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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • È sempre difficile accostarsi alla lettura di una silloge poetica altrui.
    Se poi stimi l’autrice per i suoi valori umani e letterari, la cosa diventa quasi ardua.
    Nel caso di Bruna Cicala, autrice della splendida silloge “Tra dune di lava antica”, tutto diventa più semplice e scorrevole.
    Le poesie che la compongono vanno lette lentamente, in quanto ricche di particolari doviziosamente descritti con l’arguzia di una donna che ha vissuto e che vive a stretto contatto col mare che, anche per lei, è fonte d’ispirazione. Dalle acque tirreniche vanno e vengono imbarcazioni cariche di salmastro e di mercanzie, uomini che trasportano sentimenti ed esalano profumi inebrianti.
    Autrice sanguigna e assolutamente introspettiva, riversa le sue angosce e il suo ineffabile spirito di osservazione, frammisto ad un sottile umorismo, in tutti i suoi scritti. Poetessa con le ali di rondine, con la saggezza dell’età e la voglia di vivere imprigionata nella gola.

    [... continua]
    recensione di Sebastiano Impalà

  • “Torno da Turista!” è un libro inchiesta che mette in evidenza in maniera concreta il fenomeno dell’emigrazione del Sud Italia, dello stato sociale e culturale delle regioni meridionali e dei problemi che l’affliggono, riflettendo su quali e quante possono essere le responsabilità e su quali potranno essere gli sviluppi risolutivi a favore della popolazione.
    Si può cercare di essere indifferenti e pensare che la ‘ndrangheta, la mafia e la camorra siano delle realtà distanti, che il loro operato sia circoscritto ad alcune zone specifiche e che essere una persona perbene basti per stare lontano da queste associazioni criminali.
    Oppure si possono aprire gli occhi e comprendere che la situazione è più complessa, tentare di comprenderne le cause e proporre dei percorsi di cambiamento.
    Il libro “Torno da Turista!” ha il merito e lo scopo di sensibilizzare e informare quanti, ignari di ciò che sta accadendo, potranno fare la differenza in una lotta che non può essere portata avanti con le armi della violenza, ma con quelle della conoscenza.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pianese

  • In una Parigi non così lontana nel tempo, abitata da solitudini e insoddisfazione, un professore universitario di circa quarant'anni conduce un'esistenza grigia, segnata da rapporti familiari inesistenti e da incontri sessuali senza futuro. Intanto, mentre lo osserva, il mondo di cui fa parte cambia repentinamente, soprattutto dal punto di vista politico. La Francia viene infatti sconvolta da una serie di attentati che consolideranno la salita al potere della fazione musulmana, pronta ad accordi di ogni tipo col governo, pur di mantenere il monopolio delle politiche familiari e della cultura. Romanzo arcinoto al grande pubblico, uscito a ridosso della strage alla redazione del "Charlie Hebdo", "Sottomissione" è l'ennesima, ottima prova di un magnifico scrittore, già autore di opere di grande successo. Lo stile è fluido, crudo, scarno, anche nelle diffuse scene di sesso e disperazione urbana; capace di creare tensione fino all'ultima pagina. Il romanzo peraltro non ha, a nostro avviso, alcuna caratteristica islamofoba. È, piuttosto, una critica all'Occidente, al suo lassismo, alla triste perdita dei valori. Né è, tanto meno, un romanzo misogino: la descrizione di una certa solitudine - tutta declinata a femminile - è solo la constatazione di quanto si possa essere stanchi di una falsa, illusoria libertà e di quanto le donne fatichino, oggi, a trovare una dimensione di autentica felicità.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • La vera meta è il viaggio, la vera casa è la strada. Conoscevo un angelo è il terzogenito di Guido Mattioni, scrittore prezioso quanto la punteggiatura, che tra l’altro utilizza con padronanza assoluta, una storia ambientata nel vetusto angolo del cuore di un’America che oramai la si può trovare solo sbagliando strada, l’America degli obsoleti Diner, dei motel privi di wi-fi e pay tv, del menù sempre diverso per ogni uguale giorno. Protagonista è Howard Johnson, aka il rosso, il quale narra in prima persona la storia della propria vita di apolide, dall’infanzia trascorsa assieme ai genitori fino alla totale consapevolezza di sentirsi un miracolato, contornato da angeli più o meno atipici, i quali vengono descritti dal “rosso” con la dovuta eleganza e la piena facoltà di conoscenza dei luoghi che va riconosciuta al Mattioni. Howard Johnson racconta della sua allucinazione affettiva, di quel essere affascinato fin da bambino dalla ricerca del “prossimo tuo”, benevolmente contagiato da due genitori che lo renderanno epigono per scelta, racconta del suo rapporto con la scuola e della sua inclinazione ad eleggere il sogno come materia preferita, della sua prima volta con la morbida Zelda, degli occhi di Margie, capaci di leggere soltanto gli occhi delle persone, del vecchio Johnatan e di quel suo profumo emanato di sciroppo d’acero, una marmellata d’anime con un unico comune denominatore: gli odori. “Ci sono un sacco di informazioni negli odori” cita Mattioni, e chi ha letto i suoi precedenti lavori, “ Ascoltavo le maree” e “ Soltanto il cielo non ha confini”, non rimarrà stupito di ritrovare gli odori, i profumi, e di sentirseli dentro agli occhi nello scorrere delle pagine. La vera meta è il viaggio, la vera casa nella quale viviamo noi stessi è la strada, questo è il messaggio con il quale leggendo “Conoscevo un angelo” Guido Mattioni, uno dei rari Scrittori contemporanei italiani, vi conquisterà.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • Si dice che per un cantante, il cui primo disco abbia avuto successo, il secondo lavoro sia il più difficile: che venga preso dalla paura di non ripetersi finendo col ripetersi, una sorta di copia incolla per non scontentare nessuno. A maggior ragione questo detto vale per uno scrittore il cui primo libro lo ha consacrato di diritto nella nicchia della letteratura italiana. Perché dico questo? Tanti al giorno d'oggi possono vantarsi di avere pubblicato, pochi possono vantarsi del titolo di scrittori e Guido Mattioni è uno di questi, anzi oserei dire che l'autore va ben oltre questo titolo ormai abusato, a volte calpestato e umiliato dalla presunzione e dall'ignoranza. Mattioni lo definirei un pittore che dipinge tramite le parole.  Con "Soltanto il cielo non ha confini" , edito dalla casa editrice INK, Mattioni cambia letteralmente marcia, un romanzo intenso, giornalisticamente crudo, misericordiosamente appassionante, una penna capace di farci entrare in maniera sintetica nelle situazioni vissute dai personaggi, ma l'autore fa molto di più, dipinge le sfumature con un pizzico di giallo-nero che tiene avvinto il lettore fino all'ultimo punto colorato da un verde che inghiotte. America amara ma allo stesso tempo tenera, specie nella descrizione dei due principali protagonisti, e, inconsapevolmente ci ritroviamo ad avere pietà per quel Caino, suo malgrado, e tenerezza per Abele, per quel suo rifiutare ciò che la vita gli aveva restituito dopo tanta sofferenza. Il ritorno subitaneo e definitivo, ecco ciò che ognuno di noi vorrebbe poter scegliere per ricominciare da lì, una partenza sognata e voluta, ma al dunque rifiutata per poter ritrovare nelle origini la propria anima. Un merletto di parole e di immagini: come in un film i personaggi, gli ambienti, sono descritti in maniera visivamente viva e non a caso questa mia testimonianza, questo mio elogio a una piccola perla di letteratura italiana, inizia proprio mescolando la musica alle parole. Dopo averci fatto ascoltare le maree, Guido Mattioni ci offre in pasto al folk, sfumato da venature, soul, jazz, blues: l'America che ha fede poiché non ha alternativa, l'America dei sogni ad occhi aperti puntati dritti sulle rive di un fiume che può offrirti tutto e allo stesso tempo toglierti tutto, l'America in cui "A vent'anni i dubbi sono troppo giovani per diventare paure." Un altro pezzo d'America, molto diversa: più cinica, trasgressiva, istintiva, avvincente, ma ugualmente emozionante. Soltanto Guido non ha confini.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • “Nessun uomo vale una vera amica.”
    Viviana è una donna che ha rinunciato alla vita e, come un pesciolino rosso da luna park, resta nella sua boccia di vetro nuotando da sola avanti e indietro ogni giorno della sua vita. La sua, al contrario di quella del pesce però, è una libera scelta. Si lascia scivolare i giorni addosso, respirando, in costante attesa e rimpianto.
    Uno di questi giorni, al lavoro, il passato le compare davanti inaspettato: Luca. Rivedere dopo dieci anni il più grande amore della sua vita è come un pugno dritto nello stomaco.
    In pochi minuti davanti a lei si svolge la storia d'amore complicata e travagliata dal tragico epilogo nel quale oltre all'uomo amato, lei perderà una delle persone più care della sua vita: Chiara.
    A svegliarla dalla momentanea catalessi è Antonella, sua collega e amica dai modi schietti e un po' “burini”. Quel giorno le sorprese per Viviana non sono finite: una promozione le piomba addosso e la mette a stretto contatto con un uomo, che da subito le dimostra delle attenzioni a cui lei non è più abituata.
    Viviana è una bella ragazza, con un orgoglio ferreo come ferrea è la sua forza di volontà quando si mette in testa una cosa, giusta o sbagliata che sia.
    Comincia per lei un periodo dov'è combattuta tra il riscattarsi dalla storia finita male con Luca e l'avvicinarsi sempre di più, emozionalmente, a un uomo con l'illusione e la speranza di voltare pagina.
    Finirà per fare i conti con sé stessa, i suoi errori e le sue paure. Imparerà a mettersi in discussione e scendere a compromessi con il suo carattere e tutto grazie a una collega.
    Una persona imperfetta e audace, che di perfetto ha solo l'affetto e la pazienza di un'amica sincera.
    Una bella lettura: leggera e riflessiva allo stesso tempo.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • La vita è fatta di momenti. Fabio Volo in ogni libro ne descrive frammenti, particolarità ed evoluzioni sviscerando le situazioni e narrando la quotidianità, nella sua semplicità.
    "È tutta la vita", il suo ultimo romanzo, è una lettura piacevole che porta il lettore a confrontarsi con se stesso, e non solo. Cosa succede quando la famiglia si allarga e da due si diviene tre? Questa sembra essere la domanda alla base del  libro, che trova la risposta nell'incipit: "Per una coppia felice nulla è più pericoloso di un figlio". In realtà il nuovo best seller, parte proprio dalla coppia ed esplora l'evoluzione dell’amore nella vita di tutti i giorni: il primo incontro, il primo appuntamento, l'attrazione e il cammino che si compie insieme. Tra alti e bassi. Un amore semplice e complicato al tempo stess, come tutti i rapporti che risentono del tempo, responsabilità e convivenza. È facile perdere la poesia, più difficile ritrovarla, ricordare cosa ci ha colpito e fatto innamorare.
    Il protagonista di questa nuova avventura firmata Volo è Nicola, simpatico quarantenne che come in un diario descrive le sue insicurezze, dubbi e gioie verso la paternità. Perché, come ha detto un suo amico, "La tua vita di prima scordatela. Quello che vuoi tu non è più una priorità".  
    Il romanzo ha inizio con un viaggio a Berlino, che sarà anche la prima volta che il neo papà si allontanerà dalla compagna e dal pargolo. Tra senso di colpa e libertà,  ripercorrerà gli ultimi cinque anni e riavvolgerà la trama della  love story con Sofia. Questo gli permetterà anche di capire sottili differenze generazionali, come il fatto che che "mio padre non cucinava, non lavava, non sparecchiava, non caricava la lavastoviglie".
    Santa verità che esisteva in un passato in cui il rapporto genitori-figli era diverso e ci ha portato alla nostra realtà:  condivisione dei ruoli e delle responsabilità.
    Perché se è vero che crescere dei figli è il lavoro più duro e non retribuito, va anche considerato che lo stesso protagonista - ricordando il suo bimbo - pensa: "Mi piaceva annusarlo: la testa, il collo, il respiro che usciva dalla bocca".
    Il giro di boa implica dei cambiamenti con se stessi e nella coppia. Sofia, durante una discussione accusa Nicola: "È come se ci fossero due vite, questa e quella immaginata che sta nella tua testa. Sei qui ma sei altrove, come se fossi sempre davanti all’uscita d’emergenza".
    Parole semplici in cui ognuno può ritrovarsi. Il prima ed il dopo. Tempus fugit.
    Un libro piacevole, un metaromanzo in cui la narrazione assume come proprio oggetto l'atto stesso del raccontare, così da sviluppare un romanzo  nel romanzo.
    L'autore inserisce proprie considerazioni ed osservazioni, creando  un dialogo continuo con il lettore.
    Semplicità, quotidianità ed un buon stile sono gli elementi cardine di questo romanzo.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • "Credo che le parole siano importanti, mai sottovalutarne la forza. E non lo sono per loro stesse, ma per ciò che riescono a determinare nella vita delle persone".
    Inizia così un viaggio particolare, descritto e diretto con maestria da Alessandro Prandini.
    Le parole hanno un valore, che il protagonista, Lorenzo, scopre in tutta la loro forza attaraverso le pagine di un'agenda ricevuta in eredità.
    Un diario di viaggio  scritto durante un soggiorno a Bologna, ‘Città invisibile’ “più ingannatrice di Dorotea, più sfuggente di Zaira, più misteriosa di Tamara”.
    Passato e presente si intersecano delineando strade a volte misteriose. La vita di Ascanio, zio del giovane, si esprime in tutta la sua bellezza tra episodi trascorsi che riprendono vita grazie ai ricordi degli antichi amici. Lavoro e amore si annodano come una cravatta stretta che soffoca il proprietario e scapperà pur di non sopperire. Ma il tempo nonha cancellato del tutto i segni.
    Una narrazione che assume come proprio oggetto l'atto stesso del raccontare, perciò Lorenzo si troverà a che fare con dubbi, sospetti e nuove conoscenze, come la bella Lucrezia; moglie del socio dello zio che sarà ritrovata senza vita nella sua suite all'hotel Exodus durante i lavori di un'importante conferenza di architettura. Ciò darà vita ad un indagine, capeggiata dal commissario Scozia e la sua vice Sara Fiorentino. Una vicenda strana che muove i passi in un passato non troppo lontano, ma intriso di vicende oscure e domande dalla difficili risposte. 
    Un libro giallo ben scritto, capace di rapire il lettore sin dall'inizio, con paesaggi magici e personaggi ben definiti di cui si riescono a cogliere luci ed ombre durante la lettura. Una storia incalzante dal ritmo pacevole e dove non mancano i colpi di scena.
    Le riflessioni di Lorenzo e del commissario accompagnano la storia di Ascanio, rendendolo un romanzo nel romanzo.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Una storia d'amore - quello intenso di una madre per sua figlia - ma pure di tenebra, che arriva al lettore sin dal suo titolo, così dolorosamente sospeso. Un racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia, questo di Daniela Rindi, che tiene in ansia il lettore e lo trascina fino alla sua conclusione. L'ho letto d'un fiato e lo recensisco con piacere, anche se non sono un'amante del genere 'noir'. Ma, in questa pagine, devo dire, c'è davvero di più. Protagonista è, infatti, la fredda solitudine di Irene e Marta, una 'solitudine urbana', disamorata, tipica del nostro tempo liquido. Il loro destino - che pare segnato - si snoderà tra le pareti di un piccolo appartamento mal arredato, chiuso come una monade al mondo esterno, che dovrebbe proteggerle e che, invece, si trasformeà nella loro prigione.
    In giornate come tante altre, che scorrono tra tenerezze e mortificazioni, una madre e una figlia cercano l'equilibrio possibile all'interno dell'affetto che le lega. Nelle piccole querimonie quotidiane (fare la spesa, preparare la cena, lavarsi, dormire l'una accanto all'altra), provano a rifare il proprio mondo e cercano una rinascita possibile. Sono pagine di una sfinita dolcezza, che la Rindi traccia con nitore e malcelata compassione. Il quartiere che fa da sfondo alla vicenda è uno tra i tanti: periferico, grigio, affogato nel cemento, imbruttito da palazzi orribili, abitato da fantasmi in cerca di sopravvivenza. Non sveleremo, qui, la trama del racconto, peraltro molto ben costruito. Diremo, piuttosto, di ciò che la storia sottende, di quanto la vita possa sottrarre alle persone. A Irene e Marta è negato l'affetto, il calore, la minima comprensione umana: si pensi, tra le altre, alla figura della nonna, alla sua durezza e incapacità di amare. Davvero nessuno si salva da solo, questo credo sia il senso dell'opera di Daniela Rindi. Nel nostro tempo nichilista, che non riconosce spazio ai sentimenti profondi e ai sogni, non può esservi che il deserto, un deserto assoluto e senza speranza, a cui solo qualcosa di tremendo - quasi un ultimo atto d'amore - può sottrarci.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Antimo Pappadia è tornato. Dopo più di tre anni di oblio, arriva in libreria l'ultimo romanzo di Antimo Pappadia. L'opera dal titolo "La tortora e il pappagallo" edito da Luna Nera (Pag. 182 euro 13.00), coglie molti aspetti inquietanti della società contemporanea. Innovativo per quanto concerne la tematica e tecnicamente ben strutturato, la storia risulta accattivante, acuta e spietatamente realistica. Il romanzo si sviluppa su due linee parallele: su di una, viaggia la storia del protagonista, Luciano, un quarantenne alle prese con una società in piena crisi economica e di valori; sull’altra, si evince una vera e propria denuncia all'ipocrisia del nostro sistema sociale. 
    Antimo Pappadia, scrittore, saggista, aforista, giornalista pubblicista, sottolinea il dramma di una società allo sbando, disorientata e incapace di far fronte ai più elementari bisogni umani, ma al tempo stesso fornisce una speranza, quella di estrapolare dal profondo del cuore quei valori intrinsechi che molti esseri umani ancora posseggono. Uno di questi è l'amore. Infatti, come dice l'autore nelle prime pagine del libro "Il piacere può essere unito all'amore o ad altri sentimenti, ma può essere vissuto anche in modo indipendente da altri stati emotivi. Se è abbinato alla all’amore si raggiunge l’estasi; se viene associato ad altri sentimenti si ottiene l’appagamento; se invece viene vissuto come singola emozione, lascia sempre un po' di retrogusto amaro".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Copertina intrigante e titolo ammaliante. Una piacevole sorpresa per gli amanti della lettura e cultori della parola. Il romanzo è ambientato in New England nel 1891. Gli scenari sono cupi e gotici come i pensieri della protagonista, intelligente, sagace e scaltra. Florence è un adolescente tenuta lontano dagli insegnamenti classici come la scrittura e la scrittura, abbandonata in un antica dimora con il suo fratellino e la servitù. Una piccola comunità, quasi isolata, dove i due ragazzi crescono liberi senza genitori e poche restrizioni ed insegnamenti. Pochi divieti, tra cui quello di accedere alla biblioteca. Il motivo si potrebbe ritrovare nella paura della scoperta della vera di libertà:il pensiero. Considerando che l'unico modo per liberarsi da una tentazione è vedervi, come affermava O.Wilde, ogni notte la ragazza si rifugia nella vecchia e polverosa biblioteca per farsi ammaliare e far compagnia da Poe, Shakespeare, Jane Austen, Charles Dickens e tutti gli autori che abitano negli scaffali impolverati. Amici scoperti grazie alla curiosità e la costanza che l'hanno portata ad imparare a leggere da sola. Avventure uniche ed oniriche prendono vita alla luce della luna, risvegliando una mente inquieta a cui sarebbero vietate. Per impedirle di volare. Lo stile dell'autore è descrittivo e sagace al contempo, sopratutto nella narrazione dei pensieri di Flo, che da autodidatta, scopre quotidianamente con gioia e stupore elementi che uniscono la realtà e la scrittura. Un rapporto intrinseco e tangibile anche nelle piccole cose. Inoltre J. Harding riesce a dar voce con maestria a sensazioni ed emozioni, coinvolgendo totalmente il lettore e trasportandolo nel mondo della protagonista,grazie ad un particolare linguaggio denso di neologismi creati da Florance. Pian pian i misteri iniziano a divenire enigmi che si inchiodano alle pagine che scorrono veloci per dar risposta agli interrogativi. Un libro che racchiude in sé un po' di giallo intriso con noir, sopratutto quando strani episodi iniziano a sconvolgere la tranquilla vita di campagna della casa e dei suoi abitanti. Apparizioni, morti violenti, documenti inspiegabili. Dove inizia la verità e finisce la finzione? Come in un gioco di ruolo pirandelliano, i protagonisti mostrano nuove dicotomie. Nulla è certo, sopratutto dopo l'arrivo di una nuova istitutrice. Una lettura che ha tutti gli elementi per un ottima riuscita, ma che delude in quanto l'autore non ha dedicato il giusto tempo ed attenzione a cose che anche rileggendo, non quadrano. Molte situazioni rimangono incomplete e sospese nelle pagine. Un po' come accade nelle saghe, dove la risposta sarà nel prossimo volume. Un vero peccato in quanto la storia è originale ed avvincente,con un finale a sorpresa.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • L’anziano Lonedyr racconta alla nipote Tarin la storia di un potentissimo negromante.
    Una volta nel territorio di Ruhel  vi erano tante popolazioni, tra cui quella degli spettri, ora scomparsa. Di questa faceva parte il negromante Inna-mok; questi era conosciuto come il mago più potente del mondo. Egli aspirava al dominio su tutto il territorio di Ruhel, per cui decise di asservire il suo popolo fisicamente e psicologicamente, quello degli spettri. Contro di lui si radunò un’alleanza costituita dagli altri popoli di Ruhel, che mosse  guerra al negromante e al suo popolo. Si schierarono i due eserciti; vinse l’alleanza che procurò la morte a tutto il popolo degli spettri. Unico sopravvissuto fu Inna-Mok, poi rinchiuso in un involucro fatato. A questo punto la bambina Tarin chiede al nonno che cosa possa avvenire nel caso del ritorno di Inna-Mok. Compare la giovane maga, Venorè, che fa parte del popolo degli alberi, la quale un tempo ha predetto il ritorno di Inna-mok, per stornare il quale ha costruito un oggetto magico, sacrificando così la propria vita. L’oggetto è andato perso e Inna- Mok è pronto a tornare, ma a proteggere la Terra vi sono due giovani umani, Rash e Nystrid, un uomo e una donna. Essi vanno alla ricerca dell’oggetto magico, ma incontrano l’ostilità del negromante anche’egli sulle tracce dell’oggetto, per scopi ovviamente diversi…
    Il fantasy, alternando sapientemente parti dialogiche a quelle descrittive, risulta di agevole lettura, nonostante la presenza di più personaggi costringa ad una costante attenzione. Benché non sia un’appassionata di fantasy, sono rimasta positivamente impressionata da questa opera, per l’accuratezza dello stile accanto agli approfondimenti degni di un testo psicologico. Non è il solito fantasy con guerre fini a se stesse, ma ci ritroviamo una caratterizzazione dettagliata e profonda dei protagonisti. Si percepisce d’impatto che Max Giorgini è laureato in filosofia e che non è di primo pelo in questo genere letterario, avendo partecipato con successo ai premi Tolkien e Courmayeur. La magia del romanzo risiede nello studio necessario per farci conoscere i personaggi della Terra di Ruhel, collocata in un passato mitologico. Qui il negromante simbolicamente combatte con i propri fantasmi interiori contro cui si dibatte, fino a liberarsi. La colonna di granito in cui resta chiuso rappresenta la metafora di quell’Io onnipotente in cui possiamo rimanere incastrati fino a diventarne schiavi, ma anche dell’oblio in cui l’uomo rischia di scivolare nel corso della storia. Contro l’oblio combatte difatti Inna-mok deciso a lasciare una traccia indelebile e a sottrarsi definitamente alla disfatta, di cui già è stato ostaggio. Egli è una figura leggendaria, con tratti di vulnerabilità che lo rendono umano. Una mappa iniziale agevola la collocazione dell’intera vicenda, ma bisogna leggere con attenzione e lasciare libera la fantasia per ricostruire tutti gli elementi che compongono un puzzle composito e ben costruito.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Chi non conosce Madame Bovary?
    Emma è la nostra vicina di casa, è l'alter ego allo specchio. E' l'umorale, l'amorale, la volubile signora che tradisce suo marito, che non bada alla casa, che non ama sua figlia. Emma è tutto ciò che vi è di più disprezzabile in una donna. Eppure. Da sempre siamo attratti da lei, dal nulla che pare abitarla. 'Madame Bovary sono io', disse Gustave Flaubert, consapevole che tutto ciò che odiava in Emma era in realtà una proeizione di sé.
    Da sempre, lo scrittore sosteneva che nei romanzi non dovesse esserci nulla di 'puramente personale': essi dovevano solo riflettere la vita, attraverso le accurate parole dei loro autori. In 'Cercando Emma', edito quasi vent'anni fa da Rizzoli e mirabilmente scritto da Dacia Maraini, Emma è certamente Flaubert, a dispetto di quanto egli asseriva a proposito dello sguardo 'neutro' dello scrittore.
    Flaubert fu un disgustato amatore di donne, nonostante (e forse proprio) a causa del suo aspetto poco attraente; compensava con l'intelligenza e la seduttività le scarse doti fisiche, tanto da amare anche uomini, di tanto in tanto, così come racconta in certe lettere spedite nel corso dei suoi viaggi in Oriente. Era legato alla madre a doppio filo, tanto da non poter assumere altri impegni, di nessun genere, con nessuna donna. E forse sua madre fu il suo alibi più feroce, utile a dissimulare la sua incapacità di vivere fino in fondo i rapporti. Annoiato dalla sua stessa vita, da chiunque incontrasse, ogni cosa per lui finiva, si spegneva, conclusa la fase gratuita. Così anche con Louise Colet, in cui numerosissimi sono i tratti in comune con Emma Bovary: era sposata e Gustave fu uno dei suoi innumerevoli amanti. Aveva una figlia che portava con sé a ogni incontro galante, proprio come Emma.
    Dunque cosa desiderò in Louise, Flaubert? Ciò che di sé aborriva? E davvero, come sostiene la Maraini, la 'usò' per disegnare il personaggio della protagonista del suo romanzo più famoso? Gli serviva un altro Gustave, al femminile, da contemplare all'esterno, nell'ottica di quella neutralità sempre sbandierata? Meticoloso, preciso, volle solo un 'modello' per dipingere la mediocrità. Conclusa la stesura di 'Madame Bovary', salutò Louise dopo otto anni di ambivalente, altalenante amore, che sbollì, in un attimo, nel nulla.
    "Che atroce lavoro, che noia! Ah, la Bovary! Scrivere bene il mediocre e fare in modo che conservi nello stesso tempo il suo aspetto, il suo taglio, questo è veramente diabolico", confessò a Louise in una delle sue tante lettere. Perché, infine, la vituperata Emma altro non era che una donna banale, incapace di sentimenti profondi, annoiata dalla vita esattamente come il suo autore. Il quale, forse, tentava di sfuggire alle leggi generali scrivendo, viaggiando, evitando ogni relazione profonda e, soprattutto, quella parte di sé che vedeva così bene in Louise e che descrisse, disgustato, in Emma.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Il poeta diventa strumento, la stessa parola vessillo d'emozioni, senza blocchi geografici. La libertà migrante dei versi, trasporta verso infiniti orizzonti e fa ritmare il cuore, custode prezioso. La voce seppur tremante, diventa compagna del viaggio, "parlando di un mistero dell'aria".

    Il messaggio è legato alle attese, ai ricordi, ai "brividi di gallerie strizzate di vento".
    L'inquietudine abbraccia la speranza, svegliando così i sensi e chiamando per nome ogni singolo istante.
    La Lo Bue, sagacemente getta "il seme", alimentando con la scrittura, "infinite storie", fatte di "sole e sangue", di sogni e di cicatrici curate dalla forza dell'Amore.

    Il riscatto, la voglia di proteggere il dono della vita, diventa la sfida contro la clessidra del tempo, e le stelle disegnate con il sudore dei dolore e delle lacrime alla luna, diventano il bagaglio d'esperienza.

    Anche il silenzio, le geometriche forme, il gioco, la terra, sapori, fiori, colorando l'anima e nonostante le incertezze che interrogano il presente, vi è un continuo slancio verso la ricerca della felicità.
    La chiave della pace è la presa di coscienza della "croce silenziosa di un enigma" che unisce mondi diversi, rendendo rare le persone.

    Allora non ci resta che immergerci in questo mare, e tra baci e stupore, continuare a lasciarci trasportare.

    [... continua]

  • Amore, confidenza e conoscenza. Elementi portanti di una coppia. Anche se professionisti. Craig e Mara, due persone unite da passato e presente, incerte sul futuro, accomunate da sentimenti e matrimonio. Una coppia come tante e diverse dal resto del mondo. L'arte scorre tra di loro. Ma dove finisce l'abitudine ed inizia l'altro? Il tempo fugge e morde veloce tra capisaldi e emozioni. Perciò entrano altri soggetti nella storia. In un racconto che si svolge tra Inghilterra e Italia, carriere e aspettative. Andrea De Carlo torna in libreria. Grazie al suo stile unico,che alterna pensieri e parole di ogni attore, (filo rosso dei suoi ultimi romanzi). Un libro intriso di aneddoti e emozioni che tra un ragionamento ed un colpo di scena lascia il lettore in balia delle parole. Ed a volte delle domande e della noia. Molte pagine per narrare una storia semplice, dal gusto antico e unico.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Una vera scoperta quella di Alessandro Moschini nelle vesti non più di solo musicista o poeta, bensì di narratore. Una penna noir, sagace e investigatrice.
    Il tutto ruota intorno alla vita di Claudio Pagnini, apparentemente normale e abitudinaria, fino a che non compare un “portagioie”; fulcro collegante il passato con il presente.
    I “fantasmi” del passato, tornano così prepotentemente alla ribalta, creando suspense, brividi, desideri, e “scariche” di ricordi, tali da scombussolare i ritmi quotidiani.
    Tra analisi paranormali, mistero, congetture, paure, determinazione, la sola  volontà è quella di fare emergere una verità, seppure amara.
    Alla luce e con forza arrivano dettagli importanti per risolvere un caso. Maria (mamma di Claudio), riuscirà così a trovare il modo d’entrare in contatto con il figlio, trovando il coraggio, (che forse anni prima), le era mancato.  
    Un vero grattacapo o una “coincidenza” per il commissario Roberto Interlenghi, tanto da essere lui stesso, emotivamente coinvolto. Seguirà infatti le tracce di un cadavere corrispondente a uno dei casi più gravi di scomparsa, e fino ad allora irrisolti, datati dal 1957 al 1961.
    Due amici (Claudio e Roberto), si ritroveranno a percorrere tratti di storia insieme. Una famiglia  sarà ricatapultata in una storia al limite del paradosso, che vede Adelmo  e Sara (rispettivamente padre e sorella Claudio), attoniti di fronte a tale inaspettato (ri)apparire. Lo stesso prete, Don Gaetano, resterà di stucco.
    Un portagioie, ritrovato polveroso in una cantina e la forza “magica” che racchiude un segreto, sarà la causa che spingerà verso la giusta pace.
    Non mancano i colpi di scena, sound particolari o le sensuali e erotiche immagini d’amore (tra Claudio e la fidanzata Jennifer) che rapiscono, ma al contempo  uniscono, colmando distanze fisiche e mentali.
    Può la forza dell’amore superare ogni barriera umanamente percettibile?
    Beh! Non resta che affermare quanto tutto sia possibile e leggendo “Il portagioie” di Alessandro Moschini, resterete sicuramente colpiti.

    [... continua]

  • Il secondo libro di Luca Gamberini sembra puntare tutto sulla ricerca e sulla parola. Sembra. Perché i “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini, bolognese classe ’67, sollevano una cortina giocosa davanti ad una sensibilità acuta, che mangia malinconia a piccoli morsi. Il libro è da centellinare perché è come un torrone al cioccolato fondente: si presta ad una masticazione lunga, ha un sapore intensissimo e fa viaggiare.
    Quelli di Luca Gamberini sono racconti in poesia, poesia che si fa racconto.
    È glissando le rime, mentre scandiscono i pensieri più profondi e donano loro gradevolezza e leggiadria; scavando tra le righe; scansando il non detto, i desideri, la nostalgia; filtrando i giochi di parole e danzando insieme alle consonanti; e assecondando l’onda di parole, e non contrastandola, che ci si riesce a divertire insieme a Luca. Ché lui, si vede subito, a scrivere si diverte, e anche a mescolare le carte. Il suo scrivere è diretto a chi ha l’esperienza di un adulto ma vuole ancora guardare le cose come un bambino, nella loro meraviglia, elemento sottolineato anche dalla bibliotecaria Paola Bergamini che ha firmato la prefazione al libro. Ecco che le distanze si fanno più profonde e più sottili insieme, la realtà diventa oggetto e soggetto di riflessione, e si vive uno switch continuo tra le verità interiori e quelle esteriori, che quasi mai collimano.
    È un modo diverso di imparare a guardare le cose, che strappa sorrisi, stupisce e lascia interdetti a volte.  I “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini sono una strada che si apre dentro di noi, e fanno come la neve: candida e pungente, ti abbacina all’inizio, ma cos'è che nasconde lo scopri solo dopo che è passata.
     
    “Maggio è un mese interminabile, che poi ti accorgi, al fine, che pareva appena incominciato. A Maggio fioriscono i pensieri seminati durante le giornate più corte, a Maggio difficilmente si ha paura, Maggio è un Settembre pieno di speranza, è il mese in cui tutto è cominciato, è un pretesto in cui recita bene perfino chi non conosce il testo”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Soglia critica” è il titolo del romanzo di Alessandro Prandini, ma è anche lo schema interpretativo ingegnosamente suggerito, per consentire al lettore più accorto di indovinare la soluzione dell’intricato caso poliziesco.
    Da due omicidi, contraddistinti dallo stesso singolare “modus operandi”, prende l’avvio l’indagine del commissario Scozia, collaudato e vincente protagonista della precedente opera d’esordio dell’autore modenese. Per risolvere i delitti, il poliziotto, affiancato dalla sua assistente Fiorentino, a cui è legato da una mutevole relazione sentimentale, cerca ancore in un passato lontano, ma che sempre più manifestamente sembra riversarsi nel presente, plasmandolo e riplasmandolo secondo oscuri moventi, la cui inquietante e criptica rappresentazione aleggia su tutto il racconto. Ad un antico sodalizio dai risvolti massonici, stipulato tra quattro amici determinati a raggiungere il successo personale, in una sorta di mutuo soccorso, sembra agganciarsi la presenza sulle scene dei delitti, di una copia della celebre opera “Bel ami” di Guy de Maupassant, dove la caparbia e irriverente ambizione di Duroy, sinistramente richiama quella del piccolo gruppo di un tempo.
    Lo stile, ora descrittivo e meticoloso, ora sincopato, rallenta ed accelera il ritmo della narrazione rendendola simile alla sceneggiatura di un film, dove le immagini che si affacciano nella mente di chi legge, hanno l’aspetto di singoli fotogrammi montati in una pregevole e suggestiva sequenza.
    I numerosi sfoggi di erudizione nel campo della letteratura, dell’arte, della musica e… persino della culinaria, impreziosiscono lo scritto ed un certo approfondimento psicologico dei principali personaggi, nonché l’assenza totale di qualsiasi indulgenza verso scene truculente o pulp, che altri autori meno eleganti o sensibili avrebbero certamente inserito, data l’intrinseca scabrosità dell’argomento, lo rendono qualcosa di più di un semplice libro poliziesco.
    Dunque, nell’insieme, un’opera fluida e scorrevole, estremamente godibile che lascia l’impaziente desiderio di leggere al più presto una nuova avventura di quella che ormai si può ritenere una vera e propria serie ben congegnata ed intrigante.

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    recensione di Giovanna Albi

  • “In principio era L’Elefante che con la sua saggezza governava bene il suo popolo. Poi era arrivato L’Uomo che negli anni aveva violato i confini che la natura gli aveva imposto invadendo spazi non suoi. Il popolo dell’Elefante ne aveva sofferto, ne era rimasto quasi annientato. L’Uomo chiedeva sempre più terreno per il suo popolo in continua crescita e per gli animali che allevava e teneva al suo fianco e questo non era il peggio. Il popolo dell’Uomo, sempre più numeroso, stava schiacciando il popolo dell’Elefante chiedendo sempre maggiori tributi di sangue. L’Elefante si era trovato negli anni a percorrere pianure sempre meno vaste, sempre più intrappolato in confini imposti dall’Uomo e dentro i quali era più facile essere da questo massacrato. Il suolo dell’Africa per secoli si era dissetato del sangue di milioni di elefanti trucidati allo scopo di essere depredati dei loro trofei, del loro orgoglio, delle loro zanne.
    Ma l’Uomo, così astuto e intelligente, aveva saputo sorprendere l’Elefante. Alcuni membri del popolo a due zampe, negli anni divenuti sempre più numerosi, avevano mostrato amicizia, avevano manifestato solidarietà, addirittura li avevano protetti. L’Elefante riusciva persino a capire, nella maggior parte dei casi, quando poteva fidarsi e aveva imparato a farlo […]”

    Perché iniziare una recensione di un libro così? Io direi che non c’è altro modo per presentare il mondo matriarcale degli elefanti di Udzungwa. Un libro che parla di due popoli a confronto, quello centrale che è quello animale, nella fattispecie degli elefanti, e quello civile, - che poi in realtà di civiltà ci sarebbe molto da discutere -, umano.
    Il libro si costituisce e si costruisce per tappe, diventa una progressione delle avventure del corpo animale, che di volta in volta sembra stupirsi delle sue stesse gesta.
    Nel libro si parla spesso di viaggi, di spostamenti che gli animali fanno per motivi che non sono ovviamente sempre gli stessi: si inizia con la fuga dal massacro, e la perdita di numerosi elementi centrali nel genealogia della storia, per imbattersi poi nel fenomeno migratorio che silenziosamente e secondo il principio dell’eco-sostenibilità naturale della natura si presenta ciclicamente, si arriva di nuovo a scontri, a fughe, a riprese di viaggi, per poi tornare allo scontro. Ma questo è solo un piccolo sipario di ciò che è nascosto dietro le avventure degli elefanti dell’Udzungwa; ciò che rende interessante il libro, oltre comunque all’evoluzione della storia che rispetta una certa linearità di impostazione, è l’analizzare il comportamento animale, e magari confrontarlo con l’agire umano. Di fronte a certe situazioni, magari il lettore potrebbe rimanere sorpreso nel rendersi conto che l’elefante in una data situazione attui un certo tipo di comportamento, l’autrice però sagacemente non si limita solo a presentarci i comportamenti animali, ma cosa più importante ne dà un senso, una spiegazione, li concettualizza.
    Nell’evoluzione cronica della storia, che non rispetta temporalità se non quella che ha immaginato l’autrice in principio, ci si imbatte nel momento della fertilità animale, argomento avvincente, e che secondo me è anche un po’ il nodo di raccordo di tutta la storia, che capirete il perché solo leggendo fino alla fine il libro. E’ interessante poter leggere di un argomento tanto discusso come la sessualità animale, nel caso specifico di quella degli elefanti in quanto categoria, anche se questo è solo uno dei tanti tasselli della storia.
    Particolarità del libro è data dai nomi degli animali che sembrano un po’ ricalcare i loro istinti caratteriali, si può incontrare Placida, Timida, Dispettoso, Marula,Smilza, Irrequieta (la vera regina di tutta la storia?) ecc.
    Un altro elemento che divide, in quanto spezza la storia, è l’unico personaggio umano, che allo stesso tempo assurge alla funzione di collante è il veterinario Andrea Valcanover che avrà anch’esso un ruolo chiave nella storia, e sarà portavoce di sentimenti positivi.
    Se volete leggere una storia interessante che intersechi il polo umano e il polo animale questo è il libro che fa per voi, che non è frutto di un lavoro occasionale e marginale, anzi è sintesi di un lavoro di circa vent’anni dell’autrice che solo oggi prende pienamente forma.

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    recensione di Gino Centofante

  • Da tempo uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi: nome, cognome, età. E qual è l'espressione del volto, se malinconico, distratto o ironico. Il tempo passa. Troppo in fretta, forse. E la condivisione, a oggi, si assesta tra pochi intimi. Probabilmente perché non è questa a essere ricercata. Ma ancora regge il diritto di pensare alla poesia come l’arte di tutti: donne, uomini e bambini.

    Simone di Biasio si presenta col suo “Assenti ingiustificati”. Stop: chi sono gli assenti ingiustificati? “Sono tutti, siamo tutti. Anche un giovane appena venuto, anche lui è assente ingiustificato”, dice il poeta Claudio Damiani (che firma la prefazione), “voce bianca” della poesia contemporanea italiana. Simone è un giovane ed è appena venuto. Dove?, sulla Terra nostra? No. C’era già. Simone è appena venuto con la poesia, per la poesia. E lo tieni stretto. Simone parla una lingua nuova, quella degli anni in cui vivi, quella degli anni suoi (venticinque) per cui vive. La stessa lingua de “La Traduttrice” (pag.24) Korinne, badante della nonna: “Korinne / è la sua traduttrice dal Parkinson / in rumeno e poi italiano / e ha imparato due nuove lingue: / il dialetto e il sottovoce, / impronte foniche della nostra sorte”. 

    Ho detto “lingua”, prima. Non voce. Perché la voce a differenza della lingua è strumento distinguibile adatto al cambiamento, sì, ma non per tutti. In “Gabbiani in riunione” (pag.52) la corda vocale è nitida, lunga, celeste. Come per questi uccelli diversi dagli uomini perché, di natura, capaci a volare: “Sono appena di ritorno / da un direttivo di gabbiani, / volati per mia indiscrezione. / Disposti in cerchio sulla sabbia / sono rimasti in attesa / che il calcio delle loro zampe si asciugasse: / poi era già il tempo di lasciare / altrove un’orma, / di rimettersi le ali / che l’uomo non ha mai saputo usare”.

    L’ironia reale e sociale di alcune poesie è entusiasmante. E per forza rifletti sui versi, sugli accenti digitati quando sai che a parlarti è uno che dei canali virtuali ne fa uso quotidiano. Simone scava per il bunker, trova la “Fine dell’inizio” e dice: “Ma cosa penserebbero / Socrate / Gesù Cristo / Ulisse / persino l’homo erectus / o, che so, Pipino il Breve / a vedersi in pagine che non conoscevano / a sentirsi citare su Facebook / abusati tra i rami dei tweet /…”

    Insomma, quando uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi bisognerebbe invitarli alla lettura autonoma, prima, alla stretta di mano per effetto e all’arrivederci educato, dopo. Accompagnare loro verso parole comprensibili, attuali per compagnia dell'età. Dipingere a larghe pennellate tutto ciò che vedono, dalla natura degli uccelli agli affetti sociali, dai nonni alla ricompensa che può dare un armadio ("La ricompensa dell'armadio", pag.32). Smettere di annoiarsi. Anche se, dice ancora Simone in “Assenti ingiustificati” (pag. 30), poesia eponima per la raccolta, “… gli uomini non sono bravi, / non sono affatto bravi, / sono eterni ripetenti”. Ripetere non piace a nessuno, certo. Ma se siamo “tutti come allievi, tutti giovani come Simone, appena entrati nel mondo”, allora, dico, la ripetizione venga a versare parole con la sua calma. Così, forse, non devi nemmeno giustificare l’assenza.

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    recensione di Daniele Campanari

  • "Ballata di ogni artista" è il nuovo romanzo di Bruno Panebarco, nel quale l'autore, come recita la quarta di copertina, ci conduce per le strade di Porta Palazzo e del "Quadrilatero romano" a Torino, oltre che attraverso le gallerie d'arte che popolano questa città.
    Una dimensione spaziale ben delineata dunque, che lascia immaginare scenari e atmosfere precise. Il romanzo è percorso da nervature proprie del genere giallo che costituiscono lo sfondo della storia la quale ruota attorno alla figura dell'artista e della sua esistenza. In un'ottica universale dove l'artista diventa paradigma della ricerca di un proprio posto nel mondo. Il bisogno di essere visti, riconosciuti, apprezzati in modo tale da poter avere una sicurezza emotiva ed economica tale da potersi dedicare con tutto se stessi alla propria attività artistica: è questo il grido dell'intera storia. Il personaggio principale, Ruben, è un giovane uomo dal cuore puro che crede nelle idee e che si scaglia contro la mercificazione del mondo dell'arte, un mondo fatto di affaristi e di persone che mercanteggiano materia e oggetti invece di celebrare il valore dell'arte. Metafora dunque dei nostri tempi dove dell'arte e della cultura si è fatta una merce cui dare un prezzo e con cui lucrare. Ruben è un girovago anticonformista e contestatore che cova nel suo passato un dramma profondo. Non è disposto a lasciarsi sottomettere dai giudizi di critici d'arte poco propensi all'onestà intellettuale. Questo coacervo di rabbia, sfiducia, rancore e furore lo condurranno a seguire strade complesse e turbolente all'insegna della propria affermazione e realizzazioni artistiche. Abbandonando progressivamente ogni relazione umana si ritroverà in una dimensione di solitudine. Una solitudine in cui coltivare il mito del genio folle e incompreso (l'autore in un'intervista parla di "delirio di onnipotenza"). Un romanzo dunque diretto, immediato e intrigante dove suspance e narrazione i troppe trova si fondono in un crescendo di incisività.

    Il testo presenta attente descrizioni.

    "Piazza della Repubblica, meglio conosciuta come Porta Palazzo, era più affollata di un centro commerciale all'ora di punta. La gente si aggirava vociante tra i banchi del mercato all'aperto, dai quali si levavano le caratteristiche urla di venditori ambulanti. I corridoi delle due strutture coperte che ospitavano le rivendite di abbigliamento, calzature e articoli sportivi da una parte e il mercato del pesce dall'altra, erano, se possibile, ancora più intasati e caotici. Per decenni, da prima che la grande distribuzione con i suoi mega centri colonizzasse la periferia cittadina, Porta Palazzo, aveva attratto migliaia di avventori, per la grande varietà del prodotto offerto e per la possibilità, piuttosto rara in una città così lontana dal mare come il capoluogo piemontese, di acquistati pesce fresco. Arrivava gente perso dalla Francia."

    Le descrizioni lasciano poi posto a immediati dialoghi:

    "Ballarini era solo un pervertito, un porco libidinoso che meritava di essere schiacciato come uno scarafaggio!"
    "Eppure, se sei riuscito a fare qualcosa, ad arrivare dove sei arrivato, lo devi a lui. Perché lo odiavi tanto?"
    "Ma che cazzo ne sai tu, di come stavano le cose? Delle umiliazioni che mi infliggeva, del disprezzo che aveva nei miei confronti. Mi trattava come una pezza da piedi, peggio! Come uno schiavetto che doveva accorrere e sottometterai ad ogni suoi capriccio, soddisfare tutte le sue perversioni, le sue deviazioni, le sue schifose voglie sessuali!"
    "È per questo che lo hai ammazzato?"
    "Sì. Doveva crepare quel bastardo! Doveva pagare per il male che mi ha procurato e che mi hanno fatto quelli come lui. Non avevo dieci anni quando cominciavano a mettermi le mani addosso, quelle bestie schifose. Eliminarlo dalla faccia della terra era un mio sacrosanto diritto!"

    Un romanzo, insomma, da scoprire pagina per pagina.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Un'infanzia spensierata e piena di avventure può aiutarti, quando sei grande, a prendere la decisione giusta per scegliere la strada della felicità? 
    Forse no, ma sicuramente un po' aiuta.
    Questa è la storia di un bambino come lo erano tanti di noi, con due genitori che lo amavano tanto da non voler fargli pesare l'asprezza di una vita piena di tribolazioni e sacrifici.
    Ma si sa, i bambini capiscono anche quando le cose non si dicono. 
    Sarà un'estate a cambiare tutto. Uno scorcio su una stagione di felicità. Una vacanza da una zia molto temuta, si rivelerà un'avventura piena di emozioni e risate. Ci saranno tanti piccoli amichetti, con i quali giocare liberi in campagna e combinare marachelle, e poi uno zio in gamba pronto a infiammare ancora di più la loro fantasia di piccole persone, che vedono il mondo con altri occhi.
    E i genitori, che pur di garantirgli la felicità e anche un futuro, sono pronti ad andare incontro all'umiliazione.
    Ecco, una storia che tanto spensierata poi non lo è, ma che ci ricorda le famiglie come le nostre, quasi di un'altra generazione: quella dove i bambini si proteggono e i problemi si tengono nascosti, volendosi bene anche nella cattiva sorte, mascherando la preoccupazione con sorrisi, storie fantastiche o sorprese inaspettate, per poi affrontarli tra grandi quando i bimbi sono a letto.
    Genitori uniti nel bene e nel male, figli liberi di vivere l'infanzia scorrazzando nel mondo parallelo della fantasia.
    Un giorno, poi, si cresce e si devono prendere decisioni da grandi, quelle che non si sa se sono giuste. In quei momenti si guarda al passato, si ripensa agli adulti che ci hanno insegnato tanto, ai giorni di una spensieratezza disarmante e, magari non si riesce a fugare ogni dubbio o ad aver la certezza di scegliere bene, ma a una domanda si che si riesce a rispondere: "Sono felice?".
    Inutile dire che se si sa la risposta, si può trovare anche la strada e andare incontro alla felicità.
    "Profitto non vuol dire progresso", la dedica dell'autore. Ho capito cosa voleva dire solo alla fine di questa breve storia, che mi ha sorpreso positivamente.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Cosa accade quando l’acqua incontra l’olio? Che succede quando l’ultima delle romantiche incontra il primo dei cinici? La legge degli opposti vuole che si sentano irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra, e questo accade nell’ultimo libro di Federico Moccia “L’uomo che non voleva amare” (2011).
    Questo incontro porta però una conseguenza: le fortezze di entrambi subiscono una piccola incrinatura. Dalla collisione dei loro due mondi qualcosa comincia a cambiare, ed ecco che all’interno di una storia immersa nel quotidiano, tra coppie che si tradiscono, si lasciano, si fingono e si cercano, tra segreti sepolti nel passato e altri incastrati nel presente, Moccia intesse abile un’altra storia che, più o meno prevedibilmente, pone tanti dubbi e tante scelte ai protagonisti. L’opera di immedesimazione funziona e il lettore vuole vedere come andrà a finire, tanto da “perdonare” anche i bellissimi voli pindarici, visto che il protagonista, Tancredi, è un aitante, intelligente e ricchissimo sciupafemmine e famiglie, ed ha tutti gli strumenti materiali per stupire una donna e anticiparne i desideri (probabilmente il sogno nascosto di tutti). Jet e isole privati, lusso sfrenato ed una specie di sistema di servizi segreti che rende il protagonista quasi un vice-narratore onnisciente fanno da contorno ad una storia che si scioglie bene tra corteggiamento e strategia, azione e introspezione, trasgressione e sogno, con una sensibilità quasi femminile nel cercare di affrontare l’atavico combattimento tra amore romantico e amore passionale.

    “Era come quando ti svegliano di soprassalto, ti ricordi cosa stavi sognando ma ormai è troppo tardi. Nei sogni va tutto come vuoi tu, senza difficoltà, senza che nessuno si dispiaccia o abbia da ridire qualcosa. I sogni sono semplici” (Federico Moccia)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Un paesaggio verissimo e insieme surreale, una voce ingenua e trasparente ma nello stesso tempo pungente e quasi feroce nella descrizione pura e diretta della piccola grande realtà che la circonda. Questi i tratti più intensi di questo romanzo ambientato tra case e stradine della provincia lombarda, tra mura e boschi di piccole comunità incardinate sui propri cadenti pilastri quali la bigotta del paese, il parroco, la scuola con i suoi bulli e le sue vittime. Una di queste vittime è Corradino, il protagonista, che subisce la violenza del padre, uomo senza anima e senza ragione, quella dei compagni che lo prendono in giro mortificando il suo nome e con quello tutta la sua vita, e con queste anche la violenza di tutte quelle manifestazioni e circostanze della vita e della sorte che un bambino senza l'aiuto di chi lo ama non riesce a comprendere, o almeno ad interpretare. E allora Corradino impara a vivere solo e sospeso tra due dimensioni, quella reale e comune e quella tutta sua, interiore e altrettanto vera nella propria mente, in cui uomini e supereroi, esseri umani ed abitanti di altri pianeti si fondono e si confondono, creando un'altra possibilità dell'esistenza, un altro mondo possibile, non scevro da paure e insensati sensi di colpa. Unica ed affascinante costante della  vita di Corradino, così sperduta e vera, è la madre che condivide con lui l'attenggiamento arreso e nostalgico di chi aspetta una soluzione, di chi non ha la forza di gridare e attende che la salvezza arrivi da un improvviso sguardo della sorte, fosse pure la morte di chi fa loro del male. Ad accompagnre questa realtà e i pensieri e sogni di Corradino sta il mistero del centenario abitante di "Villa Kestenholz", i terribili racconti che la vox populi ha costruito nel tempo attorno alla vecchia casa nel bosco e i suoi fantasmi, che diventano uno stimolo alla scoperta, una ragione di impegno e di sforzo, un motivo di tremendi incubi notturni ma anche la fedele spinta a non cedere alla solitudine. Fino a che questa diventerà la più dolce delle sorprese, la più amabile delle carezze, una rivelazione o ispirazione a trovare la propria strada, a saper dire finalmente a se stessi: "Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare..."

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Un cupcake è per sempre!
    Lo sapevate che se si scaglia un cupcake contro un muro, si ottiene il rumore di una testa che affonda in un cuscino? 
    Piccolo, glassato, fluffoso, ricoperto di frosting o decorato, sempre "in tiro" ben adornato dai pirottini colorati e intagliati, decorato con creme e zuccherini color pastello, caramelle, fiori, etc.
    Perfetto il pomeriggio con il thè ed il caffè, riesce sempre a strappare un sorriso, ma soprattutto sa come far emozionare i lettori. Realizzare il sogno di aprire una pasticceria (è questo l'obiettivo della protagonista, Leilani Trusdale) rende un romanzo dalla trama piuttosto comune, un delizioso passatempo adatto anche a chi torna stanco da lavoro. La trama è semplice, ripetitiva e poco originale ma è certamente fantasiosa: a nessuno era mai venuta in mente l'idea di rendere protagonisti dei dolci.
    E' il primo romanzo di una serie composta di quattro libri, in cui non mancano le ricette, alla fine, che preparano il lettore ad avere l'acquolina in bocca per coronare una lettura leggera che potrebbe addirittura considerarsi estiva.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio