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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Esco fuori al balcone, in una mano il caffè e nell'altra il suo libro.
    Si iniziano a intravedere i primi riflessi del mare, grazie all'alba che avanza, timida e prorompente.
    Timida e prorompente come la poesia di Maria Teresa Santalucia Scibona, sempre alla ricerca di un nuovo giorno, di una vita nascosta, pronta ancora a sorprenderti.
    Nonostante tutto, nonostante l'età che avanza, nonostante dolori fisici e a volte intimi.

    La sua curiosità di viaggiare tra spazio e tempo non è mai doma: "L'albero della conoscenza" ne è l'ennessima conferma.
    E' sempre stata così la sua poesia: un tuono dolce che spezza ogni indugio, che si insinua tra i ruscelli dell'anima, rendendoli freschi e armoniosi.
    Scendono fluidi verso valle, coscienti del viaggio e della destinazione. Coscienti che il vero valore sta proprio nel percorso e non nell'arrivo.

    "Irraggiungibile pare la meta
    tant'è lontana ed aspra.
    Pur non dispero
    di arrivare un giorno. [...]"

    Con il suo sguardo dolce e fiero non perde mai la speranza, sincera amica di una lunga vita, passata a tessere parole ed emozioni.
    Un coraggio senza pari che trova sempre nuova linfa in un'immensa fede.

    "[...] E negli incerti passi che tentiamo
    sei come un padre che gioca
    e si nasconde al figlioletto
    che mal si regge in piedi. [...]"

    Maria Teresa continua nella sua ricerca di vita ossequiosa e pacata, come una "nomade che vaga sospesa nello spazio".
    E' un pastore dei giorni nostri, con lo sguardo verso l'infinito, che ascolta il suo respiro, quello della sua anima e quello dell'universo tutto.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • È il secondo romanzo del grande autore francese, edito in Italia da Bompiani nel 1999. Quest'opera lo consacrò al grande successo di pubblico, indicandolo come scrittore aderente al transumanesimo (i limiti dell'umanità si superano attraverso una modificazione 'genetica' dell'uomo, che vada oltre la sua finitezza e meschinità).
    "Una grande scrittura, costruita sul vuoto di tutto il resto", ha detto di lui più di un critico. E, in effetti, è proprio il vuoto del'esistenza che Houellebcq prova a descrivere in questo romanzo con effetti sorprendenti. Incapacità di amare, dipendenza dal sesso, impossibilità di rifare l'esistente: questi sono i veri protagonisti de 'Le particelle elementari', oltre ai due fratelli, Bruno e Michel. Che sono, dopotutto, gli alter-ego dello scrittore. Sessuomane il primo; chiuso al mondo, come una monade, il secondo. Perno della vicenda, anche se sembra restare solo sullo sfondo, una madre edonista e assente, libertina ante litteram, insofferente riguardo ai propri figli. C'è una scena in cui l'erotomane Bruno fa l'amore con una delle sue tante amanti e, per un attimo, il protagonista rivede sua madre a gambe aperte davanti a un ragazzo. C'è molto di autobiografico in questa storia abbandonica e disperante, se è vero che, in più di un'intervista, lo scrittore ha definito 'cagna' sua madre, che lo aveva abbandonato quando era piccolo. Grande 'nichilista' letterario, Houellebecq affida al freddo Michel, biologo molecolare, l'unica speranza possibile: mutare il genere umano perchè possa avverarsi un miglioramento del destino dell'uomo, strappato - finalmente - alla fredda logica degli ormoni e della riproduzione.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Una silloge che per dirla alla Stanley Kubrick, richiama l'irresistibile fascino dello shining, vestendo la parola di una luccicanza che sembra avere in sé qualcosa di soprannaturale. Un folgorio di emozioni che - tra invocazioni, segreti desideri, coraggiosi richiami, abbagliano nella policromia del sentire e donano forza al verso - potrebbero benissimo riempire tele o pentagrammi.
    Questo intercalarsi e trovare la via tra i più/meno/diviso della vita. Un ritorno alle origini, alla nostra memoria, a quel bambino. Sogni che attraversano un volere, un futuro migliore per non avere più voglia di vedere la sofferenza. La parola diventa un'arma e la voce un canto:

    Voglio solo
    stuprarmi
    incantarmi
    insozzarmi
    dimenticarmi
    tra le parole.

    Alba ricorda molto la letteratura barocca della seconda metà del '500-'600, caratterizzata dall'estrosità e dalla facilità con cui conduce la sua penna e dal gusto di intingere senza paure anche dove non è semplice. Il suo senso civile, e la denuncia contro gli orrori e l'indifferenza, manifesta il divenire testimone di una poetica viva, che si incarna in quello che i sensi percepiscono, opponendosi a facili costrutti e trovando nella ricerca e in una nuova e migliorata realtà, lo scopo e una bellezza opposta alla mera apparenza.

    Fai piano con
    gli scarponi e il fiato, macchiato
    da un singhiozzo; il colpo di tosse
    da una volta sola,
    da un unico addio.

    Liriche che seducono, splendono, traslucidano quel mistero, cercando di trovare nel dubbio la soluzione che può guidare i passi umani, senza perdere di vista la personalità o quello che abbiamo intorno.

    Danzavamo la danza delle api,
    piccola madre, col falò in veglia
    e la polvere a far festa sui muri;
    oscurità di battute terre
    tra le dita, sulla bocca, sui piedi
    tenuti in piedi dall'abbraccio

    In moti continui, creativi, la Gnazi instancabilmente si affianca al tempo, progettando un'intesa comune, nonostante il caos interiore ed esteriore cerchi di alimentare le tragedie, la guerra, gli schianti e i ghiacci che "intermezzano" nella nostra umana quotidianità.
    Alba gioca con i frammenti della sua luce, trovando così la Magia nelle piccole cose e reazione anche negli sbagli. Una prospettiva che può sbriciolare la negatività e la precarietà, e con passione, talento e follia trovare:

    nei risvegli di perla e radio
    e piedi e latte e nervi
    quanto basta
    quel che basta
    per bastarci.

    Basta una chiave per aprire un immenso portone, basta un niente per risucchiare nel limbo o per rigenerarsi. Che sia la via dell'airone o un Moonlight day?
    Questo poco importa, poiché quello che conta è continuare a camminare con la speranza, senza timore di specchiarsi nelle pieghe della pelle ma ironizzando, rispondendo e ascoltando anche i cambiamenti.

    [... continua]

  • Se l’amore si potesse raccontare, andrebbe raccontato così come fa Marco Mancini. Con le sue sfumature – tante – i turbamenti – tanti – i processi e sottoprocessi, gli addii che possono essere tradotti in “torna con me, sono stato stupido” se solo potessimo tradurli. E poi le canzoni, quelle del rocker emiliano: Ventisei maggio – La mia vita tra le poesie di Luciano Ligabue. Le chiama proprio poesie, Marco, questo venticinquenne scrittore esordiente con gli occhi verdi e un viso da modello nato a Fasano e che di professione, ci sembra di capire faccia il cantastorie dell’amore. C’è la sua vita in questo libriccino di settantacinque pagine, la sua vita tra le poesie del cantante che come da lui è amato da milioni di italiani. Non risponderemo alla domanda perché Ligabue è così amato, non ce ne importa. Nel caso del nostro autore diremo che la sua vita, accompagnata dalle parole del Liga, è scritta come una poesia, con tutte le cose belle o bastarde, per riportare poi una cosa che dice molto su questa: “… c’è che siamo in due ad avere intenzioni buone e cattive”, lui e la vita, proprio così: sentimenti sparsi per due anni di fatti pubblicati a mo’ di stato su Facebook – a proposito, l’autore è seguitissimo da tante ragazze che lo vorrebbero già domani come fidanzato -: dall’incontro con Luciano – il cantautore – alla lettera in due parti per un Babbo Natale che dovrebbe dedicarsi “a chi non conosce il sorriso”, dal consiglio di abbracciarsi perché “avete spazi talmente vuoti da riempire che nemmeno conoscete” al ricordo di Chelli. E allora eccola qua, la bilancia che indica il peso che trattiene Marco dall’esplodere con una bestemmia o un pianto che durerebbe almeno quaranta minuti. Chelli che era la professoressa di storia e filosofia, ma “lo è ancora”. E aggiunge all’introduzione al libro che “Ci sono legami […] che erano destinati ad esserci quando ancora le persone di questi stessi legami non si erano incontrate”. I legami, appunto, legami che si spezzano e che lo scrittore non avrebbe spezzato se si fosse comportato in un certo modo che, forse, dettava in testa e non produceva con le azioni. Le pagine vanno ascoltate più che lette, si sente una voce nuova della letteratura e che ha il diritto di continuare. I capitoli, divisi con titoli di alcune delle canzoni di Ligabue con relativo sottotesto, sono cadenzati da una lettera che l’autore indirizza in corsivo alla madre, come per chiedere alla natura della vita dov’è che ci siamo persi e poi ritrovati: “Mi ero allontanato da me stesso e mi rimaneva solo la solitudine ed è stata la più presente degli amici”. I testi di Ligabue sono gli accordi per i quali Marco incide la sua musica. Ne bastano tre, amore vita morte, per dire ciò che si doveva dire. Non si tratta di un romanzo né di un’opera di filosofia, magari un diario aperto. Anche se è bene, in questo caso, non categorizzare lasciando che le cose decidano di andare dove vogliono. Così come le persone che per restare non devono essere tirate per la maglia.Se dobbiamo trovare un difetto grammaticale alla scrittura dell’autore pugliese, è un abuso dei due punti che interrompono il discorso quando si potrebbe utilizzare una pausa breve come il punto e virgola. Ma siamo pignoli, l’autore è giovane e migliorerà. Ora però ci scuserà se chiudiamo come lui invece inizia e prosegue in Ventisei maggio, anche se a dirla tutta è una chiusura a tempo: M’abituerò – Alla fine non è mai la fine, ma qualche fine dura un po’ di più

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Il tema della notte è molto frequente e cantato in letteratura sia italiana che europea. Laura riesce a farlo suo mirabilmente.
     
    Muri di stelle spente, scale spezzate,
    volte celesti troppo lontane, macchie
    tristi.
     
    Fonte di ispirazione, libero accesso a quel sentire intimo che porta alla luce sensazioni, ricordi, più o meno dolorosi, ma nella quiete e nella solitudine, cerca quella via preferenziale verso la conoscenza.

    Come liberi fiumi,
    caparbiamente son esistenze
    come filamenti, vite stranite
    si tendono...
     
    Una ricerca non sempre semplice che si stacca dal caos del giorno, e si arrampica o vive abissi e zone d’ombra, scatenando passioni, dubbi e scontrandosi con un Mistero non sempre magico.
    L’istinto e la ragione sono in guerra con le emozioni e solo attraversando ripidi luoghi, si può dosare la paura e placare la rabbia, giungendo ad una libertà dello spirito, non più in affanno ma compagno di un consiglio nuovo per il giorno che viene.
     
    Nel vuoto ritrovo
    sospiri sospesi
    su abissi rari
    d’intrecci svirgole,
    abbracci fugati
    in illuso amo
     
    Un sussurrato messaggio, metabolizzato e metamorfosi  completata da un’apertura dell’anima ed a un legame con il  trascendente non indifferente.
     
    Campana diceva:  …io poeta notturno/ vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo… (Canti orfici, La chimera) o la stessa Alda Merini affermava:  I poeti lavorano di notte (da "Destinati a morire")
     
    Laura incanta, e conduce nel sogno, con  struggente dolcezza e smisurata passione. I  versi ritmano, trasudano, destano di notte, mitigano le paure, e diventano fiumi da attraversare e con ponti da costruire. Un’immersione intensa, in versi carichi di significato che si sposano con i dipinti, (opere della stessa autrice), tanto da ritrovare nello sguardo proiettato dentro, la pace e la serenità raggiunta.
    La poetessa si arma e altalenando sulla strada della vita, percorre con la penna ogni stato dell’umana quotidianità, dipingendo caparbia i dettagli che non sono semplici miraggi, ma motivi di speranza e realtà sicure oltre tutto.

    [... continua]

  • La vita è una continua evoluzione, un viaggio con partenza certa e un arrivo con destinazione non definita. In questo pellegrinaggio, vi è la consapevolezza, tratta dall’esperienza,  d’accogliere quanto nell’intimo si è raggiunto.
    Esternazioni e doni di sé, in questo coro a più voci di insegnamenti che comprensione, memoria, pazienza, amore, nostalgia, luci, ombre, carezze e rinascite, possono riflettere sui singoli umani passi.
    Le penne di Anna Maria e Marina iniziano una danza e nei versi riflettono la saggezza  di poter con umiltà trattare temi concreti e metafisici, tracciando un personale resoconto, rappresentante il vissuto.
    Gocce che dissetano e “scendono fertili/ irrigano le profondità/ nutrono o gusci gravidi/ di germogli da offrire”. 
    Nella loro unicità, riescono abilmente a condividere ed a “gioire della somiglianza”, diventando protagoniste attive e attente di passi che si incrociano, essenza senza inganni.
    “Come la rosa ho le spine/per non essere strappata invano./Mostra rispetto per gli aculei.” (A.M.L.)
    “Ti respiro col Tutto, un alito infinito di vita.” (M.M.)
     
    Il ricordo di affetti cari, diventa forza nel quotidiano di Anna Maria e messaggio d’amore in Marina. Storie talmente complementari che possono affiancarsi e diventare gioco di parole, scambio di riflessioni, sorrisi o come afferma la stessa Lombardi:
     
    “… testimoni di vita e di proprie battaglie in bella mostra,/ trasportate da assonanze di colori e temi,/attendono un ritocco o solo uno sguardo attento,/per essere riposte, nello scaffale sacro dei ricordi …”.
     
    O accorate preghiere nella Marini, che compie una trasformazione diventando una coraggiosa “amazzone”, pronta a sfidare la vita, accettandone i segni, “salendo nei sensi dell’anima”, per scoprire che anche il silenzio ha il suo suono e un “codice magico e infinito”.
     
    Una conversazione che senza indugi, cattura e coinvolge, guidando il lettore nei meandri più imperscrutabili o segmentati dal dolore ed abbracciati dalla speranza.
     
    “La vita ti dona,/ ti avvolge,/ti ama,/t’insegna./ La vita ti scuote,/ ti strattona,/e mentre t’abbraccia,/raccoglie le lacrime/ che hanno rigato il tuo volto dopo le delusioni..” (A.M.L.)
     
    “Fatti Vento che di salsedine scompiglia i capelli./ Fatti Sabbia che penetra veloce nelle pieghe nascoste./ Fatti Sole che brucia e riscalda ogni cuore./ Fatti Luna che rischiara lo spirito/ Fatti Onda, che nel vortice, si torce e si espande..” (M.M.)
     
    Volatrici pindariche, trasformiste, bruchi divenute farfalle o semplicemente come diceva Pirandello “uno, nessuno e centomila”? Sicuramente queste due poetesse sono in corsa con il destino ed a braccetto col tempo. Seminatrici divenute terreno fertile, infondendo sicurezza in chi a loro si appoggia.
     
    “Sarò là./Dove la notte apre le ali”  (A.M.)
     
    Metaforicamente sono un “libro amico” di lacrime e di spazi rigeneranti e creativi.
    Perle rare in questo oggi così apatico, o rivoluzionarie e aperte con il cuore al mondo. Strane muse, ammaliatrici, chimere?
    O forse vere messaggere di quei sussulti che ancora rendono capaci di sfidare “le spirali contorte della mente” e senza temere, direzionano le “vele dell’anima” verso quella stella polare, guidando e ascoltando con coraggio l’umanità.

    [... continua]

  • La vita è una continua evoluzione, un viaggio con partenza certa e un arrivo con destinazione non definita. In questo pellegrinaggio, vi è la consapevolezza, tratta dall’esperienza,  d’accogliere quanto nell’intimo si è raggiunto.
    Esternazioni e doni di sé, in questo coro a più voci di insegnamenti che comprensione, memoria, pazienza, amore, nostalgia, luci, ombre, carezze e rinascite, possono riflettere sui singoli umani passi.
    Le penne di Anna Maria e Marina iniziano una danza e nei versi riflettono la saggezza  di poter con umiltà trattare temi concreti e metafisici, tracciando un personale resoconto, rappresentante il vissuto.
    Gocce che dissetano e “scendono fertili/ irrigano le profondità/ nutrono o gusci gravidi/ di germogli da offrire”. 
    Nella loro unicità, riescono abilmente a condividere ed a “gioire della somiglianza”, diventando protagoniste attive e attente di passi che si incrociano, essenza senza inganni.
    “Come la rosa ho le spine/per non essere strappata invano./Mostra rispetto per gli aculei.” (A.M.L.)
    “Ti respiro col Tutto, un alito infinito di vita.” (M.M.)
     
    Il ricordo di affetti cari, diventa forza nel quotidiano di Anna Maria e messaggio d’amore in Marina. Storie talmente complementari che possono affiancarsi e diventare gioco di parole, scambio di riflessioni, sorrisi o come afferma la stessa Lombardi:
     
    “… testimoni di vita e di proprie battaglie in bella mostra,/ trasportate da assonanze di colori e temi,/attendono un ritocco o solo uno sguardo attento,/per essere riposte, nello scaffale sacro dei ricordi …”.
     
    O accorate preghiere nella Marini, che compie una trasformazione diventando una coraggiosa “amazzone”, pronta a sfidare la vita, accettandone i segni, “salendo nei sensi dell’anima”, per scoprire che anche il silenzio ha il suo suono e un “codice magico e infinito”.
     
    Una conversazione che senza indugi, cattura e coinvolge, guidando il lettore nei meandri più imperscrutabili o segmentati dal dolore ed abbracciati dalla speranza.
     
    “La vita ti dona,/ ti avvolge,/ti ama,/t’insegna./ La vita ti scuote,/ ti strattona,/e mentre t’abbraccia,/raccoglie le lacrime/ che hanno rigato il tuo volto dopo le delusioni..” (A.M.L.)
     
    “Fatti Vento che di salsedine scompiglia i capelli./ Fatti Sabbia che penetra veloce nelle pieghe nascoste./ Fatti Sole che brucia e riscalda ogni cuore./ Fatti Luna che rischiara lo spirito/ Fatti Onda, che nel vortice, si torce e si espande..” (M.M.)
     
    Volatrici pindariche, trasformiste, bruchi divenute farfalle o semplicemente come diceva Pirandello “uno, nessuno e centomila”? Sicuramente queste due poetesse sono in corsa con il destino ed a braccetto col tempo. Seminatrici divenute terreno fertile, infondendo sicurezza in chi a loro si appoggia.
     
    “Sarò là./Dove la notte apre le ali”  (A.M.)
     
    Metaforicamente sono un “libro amico” di lacrime e di spazi rigeneranti e creativi.
    Perle rare in questo oggi così apatico, o rivoluzionarie e aperte con il cuore al mondo. Strane muse, ammaliatrici, chimere?
    O forse vere messaggere di quei sussulti che ancora rendono capaci di sfidare “le spirali contorte della mente” e senza temere, direzionano le “vele dell’anima” verso quella stella polare, guidando e ascoltando con coraggio l’umanità.

    [... continua]

  • Gaia Conventi nell'opera "Novelle col morto" conferma grande maestria e sapienza tecnica nella costruzione del giallo.
    Il libro si compone di due racconti lunghi che, ognuno a suo modo e con la propria storia, tengono il lettore col fiato sospeso e la mente protesa a comprendere le evoluzioni della storia. Sempre presente è la chiave di lettura umoristica e sagace, approccio che si riverbera sullo stile col quale è scritta l'opera nel suo complesso e che scolpisce in modo incisivo personaggi, sentimenti, vicende e luoghi della narrazione. Lo sguardo saggio e preciso dell'autrice coglie particolari della psiche dei personaggi consegnandoli al lettore in tutta la loro forza.
    Il primo racconto, "Quarti di vino e mezze verità" prende le mosse dalle vicende di un personaggio inventato dall'autrice, tale Leonetto, che viene immaginato come figlio del noto e discusso Niccolò Terzo d'Este, marchese di Ferrara famoso per le sue numerose relazioni adulterine. Il secondo racconto, "La locanda del giallo", si svolge in un immaginario festival letterario tenutosi ad Arginario Po nel quale verranno premiati alcuni autori polizieschi e dove il ritrovamento del corpo della vittima sembrerà fornire un ottimo strumento per pubblicizzare l'evento.
    Il tessuto narrativo costruito dalla Conventi è fitto e intenso, ricco di contenuti ed elementi caratterizzanti che riescono a coinvolgere per la loro tangibilità e il loro realismo. L'umorismo imperante nelle storie raccontate intrattiene e diverte conducendo il lettore alla scoperta dell'evoluzione delle vicende in modo veloce e fresco. Il risultato è quello di un testo avvincente che corre spedito fino all'episodio delle storie senza omettere l'approfondimento psicologico dei personaggi e la contestualizzazione della narrazione.
    Un'opera che dunque potrà essere apprezzata non solo dagli amanti del genere giallo ma anche dai profani in materia che troveranno un ottimo spunto per iniziare a conoscere questo genere letterario.
    La Conventi, già autrice di numerose altre opere, alcune delle quali edite anche da Mondadori, ci regala un nuovo testo degno di lettura e di attenzione.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Quello che penso io, Nonna Rosa, è che l'unica soluzione per la vita sia vivere."

    Così inizia il libro: "Caro Dio,mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti. La prova? Per esempio, prendi l'inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo». Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d'uovo, dimostro sette anni, vivo all'ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista». Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t'interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L'ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L'ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Düsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l'operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Düsseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l'operazione. Ma ha un'aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso".
    Una bellissima storia – che mi fa rivalutare l’autore – sul senso della vita, sulla sua evoluzione, sulla malattia, sul convivere con essa e sul non prenderla troppo sul serio, e sul non prendersi troppo sul serio. Un bambino che cresce, che combatte, che prova ad immaginare la sua vita lungo un arco temporale, grazie al fondamentale aiuto di una donna, Nonna Rosa, la nonna di tutti i bambini, la nonna che insegna, ma che non impone, la nonna che scherza, ma non è superficiale, la nonna che consiglia, ma che accoglie essa stessa consigli. La Nonna, Oscar, la vita, l’amore, l’esperienza, Dio.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Dal creatore di “Zanna Bianca” arriva quest’opera, tarda e atipica, con un nome che affascina. “Il vagabondo delle stelle” è la storia di Darrell Standing e non soltanto, è la storia delle sue mille storie, dei suoi innumerevoli sé sparsi per tutti i luoghi e tutti i tempi del mondo. Attraverso un formidabile incipit, questo autore, capace di intrattenere con la mera forza di trame avventurose e di uno stile diretto e lineare, catapulta i suoi lettori nella realtà carceraria – da lui stesso vissuta ‘al di là della finzione’, come precisato in postfazione da Ottavio Fatica, per l'edizione Adelphi – fra celle d’isolamento e corridoi fatali: l’io narrante, quella prima persona che nomina memorie, corpi e anime offrendocene la sua inedita versione, è un condannato a morte in procinto di affrontare il patibolo. Non sappiamo quando, non sappiamo perché, ed è a questo che la sua lunga digressione, un flashback continuo costituito da ripetuti (e ripetitivi) salti temporali, condurrà le nostre menti e i nostri occhi, a volte affaticati dai singhiozzi all’indietro, dalla quantità di uomini e di luoghi, di scenari e di vicende che s’alternano, ma comunque avvinti dal potere del mistero, dalla curiosità di conoscere la risoluzione e la sua veste, il modo in cui andrà a verificarsi; forse con l’intima speranza, trattenuta sul fondo, che il destino devii il suo corso da Standing regalandogli un ultimo sprazzo di clemenza.
    Ribelle già per il solo fatto di portare avanti il racconto di un protagonista spacciato – come farà poi il ben più noto Marquez con “Cent’anni di solitudine” – London è una voce fuori dal coro che usa chiaramente la pagina a modo di megafono. Contro l’‘auctoritas’, contro i padroni e i poteri schiavi che riducono a loro volta in schiavitù, lo spirito dello scrittore – imperituro, al contrario della carne, come scritto quasi fino alla nausea – passa dal livore più acceso allo spiritualismo più infervorato, illuminato, a pochi passi dall’estasi e da Dio. E fa de “Il vagabondo delle stelle” un romanzo terribilmente umano, perché fondato per intero, nelle intenzioni, nella struttura e persino negli effetti, sul concetto di contraddizione. 

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • “Partita doppia” di Maurilio Riva è l’ottavo libro, pubblicato a novembre 2014, della collana dei Destrieri nata nel 2013 in collaborazione tra Lettere Animate e Aphorism. È un raffinato racconto esistenziale, cesellato e intenso, di un “uomo senza qualità” che passa il tempo in una sorta di paralisi joyciana. Remo Naffin vede segnato il suo destino già all’anagrafe:  Remo è il nome del fratello sconfitto da Romolo, l’uomo “di serie B”, l’eterno secondo; “Naffin” è il suono dell’inglese “nothing”. E proprio così trascorre la sua vita: in una quotidianità nulla e semplice, come un Metello del terzo millennio, assorbito da un lavoro sempre uguale a se stesso e tentativi di amori vissuti senza apparente convinzione, alienati dall’esistenza stessa. Remo non vive la sua vita, la subisce. Anche l’unico guizzo di reazione, il tentativo di cambiare qualcosa tramite il movimento sindacale, è destinato a fallire: Remo gioca una partita doppia tra quello che potrebbe fare e quello che non fa, tra le sue passioni non convenzionali (per esempio colleziona necrologi) e la sua inconcludenza, la sua invisibilità; la sua incapacità – forse il suo male – di vivere. Il necrologio che ha immaginato per sé è “Come libeccio estivo / e violento fortunale. / Senza lasciare impronta / né eccessivo danno / una volta tornato il sereno”.
    Il romanzo è intriso di disillusione, di un’apatia sconfortata e quieta, rassegnata quasi, di fronte agli “irrazionalismi del nostro tempo”, come spiega anche l’autore, e alla “vittoria sfacciata dei disvalori”.
    Ciò che stupisce e afferra, nella narrazione di Maurilio Riva, è la scrittura certosina; è il ricorrere incessante alle citazioni di ogni genere, dalla letteratura alla musica d’autore, come in una conversazione che si sbandoli libera lungo le associazioni di idee. Ricco di digressioni, introspezioni e appunti fittizi lasciati all’amico incaricato di raccontare la storia di Remo, il libro si dipana come una conversazione malinconica e stanca, velata di ironia. Remo Naffin è un Re Mida al contrario: sembra disgregare tutto ciò che tocca.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "I luoghi sepolti" è una raccolta di sette liriche che precedono il breve poemetto allegorico "Il giorno in cui il Tempo distrusse i sepolcri" diviso in due parti, "Il mattino e mezzogiorno" e "Il vespro e la notte", opera dell'autore Manuel Paolino.
    Nella sua introduzione Manuel ci spiega che il poeta non è più soggetto come un burattino alla poesia ma ne è consapevole e ne affronta il viaggio, verso destinazioni ispiratrici ovunque esse siano: dentro la mente o nello spirito del poeta o in luoghi lontani, l'importante è che restino avvicinabili per mezzo di un vero e proprio viaggio, che sia fisico o mentale. 
    Protagonista del poemetto è il Tempo, che è sia muto osservatore sia inesorabile distruttore. Nonostante ciò, il Tempo ha poco di cui esser soddisfatto, perché anche se distruggerà materialmente luoghi e tombe di illustri poeti, non riuscirà a cancellarne il ricordo delle poesie e nemmeno potrà fermare la nascita di nuovi avventurieri della poesia.
    Tra le liriche che precedono il poemetto, il mio gradimento personale è per "Il girasole": breve, mi ha portato a ricordare all'estate e ha mantenuto la sua promesso: mi ha condotto in viaggio verso una fonte d'ispirazione.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Si può scommettere ancora sul futuro?
    Secondo Simone Perotti, sì.
    Sì, se si investe sul consumo critico e  responsabile, sì, se si smette di aderire ai canoni della società liquida e al motto ‘vivi/consuma/crepa’.
    Il suo "Adesso Basta" ha un abbrivo a effetto, poi s’acquieta e dà il suo (profondo) affondo.
    L’ho letto davanti a un mare che ricordava vagamente quello di quando ero bambina, e l’acqua pareva si potesse bere.
    Invece così non è, non più: e non basta un depuratore a ricordarci che fare il bagno era bello, anche senza barca a vela e con nonna al seguito, con tutto quello che ne conseguiva.
    Oggi, il mare, te lo devi inventare. Devi cercare paradisi artificiali, oppure volare quattordicimila chilometri lontano da casa, prima che anche l’ultimo atollo sprofondi.
    Queste cose Simone Perotti le sa, e le scrive. Non ha la pretesa di aver capito tutto. Ma ha agito e può raccontare la sua esperienza (“l’uomo di conoscenza vive sempre agendo”, scriveva qualcuno).
    Un giorno, mentre era intrappolato nel traffico, con tutti i cellulari accesi, compreso quello aziendale, e odiava quelli che vedeva intorno a  sé (intrappolati, come lui, nel caos delle auto), si è fermato in un bar e si è messo comodo.
    "Fermato" è, credo, il termine giusto. Ha mollato il lavoro, non senza essersi fatto due conti e aver valutato le conseguenze, e ha detto addio alla sua avviatissima carriera di manager pluri-pagato.
    Ha comprato un rudere in campagna, lo ha ristrutturato a modo suo (la sua "casa barca", come ama dire): aveva già scelto il mare, una vita vera, la libertà.
    “Non è una passeggiata per buon temponi”, avverte.
    E’, piuttosto, una battaglia che va pianificata in modo lucido e razionale e che richiede un forte spirito di adattamento. Bisogna capire a cosa si può rinunciare in termini di comodità e come vivere "senza", ma con un sacco di cose (di valore) in più. Non due televisori, ma uno: non un cellulare nuovo ogni due mesi. Piuttosto: fare il pane in casa, curare un piccolo orto. Rallentare per avere il meglio, insomma.
    Oggi Simone Perotti (classe 1965, una buona annata) scrive – era il suo sogno nel cassetto - , pubblica e vende (parecchio). Quando non scrive, fitta barche, organizza corsi di vela, crea oggetti che poi mette sul mercato; intanto, diffonde a mezzo blog,  e non solo, la sua visione della vita (secondo la teoria del downshifting).  
    Per chi vuole saperne di più, consiglio la lettura del suo libro e di dare un’occhiata al suo sito: www.simoneperotti.com.

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    recensione di Tullia Bartolini

  • «Una favola che parla dritto al cuore di piccoli e grandi», in questo mondo ci viene presentata “La rivolta degli scheletri nell’armadio” di Jason R. Forbus, nata dai palpiti delle ‘AliRibelli’ dell’omonimo progetto editoriale. In realtà, la simpatica vicenda dello scheletro ballerino Ossogrigio e della sua mostruosa banda di outsider sa - perché può - parlare più agli adulti che ai piccini; se non altro per quell’ambientazione macabra, così vividamente caratterizzata, che in alcuni passi non rinuncia a mostrare la violenza con limpida schiettezza. Proprio come farebbe un ragazzino.
    E della gioventù il libro di Forbus possiede anche, e senz’altro, la trasparenza: una scrittura equilibrata, soppesata ad ogni passo e sillaba, descrittiva al punto da non lasciare nulla all’immaginazione pur nutrendola nello stesso tempo. Ha la precisione del poeta, quello ancora fin troppo attento all’ordine della forma piuttosto che a quello dei pensieri; colui che non trascura la messinscena neppure del più piccolo dettaglio, perché l’obiettivo è un vero e completo ‘transfert’ del lettore in un altro mondo. Cui contribuisce, con successo, il package del volume, edizione curatissima - a parte qualche piccola svista dell’editor - corredata di disegni e perfino da una mappa - il tutto per opera di Giorgio e Matteo Franzoni, colleghi editoriali dell’autore - atta a riprodurre fedelmente il luogo di svolgimento della storia: la cittadina inglese di Wolverhampton, sede del Parco degli Orrori retto dallo stregone e tiranno Sir Desrius.
    A questo punto non resta che aggiungere un elemento, come insegnano i maestri delle fiabe - da Italo Calvino a Gianni Rodari passando per Luis Sepúlveda e Daniel Pennac: la leggerezza. L’ombra che scontorna la brutale semplicità della fantasia infantile, il ‘quid’ qualificante dell’esperienza creativa: è ciò che ne “La rivolta degli scheletri nell’armadio” riesce e funziona meglio, il suo più grande pregio. Forbus dà alla levità il sembiante di una tenerissima ironia che impregna il testo dalla prima all’ultima pagina, anche nei suoi momenti meno allegri o felici. Grazie a quella si corre e si scorre fino in fondo, lasciandosi in-trattenere con curiosità.

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    recensione di Francesca Fichera

  • "​The Help" è un romanzo del 2009 scritto da Kathryn Stockett, incentrato sulla figura di alcune domestiche afro-americane che lavorano per famiglie bianche a Jackson, Mississippi, durante gli anni sessanta. Il romanzo è raccontato dal punto di vista di tre narratrici: Aibileen Clark, una domestica afro-americana di mezza età che ha trascorso la sua vita educando i figli dei bianchi, e che ha da poco perso il suo unico figlio in un incidente sul lavoro. Minny Jackson, una domestica afro-americana il cui caratteraccio l'ha portata più volte ad essere licenziata dai suoi datori di lavoro, nonostante il bisogno costante di denaro per mantenere la sua numerosa famiglia. Ed infine Eugenia "Skeeter" Phelan, una giovane ragazza bianca neo-laureata con aspirazioni da scrittrice.
    Siamo nell’estate del 1962, nel periodo delle lotte per i diritti civili per le persone di colore portate avanti da Martin Luther King, a capo del governo c’è John Fitzegerald Kennedy, e Bob Dylan con le sue canzoni dà voce attraverso la musica a questo clima di tensione e rivoluzione.
    In questo libro si racconta della difficoltà delle persone di colore, d’inserirsi nella società che li escludeva ogni diritto.Il libro parla di diverse donne, di diverse storie, di differenti ambizioni, di donne di colore al servizio di donne bianche per accudirgli i figli, la casa, rendergli più agevole la vita, in cambio di un salario irrisorio. Nel libro il passato si fonde con il presente, la sostanza viene oscurata dall’apparire, il grido di strazio si soffoca per il bisogno sempre costante di andare avanti, di portare dei soldi a casa, di mandare avanti la famiglia, a differenza di loro, onestamente.
    Interessantissimi i dialoghi delle varie donne che presentano la loro storia, il loro rapporto con la propria donna bianca dove lavorano, molto belle sono le parole di Minny: “[…] Ora che non posso più andare alle riunioni di Shirley Boon, in pratica è l’unica cosa che mi resta. Però non significa che mi diverta agli incontri con Miss Skeeter. Ogni volta mi lamento, piagnucolo, mi arrabbio e mi prende un attacco come se in mano avessi una patata bollente. Ma il fatto è che mi piace raccontare le mie storie: mi dà l’impressione di poter cambiare le cose. Quando esco di lì, il blocco di cemento che ho nel petto si è sciolto, liquefatto, e per qualche giorno riesco a respirare meglio.”
    Diverse donne, una sorte comune. The help scuote la coscienza e dà voce a libertà alla storia di tante donne senza diritti, senza nome, intimorite dal giudizio. Per fortuna ci si interroga e si trova il coraggio di dar sfogo alle frustrazioni, ai demoni interiori, al dolore, alla rabbia, alla forza di donne che per la famiglia e per i figli sarebbero disposte a tutto.  
     
    “Se il cioccolato fosse un suono, sarebbe il canto di Constantine. Se il canto fosse un colore, sarebbe il colore di quel cioccolato”.

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    recensione di Gino Centofante

  • E' un genere di nicchia, quello fantascientifico, e questo romanzo lo rappresenta appieno. Infatti i luoghi, le situazioni vengono presentati come realmente esistenti e scientificamente possibili.
    Già dal titolo s'intravede il succo della trama: The Dreamer è il sogno per eccellenza, la fantascienza personificata. Perché? Perché il sogno, come la mente lo può immaginare, è una vera e propria realtà grigia, spoglia e priva del sogno stesso!
    È la tesi e l'antitesi di se stesso.
    Quindi, in un mondo privo di ogni forma di vita dove appena s'intravede una forma embrionale di società (e quindi di relazione fra gli esseri viventi) questa si trova a dover fare i conti con una realtà parallela, una rete, che è il punto di partenza e di arrivo di tutto il romanzo.
    I personaggi chiave sono quattro: il tenente Jack Buchinsky, un tipo burbero, restio ad ogni forma di tecnologia, che vuole restare fuori da questa realtà cibernetica e si accontenta di andare "ancora là fuori per le strade ormai deserte di New York a combattere il crimine vero"; il Tenente Rachel Monroe, che insieme a lui deve "indagare sul fenomeno che si è verificato quest'oggi nella rete internet mondiale"; il mafioso Hiroshi Tsunenaga, che vive in un Giappone completamente allagato, a Fugi City, dove "le popolazioni nipponiche sopravvivevano, sgomitando come pesci in una rete sempre più stretta" e un' imprenditore di Pretoria, Obike Ondimba, titolare di un'azienda e creatore, in parte, della rete iperlan dove avviene un "evento eccezionale" che coinvolge tutte le persone collegate in quel momento.
    I protagonisti si muovono quindi in questa realtà malata e contraddittoria per risolvere il problema creato nella rete. Ansia, colpi di scena e preoccupazioni al limite tra un thriller e un romanzo poliziesco, fanno da contorno ad una storia ambientata nel futuro come se questo fosse attuale, come fosse già entrato a far parte dell'essere umano (per trasformarsi), molto prima che accada.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Quattro amici con la passione per la musica, coltivata nel tempo libero, dopo il lavoro e gli impegni famigliari, quattro amici che si trovano insieme per suonare nella cantina di Walter, il protagonista, senza troppe ambizioni e senza grandi speranze.
    Ma sarà proprio Walter che, acquistando su internet una chitarra speciale, con una forma strana ed insolita, darà l'avvio a questa incredibile storia.
    La chitarra saprà far suonare Walter come non ha mai fatto, ed insieme alla sua band, lo farà diventare un vero fenomeno musicale, passando dall'oscurità del loro fare musica da dilettanti, al palcoscenico dei concerti nazionali ed internazionali.
    Ma non è solo grazie alla musica che il successo li corteggerà, o per lo meno, non solo grazie alla musica: avvenimenti sospetti, incidenti macabri che hanno luogo durante i loro concerti, catalizzeranno l'attenzione e la morbosità dei media, facendo lievitare il loro successo e la loro popolarità.
    Eppure c'è sempre l'altra faccia della medaglia da considerare in tutte le cose e con questo lato oscuro e disperato, Walter dovrà confrontarsi, prendere coscienza e poi, coerentemente, decidere.
    La storia è accattivante, chiaramente delineata e pervasa - come un sottofondo costante - dal rumoroso irrompere della musica prediletta, così disperatamente amata, così a lungo inseguita: musica sotto le parole e musica dentro l'anima.
    Riconosciamo all'autore la capacità di incuriosire e far avvicinare a questo genere di musica anche quanti ne hanno solo sentito parlare.
    Sicuramente un libro dedicato a chi non ha paura di vivere con entusiasmo.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Colma di positività, speranza, colore e luce, la poetica di Michela Zanarella spande colore, scandisce parole tra  bagliori, elevandole su soffici nuvole nell’azzurro cielo o confondendole, complice il vento, tra l’oro del grano.
    Materna, tenera, fertile,  tradotta in sembianze, in lampi, in mosaici, in fiati, in giochi e presenze… la luce, interprete assoluta e custode di celate verità, non smette mai di fluire.
    Si immerge, si solleva, s’inerpica, si scioglie, si mescola fino a divenire terra, cielo, mare, aria, ad essere vita di vita, per poi scorrere  “Tutto scorre/ come l’alba che lava via i chiarori/ fino ad infilare le dita nella luna/ e divenire poesia nell’estetica dell’oltre.
    Cinquantatré luminose liriche, edite da David and Matthaus, divisione ArteMuse per la collana Castalide, con la preziosa prefazione della saggista Angela Molteni ed arricchite dal contributo di Antonino Caponnetto, fanno intuire, al lettore attento, di avere tra le mani un piccolo gioiello che affronta schegge di vissuto tra bagliori di arcobaleni.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Gli  umani non sempre sono chiari. Tra noi è tutto molto più semplice. Meno parole nel vuoto, meno gesti inconsulti e meno gesti contraddittori, soprattutto.”
    Fiumi di parole scorrono, e le emozioni che si leggono, sono riflessioni per l’anima e perle di saggezza seminate dentro, tanto da germogliare nella nostra quotidiana esistenza, riuscendo poi, a guardare con occhi nuovi quello che abbiamo intorno. Rapportarsi diversamente con chi condividiamo, è la "rinascita", a cui porta questo libro.
    Una grande penna quella di Maria Grazia Crozzoli, che attraversa la vita, le storie, di più persone (animali e cose), guardando e immedesimandosi nella grande umanità che spesso non consideriamo.
    Sta stretto vestire i panni di un altro, figuriamoci, se il punto di vista, è quello dei fedeli quadrupedi.
    Eh, si! Il protagonista di questo romanzo è proprio Cico (figlio di Pluk), un cane che racconta in prima persona quello che vede e sente. Come vive il rapporto con gli esseri umani, come affronta le paure, il distacco, l’amore.
    Frizzante, originale, provocatorio e ironico.
    “Non c’è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane”. Esempio di quanto troppo spesso, diamo per scontato le esigenze dei nostri amici a quattro zampe, o di come basterebbe così poco per capire, che nei loro gesti, vi è una potente via di comunicazione.
    Pazienza e ascolto; pratiche  quasi dimenticate.
    Dispersi nel “tran tran “ frenetico, spesso siamo ciechi e sordi, e ci dirigiamo su binari sbagliati  o ritroviamo in complicazioni assurde.
    “Di noi cani dicono che viviamo ogni giorno così intensamente come fosse l’ultimo, cosa che dovrebbero imparare i nostri amici umani ma non viviamo con la paura della morte, viviamo e basta, godendoci ciò che di buono e bello la vita ci dà, imparando dai nostri errori e soprattutto, non portando mai rancore. Perdoniamo sempre, o quasi sempre.”
    Allora non resta che immergersi nella lettura di questo libro, e nella meraviglia di una nuova prospettiva, capire e ritrovarsi sicuramente più cresciuti e arricchiti di prima.

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  • “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” comincia con una verità lapidaria, scritta sulla superficie di una spiaggia segreta: «non esiste cuore pensante». Ma pesante sì, viene da rispondere: di “oggetti feriali, scorci di viaggio, momenti intimi” - come nota e annota Davide Rondoni - o, semplicemente, di sincera capacità di immergersi nelle cose. E di restituire l’esperienza di quella stessa immersione a tratti, con gentili, melanconici e frammentari suggerimenti, come le porzioni di figure umane nei quadri di Hopper restituiscono la notte.
    Ma la parola di Eva Laudace non ha bisogno di paragoni per emergere: pur se ancora in crescita - e lo si vede dalla trappola concettuale della ripetizione di alcuni nomi, dove al protagonista mare s’affiancano, molte volte, la neve e l’inverno - la sua poesia reca con sé, oltre al segno inconfutabile di un dolore adulto, una cifra stilistica di rara limpidezza; chiara, precisa come un orizzonte, dov’è assolutamente assente la banalità del desiderio d’esibirsi assomigliando ai propri maestri (veri o presunti). Perché questa “Sfuggenza” che le viene attribuita sta forse in questo: nel suo del tutto autonomo saper prendere per mano e poi lasciare, nel condividere una scia di vita privata e nel lasciare al pubblico l’onere di completarla in senso universale, senza alcun tipo d’obbligo o di vincolo. Leggere “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” significa iniziare a nuotare in compagnia e arrivare dall’altro lato della riva in completa solitudine. Che è poi quella presenza vera - e mai sfuggente - che annega nell’acqua di cui è fatta tutta l’opera: la comprensione di uno stato umano primordiale al pari degli elementi naturali, e la sottile ma costante lotta - intestina, quotidiana - perché quel medesimo stato cambi. Altrimenti «non so più dormire / c’è come un grido nell’aria».
    Forse c’è speranza, dunque, che il poeta torni ad esser vate: a mostrarsi sotto il velo, insieme con il resto del mondo, senza vanto, ma per consapevole e paradossale istinto. Per quella «fede mia riposta / che mi tiene schiava / mentre scrivo poesie / per tutto il resto della vita», come dichiara Eva prima di prendere il largo verso l’ultima (e la prima) pagina bianca.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • “Figli dello stesso padre” di Romana Petri è stato canditato al Premio Strega. Narra la storia di due fratelli, o meglio fratellastri, Germano ed Emilio, nati dallo stesso padre, ma con madri diverse. Loro sono diametralmente opposti, l’unica cosa che sembra accomunarli è l’amore, e la devozione, e anche la rabbia mista a delusione per quel padre Giovanni, affermato designer dall’animo appariscente. Germano è il primogenito, e non ha mai veramente accettato il divorzio del padre con sua madre, è il figlio preferito di Giovanni, e vede Emilio come la disgrazia e la mina che ha alterato quello stato di serenità che era solito vivere. Emilio invece ha vissuto un altro tipo di delusione, trauma, quello dell’essere il figlio non cercato, non voluto, venuto quasi per sbaglio, che cerca affetto nel padre e in Germano. Dopo un lungo silenzio tra i due fratelli, i due si rincontrano in occasione della mostra di Germano a Roma. I due hanno delle vite completamente opposte, l’uno artista sregolato, che ha un rapporto morboso con la madre, e che non riesce ad avere relazioni stabili per paura di legarsi, l’altro seppure ha una famiglia felice ha tutti i suoi demoni passati che costantemente lo vengono a trovare e che gli ricordano tutte le cose spiacevoli che ha dovuto subire, affrontare.
    Nel libro i diversi punti di vista si alternano ognuno con la propria visione, anche la figura del padre è presente nella narrazione, ed è tutt’altro che figura marginale. Un libro che narra di un incontro, del passato, di un presente che è destinato ad essere riscritto.

    “I loro sguardi ogni tanto si incrociavano e sembravano dirsi solo una cosa: riappacifichiamoci o dichiariamoci guerra per sempre, ma facciamolo per bene, e prima di morire.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Un uso qualunque di te” è un libro a più velocità. Il titolo è accattivante, malinconico, rassegnato. Salta all’occhio perché ricorda quella trasandatezza a cui tutti aspiriamo, in un momento della nostra vita: il potersi lasciare andare, il potersi trascurare, fare un uso qualunque di noi.
    Quando la lettura inizia, si è in media res: è successo qualcosa, qualcosa di grave, la protagonista Viola non è raggiungibile, non viene a sapere subito cosa è successo a sua figlia, e racconta usando la prima persona come vive l’annuncio di un dramma in corso. Sara Rattaro è bravissima e incisiva in determinate frasi; è mozzafiato, costringe a centellinare le prime pagine, perché intense e abili nel rendere l’idea di cosa accade dentro di noi i primi istanti dopo una brutta notizia. Sentirsi un castello di carte, sentirsi riempire di segatura.
    Quando la lettura prosegue, l’attenzione continua ad essere calamitata qua e là da pillole di pensieri che innescano riflessioni sulle relazioni, sui rapporti umani, sui tradimenti, e sull’abisso tra il sapere quello che va fatto e il farlo veramente. La protagonista cerca di condividere, o giustificare, agli occhi dei lettori, di sua figlia Luce e di suo marito Carlo i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue cadute, dettando tempi diversi alla lettura, ora più lenti, ora in eccesso, ora più risolutivi. L’operazione non è facile da condurre, senza scadere nel patetico o nel vittimismo, ma per fortuna la narrazione è puntellata di una scrittura capace e abile, e si passa volentieri ad un altro libro della stessa autrice.
     
    “La dipendenza altera i comportamenti.
    Una semplice abitudine si trasforma in una ricerca esasperata La ricerca di quello che ti dà piacere. Ma a un certo punto qualcosa cambia e la rotta s’inverte. Smette di farti bene e inizia a farti male. Ogni giorno di più perché, purtroppo, per quanto ci stia lentamente uccidendo, rinunciarci è peggio.
    L’amore è una dipendenza”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Metafisica dei tubi” è la biografia dei primi anni di vita della scrittrice belga Amélie Nothomb, c’è chi magari si ricorda solo degli  sporadici episodi accaduti nella tenera età, invece lei no, con arguta brillantezza ci presenta il suo iniziare a vivere, lei sue prime esperienze, il suo approcciarsi al mondo. Sicuramente una biografia dei primi tre anni di vita non convenzionale, affetta da una estrema apatia, cresciuta e ritenuta come un essere vegetale – pianta – non parla, non emette suono, sembra vivere nella sua assoluta assenza, quasi solo ad occupare uno spazio che le è stato assegnato e che lei non è disposta ad oltrepassare, a sconfinare, a provare a varcare.
    “In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente. Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c’era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l’immobilità. Dio era soddisfazione assoluta. Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Dio non viveva: esisteva. L’esistenza non aveva avuto per lui un inizio percettibile”.
    Nata e cresciuta in Giappone, niente e nessuno la farà cambiare, la toglierà da quello stato di apparente inettitudine che sembra caratterizzarla, fino a quando passati due anni, lei scoprirà il piacere e l’amore per il cioccolato, e così darà voce finalmente attraverso la fonetica del sentimento alle sue parole, mai dette a caso oltretutto. Narcisista, una spugna fonte di tutto ciò che la circonda, una bambina particolare, una lirica all’osservazione costante mai scontata; una scrittura che è evocativa, sarcastica, ma anche tributo alla forza delle parole che solo se dette in un determinato modo acquistano il valore necessario.
    […] “Tubo sei e tubo tornerai”, perché in  fondo siamo dei tubi tutta la vita, che inglobano e espellono cose e pensieri, e alla fine ingloberanno ed espelleranno polvere e terra.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Nel verso libero, sciolto, come un aquilone sfuggito dalle mani di un bambino, la poetica di Michela Zanarella si libra tra le nuvole. Cielo e terra si toccano, attraverso la parola. Forti e ben profonde sono le radici; alberi, piante e pietre e ancora crepe di orizzonti si delineano a tracciare fasci di luce. In un respiro profondo giungono odori di glicine e rose. La luminosità è presente ovunque ed è percepibile attraverso il filtrare di ombre, ad accendere le emozioni. Distese di verde fermano il tempo: “Quando il tempo è un ripetersi di età ed ombre in attesa, si sta come l’aria accanto a distese di verde”. Nello scorrere  di stagioni che annunciano il rinnovo, la positività, la  fiducia e la speranza vengono materializzate e dipinte con i colori della natura “il colore ed il nero, in un ripetersi d’esistenza”… così la poetessa dipinge le emozioni che “hanno radici come la storia”. Quaranta liriche che, accarezzando l’aria, compongono “Le Identità del Cielo” , questo il titolo del tomo pubblicato da Lepisma Edizioni, ed è guardando al cielo che Michela Zanarella riesce a far trasparire la luce ovunque, facendo dono al lettore della soave leggerezza dell’anima, che induce ad una personale meditazione attraverso una espressione elegante, gentile e forbita di versi puliti e limpidi, che non mancano dell’omaggio ad Alda Merini, ad Antonia Pozzi e all’amata città dov’essa vive,  Roma.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

    • Io e te
    • 02 gennaio 2014 alle ore 18:13

    È possibile diventare grandi in una settimana? No, realmente. In un romanzo sì. Almeno, è quello che ha sperato Lorenzo, il protagonista. Niccolò Ammaniti racconta una storia che appare vera a tratti. Già vista, forse, secondo alcuni schemi quadrati comuni di vita vista negli altri o vissuta. Bellissima, ancora, per il contenuto.

    Lorenzo è una ragazzino di quattordici anni. È nevrotico come quelli della sua età. Ce l'ha col mondo, il suo, quello in cui pare vivere schiacciato dalla pesantezza che vuole il passaggio, certo, dall'adolescenza all'età più o meno adulta che arriva qualche anno dopo per tutti. Lorenzo è schiacciato dal suo mondo, sì. Ma essendo suo, il mondo, lo conosce bene. Così come conosce bene quelli che gli stanno attorno, i familiari, che giudicano, sentenziano, gli dànno problemi. E allora parte per una settimana sulla neve con gli amici di scuola. Parte per finta. Perché nessuno lo ha invitato, perché in quella settimana bianca non ci è mai andato. Si rinchiude nella vecchia cantina del palazzo circondato da lattine di coca-cola, cibo in scatola e il gioco preferito. Ha un compito per quest'ultimo: distruggere il mostro. Ma i mostri, si sa, mica li distruggi col virtuale. E allora va, Lorenzo. Va a sdraiarsi sul divano che sta nella cantina, va a rispondere alla madre che lo chiama al telefono continuamente per chiedere "Tutto bene?".  E lui: "Sì". "C'è neve?" "Un po'".

    Ammaniti racconta, descrive i particolari con maestria. Niente è affidato al caso della narrazione. E in questo lo scrittore dimostra di possedere mezzi validi, giusti.
    "Potevano essere le tre di notte e io galleggiavo, con le cuffie in testa, nel buio, giocando a Soul Reaver quando ho avuto l'impressione che ci fosse un rumore nella cantina. Mi sono tolto le cuffie e ho girato lentamente lo sguardo. Qualcuno bussava contro la finestra. Ho fatto un salto indietro e un brivido mi è scivolato sulla schiena come se avessi dei peli sul dorso e qualcuno li stesse accarezzando. Ho soffocato un urlo. Chi poteva essere?"

    Chi poteva essere? È Olivia Cuni, la coprotagonista che si presenta a metà del romanzo. Bella, magra. Troppo. Olivia è la sorellastra di Lorenzo. I due si sono visti poche volte prima del nuovo incontro. Olivia cerca aiuto perché non sta bene. Ammaniti dà al quattordicenne Lorenzo l'espressione dell'età, anche in questo caso, che viene tradotta con il bene umano dettato dall'essere un ragazzino. I ragazzini sono buoni. E Olivia diventa ospite della cantina per qualche giorno. I due sopravvivono alle difficoltà della clausura, si aiutano, si menano, si ringraziano. E poi stringono un patto per la vita. Sarà breve. Com'è breve la sopportazione di Olivia soggetto di dipendenza dalla droga. Sarà breve come il romanzo, 112 (centododici) pagine che raccontano il vissuto bambino mio, tuo. Pagine che leggi in fretta senza accorgerti della fine. Come per l'adolescenza.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari