio realmente esistita.
    Da questo presupposto, Simmons imbastisce una trama che se parte come puro romanzo ottocentesco di ventura marinaresca, diventa poi qualcosa di più simile ad una curiosa fusione tra un mystery sovrannaturale (con qualche richiamo a stili molto "J.J. Abrhams"/Lost, ma senza esagerare nella maniera e nel tedio come la serie stessa), e un horror tra i ghiacci quasi Carpenteriano, con situazioni che mischiandosi a scene di disperazione e stenti che solo equipaggi dell'epoca potevano patire bloccati tra i ghiacci, intrecciano un vero e proprio "thriller/horror/avventura di sopravvivenza/storico".
    Tutto questo grazie ad una non ben precisata (all'inizio) creatura evanescente e sfuggente, che rende la vita già difficoltosa di queste due navi, bloccate per l'inettitudine del loro tronfio condottiero, un vero e proprio incubo viscerale tra i ghiacci (ecco il perchè del riferimento Carpenteriano, che cita qua e la da suggestioni splendide di quel pezzo di cinema che è "La Cosa").
    La lunghezza del romanzo regge il confronto, nonostante qualche momento di stanca e il fatto che la cura certosina di Simmons nel ricreare sulla pagina una narrazione colma di dettagli e sfaccettature storiche e di contesto, porti inevitabilmente ad un accumulo di pagine descrittive che, per quanto curate, possono qua e là suonare un pò ridondanti e tediose.
    In generale però, si ha l'idea che prima di imbarcarsi in questo viaggio da brivido si sia documentato oltre misura per essere fedele, o quantomeno credibilissimo nelle sue licenze poetiche.
    Il libro tiene fino alla fine, che può soddisfare o meno (in questo caso, come molti libri di King, pare che il mantra dell'autore sia "quel che conta non è la destinazione ma il viaggio e la suspence durante il viaggio stesso").
    Per quanto mi riguarda, non si tratta di un brutto finale, anzi, lo trovo appropriato. Semplicemente, molti si aspetteranno altro o di più. Non è il mio caso.
    "La scomparsa dell'Erebus" non è un capolavoro, chiaro, ma è decisamente un gran bel pezzo di libro, atipico, affascinante nel suo contesto da esplorativo/survival/ottocentesco che rimescola contesti storici realmente esistiti.

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    recensione di Lorenzo Annovi

  • Yuko ha quattordici anni ed è una ragazzina molto speciale. La sua visione del mondo e delle cose che la circondano la rendono una ragazza dalla particolare sensibilità e maturità. Vede cose che gli altri non vedono e quando si innamora di Kyu, il suo insegnante di disegno, nonché un uomo molto più vecchio di lei, tutte le emozioni, le sensazioni si intensificano. Si ritrova a leggere nel cuore delle persone a cui vuole bene. Anche il rapporto con la madre cresce, sono due donne che parlano e si comprendono. Suo padre, che per lavoro vive molto lontano, è una figura che le manca, ma a cui vuole molto bene. Un bel libricino sulla crescita interiore di un'adolescente: l'amore, la sofferenza, la gelosia e la comprensione. Delicato e introspettivo, farà innamorare a sua volta il lettore, lo trasporterà in una dimensione nuova e le sensazioni che risveglierà saranno quelle che prima o poi noi tutti abbiamo vissuto.

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    recensione di Katia Guido

  • Come altri suoi romanzi, anche il suo secondo è ambientato a Londra. Pubblicato nel 2002, vince il Jewish Quarterly Wingate Literary Prize un anno dopo.
    Tratta di una storia semplice: quella di un ragazzo, Alex-Li Tandem, un londinese un po' ebreo e un po' cinese, che compra e vende autografi per vivere.
    Obiettivo principale della sua collezione è un autografo rarissimo e introvabile di una leggendaria ed elusiva attrice degli anni '40 sparita dalle scene, Kitty Alexander.  Intorno al suo viaggio alla ricerca del Santo Graal (che da Londra lo porterà a New York), vi sono continui riferimenti alla cultura popolare dell’Occidente, molto cinema, molta musica, miti e personaggi antichi e moderni.
    É un romanzo giovane, intelligente, strano, che racconta di un personaggio triste e sgradevole ma non per questo meno interessante anche perché, all'interno della trama, vi è la storia di una grande amicizia tra lui e altri tre giovani ebrei.
    Non prevale una chiave di scrittura femminile o una troppo maschile e risulta geniale anche per la presenza della Cabala in tutta la prima parte (i capitoli sono divisi proprio da numeri cabalistici), mentre nella seconda sono presenti dei disegni zen, così come i giochi che l'autrice dissemina in tutto il romanzo.
    Consigliato per chi vuole qualcosa di diverso e non scontato.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Gordiano Lupi, grande conoscitore della cultura e della storia contemporanea cubana, ripercorre in questo libro le tappe fondamentali dell’ascesa del caudillo, analizzando dapprima il contesto sociale e familiare, per poi ampliare lo spettro d'indagine alle circostanze politiche che portarono alla nascita dell'esperienza rivoluzionaria a Cuba.
    La scelta di una biografia non autorizzata appare un percorso pressoché obbligato per raccontare il politico e l’uomo Fidel: la sua storia è legata in maniera così indissolubile a un’immagine costruita a tavolino da rendere difficile reperire fonti che siano estranee alla propaganda governativa o al movimento contro-rivoluzionario.
    Il viaggio nell’universo Fidel prosegue con la descrizione dei suoi legami affettivi e sodalizi politici, condotta parallelamente a un’analisi puntuale delle caratteristiche di una personalità forte, attenta a conservare il primato sul mondo circostante, conscia del proprio carisma e al tempo stesso umanamente fragile.
    Il concetto di rivoluzione sociale a Cuba è giunto a maturazione solo con Fidel. Dopo la caduta del regime di Fulgencio Batista l’instaurazione di un governo rivoluzionario d’ispirazione socialista non ha avuto tra le sue premesse l’ideale marxista-leninista, ma lo ha adottato più per reazione alla politica estera statunitense che per una reale adesione al comunismo di stampo sovietico, dando vita a una forma di ideologia talmente peculiare da meritare il nome di ‘fidelismo’. In questo termine è racchiusa l’essenza di un’esperienza umana e culturale forse irripetibile, che a distanza di cinquant’anni non ha ancora ricevuto un giudizio unanime dalla storia. Perché se è vero che l’assenza di democrazia nell’isola caraibica è un dato di fatto, leggibile nel ripetersi di consultazioni elettorali di facciata e senza una reale contrapposizione partitica, o ancor più evidente nell’assoluto controllo dei mezzi di informazione e nella rigida censura di qualunque tipo di opposizione, quel che si fatica a credere è che la propaganda fidelistica abbia potuto continuare per cinquant’anni a detenere il potere rivendicando l’attuazione di alcune delle premesse della rivoluzione, come il riscatto degli umili, la sussistenza e scolarizzazione garantita a tutti i cittadini, la nazionalizzazione delle produzioni, escludendo scientificamente il concetto di libertà individuale e collettiva dall’immaginario comune del popolo cubano.
    Nella parte finale del libro, Lupi si interroga sul dopo Fidel descrivendo un paese che vive già in un limbo, sospeso tra un passato certo di regime dittatoriale e un futuro incerto attualmente nelle mani dell’erede designato, il fratello Raùl. La speranza è rappresentata però dalle giovani generazioni, nate in tempi troppo recenti per subire il fascino della stagione politica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, e per avere solo una vaga idea di cosa abbia significato crescere in un mondo a blocchi contrapposti. La grande opportunità è data dalla rete, dove i giovani blogger cubani riescono a superare i confini dell'isola per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul regime illiberale nel quale sono costretti a vivere, pena l’allontanamento senza ritorno dal proprio paese e dalle proprie radici.

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  • A dispetto del titolo, non ci sono eroi in questo romanzo, o meglio non ci sono eroi nel senso tradizionale del termine. Protagonisti sono Alejandra, una ragazza bella e incostante, tormentata fino all’autodistruzione; suo padre Fernando, magnetico ma follemente malato di ossessioni e manie di persecuzione; Martìn, un giovane insicuro di sé, rifiutato dalla sua stessa madre, e Bruno, una sorta di osservatore che ha maturato un sofferto distacco con Alejandra e la sua famiglia, capace con i suoi ricordi di ricucire la trama che sottostà agli eventi narrati.
    Eppure questi personaggi così “difettosi”, così pieni di limiti e paure, sono davvero gli eroi di un romanzo in cui non c’è bene e male, neppure negli estremi, ma c’è piuttosto un’umanità vivida al punto che per quanto lontane da noi possano esserne le vicende, le fa apparire vicine.
    La storia si snoda per le vie di Buenos Aires, in quattro lunghe parti dedicate rispettivamente all’incontro fra Alejandra e Martìn, al rivelarsi dei “volti invisibili” (le facce nascoste della personalità complessa di Alejandra), alle ossessioni di Fernando, culminanti in un surreale viaggio alle radici delle proprie paure, per terminare con una parte che attraverso le voci di Bruno e di Martìn completa il quadro e dà senso all’insieme, seppure un senso illogico e surreale.
    Intorno ai protagonisti si muove la Buenos Aires degli immigrati e quella dei sopravvissuti ad epoche più gloriose, quali appunto Alejandra e Fernando, discendenti da una antica famiglia protagonista delle guerre sudamericane. Sono gli antenati a costituire il riferimento epico, contrastante con la decadenza dei discendenti e al contempo contro-canto al peregrinare di Martìn: il suo viaggio verso Sud finirà per corrispondere metaforicamente con il viaggio verso Nord con cui gli uomini del Generale Lavalle cercano di mettere in salvo le sue spoglie affinché riposino in pace.
    Episodi storici, frammenti di storia argentina contemporanea (siamo negli Anni Cinquanta del secolo scorso), opinioni sulla società e sulla politica, riflessioni esistenziali, giudizi letterari (come quello riguardante Borges, che appare fra le pagine del libro al pari di un personaggio), tutto si fonde in una grande partitura che ad altro non mira se non a mettere in scena la vita stessa, ad esplorarla e indagarla in tutte le sue inspiegabili, folli pieghe.
    “Gli uomini scrivono finzioni perché sono fatti di carne, sono imperfetti. Un Dio non scrive romanzi” è la citazione di Sabato con cui Ernesto Franco chiude la prefazione all’Edizione Einaudi: citazione che riassume i limiti della condizione umana e la forza conoscitiva che lo scrittore portegno attribuisce alla letteratura.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • Bootshaven, è una cittadina a nord della Germania dove l’odore di mele è intenso e avvolge la casa e il giardino di Iris, bibliotecaria di Friburgo.
    Come ne Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, in cui il narratore che mangia una petite madeleine (dolce tipico francese), viene trasportato mentalmente nella sua infanzia, così l'odore del melo fa rivivere alla protagonista i ricordi della sua giovinezza.
    Iris perde la cugina Rosmarie in un incidente accaduto in quel giardino. E sarà proprio per questo evento che nel lettore si scatenerà un'improvvisa voglia di vivere, di apprezzare le piccole cose quotidiane, di liberarsi dalla rabbia, dai sensi di colpa per riscoprire un rapporto tutto nuovo con il dolore.
    Una scrittura delicata e in punta di piedi accompagna la trama: la stessa che parte da un passato lontano per arrivare a parlare di demenza senile.
    "Il corpo di Rosmarie si era rotto prima di potersi trasformare completamente. Le ragazze erano libellule, che passavano mesi e mesi in acqua, mangiando e compiendo diverse mute, finché un bel giorno, terminata la crescita, si arrampicano su una pianta per completare la metamorfosi e spiccare il volo. Anche Rosmarie aveva provato a volare. Ma non ci era riuscita."

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    recensione di Francesca Arangio

  • Originale e accattivante l’intreccio che Gabriele Iaconis ha disegnato nel suo romanzo “Un motivo in più per guardare il cielo”: un solo uomo ma due vite diverse, una che corre semplice e lineare lungo i confini dell’innamoramento, delle avventure, dei desideri e delle aspettative di un giovane scrittore; l’altra sospesa a metà tra sogno e realtà, nell’ineluttabile dimensione del dolore e della nostra umana debolezza. Il destino è unico, inevitabile, ma non lo sono i sogni e le speranze, che alla fine convergono - quasi a voler comporre le parti di un puzzle - sull’immagine di una donna, Laura, alter ego del protagonista. Ella appare come reale e allegorica insieme, perché oggetto dell’amore ma anche simbolo della necessità di scelta e discernimento tra bene e male, di quella forza innata che sempre costringe l’uomo ad un passo, ad un progresso, sia esso positivo o negativo.
    “Donna e bambina, impetuoso uragano e delicata farfalla, appassionata amante e dolce amica, musa e guerriera, verde riverbero di una notte d’estate”: questa è la descrizione che il protagonista ci regala del suo amore, ma è anche la dedica del libro che egli scrive nell’evolversi del racconto, creando così una straordinaria dimensione metaletteraria, per la quale il romanzo è protagonista stesso della sua scrittura. Il libro rappresenta, infatti, l’anello di congiunzione tra presente e passato, tra vita vera e vita solo sognata o sperata. Anche l’ambientazione è suggestiva e originale: da un lato, una splendida Parigi, serena e accogliente dimora per giovani artisti, una specie di “Arca di Noè”, dove è più facile "combattere quegli strani conflitti creati da menti egoiste"; dall’altra un non-luogo, una stanza bianca, una strana e silenziosa finestra sul mondo.
