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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • A volte la realtà supera la fantasia... e anche quella è poesia.
    La poesia racchiude pensieri, sentimenti che prendono forma attraverso versi e strofe. 
    Un linguaggio universalmente riconosciuto che diviene uno specchio tra scrittore e lettore. 
    La raccolta poetica di Sandra Carresi è uno scrigno che racchiude verità e ricordi che volano leggeri creando immagini e paesaggi.
    Il vento che scorre veloce mentre il sole squarcia i rami degli alberi, il cambio delle stagioni che rappresenta l'evolversi dell'età, battiti di amore e vita.
    Natura e umanità si sposano nelle strofe libere in cui il tempo è scandito da piccole cose.
    Poesia della memoria che esprime il passato per integrarlo nel presente e migliorare il futuro. L'evocazione del tempo perduto permette di cogliere sfumature improvvise e sconosciute, da conservare, salvare e rendere fonte di ispirazione futura.
    Giulio Cesare scriveva: "La storia è testimoninaza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi". E scorrendo le liriche dell'autrice ho pensato a questa citazione: la scrittirice rende il passato vivo attraverso le sue parole e gli dà nuova forma grazie a toni medidativi, dolci e melodiosi. La metrica è colloquiale e intima. Le emozioni prendono vita grazie ad una scrittura ricca e ricercata, preziosa ed autonoma. 
    L'amore è la trama che scorre in questo patworch vitale, amore per la vita, persone e tempo passato. Tutti uniti da un elemento unico caratterizzato da mille sfaccettature nostalgiche e vitali al contempo. Ogni attimo diviene un dono, basta coglierne i riflessi. 
    Le poesie spaziano tra i sentimenti e il tempo, esprimendo l'esser donna, persona, amante e amata. Fragile e viva. In bilico tra quello che fu, l'essere e il sarà. Sempre e comunque. Nonostante tutto. Armonia tra se stessi ed il mondo circostante. L'io che diviene noi.
    Pensieri che squarciano il velo della falsità e dei luoghi comuni per trasformarsi in un inno alla verità.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • "Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare".
    [Ippocrate]

    Fra le pagine di questo libro scorre il sangue di due persone ferite, rispettivamente nel corpo e nell’anima.
    L’inizio è brusco e vede due figli opporsi ai padri: l’uno colpevole di non osare, l’altro di osare troppo. Sempre fedeli a se stessi, Stefano e Angela intraprendono così i loro personalissimi percorsi di vita, in una Sicilia abbozzata quel tanto che basta a renderci l’immagine di un luogo dove i sentimenti ardono come fuoco.
    Anni di lacrime e dolore si avvicendano, anni in cui i protagonisti si sentono inadeguati, anche nel loro sacrificio. Ogni cosa avviene lungo l’invisibile scia lasciata dalle ali di Angela, che come un’aquila solca più cieli, fuggendo dal dolore e dalla rabbia che le attanagliano il cuore.
    Il lettore volerà con lei, e con lei abbraccerà Stefano, ritrovato – insieme ai padri perduti – nel nido di una casa che rinascerà a ogni alba.
    Un libro che cura il dolore con la speranza e la rabbia con il perdono. L’opera seconda di Carmela Abate è colma di vita, e dalla vita si fa colmare.

    [... continua]
    recensione di Jason Ray Forbus

  • Il poeta percorre un viaggio, come lui stesso afferma “cercandomi”, sezionando nelle viscere più profonde, alla ricerca di quel senso che alimenta il guizzo verso il futuro, scendendo dal precario equilibrio e dalla staticità/trappola delle umane paure.
    Si immerge, nel “buio”, per scoprire quanto quello sia solo l’inizio “scintilla” della più grande delle scoperte.
     
    Mettersi in gioco non è cosa semplice, ma Giulio si catapulta dove gli altri non osano. Scandaglia il vuoto, le tenebre, interroga i demoni che alimentano i dubbi, meditando e trovando la vera forza in “un sogno di carta”, stretto in quel petto, in cui ancora batte un cuore.
     
    Un’implosione di sentimenti, che lo porta allo step successivo: “cercandoti”.
    Già perché avendo attraversato e conosciuto le battaglie interiori, e riconosciuti i propri limiti e difetti, si può avere la consapevolezza di potersi innamorare, accettando tutti i rischi del caso.
     
    “L’amore è un inferno potenziale”, è respiro fermato del cuore dell’altro, è primavera, ma può divenire, se non compreso ed accolto, solitudine, perdersi nel fumo o nella schiuma dei ricordi e cadere nel “meraviglioso fallimento”.
    Le regioni del cuore sono “frammenti e centimetri di pelle”, graffi che coraggiosamente si portano senza esibizione, respirando pazientemente nonostante tutto, accogliendo anche il silenzio come rifugio e ricarica.
    “La poesia è una goccia nel deserto che non vuol morire”, e forse è la via verso la salvezza. Si, perché nonostante tutte le croci trasportate nella vita, i giorni e le notti passate tra “raffiche di vento", sogni legati o falci di luna, quello che davvero conta alla fine, è potersi specchiare, alzando gli occhi, senza temere di non aver vissuto.

    [... continua]

  • Una giovane donna, seduta in una metropolitana semi vuota che corre sotto la città di New York. Jack Reacher, ex-militare in congedo, oramai ridotto ad una sorta di pellegrino delle strade della metropoli statunitense, seduto annoiato nella stessa metropolitana notturna, nello stesso vagone scelto dalla donna. La taciturna situazione, proposta come preludio al romanzo in argomento, è tale solo in apparenza poiché in essa si cela il potenziale esplosivo che in pochi giorni sconvolgerà, pur se in maniera sibillina alle orecchie della popolazione statunitense, precari equilibri internazionali.
    Recensire un libro di Lee Child appare compito piuttosto arduo. Considerata la “vivacità” di ogni sua pagina non è troppo difficile incappare nell’errore di svelare anche minimi dettagli che invece devono restare punti ben celati per garantire al romanzo il meraviglioso grado di suspense che promette e mantiene. La storia che propone lo scrittore in argomento, pur apparendo usata e riusata da diverse penne nel panorama dei thriller/spy story, si svela invece, di capitolo in capitolo, notevolmente originale in più momenti ed al contempo, adeguatamente soffusa da una giusta misura di mistero e di “non-detto”. Difatti, alle connotazioni più marcatamente descrittive ed utili per meglio esplicitare i vari contesti che fanno da tappeto agli eventi narrati, Lee Child preferisce l’azione, la velocità, la chiarezza dei pensieri e dei dialoghi dei personaggi del romanzo. La scrittura è quindi scorrevole e mai ridondante, i personaggi sono ben definiti pur se mai esasperatamente esposti ad una dettagliata e psicoanalitica descrizione del loro essere; l’atmosfera, esattamente metropolitana, scarna e realistica quanto basta. Tutto ciò, unitamente a quel meraviglioso grado di suspense del quale si dava cenno precedentemente, contribuisce a rendere il romanzo “I dodici segni” uno di quei libri che si leggono in pochissimi giorni, una di quelle avventure narrate in maniera tale da colpire forte e diritto allo stomaco.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Recensire un libro di poesie richiede una certa presunzione. Quella, innanzitutto, di riuscire a entrare nell'anima del poeta. Che, per sua natura, rifugge ad ogni definizione, rifuta di adattarsi alla realtà, gioca con le parole per non farsi vulnerare. Eppure, i poeti, lasciano sempre indizi, desiderano che qualcuno si metta sulle loro tracce. Attendono, infine di essere 'scoperti'.
    Con questo convincimento mi sono avvicinata al testo poetico di Francesca Lo Bue, "Il libro errante", edito da 'Nuova Cultura'. Da subito, si intuisce cosa sia, per Francesca, la 'parola': essa è radice di eternità, ma pure scoperta, continua ripartenza. Nel momento in cui la parola diventa 'verità', insomma, viene negata una parte della realtà. Cosa inaccettabile, questa, per 'colui che cerca' (der suchende).
    Lo stile di Francesca Lo Bue è netto, senza patetico. La cifra di lettura del suo libro è certamente, come il titolo svela, l'erranza. E in fondo cosa siamo, noi tutti, se non esseri che anelano a una possibile evoluzione, per niente stanziali, costretti in un quotidiano di continue ripetizioni?
    Ci sono versi davvero folgoranti, in questo libro. Quasi che, forse, solo essi siano capaci di andare realmente 'oltre', spezzare il filo, consegnarci a un destino pieno. La parola può ricomporre il senso, diventare spinta verso la ricerca,  perchè ci offre una 'terza vita'.
    "Una parola che s'avvicini alle viscere della notte/
    e ai disegni vermigli delle nuvole,/
    agli incavi immobili delle muraglie di brace".
    E' un'eterna frantumazione che cerca di ricomporsi. Forse, la sintesi poetica di francesca Lo Bue (se una sintesi può essere possibile) è nella splendida 'Il navigante':
    "(...) Il padre aspetta fra i cigli abbaglianti delle strade/
    il ritorno del figlio/
    il miele fervido della sua allegria smarrita nei viali lontani./
    Cuore cristallino che vuole bussole, chiavi e timoni/
    per andare verso la pace dei nomi".
    Il poeta, illuso errabondo o sognatore tenace, cerca comunque un nome e una casa, una meta esatta per il suo errare, come un rabdomante che voglia imprigionare l'aria "in un canto perlaceo", con i suoi "occhi di pietra" e le sue "mani di orefice".

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • "Killing Moon" è una raccolta di undici racconti noir di Mirko Tondi, edito da Edizioni Epsil.
    Questo autore è stato una piacevole sorpresa. Le sue storie sono brevi ed intense, accomunate da una costante ricerca e gioco di stili. La sua scrittura appare in continua e costante evoluzione, la narrazione è unica in ogni componimento. Il libro presenta il male espresso in tutti i suoi volti, quando si accompagna all'amore.
    Un sentimento non può esistere senza l'altro ma può modificarne il senso. L'amore diviene ossessione trasportando l'uomo nell'abisso della solitudine, l'odio si tinge di pietas verso se stessi ed il mondo, il male è poliedrico e multiforme. Insicurezze e paure prendono vita, creando inganni e tranelli che si intrecciano disegnando schemi particolari ed atipici; ogni vicenda è lo specchio di se stessa e delle altre.
    In particolare il racconto "Killing Moon", che dà il titolo al libro, è una storia particolare e articolata, che sembra esser l'incipit velato della raccolta che si sviluppa con e attraverso essa, come fosse una matriosca letteraria. La lettura risulta piacevole anche grazie all'aggiunta di citazioni cinematografiche, letterarie e musicali, i personaggi sono descritti con maestria e le trame tessute con attenzione e decisione verso i particolari. 
    Un'opera d'arte completa che rapisce il lettore proiettandolo in realtà uniche, storie a volte brevissime che scorrono veloci tra le pagine e nella mente, come nei miglior gialli.
    Un libro consigliato, la cui lettura scorre veloce e non delude le aspettative. Sopratutto per gli amanti del noir, dei misteri e dell'animo umano.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Giovane l'autore per questi giovani pensieri: cinquecento aforismi numerati che si fanno leggere e rileggere, rintracciando velocemente la similarità di una sensazione, il riconoscimento di un'illuminazione che trova riscontro nel nostro vissuto, che si confronta e si ritrova nelle sue parole.
    L'autore esprime stringatamente sentimenti e speranze, paure, anche ricord,i un momento preciso in famiglia (133), la certezza d'essere amato (204, 209), con riconoscimenti improvvisi (160, 291), e percorrendo il cammino che viene svelando davanti ai nostri occhi, lo vediamo rivolgersi con accenti accorati all'inesplicabilità dell'esistenza (202), interrogandosi sulla felicità: (210): "La felicità è l'illusione di essere felici, l'infelicità è la paura di esserlo". 
    A me particolarmente graditi sono gli aforismi che si rivolgono o prendono spunto o in esame gli animali: il leone, i lupi e in special modo i gatti: "Stasera io e il mio gatto ci siamo confessati. Io gli ho detto che mi piacerebbe fosse un uomo, così da potergli parlare. Lui ha risposto che gli piacerebbe fossi un topo, così da potermi mangiare".
    Patisce, il nostro giovane autore, il mistero dell'esistenza e dei sentimenti, vive il disagio del disamore e dei tradimenti, ma non potrà mai rinnegare il suo anelito di infinito e l'infinita eterna riconoscenza di sapersi degni d'amore.
    Fulmineo e brutale l'aforisma 285: "A volte per non arrendersi bisognerebbe arrendersi", riscattato da un dolente invito a considerare anche i silenzi (480).
    La poesia è la sua musa, la sua donna, la sua vagheggiata eterea meta: salva dall'ignoranza, è musica, fotografa sentimenti, eppure l'autore la sfida, la maledice. Ma ribadisce con accanimento che è la sua ossessione e conclude con il desiderio di farsi lui stesso poesia.
    Eppure, seminato nel libro fra i vari aforismi, l'autore ne ha nascosto uno davvero irriverente, definendo il suo stile letterario (85), ma è al suo animo più profondo che si rivela brevemente, quasi inconsapevolmente, con il tenerissimo appena bisbigliato desiderio di un vero amico (300).
    Ma sì, davvero vale la pena di leggere questo breve libro: così veloce, così facile, così maledettamente affascinante al punto da diventare un compagno di cammino.

     

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Una storia senza tempo, con radici solidamente affondate nel terreno freddo di Russia, ricca di fascino e di interpretazioni. “Anna Karenina” è un bel film regalato dalla penna di Lev Tolstoj: dopo il successo mondiale di "Guerra e pace", ecco arrivare una vicenda individuale, adulterina, ambientata nella Russia di fine Ottocento.
    Uno degli aspetti più interessanti di questo libro, proposto e riproposto anche in diverse versioni cinematografiche, è guardare come i personaggi ruotano a corredo della figura di Anna: sono loro che vanno a costituire la vera ossatura del romanzo. La storia si consuma, di fatto, intorno alla coppia di amanti: la troviamo nella società, negli occhi di chi guarda Anna, ed è arricchita di buone tecniche introspettive che a quel tempo si stavano solo affacciando nella letteratura europea.
    Si tratta di storie umane e quindi imperfette, di persone a cui manca sempre qualcosa. I dialoghi e le interazioni mostrano la pazienza, le fragilità, le nevrosi e la forza d’animo; i ritmi dilatati di un’epoca andata e dei necessari contrasti tra la vita sociale e la vita privata. Il momento più alto di “Anna Karenina” è distinto dalle ombre di una felicità raggiunta e quindi, paradossalmente, incompleta. La voce che si sente più forte è della terra, dura, complessa come il personaggio di Levin, da conoscere e coltivare: il grande spazio che le viene dato è simbolico e si apre a considerazioni filosofiche e politiche, anche in virtù del fatto che Levin è facilmente individuabile come alter ego di Lev Tolstoj. In qualità di proprietario terriero, prende a cuore la condizione dei contadini e sviscera l’argomento a più riprese. Una chicca: il modo in cui Levin si dichiara a Kitty è lo stesso in cui il medesimo Tolstoj si dichiarò alla giovane moglie, sia tramite un gioco di parole sia chiedendole anche di leggere i suoi diari passati.
    Istruzioni di lettura per i diffidenti: bisogna lasciarsi portare dalla narrazione e non prendere il romanzo come se fosse Madame Bovary. Il focus è infatti decentrato, rispetto alla coppia Karenina-Vronsky: una volta accettato questo gioco, ci si apre a una sfaccettatura interessante di sentimenti, distribuita in maniera più o meno simmetrica fra amori infedeli e amori spirituali, la devozione per il lavoro, infine l'implosione di una storia senza futuro. È toccante il momento del parto di Kitty e sono molto coinvolgenti gli ultimi minuti di vita di Anna, forse perché costituiscono la prima, vera volta che al lettore viene concesso di guardarle dentro. Attenzione all'edizione economica Ben 2007: anche se gode della prestigiosa introduzione di Eraldo Affinati, è piena di refusi!
     
    "- Con voi avrei imparato presto perché m’ispirate fiducia – gli disse.
    - Anch’io ho fiducia in me stesso quando voi vi appoggiate a me."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Scrivere su Rimbaud non è affatto semplice – come dice anche l’autore del saggio – tanto già è stato detto e scritto, ed ogni nuova parola, critica, può sembrare accessoria, inutile, può cadere con estrema facilità nell’ovvietà. La figura di Rimbaud è unica nel suo genere, lui rappresenta per eccellenza il poeta sovversivo, controcorrente, e anzi, per alcuni diverrà anche espressione e azione di un demonio possessore. Nel libro con lucidità e chiarezza si ripercorre il suo vissuto – con il tentativo di  scioglierne gli elementi oscuri, e fare chiarezza – partendo dai primi viaggi, dalla Parigi in pieno tumulto, alla Londra copulare d’amore, all’Olanda, alla Norvegia, alla vicina Roma, ad Alessandria d’Egitto, fino ad arrivare a Cipro, insomma un animo nomade, che attraverso il viaggio cerca la propria dimensione, la propria verità, un proprio senso, una pace  – forse solo sperata –, o quell’estremo bisogno di placare quella voragine interiore che altro non è che inquietudine. Nel libro dopo un primo scorcio cronologico degli innumerevoli viaggi intrapresi, ci viene offerta una ricostruzione storica dei sommovimenti Europei, e in particolare della terra Parigina, in preda a numerosi cambiamenti; questa matrice di tipo storico si proietterà poi alla temperie artistica coeva al poeta, con autori quali: Baudelaire, Nietzsche, Mallarmé, Wilde, e non per meno importanza, in ultimo, anzi, Verlaine – su cui torneremo dopo –.L’attenzione poi viene rivolta alla famiglia, in particolare alla figura della madre, che erroneamente in molte biografie viene definita come donna poco sensibile, quando, invece, in realtà risulta dagli scritti più approfonditi essere una donna dolce e tranquilla, anche se molto protettiva (tanto che era arrivata a pensare che suo figlio fosse comandato da qualcun’altro nelle azioni che intraprendeva... forse  da Verlaine?!). Si parla di suo padre, un uomo dall’aspetto trasandato, e dal carattere – forse influenzato dalla professione – militare, e ancora di suo fratello Frèdèric e delle suo tre sorelle Victorine, Vitalie, ed Isabelle. Facendo un salto nel passato della narrazione si torna a parlare di viaggi, e nello specifico di un viaggio di crescita per Arthur uomo, il viaggio in terra Africana. Un viaggio che segna – un momento cruciale nella vita del poeta – una netta spaccatura tra le personalità in contrasto nell’animo di Rimbaud, quella passata che è fuori da ogni schema (tanto combattuta dalla madre), e quella trovata, o forse meglio divenuta solo ora consapevole, che lo ha reso più civile, ma sicuramente meno poetico e che fa si che quella frattura nel rapporto madre/figlio trovi risanamento. Infine, merita di essere menzionata la storia d’amore, ma anche di crescita che Rimbaud trova con Verlaine, dall’animo ancor più sregolato, e che da sempre era dedito alla sodomia, e alla produzione di una letteratura marcatamente erogena (visto che al tempo non esistevano riviste porno e quant’altro) –. Se Verlaine, ormai, da tempo aveva preso coscienza della sua intimità, per Rimbaud questo rapporto altro non era che evasione, scoperta, sete di libertà, e possibilità; così come la parola senza la sua negazione non trova la sua piena affermazione, così il loro amore senza la sua diversità non trova veramente un senso, e inoltre, si contrappone ad un’eterosessualità non di certo meno colpevole (anche se improprio parlare di colpe). Consigliato per chi è amante del poeta, e per chi ama la poesia e le biografie. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Sessanta racconti è una raccolta di storie brevi pubblicata nel 1958. I primi 36 racconti erano già stati pubblicati in tre diversi volumi (I sette messaggeri, Paura alla Scala e Il crollo della Baliverna).
    Iniziare da questo libro per conoscere Buzzati forse non è stata la scelta azzeccata, o forse sì. Leggendolo si entra appieno nel suo mondo, nella sua narrativa, fatta di alti e bassi, di introspezione, di attualità, di religione, di morte, di un mondo imperscrutabile che viene animato ed esaminato attraverso ogni racconto.
    La maggior parte dei racconti prendono vita dalla quotidianità per poi sviscerarne i lati più  nascosti, che si mimetizzano, per tirarne fuori l’elemento surreale, al limite del grottesco e a volte del tragicomico.
    Uno dei temi preponderanti del libro è la metafora del viaggio, che ritorna a più riprese, mettendo in evidenza i mostri che fagocitano l’animo umano, per poi riuscire a presentarne anche abusi e violenze.
    Viaggi fatti dai personaggi che cercano mete lontane, o forse anche immaginarie. Viaggio inteso come ricerca interiore, come indagine del proprio essere, per riconoscere e ritrovare le proprie coordinate ormai geometricamente fuori rotta da un richiamo spasmodico della compiutezza. Compiutezza di un io che riappacifica ogni stato d’animo.
    In racconti come “I sette messaggeri” o “Il direttissimo”, o ancora in “Qualcosa era successo” si ritrovano i connotati più oscuri: “Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno, no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!”.
    Altro elemento importante del testo è l’elemento dato dalla religione, presentata nei suoi aspetti più umani, ma allo stesso tempo controversi, come in “La fine del mondo” o diversamente ne “Il cane che ha visto Dio”.
    Uomini che sono soggiogati dalle loro stesse paure, dall’ansia dettata da una comprensione che scivola troppo nell'irrazionale, che porterà alla negazione, alla non comprensione dei luoghi, che non sono poi molto diversi da quelli che sempre ci portiamo dentro.
    Infine ultimo elemento, accanto agli altri due precedenti, è la morte, analizzata nella sua naturalezza, come conseguenza necessaria alla vita, come un dopo che è obbligatorio, e per questo deve essere accettata nelle sue intenzioni. E’ come un lenzuolo che si posa sul corpo di ogni essere umano, così a ricordare che dopo un inizio, dopo una percorrenza, dopo un viaggio, che è la vita - che dovrebbe andare parallelamente con il nostro spirito interiore - c’è la fine, la morte, la necrosi del corpo, ma non dell’anima, che sembra albergare in questo mondo polarizzato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Un thriller coinvolgente e serrato, una scrittura delicata e profondamente sincera che ci invoglia alla lettura fino all'ultima pagina, senza annoiarci mai.
    Seguiamo con interesse il protagonista, Febo, e in lui ritroviamo i caratteri tipici di tanti nostri giovani, impulsivi, appassionati e caparbi.
    Lo vediamo affacciarsi alla vita dopo un'infanzia tenera e un'adolescenza protetta dalla famiglia, seguito con attenzione e rispetto dal padre. E con questo animo così leale, lo vediamo intrecciare i primi amori, lo vediamo scontrarsi con le prime ribellioni, i primi rifiuti.
    Incontrerà finalmente Marina, la donna che ha scelto per la vita: ma la vita ha deciso altrimenti.
    Ecco allungarsi sulla sua vicenda umana l'ombra gelida del terrorismo con il suo corollario di attentati e rapimenti: con il suo carico pesante di morti.
    Febo reagisce all'orribile insulto alla sua felicità con un rancoroso desiderio di vendetta e perseguirà questo scopo quasi ad occhi chiusi, perché è il suo cuore che ormai è chiuso al futuro.
    Sarà tuttavia una donna che lo salverà dal profondo baratro dell'insensibilità e gli ridarà la capacità di soffrire ancora, perché solo con il cuore aperto è possibile vivere da vero uomo: anche a costo di un estremo sacrificio, quasi questo possa idealmente ricambiare l'amore che le due donne della sua vita gli hanno donato.
    Un autore di rara sensibilità, da seguire con vero interesse.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Miseramente catapultato nello spazio infinito senza più reti né illusioni. Nella raccolta “Spazio Porto K” il cosmonauta post punk di Marco Buggio è lontano anni luce dall’ottimismo bowiano di Ziggie Stardust, profeta dell’Uomo delle Stelle, ma anche dall’eroico anelito odissiaco del Maggiore Tom, quando l’imprevisto, seppur conteggiato, era celebrato come estremo e coraggioso sacrificio dell’uomo, proiettato nel futuro dalla fame di conoscenza e conquista di nuovi futuribili mercati.
    Persino la poetica cyberpunk dei nostri bulimici e rampanti anni Ottanta, con la violenta fusione di mondi formalmente separati, come l’high tech e il pop underground,  è un’oasi distante, laddove la decomposizione costruttiva di information technology e cibernetica diventa insieme strumento o mostri ai quali ribellarsi per avviare un cambiamento radicale nell'ordine sociale.
    Nello Spazio Porto K si vive un eterno day after. Il poeta dello steampunk, nel suo manifesto post tutto, urla la rabbia desolata dell’uomo cyborg, scarnificato da qualsiasi speranza di rassicurante processo biologico (“Acciaio carne/ ossa fuse,/ cerniere celebrali/ schede espandibili/ digestione motoria/filtrante dati”).
    Nella prima parte della raccolta l’aedo spaziale sta lì, in un non-luogo, sospeso senza attesa (“Pianeta Terra,/ Spazio Porto K,/, abbandonati:/ scoperta del cosmo,/ senza mai scoprire/ la nostra debolezza,/ la nostra fame/ di affamare, ingordo benessere.”). L’impatto con l’alienità è devastante (“Ho incontrato/ coloro/ che non riposano,/ eletti/ a essere/ evoluti/ verso creature/pensanti/costruite artificialmente/ paradossi/ di sfere emotive”). La destrutturazione paratattica nell’era steampunk si affida alla pregnanza semantica nelle icastiche immagini della brutalità terrestre vista dal cielo (“Tua città,/ plastica/ nascente/ cenere/ capitalista,/ riverberi/ tendenze/ quotidiane/ omologate”).
    Nella seconda parte una flebile traccia dilaniante superstite di materia umana si fa strada, tradendo una disperata nostalgia di un pianeta pulsante di vita, sia pur morente, che l’uomo cyborg rimpiange (“Chiamata Terra,/ silenzio e dolenza;/ ricordo/ prati assordanti/ d’insetti instancabili,/ la pioggia,/ incessante sinfonia/ in adagio veloce,/ ticchettio/ delle mie eco/ pensierose”). Ma dall’altra parte della distanza siderale c’è silenzio, “fischi,/ sequenze dissolte”: il cosmonauta implora, invoca quella natura disidratata che ricorda lucidamente e della quale sente ancora il battito debole (“Pianeta Terra/ rispondi,/ tuo annuire morente,/ rispondi,/ canto universale del risveglio”).
    Il cosmonauta, Cassandra spaziale, nella solitudine infinita, celebra il compianto della razza che scompare immersa nel catrame, “…massa addentro/ inferni ermetici,/ speranza di non bruciare,/ al sole”. Dall’altra parte del filo solo silenzio. Game over.

    [... continua]

  • Fino “ai confini del mondo conosciuto”, arriva la poesia di Lorenzo Pais. In un giorno e mese destinato, racchiuso e ricordato in un 9 Aprile.
    Ancora una volta, i versi prendono per mano e diventano compagni di viaggio nel tempo e mitigano sogni e illusioni, brindisi e fugaci saluti. L’amore infiamma e se non corrisposto, può far male. Il richiamo della metamorfosi di donna in aspide, è indice dell’alto dolore che un uomo può provare nei confronti della donna amata.

    L’oblio e la solitudine, ricordando in morenti cerchi d’acqua un non corrisposto sentimento che porta alla lacerazione, e a trovare il conforto in un calore o bisogno (sbagliato) di qualcosa che non è mai appartenuto. Il vuoto provoca abissi profondi nell’anima e nella mente, e silenzi estremi.

    Lorenzo descrive e attraversa il pathos e nella katarsis (κἁθαρσις, "purificazione") trova, nel divenire cenere, le ali di fenice per rinascere.  L’equilibrio è un cammino in salita, spesso ostacolato da “congiure e tradimenti” inaspettati, poiché celato dalla disillusione di una verità bugiarda.

    Il tempo diventa il medico guaritore, in una “domenica d’Ottobre”, bramoso di futuro, sogni, “tra spazio e magia”. Il corpo ammalia la mente, e spesso bloccato da parole non sincere, può portare a giorni di guerra, “solitari senza amici, senza amore”, la ricerca e l’ascolto di quella voce interiore, è il necessario faro-guida per ritrovare coscienza.

    La penna di Pais, si tinge di rosso e di nero, delineando i tormenti e le urla che le sfide quotidiane possono porre o condannare. Il destino diventa un vestito spesso macchiato di vittorie e pericoli. La forza di andare avanti ricercando la cura è il fine dell’uomo, che diventa “acrobata tra sospiri e baci”, su un palcoscenico non sempre conforme ai desideri.

    Tra attese, pensieri, sorrisi, incanto, incoscienza, scivolano le difese e l’odore dell’umanità travolge con stupore chi, nonostante tutto, si lascia andare ai “carpe diem”.

    L’uomo amato può innalzarsi o sprofondare se non amato, osannare o imprecare, vedere donne angeli o demoni, parlare d’amore o di odio, sorridere o piangere, sognare o scegliere di morire. Nel buio, riflessi e colori sono ben visibili e anche quando non c’è l’Amore vero, ha la capacità di avvolgere e di riscaldare “come una sciarpa calda e morbida”.

    E quando ci chiediamo dove sia la felicità, eccola che la troviamo: è racchiusa in una valigia di emozioni carica di  vecchi racconti o di tuffi negli occhi, parte di un gioco o semplicemente “pagina vuota in attesa d’inchiostro”.

    [... continua]

  • Il volume "A testa in giù", raccoglie 53 liriche, scelte tra le migliori poesie che la poetessa Paola D’Angelo ha redatto negli ultimi tre anni.
    Le emozioni contenute all’interno dell’opera sono di un’intensità straordinaria e rappresentano una combinazione di sensazioni tanto armoniosa e sottile da rendere questo lavoro veramente unico nel suo genere. Le sensazioni vissute dall’autrice vengono magicamente trasmesse al lettore attraverso una sorta di empatizzazione poetica, una rara capacità espressivo-cognitiva che di fatto è una peculiarità dei poeti autorevoli.
    Paola D’Angelo utilizza nelle sue liriche una tecnica compositiva classica sfidando così l’impopolarità, anche se i critici, a tale proposito, sostengono che la scelta dei temi cosiddetti universali, rendono la sua opera sempre alla moda in ogni forma di società di ogni tempo e di qualsiasi luogo geografico.
    Si dice che la persona che non smette mai di sentire è quella che ha animo poetico, ma l’animo poetico non basta a trasformare un uomo in un bravo poeta. Paola D’Angelo infatti oltre ad ascoltare le emozioni, ricerca ed esperisce su di sé quel mondo emozionale che non tutti hanno la forza di vivere e solo in pochi possiedono le tecniche per rappresentarlo nella poesia in modo adeguato.
    L’autrice, che si definisce poetessa per legittima difesa, ritiene appunto che la poesia non è mai esternazione emozionale che si materializza attraverso frasi compiute, ma una forma di ricerca e di crescita personale. La poesia, dice Paola D’Angelo durante un’intervista, è metafisica. La parola in generale e in particolar modo quella scritta è la cosa più divina che l’uomo ha a sua disposizione, perché essa unisce la materialità alla spiritualità del pensiero.
    Ecco il motivo per cui, le sue liriche le definiamo un po’ divine.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Un paese sperduto in montagna, un professore poeta che si è ritirato dalla vita di città. Con il suo fedele cane Ombra, passa le giornate a parlare con i saggi animali del bosco, gli stravaganti abitanti del vicino paesino, aspettando la telefonata sbrigativa di un figlio lontano. Queste le sue uniche attività. Martin sembra ormai abbandonato alla sua solitudine, non necessariamente cattiva, ma insipida. Il passato sembra solo un ricordo lontano, lasciato tra le pagine dei libri, nascosto tra le poesie del Catena, l'illustre quanto discusso poeta, che abitava nel vicino paesino, di cui il professore è il massimo esperto. L'arrivo di una coppia di città, rumorosi vicini carichi di tecnologia e stress, scompiglia la routine di Martin. Viene invaso il suo eremo dalle richieste dei due, sull'orlo di una crisi sentimentale, e lavorativa.
    Cerca, da vecchio saggio com'è, di riappacificare e consigliare, ma il professore fa l'unica cosa sbagliata: si innamora.
    Lei che ricorda un suo vecchio amore, risveglia le fiamme del suo cuore, mentre lui gli rinfaccia la sua gioventù di egoistico amante.
    Il mistero del Catena, della ragazza del lago, i segreti custoditi dai cittadini. Le poesie e le continue incursioni animalesche fanno da sfondo alla vicenda.
    Stefano Benni unisce poesia e racconto, i personaggi sempre nel suo stile, sono a metà tra il fantastico e lo stereotipo delle persone comuni, leggero si lascia leggere senza fatica, sempre condito dall'umorismo che lo contraddistingue.
    Belle le poesie, mi danno qualche spunto per scriverne di mie, perché anche se attraverso il personaggio di Martin, Benni insegna al lettore... cosa? La risposta a questo, il messaggio finale mi dispiace, dovrete trovarvelo da voi, leggendo il libro.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Il mondo rurale abruzzese riconquista la sua dignità e il suo valore aulico nel libro del teramano Fabio Petrella “Dove non arrivano i sentieri” (Palumbi editore). L’Abruzzo, terra che accomuna la sottoscritta e l’autore (senza averci, tuttavia, mai fatti incontrare), traspira odore di formaggio e di erbe di montagna perché la maggior parte dei nostri avi ha cominciato da lì la lotta alla sopravvivenza: è ben giustificato l’immaginario collettivo che ci vede legati al mondo ovino (alle pecore), perché è la pastorizia che ci ha permesso di insediarci in questa terra che ancora in parte è incontaminata.
    Oggi l’Abruzzo in realtà è un po’ stanco di questa associazione mentale: nondimeno Fabio Petrella è stato in grado di dare una contemporaneità bucolica, grazie anche ai suoi occhi contemporanei (è del 1987), a quello che in regione respiriamo da sempre, ossia lo stretto contatto con la natura e con le sue forze, con un’eco magica, quasi dannunziana.
    Le leggende di montagna si intrecciano alla Storia, alle guerre partigiane, alle avventure in America, all’11 settembre, accompagnate da una scrittura gentile, solenne a tratti, comunque mai banale. Tutto inizia con la nascita di Vincenzo in una notte innevata, e prosegue ruotandogli intorno, raccontando storie sulla sua famiglia, guardando il mondo attraverso i suoi occhi, soffermandosi su alcuni personaggi che incontra. Sembra di non andare mai via da quella prima notte di neve, e di restare davanti ad un camino acceso ad ascoltare, seduti in cerchio, il racconto di un nonno.
    Le storie, spiega Fabio Petrella nella prefazione, hanno personaggi fittizi (a volte descritti solo dal soprannome, autentico retaggio del luogo) ma traggono verità dalle ricerche del professore Berardo Pio, docente all’Università di Bologna, dai racconti di Bruno e Daniela Zilli e dalla memoria collettiva degli abitanti dell’alta valle del Vomano. Il libro è stato pubblicato grazie alla Pro Loco di Poggio Umbricchio, un paese in provincia di Teramo dove è ambientato gran parte del libro di Fabio Petrella, con la collaborazione della Città diTeramo, del Comune di Crognaleto e della Unpli di Teramo.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Sul quarto di copertina de “Il problema di Ivana” si legge: “Il problema di Ivana è un romanzo magistrale, straordinario esordio di un autore dallo stile elegante e inconfondibile. Andrea Torreggiani, giovane dirigente milanese di un’azienda in crisi, è anche scrittore per passione. Approfitta di un breve soggiorno a Cetona, nelle valli senesi, per terminare il suo romanzo. Lì cercherà di dar riscontro a un’immagine che esiste solo nella sua mente e che potrebbe risolvere il problema di Ivana. Lì incontrerà un nuovo amore, vero quanto difficile”.
    Ho voluto riportare questa sintesi perché credo esprima in modo perfetto la storia narrata nel romanzo senza svelare troppo o troppo poco e dando il giusto valore ad un romanzo ben costruito e ricco di colpi d scena. Con questa storia l’autore attua un’indagine accurata sui profili antropologici e sociali del vivere moderno, scandagliando le tormentate anime dei personaggi e costruendo figure nelle quali molti lettori potranno rivedersi. Il punto di forza del romanzo di Torregiani sta nella lingua diretta, immediata ma comunque musicale e ricercata che denota un’attenta ricerca di metafore e sinuosità linguistica. Per rendersene conto è sufficiente leggere il passo che segue:

    “Abbandonò il suo corpo per un po’, lo lasciò flaccido e informe, che pure era così bello e fiero, sul divano rosso e vagò senza timori nel parco che dal metrò la portava a casa, ogni sera di ogni giorno di lavoro. Scrosciavano applausi di riunioni dominate, di platee domate, occhi famelici e perversi la scrutavano mansueti, le leccavano il corpo, i bellissimi seni le scendevano sin nell’incavo del ventre, le carezzavano le pieghe più intime tra le cosce. Le sue natiche tonde, piccole armoniose, bersaglio di desideri impellenti, sognate ogni notte da uomini veraci, carezzate all’infinito da tutti gli sguardi catturati alle sue spalle. Ivana nel parco, tornando a casa, non pensava più alle sue rivincite, al lavoro che cavalcava come un’amazzone indomita… () Le capitava di nuovo di compiacersi sotto lo scroscio della doccia, lavandosi aveva ripreso a carezzarsi il seno giovane, turgido, perfetto, e a rabbrividire di sottile piacere nel passarsi la schiuma tra le natiche e le cosce, e qualche volta indugiava, fremendo. Ivana era molto bella, lo sapeva, era vogliosa, ma solo quando le andava. Ivana stava guarendo, almeno così le era sembrato fino a ieri. Ma poi tutto era svanito, e ora il suo pensiero vagava di nuovo tra le pieghe dei suoi stati d’animo, rimbalzava da un sintomo all’altro.”

    Da tali versi emerge una grande sensualità nelle descrizioni, nel dipingere ogni anfratto del corpo e della mente tanto che la sensualità stessa sembra essere tangibile, abbandonare le pagine e investire in pieno il lettore rendendolo partecipe di una forte sensazione di coinvolgimento. Il ritmo verbale è fitto e serrato, le immagini ben costruite così come la psiche dei personaggi. “Il problema di Ivana” è stato definito come “un thriller romantico dove non esistono morti e sangue  ma il mistero e il desiderio di dipanarlo rendendo difficile sospendere la lettura, staccarsi dalle pagine.” L’eleganza narrativa è un elemento costante e denota una grande padronanza della parola e di tutte le sue sfumature, parola che in un buon romanzo deve sapersi fare materia, segno, figura, pietra che batte sulle cose. Una storia, insomma, da leggere e da cui lasciarsi catturare.

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    recensione di Claudio Volpe

  • "Ogni angelo è tremendo" è il romanzo di Susanna Tamaro che si legge con la forte sensazione di avere di fronte la stessa autrice. E' come se si seguisse il percorso di un'anima che traccia tra le pagine la crescita fisica, ma soprattutto intellettuale di una bambina che diventa una donna con alle spalle un passato che le ha trasmesso il dolore, la consapevolezza e la ricchezza dell'essere umano attraverso l'evoluzione di una scrittura che fa eco alla poesia, alla ragione e alla sofferenza che diventa lievito di una profonda ricerca interiore che "un'antenna con i fili scoperti", come la stessa Tamaro si definisce, è in grado di trasmettere piacevolmente ai suoi lettori. Un viaggio coinvolgente che inizia nella fredda bora triestina e che si dirama tra le pagine più intime e coraggiose della vita dell'autrice. In attesa, da grande stimatore, di leggere al più presto l'inedito Illmitz vi consiglio vivamente la lettura di quest'ultima opera.

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    recensione di Filippo Gigante

  • Questo libro è tutt’altro che banale, è un libro autobiografico quello di Missiroli. Protagonista del libro è Pietro, un ex prete, che decide inspiegabilmente, ma solo apparentemente, di accettare un posto di lavoro come portinaio lasciando Rimini, la sua città, per andare a vivere nella caotica Milano. Titolo poetico ha il libro, che dietro nasconde molto di più, come l’elefante che vive nella società matriarcale, ha sviluppato senso di protezione verso tutti i figli del branco, anche nel libro si parla di legami non legittimati dal fatto che si è una famiglia, che si è un fidanzato, una moglie o un marito. "Questo - spiega l'autore - è l'amore minimo che non si riesce a difendere, quello che si accende sul momento e quando non da più soddisfazione si molla, alla base della società affettiva attuale". Fondamentali invece sono legami di protezione invisibili al di là del legame genetico o solido affettivo, come quelli di un prete che non può avere figli e si prende cura dei figli degli altri, o come un dottore, quel dottore che avrà un rapporto strano con Pietro, e Luca che a mo’ di codice universale si prende cura dei suoi pazienti. Lo stare a contatto con Viola, Sara, Poppy legati tutti da una circoscrizione familiare, è l’amore massimo che vuole nulla in cambio. Ma diciamocelo chiaramente poi cos’è quest’amore massimo, minimo, medio? L’amore è universo, perdizione, senso di smarrimento, felice oasi, e triste inganno, sorpasso e contrappasso di una legge generale terrena che si scinde da ogni futile e bieco legame familiare.

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    recensione di Gino Centofante

  • Un viaggio intenso e sofferente, anzi una vera e propria immersione profonda e sincera nella parte più vera dell'animo umano, negli angoli dove spesso nascondiamo il dolore, la paura, il rifiuto di noi stessi o del mondo che ci circonda, e che per questo diventano spesso fantasmi non risolti della nostra coscienza. Questa la sensazione che emerge dalla lettura di Maschere respiratorie di Elena Tomaini, un'esperienza letteraria originale e stimolante, perché in uno stile rotto, ansimante e volutamente frammentato, riesce a raccontare spudoratamente - e condensando un universo in poche ma intense pagine che per questo sembrano quasi togliere il respiro - un affascinante e ampio spettro di pensieri dolorosi, di esperienze reali ma allo stesso tempo oniriche e allucinate.
    Questo universo sono i personaggi scissi e irrisolti, i luoghi sporchi o talmente veri da diventare surreali, gli sguardi e i pensieri slegati e liberi che i racconti  descrivono, costruendo come in tanti episodi di un film, una serie di maschere dietro le quali si nasconde - o forse sarebbe meglio dire si difende - l'inquietudine presente nell'essenza di ciascun essere umano.
    In una sorta di scissione pirandelliana tra forma e vita, questo essere emerge dalle pagine in tutta la sua complessità, nella precarietà del suo faticoso equilibrio, in una serie di espressioni in cui "l'orrore è solo un modo di insegnare ad essere migliori", oppure "la prima regola per perdere tutti i sentimenti è circondarsi di gente che ne ha troppi".
    Queste declinazioni esistenziali vivono e respirano dietro le maschere di vite diverse, sovrastrutture che non hanno la forza o la grandezza di frenare quel flusso libero e potente dell'identità che ogni uomo, vivendo, costruisce e proietta nella realtà che lo circonda. 

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Afferro con gli occhi
    lo sguardo eterno
    dell'infinito,
    del terso cielo
    di primo autunno,
    delle caduche foglie che respiran del vento,
    un flebile alito
    smarrito.

    Questa è a mio avviso una delle liriche più significative che Giorgia Catalano ha raccolto nel suo libro "Un passaggio verso le emozioni".
    Sono sufficienti poche righe  per comprendere che il tema più sentito dalla scrittrice concerne la vulnerabilità umana e il suo tramutare attraverso il tempo. Il concetto viene espresso con struggente passione e anche con discreta tecnica della parola scritta.
    Giorgia Catalano, classe 1971, ha scritto queste liriche tra il 2010 e il 2012 e, pur essendo la sua prima raccolta individuale, ha già pubblicato come coautrice in diverse antologie.
    Il volumetto non è un semplice libro di poesie, ma è una vera e propria rappresentazione emozionale della vita; una sorta di romanzo fatto di conquiste, fallimenti, gioie, dolori da condividere col lettore.
    L'autrice inoltre osserva, scruta, indaga, sente il mistero che avvolge la vita, ne coglie i segreti, le angosce, i dolori e li racconta, li trasmette all’animo umano attraverso la scrittura di questo libricino.
    Anche il tema dell’amore è molto sentito dall’autrice che lo definisce: “Come un leone di spirito audace, non come una lepre fugace"

    Dopo aver letto più volte questa breve raccolta di liriche, mi è venuta in mente una frase di Dante Alighieri con la quale concludo il mio breve commento su di un libro che consiglio vivamente: "Niente dà più dolore che il ricordare i momenti felici nell'infelicità".

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    recensione di Enza Iozzia

  • La raccolta delle 6 lezioni di Calvino, scritte per le Lectures alla Harvard University e pubblicate postume con il sottotitolo “Sei proposte per il prossimo millennio”, sono una sorta di testamento intellettuale, un inno alla letteratura, all’essere coscienti e non vivere passivamente la stessa. Le cinque lezioni si intitolano Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità; la sesta lezione avrebbe trattato la Coerenza. Ricco di citazioni che variano con un piglio e una velocità mirabile, si passa da Lucrezio a Dante, da Leopardi a Queneau, da Gadda a Zola, da Voltaire a Pico della Mirandola, da Kafka a Galileo Galilei, da Ignazio de Loyola a Gogol, da Galland a Musil, da Levi a Swift, da Pitagora a Tolstoj e così potrei continuare ancora per molto. Le citazioni per le opere straniere vengono riportate prima in lingua originale, poi in lingua italiana, Calvino inoltre è un po’ un precursore, un uomo che è riuscito a vedere oltre, imperava già ai tempi ad un avvento massiccio delle tecnologie, come il Computer, ma soprattutto Internet che veste un cambiamento radicale nell’approccio e lascito letterario.
    Sono per così dire, queste Lezioni un lascito, un monito, un preziosismo a cui dobbiamo dare valore, da riprendere ad ogni occasione, una esamina sulla letteratura che non si fa faziosa e di parte, ma che è reale, viva, pulsa spessore, diventa reale, cattura l’animo gentile del lettore per erudirlo, aspettandosi poi mestamente un minimo e insulso e solo: grazie!
    “La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”.

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    recensione di Gino Centofante

    • Mosaico
    • 13 marzo 2013 alle ore 8:22

    Ritroviamo in questo libro il “guerriero” che avevamo intravisto nei precedenti, l’instancabile camminatore del mondo, l’uomo che ha occhi non solo per vedere, che ha parole non solo per ferire.
    Questo libro si presenta come una raccolta di pensieri, di considerazioni, racconti brevi inframmezzati dalle bellissime fotografie dell’autore che vogliono rendere visibili le parole: e noi partecipiamo delle sue luminose intuizioni, seguendolo nei miraggi dei suoi sogni.
    Nel capitolo intitolato "Spazio musicale", emergono immagini folgoranti, domande accorate (Come possono le vipere serpeggiare dubbi) e l’appello ad una chiarità illuminante (dove sei sorgente di neve), dove l’ultima realtà è la considerazione che “così accadono le magie”.
    L’autore torna spesso ad un’età incantata, quell’età felice dell’infanzia che ripercorre comunque con occhi soffusi di magia, come nel capitolo "La lanterna magica", in cui delinea la sua protagonista con tocchi delicatissimi (cuor di zucchero, occhi di bimba) e nella dolce “Figlia di una fiaba”, la cui protagonista, Serenella, è davvero un segnale d’amore che incarna la speranza, la bellezza, la serenità, la dolcezza di un sogno.
    L’immaginazione rutilante dell’autore lo porta nel capitolo Meteora a proiettarsi nell’universo e così “veleggiare volteggiare rotolare danzare”, mentre invita ad unirsi a lui, “stelle tra le stelle, velieri dello spazio”.
    Carapax è la metafora della morte e della rinascita, perché il “brivido d’amore è una voce più forte del tempo” e dalla tomba scavata nel profondo, si può tornare ad essere “al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore”.
    L’autore ha poi aggiunto alcune poesie che si leggono velocemente e sulle quali bisognerebbe ritornare con delicatezza: da non perdere la sua splendida notazione: “Il silenzio del vento scrive arazzi nel cielo”, ma folgorante davvero sono i tre versi che accompagnano la fotografia di un cespuglio di sterlizia:

    “Si, sterliziami/ Desidero fiorire/ nelle tue labbra”
     
    Crediamo che Paolo Goglio sia un autore i cui libri dovrebbero tenersi sul comodino: aprire uno dei suoi testi, a caso, e leggervi poche parole, e poi magari riprenderlo dopo alcuni giorni e leggere qualche verso, e poi lasciarlo riposare, ma non dimenticarlo, perché, come dice giustamente, “non siamo soli a dipingere note nel cielo”, e questa che viviamo è comunque una “maledetta sfida contro il dolore, la paura e l’ignoto”.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Tante sono le cose già dette, altrettanti i modi usati per dirle; e se molti di questi sono 'passati', altri invece rimangono per ispirare i giovani coloni dell’infinita terra dello scritto, iniziarli ai molteplici percorsi obbligati in cui si articola l’atto del confronto.
    Sta al Tempo e alle sue innumerevoli memorie decidere se alla voce di Daniele Campanari potrà essere assegnata un’eco. Quel che è certa è la natura del suo inizio, personale interpretazione di una combinazione - già adottata - che fonde la prosa alla poesia. Nel suo “Giocatore di whisky, bevitore di poker”, prima orma tracciata da ‘I Destrieri’ di Aphorism per la casa editrice Lettere Animate, il discorso è un de-scrivere che spezza spezzandosi in battute, in versi diretti, volutamente caustici, con cui l’autore-personaggio scrolla dalle spalle i suoi granelli di rabbia e se ne prende gioco. Da Twitter (“Twittami, baby”) al sesso occasionale (la coppia di componimenti della “Donna in albergo”), passando per visioni scanzonate di squallori spazio-temporali emersi dalla vita urbana, questo linguaggio del reale reca l’ombra di Bukowski, ma mostra di più - e suggerisce di meno - rispetto alla sua illustre ed incombente sagoma. C’è più nella parte che nel tutto: nei frammenti, nei distici la cui diversità nasce per caso, Campanari afferra la poesia per la coda offrendocene l’ultimo guizzo; come quel «Sopravvivo alla fine della visiera» nell’ “Illustratore di realtà”, o il «Dove giace la verità? / Tra i cavilli del supplizio, forse» di “Verità atto II”. E nelle sue invettive, che per certi aspetti  richiamano le canzoni da osteria di Mannarino, esplode la carica provocatoria e paradossale di un cinismo che condanna i cinici, «amabili corrotti di una letale e finta vitalità».
    Quella di Campanari è un’autoanalisi che si nutre del mondo: consapevole di non poter eliminare le brutture da ambedue le parti, prova a riderne. Non sempre ci riesce. Del resto, come scritto da Davide Rondoni in prefazione, «questo poeta sa una cosa fondamentale […]: l’uomo è ibrido». Più che saperla, forse, la mette in pratica. Mescolando tutte quelle cose dette e tutti quei modi già usati che poi, se ci si pensa bene, fanno la differenza nella maniera in cui si incastrano. Ciò che conta è che abbiano una forma riconoscibile. Che la “gioia poetica” di cui parla Pavese, citato in introduzione al libro - prima o poi possa essere realmente condivisa.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Questo è un libro che al lettore può sortire due effetti contrapposti, o la totale immedesimazione ed interesse con la piena consapevolezza della magia della narrazione che è elogio dell’osservazione, o l’assoluta indifferenza, l’aridità dell’osservazione, il rifiuto verso le microstorie del creato. Tutto più o meno si svolge in un quartiere, la narrazione e i punti di vista cambiano a seconda della abitazione e del numero civico, si passa da una famiglia con dei figli, a dei nonni che si godono l’ormai vecchiaia, a dei ragazzi che dividono uno spazio comune, ad altri ancora divertenti e particolari personalità. Non mi lascia indifferente questo libro, anzi mi spinge a pensare quando troppe volte ci lasciamo trasportare tra la troppa frenesia che la vita impone, non godendoci ciò che di bello è nelle piccole cose, nei piccoli avvenimenti, nei gesti semplici, puri e vergini; quando sarebbe bello sapersi dedicare all’osservazione di questo mondo, che non è quello che percepiamo noi fatto di continui fuggi-fuggi, di corse contro il tempo, di appuntamenti dell’ultima ora, di corse a volte senza senso, ma quel mondo a noi sconosciuto che nasconde dietro banali e a noi insensate situazioni tutta la magia, lo splendore di una vita che forse mai conosceremo nella sua totalità, perché soggiogati dal continuo divenire, non fermarsi, non perdere quel minuto. Esatto, sempre fin da bambini ci siamo sentiti dire di non perdere neanche un minuto della nostra vita, a volte non perdendo però quel minuto ci precludiamo tante piccole perle, gocce di storie che noi dividiamo per poi non riuscire più a ricomporre, un lago di gocce divise, tante storie che mai più si incontreranno nel loro senso originario. 

    “Stavamo facendo l’amore davvero, assolutamente, ineluttabilmente. Non avevo mai provato quel profondo bisogno di muovermi, piano ma con inesorabile dedizione. Mi sentivo come una selvaggia, affondata nel fango della terra e proiettata fra la luce delle stelle, un esile filo disteso sopra le generazioni. Mi sentivo imbevuta, piena di desiderio, il bisogno che m’assaliva a ondate, e stringevo le mani come un neonato, aggrappata al lenzuolo, ai capelli di lui, all’aria, le nocche bianche per lo sforzo, cercando un abbraccio sempre più completo, intimo, profondo. Quando finimmo, il lenzuolo era strappato e il materasso era scivolato sul pavimento.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante