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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
    • Fuoco
    • 07 novembre 2016 alle ore 21:02

    Fuoco, il secondo romanzo di Alessandro Moschini, mette in luce l'elaborazione di una trama che è frutto di una ricerca storica dalla quale dipanano confluenze unificanti o meglio, un'unica sorprendente trama che, come il percorso di un'antica sorgente si dirige e trova inesorabilmente una foce frastagliata, il delta convergente in divenire mosso, quasi privo di una conclusione a chiusura del tutto. L'autore si serve e gioca sapientemente con parallelismi e distanze temporali, linearità di struttura linguistica e di suspanse, verità e immaginazione, mistero, attrazione e simbolo (si pensi al fascino richiamato da un tatuaggio che trasporta in una situazione altra, quasi onirica, la rosa, fiore sacro a Venere, ma che ha in sé fin dall'antichità una certa connotazione funeraria) il tutto calato in una realtà vicina ad un'ambientazione ed a luoghi caratteristici della Valdinievole toscana, rivisitato bacino di affetti, accadimenti e colpi di scena.
    L'amore è il filo conduttore, collante di verità lontane, uniche e intrappolate nel tempo. Quest'ultimo diventa simbolo della caducità di ogni cosa e avvalendosi del doppio principio insito nel flusso che lo distingue, risulta essere distruttore da un lato, abbracciando senza possibilità di uscita un fatto accaduto e destinato a ripetersi, e conoscitore dall'altro, in quanto contributore del trionfo delle verità contro insidie, vizi, calunnie, divenendo l'equiparazione simbolica dell'infinito quale elemento che permette di ritrattare e trasporre la vicenda nella contemporaneità, dove il lettore si ritrova e sa di riconoscersi.
    Vita - Morte - Amore, un tris di significativa simbologia, il rinnovarsi ciclico attraverso la nascita, principio cosmico di generazioni ed evoluzione perpetua contro la fine di ogni principio vitale e ineluttabile destino, che assume quasi una funzione oscura, mirata ed elettiva rendendo eterni i personaggi che si riscoprono, ricordando un certo filone letterario e cinematografico legato allo Sturmundgrund romantico.
    Il fuoco stesso, che ha in sè fin dall'antichità una valenza rinnovatrice della dimensione umana dell'esistenza, è il più ambiguo fra tutti gli elementi, in quanto alterna affascinanti contraddizioni e purifica e distrugge, è luce e calore e al contempo violenza senza fine e fiamma (celeste o divinità infernale), diventa dunque simbolo e metafora dell'accadimento.
    Si valorizza la preziosità di un sentimento quale principio motore dell'universo che, non a caso, è correlato a divinità e antichi simboli, quali appunto, la vita e la morte, soltanto esso può sopravvivere di se stesso e rendere irripetibile la vita, così che ancora una volta per amore è possibile morire, e ancora una volta per amore è possibile rendergli giustizia, al di là degli esiti.

    [... continua]
    recensione di Adua Biagioli Spadi

  • “Il drago non si droga” di Walter Lazzarin (RedFox 2015) è un prodotto narrativo adorabile, dal tono garbato e dai contenuti intelligenti, che racconta di un “quasi” rapimento ma passa attraverso la coscienza dei bambini. Lo sguardo resta basso, a misura dei piccoli anche quando si sposta sugli adulti, che forse per l’occasione rispolverano il loro lato più semplice, semplificando a loro volta anche le introspezioni. Ci sono una mamma con il senso di colpa, un papà senza una famiglia, una coppia senza indipendenza, ma al centro della storia ci sono soprattutto Giacomino e il suo pupazzo Prezzemolo, il drago di Gardaland: è lui il suo fedele amico, il suo grillo parlante, il collegamento con i suoi amichetti Elio e Pollo, che, come tutti i bambini, sono un po’ magici.
    La scrittura procede a un ritmo sano, senza sbrodolarsi. Le descrizioni sono sempre essenziali e si avvalgono spesso di rapide metafore molto efficaci. Ci vuole talento a essere sintetici e Walter Lazzarin lo ha. Il lavoro di editing può competere con quello di una grande casa editrice, ogni cosa risponde alla grammatica interna al romanzo e non fa una grinza. Tutto è in sintonia con la personalità carismatica dell’autore, protagonista dell’avventura “Scrittore per strada”: un vero e proprio tour per le città italiane, in cui Walter Lazzarin si trasforma in un busker della scrittura e dedica ai passanti piccoli tautogrammi realizzati al momento con la sua Olivetti.
    Da ottobre 2015 a luglio 2016 incontrarlo significa anche ascoltarlo raccontare questo suo terzo libro, che mette in campo alcuni luoghi comuni per guardarne le sfaccettature per verificarli e a volte, ironicamente, confermarli. Per esempio: è vero che con i “drogati” non ci si deve parlare?

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Dieci minuti per vivere. Dieci minuti per cambiare prospettiva. Guardare da un caleidoscopico e sbirciare tutte le combinazioni.
    Questa sembra la strada suggerita da Chiara Gamberale in "dieci minuti". Un matrimonio naufragato che trascina con sé ricordi e crea insicurezze. Invece di ballerini che danzano insieme si è divenuti due pugili. Un incontro terminato dalla fuga dell'altro, ex amico, compagno, marito. Il dolore ha preso il sopravvento per poi scemare e lasciare un caos primordiale. Come reagire? Analizzando, lavorando e consigliandosi con la propria psicologa. Che da esperta del settore ha suggerito un gioco: ogni giorno per dieci minuti bisogna fare qualcosa di nuovo. Obiettivo? La felicità.
    "Dieci minuti" è il diario di questa avventura che ha portato la protagonista a riscoprire i suoi familiari, gli amici e soprattutto se stessa. Nietzsche scriveva: "Ciò che non uccide fortifica". In dodici mesi il quotidiano ha preso nuove sfumature, il quartiere è divenuto sinonimo di "casa" e l'ex marito è scomparso. Un libro incantevole che coinvolge il lettore tra sorrisi e riflessioni. Un'opera biografica in cui ognuno si può ritrovare.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Stephen King si ripete. Ed è sempre diverso.
    Non è un gioco di parole né un ossimoro - chi s’intende di classici lo sa abbastanza bene - ma il semplice frutto di una lettura come quella di “Chi perde paga”. Secondo capitolo della ‘trilogia di Bill Hodges’, il detective che nell’episodio precedente seguiva le tracce del killer dell'automobile detto “Mr. Mercedes”, il nuovo libro del Re del Brivido dimostra che, nonostante le reiterate (e noiose) accuse di ghostwriting e qualche, effettiva caduta di stile, la mente dell’autore è ancora in grado di produrre storie che sappiano eguagliare positivamente le aspettative. O superarle.
    “Finders Keepers” - il titolo originale, dal nome della società gestita dal detective Hodges assieme all’amica Holly - si apre con un ritratto ‘più che kinghiano’: quello dello scrittore in pericolo. Che si biforca, dopo molte pagine, per passare dal punto di vista - differente ma quasi mai opposto - del lettore.
    ‘Ci sono molti modi’, parafrasando una vecchia canzone, di sviluppare un racconto, e King questa volta sembra aver pescato, metaforicamente, fra quelli giusti. Il suo thriller vola basso, fra una proiezione nel passato e l’altra nel presente, fra i pensieri dei protagonisti come degli antagonisti, ristabilendo uno ad uno i nessi. E, come spesso accade nel suo caso, impennando e lasciando esplodere la tensione nel corso delle ultime cento pagine, con un finale aperto capace di increspare la pelle anche del più coraggioso.
    Ma, soprattutto, il cuore alla crema di “Chi perde paga” sta nella straordinaria - perché sottile e insieme profondissima - lezione sull’arte della scrittura e sul suo ruolo nella vita degli uomini che King mette assieme. Nel discorso sull’umiltà e sulla vera umanità: mai nominate perché, in sostanza, ‘fatte di fatti’, di convinzioni e di azioni. La storia ci ha insegnato che i libri migliori non svelano la verità a colpi di aforismi ma la fabbricano con e fra le righe. Chissà che questo “Chi perde paga” non faccia parte di questi ultimi; solo il tempo potrà dirlo.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Torna la saga di millenium, con un nuovo volume firmato da una penna esclusiva: David Lagercrantz.
    Noto scrittore e giornalista che a distanza di dieci anni dall'uscita di "Uomini che odiano le donne", prosegue la famosa saga di Stieg Larsson.

    Lo stile e' molto differente da quello dell'autore originale ed anche i protagonisti assumono forme diverse.
    E' come se la storia abbia realmente risentito del trascorrere del tempo, maturando.
    "Quello che non uccide"e' una lettura interessante, non sempre semplice che avvicinerà il lettore al misterioso mondo scientifico- matematico dei buchi neri ed i numeri primi.
    Molti i rimandi anche alla psicologia e psichiatria infantile.

    Tutto infarcito con complotti internazionali, hakeraggi e morti sospetti.
    Perché nulla e' come appare.
    Una lettura accattivante che rapirà il lettore e lo condurrà su sentieri inaspettati e sorprendenti insieme, nuovamente al  famoso giornalista investigativo Mikael Blomkviste e l'hacker Lisbeth Salander.
    La trama è molto particolare:
     "Millennium", rivista  d'inchiesta  e molto popolare, ha risentito della crisi editoriale e  non naviga in buone acque.
    Mikael Blomkvist,  giornalista a capo della celebre rivista  non sembra più molto popolare.
    In molti ipotizzano e spingono per un cambio di gestiione e rinnovamento della testata giornalistica.
    Passato e presente si intersecano, crea un futuro dubbioso e fosco.
    Frans Balder, autorità mondiale nel campo dell'intelligenza artificiale, genio dell'informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, invita  Mikael Blomkvist per uno scoopo.
    Inoltre  Balder è in contatto con una super hacker: Lisbeth Salander.
    La giovane donna ed il giornalista si troveranno nuovamente fianco a fiancoin una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell'Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale.
    Inseguimenti unici e testimoni particolari come un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l'elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.

     

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

    • Calipso
    • 13 novembre 2014 alle ore 21:18

    Una raccolta di poesie è sempre un viaggio nella mente e nel cuore di chi le scrive. Il poeta si mette a nudo, lascia cadere le sue difese e rivela la sua parte più nascosta. Proprio per questo, le raccolte di poesie sono, a mio parere, le più difficili da recensire.
    Come si fa a rencensire degnamente un insieme di emozioni così profonde e personali?
    Permettetemi e scusatemi pertanto se le poche parole che scriverò non renderanno giustizia alla bellezza di ciò che ho letto e riletto in queste sere.
    Si dice che i numeri siano infiniti, mentre le parole no, però le parole si possono usare un infinito numero di volte per esprimere innumerevoli sfumature: paesaggi, immagini, stati d'animo.
    C'è anche chi dice che una poesia non è tale se non è in rima, lunga e prolissa.
    Il poeta Paolino, con questa collezione, dà prova di riuscire a trasmettere al lettore svariate emozioni e ci dimostra anche che a volte basta poco per descrivere tanto.
    La poesia, ripeto, è nel cuore, nell'anima del poeta e Paolino, in poche righe, riesce dipingere l'universo che è dentro di lui.
    Da una manciata di versi, selezionati, ponderati e strutturati con estrema cura, esce un'opera d'arte, una scultura - come accenna l'autore stesso nell'introduzione alla raccolta - che è completa nella sua semplicità.
    Sono versi disarmanti. A volte ci tolgono il respiro, altre ci danno filo da torcere per comprenderli, ancora ci scuotono profondamente, e sempre e comunque risuonano dentro di noi come una eco che non ci vuole lasciar andare.
    Mi piace pensare alle poesie di Paolino, e dei grandi poeti in generale, come a un buon rum davanti al caminetto in una sera d'inverno.
    Alla fine la poesia è un sorseggiare le parole e godere del retrogusto che esse ci infondono in funzione dello stato d'animo in cui ci troviamo, sia esso felice, malinconico o anche infuriato.
    Qualsiasi emozione scaturita da una poesia, in positivo o in negativo, è fondamentalmente un brindisi all'arte.
    Salute!

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • “Lei usa la rete io l’amo” è un libro che va preso e sfogliato così, senza avere per forza la consequenzialità che si ha per gli scritti in generale. Si raccologono  frasi e citazioni di persone comuni che hanno a che fare con il mondo del web. Si tratta di brevi frasi o parti di discorsi caraterizzate dal condensare in poche parole un insegnamento filosofico o morale, ma anche delle considerazioni ironiche o critiche sulla società. Non mancano inoltre frasi e pensieri romantici, teneri, oltre a riflessioni che prendono spunto da autori famosi.
    L’intelligenza profonda dell’autore svela e rende le contraddizioni, i drammi, la violenza e la stupidità nascosti sotto le apparenze del reale: sì, perché è vero che i pensieri dell’autore sono attinti dalle sensazioni della realtà fisica, ma è anche vero che questi permettono di entrare nel mondo intangibile dei pensieri e delle emozioni. È per questo che il reale diventa pura apparenza e “realtà” chiusa in un guscio che non aspetta altro che essere scoperta. Massime, sentenze, definizioni che in brevi e succose parole riassumono e racchiudono il risultato di considerazioni, osservazioni ed esperienze anche quelle più riservate.  E al pari di altri scrittori che indagano la vita quotidiana, anche Vittorio Salvati fa lo stesso: “I poeti non hanno pudore verso le loro esperienze intime: le sfruttano”.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • L'Aforisma viene così definito: "massima che esprime in forma sintetica un pensiero morale o un sapere pratico". Ciò che scrive a tal proposito Guido Rojetti, autore di oltre duemila aforismi è: "L'unica cosa che un aforisma deve spiegare sono le ali". Ed è ciò che fanno i suoi aforismi pubblicati nel tomo di 298 pagine dal titolo "L'amore è un terno (che ti lascia) secco", un libro auto-pubblicato con Youcanprint, il più importante self-publishing italiano.
    L'autore, alla sua prima pubblicazione, si è classificato al primo posto al Premio Internazionale per l'aforisma "Torino in Sintesi" che, giunto alla IV edizione, si è svolto in Ottobre 2014 a Torino. Un concorso unico nel suo genere che in tempi come questi di comunicazione veloce conferisce all'aforisma la giusta collocazione quale messaggio breve ma intenso e diretto. Rojetti offre al lettore, con i suoi aforismi a volte ironici, altre sarcastici, pungenti, velenosi, filosofici, irriverenti, una carrellata di massime, pensieri e riflessioni su molteplici temi tra cui l'amore: "Un amore che inizia con la A maiuscola deve tener conto di tutto l'alfabeto"; "L'amore ci suscita più gioia di quanto il dolore ci affligge"; il matrimonio: "Terra senza mappa per esploratori dell'ignoto"; la vita: "La vita è la migliore delle iniziative con il peggiore dei finali", e ancora: "Nella vita si cerca lo scopo, e in noi, il mezzo per raggiungerlo", non mancano le definizioni, allusioni, deduzioni rivelazioni ai comportamenti umani maschili e femminili (in quanto a quest'ultimi lascio al giudizio dei lettori le considerazioni che l'autore esprime al riguardo) distaccandomi e ponendo lo sguardo su alcune idee raccolte che spuntano qua e là tra le pagine come germogli di pensieri che si sfogliano come stagioni: le mutevoli stagioni del cuore. Ogni aforisma potrebbe essere l'incipit di una storia già accaduta o ancora da vivere: "Non c'è desiderio più grande di quello che non si è realizzato", scrive saggiamente l'autore. Riflessioni sulla "punteggiatura", giochi di parole in rima, in grafica, assonanze, doppi sensi ruotano intorno alla parola "Amore" intesa nel più ampio dei suoi significati (non mancano riferimenti a Shakespeare e ai suoi sonetti, a Keats o ai Poeti Maledetti) che con ironia conduce il gioco della vita anche nei simbolismi contenuti nel Titolo "L'Amore è un terno (che ti lascia) secco" raffigurati sulla copertina dove il terno... secco: 7 Eros, 77 Innamorati e 69 Separazione, la dice lunga.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • "Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nel portafogli, e i documenti negli archivi… Erano combustibile. Forse se vivessimo in una società senza carta… papà sarebbe ancora vivo.”
    Oskar Shell ha 9 anni ed una missione: cercare qualcosa che si apre con una chiave trovata in una busta dentro un vaso che ha acquistato suo padre (morto nell'attentato dell'11 settembre alle Torri Gemelle). Sulla busta una sola parola: Black. Cosa aprirà mai quella chiave? Avrà a che fare con il sesto distretto di New York che è sparito perchè ha lasciato posto al Central Park? Sta di fatto che con il giovane Oskar in giro per le strade alla ricerca del suo tesoro, noi conosciamo la vera New York (quella dell'11 settembre con le stesse immagini che imperversavano a tormentone a tutti gli angoli delle strade, e quella che è stata e che è, dopo "il giorno più brutto").
    Assieme a quella di Oskar, un'altra figura afondamentale è quella del nonno: ha una storia unica, emotiva, muta (non parla ma scrive per comunicare sia con se stesso che con gli altri). Cosicchè la sua vita, da Dresda a New York, è un alternarsi di frasi e parole, a partire dal "Si" e dal "No" tatuati sui palmi delle mani: un monologo fatto di spazi bianchi e neri in cui si cerca la strada del coraggio di vivere, di ricordare, di dimenticare, di conoscere il nuovo e lasciare indietro il passato in un angolo di mondo. 
    Descrittive ed epistolari, le pagine di questo romanzo a tratti tolgono il fiato per la loro veridicità e a tratti sono semplici e genuine come la vita quotidiana di coloro che restano a guardare ciò che accade dentro e fuori dal cerchio dell'esistenza.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Ha solo venti anni e già ha esordito con un romanzo di un certo spessore. Melanie Tedeschi classe 1992 ha appena riempito gli scaffali delle librerie col suo volume d’esordio dall’emblematico titolo “I prescelti e il potere degli elementi”.
    Questo fantasy rappresenta un insolito connubio fatto di elementi fantastici (come il magico regno di Classolt) e problemi reali con cui le nuove generazioni quotidianamente si devono misurare. La pubblicazione di questo libro, indipendentemente dal numero di copie che venderà, è già un successo. Infatti, la sua stessa stesura dimostra che nelle nuove generazioni ci sono tanti sani principi che resistono nonostante erediteranno un paese che è allo sbando.
    Il libro, nonostante sia sostanzialmente rivolto a un pubblico giovane, credo che la sua lettura possa risultare piacevole a tutte le persone di ogni età e di qualsiasi livello culturale.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Erri De Luca racconta il mare. Non inteso per chi ci abita su iscrizione divina: ma per chi lo coglie in affitto. E non parlo di barche e pescatori, moli e uccelli affamati di piccole pinne. Ma di un essere umano come delfino. Strano? Strano. Già, perché Irene è una donna che vive con questi meravigliosi cetacei grigi. Un po' surreale, certo. Come ci è arrivata non ha un’importanza fondamentale ai fini del racconto. Ciò che è importante e che dà furore alla narrazione è la storia di Irene. Irene, come detto, vive con i delfini. Per essere precisi, “Irene si unisce ogni notte alla famiglia dei delfini, undici con lei, guidati da una femmina adulta”. Irene non parla con nessuno degli abitanti dell’isola che affaccia sulla distesa azzurra. Non parla con nessuno tranne che col coprotagonista della vicenda: Erri De Luca. Non si firma, l’autore. Non si autodefinisce parte della storia. Ma è chiaro dalle prime pagine che l’assistente scelto è lui. Tutti credono che la giovane donna sia sordomuta. Non è così. Perché Irene parla e lo fa con l’accento dialettico giusto. Irene racconta. Racconta e elogia gli animali di mare che l'hanno accolta come una figlia. De Luca ascolta. E scrive.

    “Irene che mi mette soggezione quando mi guarda in faccia, mi sta facendo venire umido agli occhi. E mi sto fermo, senza spalancare le braccia magre per un’accoglienza. Così mi cadono dagli occhi un paio di gocce. Lei le raccoglie al volo e se le mette in bocca. Sono buone, dice. Sono uscite le barche per la pesca notturna ai calamari, fanno uno spargimento di lampare. Pare che’e stelle so’ cadute a mare, dice la strofa di una canzone del paese mio”.

    La poetica, la musicalità delle parole scritte da De Luca è entusiasmante. I tratti caratteristici della dialettica d’origine, quella partenopea, avvicinano il lettore all’infanzia dello scrittore. Un’infanzia che viene condivisa con alcune frasi che accompagnano la storia di Irene. Come quando i ricordi percorrono i tragitti che il bambino Erri faceva per ascoltare la nonna. Tragitti di parola. Ma la storia di Irene non è l’unica a essere raccontata nel libro eponimo. Infatti lo scrittore dedica, due dei tre capitoli, l’uno al padre Aldo, l’altro a una vicenda, “Una cosa molta stupida” accaduta per Napoli. Due storielle dirette, che sanno di vero. Due storielle che De Luca vuole raccontare ricordando i dispiaceri della guerra, prima, dei vicoli, dopo. Ma sempre con gusto, senza dimenticare il sapore del mare che tocca le mani e estende i pensieri.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • “Aveva un debole per i ragazzi Burgess. Credo che fosse perché tutti e tre avevano sofferto pubblicamente, e anche perché tanti anni prima era stata la loro insegnante al quarto anno di catechismo. Erano i suoi prediletti. Jim, perché sentiva che perfino allora era già arrabbiato e si sforzava di controllare la sua rabbia, e Bob, perché aveva il cuore grande. Non era molto interessata a Susan. 'Non era simpatica a nessuno, per quanto ne so', mi disse un giorno”.

    E’ il primo libro che leggo della Strout, già molto apprezzata dai lettori, e vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 per la raccolta di racconti dal titolo “Olive Kitteridge”.
    La vicenda si svolge nel Maine, dove sono nati Jim, Bob, e Susan, chiamati da tutti “I ragazzi Burgess” che dà titolo al libro. I due fratelli hanno lasciato la loro terra per il Brooklyn, l’unica a restare nella terra d’origine è Susan, che lasciata dal marito, si è ritrovata completamente sola, con un figlio a carico, Zachary.
    Susan è una donna silenziosa, ma anche molto strana agli occhi degli altri, un po’ scontrosa, e quasi in lotta con il mondo.
    Jim è diventato, grazie alla risoluzione di un caso mediatico, un avvocato di successo, al contrario del fratello Bob che dentro di sé combatte ancora con vecchi conflitti, e ferite mai rimarginate. Bob ha visto davanti a sé accadere una serie di catastrofi che gli hanno cambiato totalmente la vita: prima il padre, poi la scoperta della sterilità, poi la moglie.
    In una sera silenziosa il telefono squilla nella casa di Jim, è la sorella in lacrime che è preoccupata, e disperata perché suo figlio sta per essere arrestato. Zachary ha compiuto un gesto inspiegabile: ha lanciato una testa di maiale surgelata nella moschea, durante il periodo del Ramadan, sconvolgendo tutti.
    Come mai questo gesto? Così Jim dovrà rinunciare ad una vacanza con la moglie, per ritornare nel luogo da dove è scappato, dove sono seppelliti vecchi fantasmi, nella terra delle apparenze.
    La scrittrice riesce bene a smuovere i sentimenti dei personaggi e ad incastrare le loro vite, mostrandoci la loro fragilità, il passato che non passa mai, le loro intime debolezze. Inoltre ci presenta una realtà americana dove il rapporto multiculturale non ha ancora preso piede, e le paure ancestrali dell’uomo, sbagliando prendono il sopravvento.
    Da leggere per scoprire la storia di questa famiglia, la loro fragilità, e la complessità dei rapporti umani che sempre ci portiamo dietro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Accettazione; questo il messaggio con il quale Guido Mattioni scolpisce un'opera d'arte a inchiostro. Definire "Ascoltavo le maree" un romanzo non rende giustizia all'autore, più appropriato definirlo un saggio, un percorso netto, come si usa dire in gergo ippico da concorso a ostacoli e l'ostacolo più arduo da superare, per il protagonista di questa favola, consiste nell'accettare il destino e cavalcarlo per come esso si è delineato, senza rimanere a crogiolarsi, in un pozzo senza fondo di nebbia inquinata, nel ricordo. Ciò che più colpisce è l'attenzione portata per le sfumature, fin dalle prime righe si riesce a percepire di trovarsi davanti a una fonte di ricchezza per lo spirito difficilmente rintracciabile ormai tra gli scaffali e le mensole di questo misero paese.
    Il trascorrere del tempo scandito dagli odori, la contemplazione del silenzio attraverso la compagnia di un gatto, una statua propensa, e portata, all'ascolto più dell'uomo, la devozione per l' acqua, divisa tra fiume e oceano, dolce e salata come queste duecentotredici pagine capaci di stupire quanto una marea. La consapevolezza di essere riuscito a comprendere che l'unica via di fuga dal dolore è quella di andarlo a scovare dove se ne sta rintanato e affrontarlo.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • “Le colpe dei padri” di Alessandro Perissinotto, candidato al Premio Strega 2013, ci pone due realtà a confronto, due Torino, una degli anni ’70 e una dei tempi ‘2000, e quindi contemporanei. Il protagonista è Guido Marchisio, un uomo di potere, separato, che vive con una donna molto più giovane di lui, abita in una casa molto grande, ed è benestante. E’ dirigente di un’azienda multinazionale, che sta attraversando un momento di ridimensionamento, deve decidere quali persone mandare in cassa integrazione e quale licenziare.
    Guido vive una vita molto agiata, e felice, sembra che nulla possa intaccare questa armonia. Un giorno, entrando in un bar un uomo lo scambia per un certo Ernesto Bolle, rivelandogli che quest’uomo è come lui, ha il colore degli occhi diversi, ha il neo sotto uno di essi. Guido rimarrà sorpreso, e infastidito da quanto appreso, e numerosi demoni interiori cominceranno a farsi spazio nel suo animo. Chi è questo Bolle? Tutti abbiamo un gemello al mondo. Tramite questa rivelazione la storia tornerà indietro, presentandoci quegli anni ’70: di rivolta, di scontri nella piazza, di criminalità con l’avvento delle Brigate Rosse, di vittime innocenti. E riproiettandoci verso il ‘2000: fatto di lotte sindacali infinite, di rare manifestazioni in cui la voglia sottesa non è quella dell’esercizio dei diritti, ma la mania di protagonismo, la cassa integrazione, i numerosi suicidi.
    Un romanzo d’indagine, che risulta molto attuale, che scava nel passato per far fuoriuscire la condizione del presente: "La morte non conosce gerarchie - scrive parlando di quelle vittime - ma è pur vero che, degli anni di piombo, alcune vittime riposano in un pantheon privilegiato, visitato periodicamente dai media, dagli storici, dai documentaristi e altre giacciono in cimiteri alla periferia della memoria, in cui solo i parenti più stretti portano fiori".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Stephen King ha detto: «Il talento da solo vale poco. Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro». Un principio quanto mai esatto, nonché incoraggiante, che “Writers and Readers”, progetto di Davide Giansoldati e Ivan Ottaviani, conferma in toto. E il libro “Scrivilo!” non ne è altro che la messa in forma scritta, il manifesto. Configurato come vero e proprio manuale in cui sono condensate regole, iniziative, esercitazioni e sfide ideate dai fondatori del workshop, “Scrivilo!” è uno scorrevolissimo excursus fra i trucchi del mestiere dello scrivere e del leggere. Perché, per citare ancora King (a sua volta citato nel volume), «Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto». Ed è, questa, un’altra delle idee alla base di “Writers and Readers” - come, del resto, suggerisce il suo stesso nome. Dove, con rara umiltà, non si perde tempo nel parlare di bravura, qualità e altri ‘doni’ che fin troppi promettono senza effettivamente, e per naturalissime ragioni, poterli offrire.
    In “Scrivilo!”, come nel progetto di cui esso è promotore e insieme sintesi e sistematizzazione, è reso semplicemente il concetto - in aggiunta alle tecniche necessarie a realizzarlo - dell’imparare a comunicare sfruttando al meglio le proprie innate attitudini, in virtù di quelle piccole, grandi parole che accompagnano il titolo “Writers and Readers”: ‘more’ and ‘better’. Un messaggio che viaggia nel fluido fertile della praticità e della concretezza, del gioco prima e dell’entusiasmo poi. Quello che si limita a fare, a costruire, nella più totale e benefica mancanza di pretese.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • A prescindere dal nome con il quale la si definisce, è devastante, inesorabilmente devastante.
    I suoi “esecutori” possono arrecare danni irreversibili. Si insidiano con sapiente maestria nei luoghi più cari, all’apparenza più sicuri e lì ricavano la loro tana dove, pazientemente, coltivano le loro prede che, ignare, vanno loro incontro con l’ingenuità e l’innocenza della fanciullezza. Un tema difficile e delicato, quello della pedofilia, grande malattia psichica, ma c’è chi come Laura Scanu, per parlarne… entra nelle favole, metafore della vita, raccontate dai nonni.
    Vi entra in punta di piedi, per conoscere e far conoscere “il drago”, un drago che andrebbe sconfitto “Prima che cali il silenzio”.
    Nel leggere questo tomo, si possono ascoltare tutte le voci mute di chi ha subìto, ma c’è altro, c’è l’insolita visione dei fatti da parte, questa volta, non della preda, della vittima, ma del carnefice. E’ lui che racconta, è sempre lui che, arrotolandosi, guizza fuori da se stesso in modo a volte morboso e consapevole, altre rassegnato al suo destino ma irremovibile negli intenti.
    “Prima che cali il silenzio”, con i suoi diciotto capitoli disegna una spirale nella mente del lettore che, si trova a percorrerla tra infinti interrogativi in raccolti ed inquietanti stati d’animo.
    Un libro che, nell’immagine di San Giorgio e il Drago, svela il significato dei suoi simbolismi: la spada rappresenta la denuncia, San Giorgio la vittima e il Drago la pedofilia così introdotto dalla sapiente prefazione della dottoressa Anna Maria Pilozzi e “arginato” dalla documentata postfazione di Annabella Stella Buonocore. "Prima che cali il silenzio” di Laura Scanu apre alla visione di un torrente impetuoso ed inquietante che, dopo aver violato con la sua irruenza ogni cosa, anche la più inerme e delicata, termina nel mare la sua corsa.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Come si fa a sapere chi sono gli altri? Forse non lo sapremo mai, forse è impossibile afferrare le persone: ci scivolano tra le mani come l’acqua, che non è mai la stessa”.

    Così Cameron scrive nelle prima pagine riportando una citazione della scrittrice Rose Macaulay.
    La storia è abbastanza semplice: narra le avventure di un weekend che Lyle va a passare dai suoi migliori amici John e Marian.
    Fin qui sembra una cosa normalissima. Ma oltre questo c’è dell’altro. Questo weekend non è come tutti gli altri, non è una data a caso, questo viaggio coincide con primo anniversario di morte di Tony, che è il fratello di John e che è stato l’amante per dieci anni di Lyle.
    In questo quadro familiare ci sono anche Roland, il bambino della coppia di amici, e Robert la nuova fiamma di Lyle.
    Tutta la storia si svolge in una villa di campagna, tutt’altro che modesta. Che succede in questo weekend? Apparentemente nulla, la narrazione rimane statica e non ci sono notevoli colpi di scena, ciò che mutano veramente sono gli stati d’animo dei personaggi, con i loro umori, sentimenti, atmosfere.
    I due nuovi innamorati si domanderanno se il loro rapporto è solo semplice attrazione, se è amore, se la loro storia è destinata ad andare avanti. Forse Lyle ha sbagliato a portare Robert nel luogo proprio dove c’era il suo precedente compagno. Un anno alla fine è forse troppo poco affinché gli animi, i ricordi, le emozioni associate a Tony possano essere svanite.
    E’ normale che i due amici seppur trattano benevolmente la nuova figura che accompagna Lyle, ne facciamo sempre e comunque dei paragoni.
    La tensione è sempre più forte, accentuata anche da quella strana figura, già inviata precedentemente, non calcolando l’arrivo anche di Robert. La scintilla scocca durante una cena con un episodio di galateo che dietro racchiude molteplici significati.
    Pubblicato per la prima volta nel lontano 1994, dimostra ancora una volta quanto Cameron sia bravo a descrivere la geografia dei sentimenti, non tralasciando però nulla al caso, quasi come se ogni piccolo dettaglio dovesse essere quello e basta, e non un possibile altro. Un’accuratezza che giova all’animo del lettore, che si sente portato per mano in ogni pagina, anche nelle cose più piccole, quelle che a molti possono sembrare insignificanti, ma che racchiudono la materia dei sogni. Quei sogni che dovremmo alimentare sempre.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Victoria è una bambina problematica. Dopo essere stata data in affidamento a una serie innumerevole di famiglie e respinta da tutte, la ragazzina deciderà di non accettare mai nessun tipo di contatto sia fisico, che amorevole.
    Quando un giorno è affidata alle cure di Elizabeth, una donna sola ma piena di amore, Victoria pensa già a cosa fare per farsi rispedire indietro. Per Elizabeth non sarà facile, ma non si darà per vinta e, attraverso il linguaggio dei fiori, si avvicinerà al cuore della bambina per sempre. Questo idillio, però, sarà breve. L’adozione definitiva è minacciata dal legame complesso tra Elizabeth e sua sorella, Catherine. Le due sorelle non si parlano da molti anni e, davanti agli innumerevoli tentativi di Elizabeth di riallacciare i rapporti, Catherine rimane fredda e impassibile. Victoria decide di agire per rovinare Catherine, la donna che sta distruggendo la sua felicità. Il suo gesto, però, avrà delle conseguenze inimmaginabili non solo per lei e le due donne, ma anche per Grant, il figlio di Catherine. Il ragazzo, traumatizzato dagli eventi, riapparirà inaspettato nel futuro di Victoria e lo cambierà per sempre.
    La storia salta di capitolo in capitolo tra il passato e il presente di Victoria, scoprendo lentamente la verità, facendocela conoscere e amare.
    I fiori sono essenziali per Victoria; sa il loro significato e li usa come una strega userebbe le sue pozioni. Essi le salveranno la vita e le daranno nuova speranza per il futuro.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Marcello Simoni mi aveva già piacevolmente colpito con Il mercante dei libri maledetti, con questo piccolo racconto sempre edito da Compton uscito nella collana "Live", l’autore non si smentisce. Questo racconto può essere inquadrato a pieno titolo nel genere del giallo storico, siamo nel 1789, data molto importante per la storiografia, designa il passaggio dalla storia moderna a quella contemporanea, penso proprio che anche se non è stata fatta menzione su quest’aspetto nel volume, la data non sia casuale. Ci troviamo in Italia, e precisamente a Urbino, il protagonista è Vitale Federici da Montefeltri, un giovane brillante universitario che sarà uno dei principali sospettati della morte del suo maestro di cui lui si trova a divenire il suo più serio successore. Lui è Padre Lamberti, docente di Filosofia, che verrà ucciso. Vitale dal suo canto sospetta che la morte sia stata gioco di un omicidio e comincia a investigare aiutato dai suoi amici Gaspare e Bonaventura. L’investigatore che all’occhio del lettore sembrerà incarnare lo stereotipo dello Sherlock Holmes della situazione, supporrà varie congetture, fino ad arrivare ad esplorare i sotterranei della cattedrale, luogo oscuro, tetro, dove si aggirano e annidano vecchie storie di templi pagani nascosti dal tempo.
    Riuscirà Vitale a venire a capo di questa inspiegabile morte? La scritta CAL VESIDIE BASSO riuscirà a trovare un senso? Che legame avrà con l’uccisione la leggenda delle ninfe legate al territorio Urbinate con Lamberti? Poco più di 120 pagine per lasciare il lettore in balia della curiosità e per provare a essere per un giorno illustri investigatori.

    “Da due secoli, gli eruditi andavano cercando un tempio dedicato alle ninfe che si diceva eretto all’epoca dell’Imperatore Augusto e nascosto nel sottosuolo della cittadella”. Forse il professore stava cercando proprio quell’antico tempio dedicato alle Ninfe la cui esistenza deve restare segreta, perché “la fede può resistere a tutto. Alla morte, alle guerre, alle ingiustizie. Ma non alla bellezza”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La vita degli esseri umani può essere sia avventurosa che tranquilla e ne sono stati scritti di libri su questo.
    Cosa capiterebbe invece se si raccontasse la storia di un piccolo numero di conigli? Sarebbe lo stesso emozionante e ricca di suspance?
    La risposta è sì, se state leggendo le avventure di Moscardo, Quintilio, Parruccone e dei loro amici.
    Nella tranquilla vita di una conigliera di campagna Quintilio, coniglio con delle doti di premonizione, avverte un pericolo incombente avvicinarsi alla loro tana e insieme al suo amico Moscardo decidono di avvertire il Capo coniglio. Quest'ultimo non crede alle parole del piccolo coniglio, credendolo pazzo e lo rimanda alla sua tana. Le sue parole convincono però Parruccone, segretario del Capo coniglio e con lui organizzano una rocambolesca fuga dalla conigliera con altri amici fidati.
    Sarà solo l'inizio di un lungo faticoso viaggio alla ricerca di un posto dove fondare una nuova colonia, intriso di pericoli da ogni tipo di animale e dall'uomo compreso.
    A tratti crudele, molte volte divertente, nei loro discorsi in "lapino", lingua dei conigli, prontamente tradotta dall'autore, verremo a conoscenza delle avventure del mitico coniglio El-ahrairà furbo re e protettore della loro razza, in storie che sembrano favole ma con aspetti duri e ricche di  stratagemmi ingegnosi per tirarsi fuori dai guai. 
    Il libro non perde ritmo, gli avvenimenti e i colpi di scena si sussuegono velocemente fino alla fine e ad ogni inizio capitolo sono presenti citazioni da opere e autori famosi inerenti al capitolo che va a cominciare.
    Proprio per una citazione di questa opera in un altro libro, avevo deciso di leggerlo e ne sono rimasto pienamente soddisfatto. 
    Lo consiglio a tutti; uomini e conigli.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Ci troviamo a Parigi in compagnia della famiglia Kampf con un passato burrascoso, che tenta ad ogni costo di affermare il loro status di ricchi. La protagonista indiscussa è Antoniette Kampf, una ragazzina forse cresciuta troppo in fretta, ribelle che mostra uno spiccato senso dell’egoismo e della libertà – se si considerano le condizioni di quel tempo -. Antagonista della storia è sua madre Rosine, spietata, in competizione con la figlia, invidiosa che per riacquistare il vecchio status di benestante decide di organizzare un ballo, una sorta di debutto nella società che ad Antoniette viene precluso, già se si osserva che lei viene tolta la sua stanza per adibirla a guardaroba. La ragazzina però non resta immobile, pensa di agire, e al momento giusto riuscirà a far valere la sua tragicomica vendetta.
    Un piccolo romanzo, in cui si riassume perfettamente la classe francese attaccata solo alle frivolezze, alla competizione, al primeggiare dell’apparenza che è intrisa di assenza di valori.

    «Se mi avesse toccato, l'avrei graffiata, morsa, e poi... Si può sempre fuggire... e per sempre... La finestra - pensò con agitazione febbrile [...] - Sporchi egoisti! Sono io che voglio vivere, io, io... Sono giovane, io... Mi derubano, si prendono la mia parte di felicità sulla terra...».

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Il mare è mio fratello" è un racconto giovanile di Jack Kerouac, padre della Beat Generation, a tratti autobiografico creduto da tempo perduto.
    Kerouac in questo scritto racconta le avventure del giovane William Everhart, professore di un liceo, che decide di partire con il marinaio Wesley, conosciuto al pub, affascinato dal suo carattere ribelle e infelice a terra, ma che riprende serenità solo sul ponte di una nave in viaggio.
    Ambientato nel periodo tra le due guerre mondiali, partono da una tranquilla e noiosa New York, in autostop fino a Boston per potersi imbarcare su una nave mercantile.
    Durante il tragitto, Everhart ripensa alla sua scelta e si misura con altri personaggi, con scambi di ideologie politiche, birre e whisky. Sarà anche il senso di smarrimento dato dalla scomparsa di Wesley a mettere a dura prova la sua tenacia e di scegliere se abbandonare l'impresa e dare retta alla sorella o continuare nonostante tutto.
    Il libro contiene anche altre opere semi incompiute di Kerouac, opere giovanili, che raccontano l'America, lo spirito libero, il cambiamento generazionale che vive in quel periodo, sono tutti facente parte della formazione letteraria dello scrittore, da solo e con gli Young Prometheans.
    Nel libro, gli appunti e note a fondo pagina spiegano particolari dei personaggi che si rifanno a sensazioni persone e avvenimenti incontrati da Kerouac nei suoi viaggi attraverso l'America.
    Sono comprese anche delle foto di Kerouac e delle lettere tra lui e l'amico poeta Sebastian Sampas.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • E’ la storia di Jack Twist e di Ennis del Mar, di un’amicizia condivisa, di un reciproco aiuto, di un viaggio di lavoro su una montagna, quella di Brokeback Mountain. Ma non è solo questo, è molto di più, è lo scoprire le passioni dei corpi, naturali, vivide, spontanee, è il prestarsi il reciproco aiuto, è il sentirsi strano per qualcosa di nuovo e forse proibito, è l’avvampare e l’ardere come un solitario focolare dell’amore: «Ti congelerai le chiappe quando il fuoco si spegne. Meglio che vieni sotto la tenda.» «Credo che manco me ne accorgerei». Ma passò barcollando nella tenda, si tolse gli stivali, per un po' russò sul pavimento, svegliò Jack col battito dei denti. «Cristo, finiscila di smartellare e vieni qui sotto. Il sacco a pelo è grande abbastanza», disse Jack con voce irritata, impastata di sonno. Era grande abbastanza, caldo abbastanza, e di lì a poco approfondirono notevolmente la loro amicizia. Ennis andava a tutto gas su tutte le strade, che si trattasse di sudarsela o di spassarsela, e non volle saperne quando Jack gli prese la mano sinistra portandosela sull'uccello eretto. Ennis strappò via la mano come se avesse toccato il fuoco, si sollevò sulle ginocchia, slacciò la cintura, si abbassò i calzoni, mise Jack a quattro zampe e, con l'aiuto dei fluidi suoi e di un po' di saliva, gli andò dentro, cosa mai fatta prima ma non occorreva un manuale di istruzioni».
    E’ la storia di una stagione che finisce, di un allontanarsi oltre le volontà con il protendersi delle esigenze, è la storia di due destini lontani, ma sempre uniti, di due situazioni future familiari diverse, di un riavvicinamento, ma anche di incomprensioni, di modi diversi di intendere e vivere l’amore baracca di solidità interiore: «[…] Fai il conto di quanti pochi minuti siamo stati insieme, in vent'anni. Calcola quanto poco spazio di manovra mi lasci, poi prova ancora a venirmi a chiedere del Messico e a dirmi che mi fai la pelle perché ne ho bisogno e praticamente non ce l'ho mai. Io non sono te. A me non bastano un paio di scopate ad alta quota un paio di volte l'anno. Tu sei troppo importante per me, Ennis, figlio di una puttana troia. Vorrei riuscire a mollarti.»
    E’ la storia di un amore gettato, di corpi che ancora si cercano, tra ceneri sparse, tra baci mancati, tra cuori poco invadenti di un realtà che invade.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Immergersi nel mondo della poesia è un cammino intimo, fatto di ripidi tratti, scoscesi, bui, inimmaginati, scavati nella memoria. Oppure luci che donano il coraggio di testimoniare in versi, quello che può essere ancòra di salvataggio, legando ragione-cuore. Partire dall’Anima non è sempre semplice, eppure la Poetessa Arlotta, trova l’inizio per direzionare questo cammino.
    “C’era una  guerra”, sempre attuale, dove la poesia diventa bellezza, sogno, graffiante forza, sorriso che s’accende, in chi ha sete di amare. Un percorso di pensieri e semi, che riescono “ancora insieme”, a baciare gli errori, spogliandosi delle maschere che “certe notti” indossiamo. Vuoi per paure,o per nascondere le incertezze che il peso di un passato, ha segnato. Un’autodifesa che brucia nel peregrinare, sconnette e mescola i sentimenti.
    Pennellate d’arcobaleno, che contribuiscono con tutte le sfumature a dare quel “dolceamaro”, arricchendo con esperienza il presente. Una riscoperta dell’ "essere", donne, uomini, bambini, profumanti di vita e magia. Ognuno portatore di emozioni che l’instancabile vento porta nel tempo.
    I sensi, riempiono i vuoti e riaccendono “sinuose note”, che solo chi, va oltre la moda dell’ "apparenza" e della "illusione", può comprendere.
    Emanuela, diventa con la poesia "l’Incontro" di anime in divenire, destinate ad accogliere con "occhi d’amore" chi, può ritrovarsi nelle sue parole e "rinascere dalle ceneri", ricomponendo le ore e scacciando la solitudine e l’ipocrisia.
    Tra "strade distorte/ di asfaltate esistenze/ incollate al volante" di un "Roma romantica" o di una qualsiasi altra città, seguirla in questo viaggio poetico, sarà una piacevole compagnia, e anche "sotto la pioggia", troveremo il modo per riflettersi positivamente nelle differenze che ci circondano, con idee e battiti nuovi. Accarezzando ferite e rughe, anelando respiri con "passione" e sotto un tappeto di stelle, sentirsi liberi di amare ancora.

    [... continua]

  • Parlo di Beatrice Bausi Busi, la BBB, donna-elemento, e per farlo devo immergermi negli sciami di vita che è sintesi del respiro stesso. E’ ella monade dei 4+1 Elementi, in essi e con essi Beatrice esiste, vive nutrendo il quotidiano e lo respira, divenendo portavoce per chi non ha l’udito e la vista così sottili da poter interpretare le parole delle immagini che la Natura utilizza insieme ai suoni (o vibrazioni?) con cui a noi si rivolge. E sono vibrazione, onde magnetiche colorate di messaggi, le odi che in "La stessa cosa fluente" avvolgono il lettore. In ogni  componimento dell’artista vi è lo specchio del Mondo Reale di cui noi, umanità corrotta dallo stress della Civiltà, non sappiamo coglierne il riflesso, anzi spesso ci acceca e volgiamo lo sguardo altrove, per timore forse, di non essere sufficientemente realistici. Ma non solo attraverso gli occhi della BBB riusciamo a vedere ciò che altrimenti non potremmo, ma addirittura ci scopriamo testimoni del suo attraversare memorie ataviche, così come possiamo constatare, valicando la moltitudine di sue liriche chiaramente rappresentative: “… come mai ho sempre amato il suono della bùccina…” e seguendo, a pag 18 o a pag 32 e 36 in particolare, e in tutte le liriche raccolte in questa opera, vi è un rappresentare con tanta perfezione di partecipazione intima, molte situazioni in realtà mai vissute, ma se seguiamo la scia dei fotogrammi che qui sono parole-emozioni, stiamo camminando il percorso che conduce alle memorie ataviche: il grande spazio che ospita la poetessa, e sicuramente anche noi anime inconsapevoli; assolutamente estrapolate da tale fonte sono tutte le liriche di La stessa cosa fluente, e tutte scandite da un ritmo unico, “…appassionati e pacati…” ne è la massima rappresentazione (pag 62), già in questa poesia (ma lo è in ognuna) ci troviamo davanti ad una donna che non ha più fisicità, il suo interiore è definitivamente fuso in quella fonte e non è più scritto quel che leggiamo, ma voce che s’innalza dal libro, suono che arriva da dimensioni eteree, pure, reali come ogni cosa che ci circonda, ogni cosa alla quale sappiamo dare la vera definizione nella giostra dell’esistenza, alla quale abbiamo saputo togliere il superfluo: la fisicità fine a se stessa. Come sensitiva, la BBB accosta delicatamente l’anima al suo sentire, in quello spazio “non suo” eppure proprio. Signora di quel grande spazio delle memorie ataviche, l’autrice, con il suo fluido scrivere ella ci accompagna a scoprire questo luogo, premurosamente si fa “mano” con la quale appoggia il nostro essere nell’arcano e ce lo fa assaporare con tutti i sensi, inducendoci ad adoperare il sesto, ora, in questa lettura, e dopo e sempre. Grande insegnamento e nutrimento del nostro interiore, si palesa in ogni componimento che diventa per queste peculiarità, vademecum dell’anima
    Beatrice Bausi Busi, questa anima che posiziona la sua Essenza senza contorcersi, ma poggiandosi come ultimo passo di una danza che si è consumata in volute di suoni, si posiziona, dicevo, ad occhieggiare boccioli poggiati su questi spazi, boccioli che custodiscono nella stretta dei petali, il fiore di vite di altri o di noi stessi (già vissute?).

    [... continua]
    recensione di Annamaria Vezio