    E l’autore, quasi al termine del romanzo, ci ricorda che come l’arte anche l’essere umano può avere migliaia di sfaccettature: altrettante sono le possibilità di interpretare questa storia, di cui il vero significato e la completa comprensione restano al lettore, che può così finalmente decidere di “vedere” con gli occhi dell’anima, di “guardare” come farebbe un cieco la “Zattera della Medusa” di Gericault e trovare cosa importa, cosa manca, cosa appare davvero.
    Ciascuno può insomma trovare il proprio “motivo in più per guardare il cielo”.

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Eugenio Montale, in una critica a questo romanzo, lo ha definito «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione». E in effetti lo è.
    Il Maestro e Margherita è una storia nella storia: due trame parallele che si accavallano nella narrazione. Una è ambientata nella Mosca staliniana degli anni '30 e  una nella Gerusalemme al tempo di Gesù.
    Entrambe le vicende si svolgono nell'arco di pochi giorni e si concludono di domenica. C'è un punto di possibile contatto tra le due, ma resta in dubbio: infatti, la storia a Gerusalemme comincia il 14 del mese di Nisan, il primo mese dopo la fuga dall'Egitto (che corrisponde al bimestre marzo-aprile) nel periodo della Pesach (Pasqua Ebraica); mentre la storia a Mosca si svolge interamente a maggio durante il periodo di plenilunio. Tuttavia, che la seconda storia si concluda la Domenica di Pasqua non è dichiarato dall'autore: l'unico accenno alla Pasqua si trova nell'epilogo, quando si racconta dell'inquietudine che pervade l'animo di uno dei protagonisti ogni anno nei giorni del plenilunio di primavera..
    Il romanzo è diviso in due libri: nel primo si racconta di come in una Mosca mal governata, arriva Satana nei panni di un individuo esperto di magia nera,Woland; parallelamente a ciò si sviluppa la seconda storia, ambientata a Gerusalemme, al tempo del procuratore romano Ponzio Pilato. Dapprima Woland racconta a Berlioz (entrambi i personaggi sono anche presenti a Mosca negli anni '30) di essere stato presente al processo di Gesù; poi, prosegue riportando direttamente alcune pagine del perduto romanzo del Maestro che si soffermano su ciò che accadde a Pilato nei giorni successivi al processo e la morte dello stesso Gesù.
    Nel secondo libro uscirà la figura di Margherita (identificata per alcuni aspetti come la moglie dello scrittore), una donna benestante che per ritrovare il suo amante perduto, uno scrittore deluso (il Maestro appunto) non esita a lasciare la sua confortevole vita borghese per vendere la sua anima a Satana, diventare una strega e partecipare come regina ad un gran Ballo di Satana, di cui la spettacolare descrizione di un turbinio di ballerine, musiche, animali e fiumi di folla .
    É un libro difficile da riassumere in poche righe perchè la trama è molto articolata e quasi fino a metà lettura ci si sente spaesati. Definito eretico (infatti è stato pubblicato dopo 27 anni dalla morte dell'autore, rinchiuso per lo stesso motivo in manicomio), allo stesso tempo è semplicemente geniale, surreale, grottesco e attuale nei temi. Ogni lettore ne rimarrà entusiasta.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Leggetelo e amatelo Corrado Guzzon, non è un ordine, ma un invito sincero di un lettore che si è appassionato alle sue poesie, al suo stile, al suo modo di leggere il mondo.
    Leggetelo quando siete stanchi di sorbirvi poesie impegnate, rinchiuse in se stesse, sentimentaliste sino all'osso. Guzzon è un visionario, un poeta capace di trasformare un microcosmo in un universo animato. Vedi il "ragno anarchico" della poesia "Appeso a un filo", che "non esce mai/ prima del tramonto".
    La sua ascendenza bukowskiana appare a intermittenza tra le sue righe e la sua penna è come un lume leggero che dà luce ad angoli di realtà dai quali attende "che il mondo s'acquieti".
    E' spiazzante e irriverente, quasi a voler prendere in giro il lettore, che prima addolcisce e all'ultimo rigo lo lascia in fuorigioco. Come nella poesia "La rondine" dove ci regala un'immagine idilliaca di una rondine agli inizi di maggio, per poi concludere così: "Resto a guardarla, dietro la tenda/ una mini-puttana/ nel cielo blu". 
    La sua poesia è come un'altalena, metafora gioconda della vita; alterna scatti di nonsense a miracoli della natura legati all'animo di un uomo. E' il caso della poesia "Mediterraneo" dove il mare è riflesso vivo di un uomo che chiede aiuto alla marea.
    Tutto questo e tanto altro ancora è racchiuso nella poetica di Corrado Guzzon. Come un gelato gustoso, che vorresti non si sciogliesse mai.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Un volo a mezz’aria tra vita reale e irrealtà, tra ciò che è e che può o “rischia” di essere, questa la sensazione forte che emerge dalle pagine della raccolta di Daniela Rindi, “Almeno mi racconto”, che già dal titolo lascia trasparire l’irrefrenabile volontà dell’autrice di comunicare, di esprimere il proprio universo interiore, e il modo che esso sceglie per raccontare quello esteriore. Un viaggio da assaporare tutto d’un fiato, nonostante la divisione in brevi e significativi racconti, attraverso la vita di una donna e quella di un uomo, a cui rispettivamente sono dedicate le due parti del libro.
    Nella prima parte si avverte forte il desiderio di aprire un sipario sulle debolezze, le paure, gli errori di una donna, che vive in modo autentico, profondo e mai superficiale, il desiderio di essere amata, di comprendere gli uomini, siano essi partner, padri, amici reali o virtuali; la difficoltà di realizzazione professionale o di coniugare quest’ultima con un’esistenza vera, con bisogni intimi e sentimentali. Con alcuni tratti autobiografici, questi racconti colpiscono nella spontaneità e nella semplicità con cui l’autrice riesce a “raccontare” pensieri, sogni, azioni e reazioni, spesso con arguta ironia: la donna in carriera che è vinta dalla solitudine; la donna grassa che preferisce lavorare in un circo piuttosto che subire gli occhi compassionevoli dei conoscenti; la donna che supera le barriere paterne per il desiderio di diventare attrice; oppure quella che dopo fallimentari relazioni sceglie un’amicizia femminile agli insuccessi di passioni al gusto di “cime (di rapa) tempestose”! Insomma, voglia di spiccare il volo, voglia di esistere davvero, come l’autrice fa scrivendo.
    La parte del libro dedicata agli uomini appare, invece, come un viaggio, che parte dall’ingenuità dell’infanzia, in cui per un bacio - solo promesso - si può fare un volo disastroso di 5 metri, fino alla solitudine della vecchiaia, in cui la perdita del contatto con la realtà diviene mortale. Uomini che affrontano sconfitte, che ingannano o sono ingannati, uomini delusi dalle proprie donne oppure colti nella loro incomprensibile caparbietà o crudeltà. Tutti personaggi, uomini e donne, che ci mostrano inesorabili le nostre intime debolezze, i difetti più segreti, ad uno specchio ironico e spietato sulle  verità (e falsità) della nostra coscienza.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • "Pietro, vetraio esule in Francia, cerca di tornare nella sua Venezia assediata dalla peste. Nella sua mente, un'immagine continua: una donna imprigionata in una lucerna di cristallo; una donna che Pietro vuole a tutti i costi liberare".
    E' questo ciò che si legge sul quarto di copertina di "Spirito di Lucerna", romanzo estremamente incisivo di Aurora Prestini col quale l'autrice si addentra in un'attenta e profonda analisi di Venezia e del misterioso mondo che questa città rappresenta. E queste poche righe sono già sintomatiche della lodevole complessità dell'intera opera.
    Una frase, tratta dal testo del romanzo, appare emblematica di tutta ragione di fondo che domina la storia: "L'idea di essere legata a tante persone le provocò un disagio profondo", dice la voce narrante. E in effetti quello che emerge dalla lettura è proprio la presenza di una fitta ed intricata rete di rapporti tra i numerosi personaggi della storia (il vetraio Pietro, la bella Lucerna e la sua amica Lucrezia, Alvise, Cecilia, Zane...); rapporti che come fili di una meticolosa ed efficiente ragnatela, irretiscono il lettore e instaurano sottili parallelismi tra le diverse e complesse esistenze degli stessi personaggi, in virtù di un'escalation di avvenimenti sorprendenti. Notevole è il modo col quale l'autrice fa percepire al lettore Venezia, città dove l'influsso dell'arte bizantina e la presenza di specchi d'acqua che la circondano da più parti, danno luogo ad uno dei più emozionanti spettacoli di luce ed architettura riflessa. Con una prosa incisiva e figurativa, la Prestini ci consegna un romanzo avvincente e misterioso dove il lettore viene catturato completamente dalla vicenda di Lucerna, dal mistero, svelato poco alla volta nell'avanzare della storia, che caratterizza la figura della stessa e dallo stretto ma imprevedibile rapporto che la lega al vetraio Pietro. Un romanzo, dunque, per chi voglia intraprendere un viaggio dentro il mistero, all'insegna di continui colpi di scena. Un romanzo che tiene col fiato sospeso e regala emozioni reali e tangibili.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe