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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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    • Adesso
    • 26 aprile 2016 alle ore 13:24

    Adesso, qui e ora, con traumi e fantasmi vivere il presente. Questo sembra esser il consiglio del nuovo libro di Chiara Gamberale che, con arguzia e intelletto, sviscera i sentimenti.
    Nel nuovo romanzo della giovane autrice ci si allontana dallo stile precedente pur ritrovando vecchi amici conosciuti nelle "Luci delle case degli altri": Lorenzo e Lidia. Una coppia che ha vissuto l'innamoramento e la routine per decidere di tornare alle passioni e a un equilibrio stabile da individui che si conoscono, amano e perciò decidono di non stare insieme. Da questo momento Lidia conoscerà persone e uomini ma solo uno l'attirerà: Pietro. Si può vivere nuovamente l'amore, convivendo con acciacchi e paure passate? Sarebbe utile presentarsi con il curriculum sentimentale?
    Queste e altre sono le domande che si intrecciano e riconcorrono in un libro forte, che fa riflettere e sorridere, perché “è brutale che le persone che amiamo si trasformino in passato”. Forse perché “in amore siamo tutti difettosi”, ha dichiarato l’autrice Chiara Gamberale in una recente intervista, la quale ha anche confessato che “nel libro le paure sono autobiografiche, ma i personaggi hanno più paura di me”.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Ho trovato particolarmente interessante e profondo questo manualetto di istruzioni di sopravvivenza oltre la morte, scritto dal sensitivo Ensitiv, viaggiatore astrale dall’età di tredici anni. Sarà perché il discorso animico non può che interessare tutti, sarà perché da anni mi dedico come esperta di psicoanalisi al discorso sull’anima, ma quel che è certo che il nostro Ensitiv riesce a catturare l’attenzione con il suo stile fluido e colloquiale, disponendo il cuore e la mente a ricevere il messaggio di pace e di umana solidarietà che la consapevolezza di una vita oltre la morte instilla nel lettore attento e sensibile. Che l’anima esista è cosa ormai acquisita dai tempi di Platone e che la morte sia il passaggio ad una nuova condizione sembra probabile. Studiare le relazioni che intercorrono nel meccanismo Corpo- Anima- Mente significa avventurarsi in un discorso difficile da affrontare, vista la limitatezza della condizione umana. Ma l'autore si sforza di essere il più lineare e comprensibile possibile grazie ad uno stile piano e coinvolgente. Nel libro si sostiene che, al momento della morte, l’energia dell'anima si stacca dal corpo fisico e finisce nella dimensione astrale, quella che Sensitiv conosce molto bene perché a suo dire, egli nasce e muore continuamente, e per questo è in grado di comunicare agli altri umani le sue esperienze riconducibili alla sensazione di benessere che si prova dopo essersi liberati del bagaglio fisico. È così che l’anima, la stessa che ci indirizzava nelle scelte migliori, che ci rendeva abili in un’arte, sensibili, trova finalmente il suo spazio di realizzazione quando si interrompe quel dualismo anima/corpo che ci condiziona in vita. Così ci accorgiamo di essere eterni e che solo il corpo con la sua limitatezza scandisce la percezione del tempo. Nel libro vengono anche narrati i "viaggi astrali" dell'autore, i momenti in cui cui esce dal corpo e percepisce il suo essere come pura anima in contatto con la Vera Vita. La chiave per muoversi all’interno di questa strana dimensione è il desiderio di vita: "Senza farci troppo caso, cominciai a percepire e vedere la luce dell’alba, e più desideravo vederla e più la luce si faceva intensa". È come ridare la vista ad un cieco e in questa dimensione si fa chiaro che "un limite non è mai il punto dove dobbiamo fermarci, ma solo un nuovo obiettivo da superare”.
    L’esperienza animica ci informa riguardo alla genialità che è dentro di noi da sempre e alla potente forza creativa che ci caratterizza ma “abbiamo allontanato la genialità per fare spazio alla Tv. Offesa è fuggita dai nostri giorni portandosi come compagna la Fantasia”.
    Questo "manuale" sembra dire che dovremmo riappropriarci del nostro posto nel mondo, sviluppando la pace e il rispetto per l’ambiente, deponendo le armi della competizione e dell’egoismo e sviluppando la parte migliore di noi che è pura luce. Arrivati a questo punto si può incontrare il proprio dio, che è energia, luce, bontà,  fratellanza, ma soprattutto Amore.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Una "full immersion" tra presente, passato e futuro, alla ricerca di un senso e di frasi o lettere apparentemente senza senso. Un viaggio, quello percorso da Lerro Menotti, al confine tra la fantascienza e l'illusione di vedere come il mondo potrebbe apparire se fosse privo di ospedali, di malattie, di dolore. Una sorta di panacea che tocca il mito dell’immortalità e rende l'uomo così capace di vincere la paura della morte stessa, e del tempo che passa.
    Avventure che si susseguono, tagliate da flashback e scandite da ricorrenze, luoghi, persone, accomunati dalla volontà di vivere con consapevolezza anche l'inconsapevole.
    Dettagliato nella descrizione, anche cruda, di quanto l'uomo possa essere azione/reazione che conduce il suo intimo in equilibrio precario, tra la ragione e follia.
    Storie intrecciate, come quella di Gilda, Albert, Dominic, Andrew, Carlitos Clown, Vladimir, Niňo, che narrano di amore, odio, paura, rabbia, frustrazione; suddivise in tre parti, utilizzando tre modi diversi di scrittura: diario, lettera, narrazione.
    Tre forme, che possono metaforicamente essere interpretate come l'Io, l'anima e il corpo, o i tre "IO" dell'analisi transazionale psicologica. Transizioni che trasportano lo scrittore attraverso stati d'animo diversi: "io-genitore" (con richiami epistolari alla figura paterna e educativa per eccellenza), "io-adulto" (ove non mancano osservazioni e stimoli dati dalla contingente situazione vissuta o dalle esperienze avute nel corso degli studi/viaggi) e "io-bambino". In quest'ultima l'esplosione della creatività, della spontaneità e della grande forza di intuire come il mondo nel 2084 possa esprimere una posizione esistenziale, e strategie, atte a carpire nel quotidiano, le risposte al cinismo, alla futilità materiale e sicurezza. Un iter contro le lesioni che troppo spesso sono la causa lacerante del malessere umano. La ricerca di complicità è a volte maniacale, ma è la stessa strada che conduce poi alle origini e alla vera libertà. 
    Chiaro è il riferimento al romanzo distopico per eccellenza: "1984" di George Orwell, dove l’utopia di avere in mano il controllo dell’esistenza, catapulta verso la demolizione della stessa.
    "Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato".
    Un coraggioso sentire, che accompagna Menotti all’abbattimento di muri, sia materiali che psicologici, riscoprendo nell'apparente follia, la sana verità, che ha il potere di vincere le imposizioni, i cambiamenti e l'amaro distacco.

    [... continua]

  • Pare che i libri di carattere e colore giallo raccolgano al proprio interno personaggi con descrittive ancor più nitide rispetto ai segmenti rilevati in altre trasposizioni di scrittura. Abbiamo detto che sembra così. Ma dobbiamo correggerci, alla presunta terza riga, dicendo che è proprio così. E il motivo crediamo sia raccontato dalla storia, dalle storie che prevedono casi di omicidio – talvolta seriali – con annessa l’operazione minuziosa di assemblaggio dei pezzi che portano al risultato. Un’introduzione, questa, utile a dichiarare il fatto: Nero Vanessa è un bel libro.

    L’autrice è Maria Rosaria Perilli, una che, leggiamo in quarta di copertina, si dichiara “appassionata giallista, scrittrice e poetessa con cento sfumature di tutti i colori”. Alla fine pare che si faccia il verso al noto Cinquanta sfumature di grigio. Ma è solo una questione diretta per dire che la Perilli è un’attenta scrutatrice delle colorazioni del tondo, ossia del mondo. Entrando in scivolata e a piedi uniti nella storia, ci si accorge che la narrazione gialla è autentica: ci sono, come detto, gli omicidi, c’è una curiosa indagatrice, c’è un aiutante professore in pensione e, non di meno, una serie di parentesi orientate in corsivo che si traducono nella tecnica vincente di plagio al lettore. Che, traduciamo ancora, lo incollano alla lettura facendo riposare la parabola con l’apertura di finestre immaginarie su cui è possibile affacciarsi per scoprire nuove ambientazioni. Una scelta stilistica dell’autrice che si identifica bene con la linea tracciata dalla storia. La storia, appunto, è di quelle che aiutano l’attenzione a prodursi come lettura piacevole, anche se forse non troppo originale. Allora dobbiamo per forza parlare di un difetto che, al momento dell’apparizione, c’ha fatto esclamare “te pareva!”. Questo difetto è il personaggio che oseremo dire principale, cioè colei che indaga sulla morte. Un personaggio che si presenta con un nome, Antonia, che condivide il sogno della pubblicazione di un libro. Qualcosa di, in modalità oggettiva, già visto. Dunque, dicevamo, sta a vedere che la Antonia è la Maria, che la Maria è la Antonia. Immaginiamo per cui una sorta di autobiografia, o comunque una vita vera con fatture di giallo. Da qui si arriva al professore in pensione, il professor Fabbri, vecchio docente di psicologia criminale e aiutante perfetto per previste conoscenze nell’ambito accademico-letterario e risoluzione di omicidi.

    Il resto non può essere raccontato qui, in termini di recensione. Va detto però che l’autrice si dimostra attenta a ogni particolare descrittivo dell’ambiente, delle azioni, della psicologia e pure del rispetto del colore del genere narrativo. Elementi che dovrebbero avvicinare alla lettura di Nero Vanessa. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • La storia di un uomo “matto per il pallone”? No: piuttosto, la storia di un ritorno. “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino” è stato presentato al Premio Strega 2014 e arriva nella carriera di Gordiano Lupi dopo una serie di pubblicazioni dedicate al cinema e a Cuba. L’autore lo apre e lo chiude con una dedica alla madre: “Questo libro è il massimo che posso fare in tema di storie d’amore”. Ogni pagina sembra spiegare di che tipo di amore si tratta, ma appena si crede di avere acciuffato il senso della narrazione – genericamente in terza persona, ma con un narratore tanto presente da concedersi a tratti un “Noi” nostalgico e collettivo – si è costretti a rilanciare il dado e a riprovare. La vita del cinquantenne Giovanni è colma di scelte e rinunce in nome di qualcosa in cui ha creduto. L’amore della sua vita sembra ora il calcio, che lo ha portato attraverso l’Italia; ora il legame profondo con suo padre, rappresentato dall’altoforno cittadino (l’“acciaio”) che un tempo garantiva benessere alla città; ora il pensiero mai spento di una cotta adolescenziale.
    Si capisce solo a metà libro che la storia d’amore annunciata non è quella fra il protagonista e il calcio, ma va ben oltre: prescinde dal pallone, si riversa nella vita stessa, perché chi ama davvero questo sport non lo può separare, non può dire “questo è calcio” e “questa è la mia vita”. Le due cose, semplicemente, vanno a coincidere.
    Giovanni torna in un luogo in cui ricordi e riflessioni lo assalgono a cascata da un ciglio ben definito di abisso, quell’imperativo mancato di “dimenticare Piombino”. Da giovane ha lasciato il paese di origine per rincorrere il suo sogno, ma non è stato in grado di dimenticarlo come invece si era ripromesso di fare, anzi ha scelto di tornarci: tornare lì dove tutto è cominciato, anche se ora il declino dell’altoforno sembra andare di pari passo con quello del calcio. Ripassa la sua vita da un osservatorio privilegiato, che gli restituisce l’immagine di un allenatore di cinquant’anni che è consapevole della sua età, ma intende stringere ancora forte i suoi sogni. Gli resta la certezza delle vite che non sono state scelte, e che oggi, forse, lo avrebbero portato a essere meno solo.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La paura... ogni volta che la vita ci presenta davanti un amore proviamo paura. È più forte di noi, non riusciamo a controllarla, ci assale e ci fa temere sempre il peggio, è proprio per questo che a volte non ci lasciamo andare e non viviamo l'amore nel suo pieno essere vita. Solo un cuore colmo di gioia e d'amore può stare in vita e far risplendere i nostri occhi. Fari dell'anima che ci permettono di attraversare le strade oscure della solitudine. L'amore è vita e la vita richiede amore. Questa è una delle poesie raccolte nella silloge "Affrontando il mare della vita", edita da Kimerik edizioni. Andrea Talignani, giovane poeta piacentino, "Er Poeta" ha ottenuto diversi riconoscimenti in vari concorsi, giovane dall'animo percettibile, inizia a scrivere quasi per gioco. Dopo aver pubblicato in diverse antologie con altri autori, ha finalmente coronato il suo sogno: un'opera tutta sua. “Affrontando il mare della vita” è una composizione in grado di interpretare con perspicacia tutte quelle emozioni e conflitti che ogni animo umano sensibile sente nel proprio intimo in questa incerta società contemporanea. Già il titolo del volume racchiude in sé tutte le antimomie kantiane legate al peculiare momento storico che stiamo vivendo. Andrea parla del bisogno di vita e di amore, esterna la sensazione di bilico tra il desiderio di trionfare e la rassegnazione di arrendersi, tra la paura di osare e il timore di arrivare. Queste sono solo alcune riflessioni/emozioni che "Er poeta" regala attraverso le rime di una piacevole ma al tempo stesso profonda lettura poetica. Il volume è un lavoro di notevole carica emotiva. Se volessi con una semplice frase compendiare il libro utilizzerei la celebre espressione di Ugo Foscolo: "quello spirto guerriero che dentro mi rugge".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Il mondo visto da una bambina di dieci anni. Se fosse un mondo normale, “Il buio oltre la siepe” sarebbe un tenero romanzo di formazione, di sbirciate nel mondo dei grandi. Il mondo raccontato da Harper Lee, Premio Pulitzer 1960, è invece il sud dell’Alabama, in cui bianchi e neri stanno imparando a comprendersi e a vivere insieme. Nella cittadina immaginaria di Maycomb, Scout e suo fratello Jem vivono di riflesso un evento importante nella vita del padre, Atticus, avvocato noto e rispettato in paese. Atticus Finch è stato infatti assegnato alla difesa di un uomo di colore. La giuria deve scegliere fra lui, che non ha mai fatto del male a nessuno ma è “negro”, e l’uomo più malfamato del paese, che è bianco. La storia viene raccontata nello spirito innocente e ingenuo della protagonista, la voce narrante, che molte dinamiche non le afferra ma le rende evidenti al lettore anche soltanto descrivendole, e mette in scena questa lotta attualissima e spaventosa fra la comunità e il singolo, la massa e l’individuo; la resistenza e il cambiamento.
    L’arringa di Atticus è meravigliosa; il modo in cui la vicenda si snoda sarebbe facilmente indicabile come strategia narrativa “di comodo” ma, forse per questo, è altrettanto verosimile.
    Il titolo originale del libro è “To kill a mockingbird”, ossia “Uccidere un merlo”. Il merlo, nel romanzo, è simbolo di innocenza, perché in un passaggio in cui si parla della caccia viene detto che è vietato ucciderlo, perché non fa del male a nessuno. La dicotomia tra innocenza e colpa, bianco e nero, torna continuamente e la metafora viene riproposta, in chiusura, dalla stessa protagonista, nel momento in cui realizza che ha ricevuto molto bene ma non si è mai preoccupata mai di restituirlo.
    Dopo questo romanzo l’autrice, grande amica di Truman Capote, ha iniziato molti lavori ma non li ha pubblicati: per la metà di giugno 2015 è stata annunciata la pubblicazione del suo secondo libro, “Go set a watchman”, il seguito di “Il buio oltre la siepe”. 

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Potremmo chiamarli Stanlio e Olio, non cambierebbe niente. Ma a loro, a dire il vero, Alessandro Baricco ha assegnato nomi di origine statunitense: Tom Smith e Jerry Wesson. Tom e Jerry, come il gatto e il topo dei cartoni animati. E a vedere bene il comportamento dei due è identico a quello degli animaletti disegnati sullo schermo televisivo. Insomma, i due proprio non si prendono.

    Così all’inizio, almeno. Perché vuoi o non vuoi, convivenza per convivenza, episodio per episodio i protagonisti diventeranno pure amici. Qualcosa di incalcolabile leggendo le prime parti del testo. Dunque, prima di arrivare a ciò che succede poco prima del mezzo, che è fondamentale per conoscere i tratti della storia, è bene parlare proprio del testo. Che non è un romanzo, tantomeno un saggio; è un progetto teatrale. Ho detto progetto, ma avrei dovuto dire sceneggiatura. Bella e pronta per il palcoscenico. A parte le poche righe che Baricco utilizza per far raccontare le cose prima a uno poi all'altro dei personaggi, nel resto si accelera con una monoposto di dialoghi che temporizzano la lettura del libro in mezz’ora.

    Ora l’episodio che cambia i connotati, nel mezzo, quando Rachel raggiunge i soggetti strampalati in una casa posizionata a ridosso delle cascate del Niagara. Rachel è una giornalista e come tutti i giornalisti ha il dovere di informare. Narrando, se possibile. Il compito è proibitivo, perché la giovanissima - sta dalla parte dei ventenni - ha l’obbligo di trasferire al giornale per cui lavora una notiziona se vuole continuare a operare in questo mestiere. Ecco perché raggiunge Tom e Jerry. Loro sono tipi strani, gli unici che possono aiutarla a portare a termine il test che le è stato assegnato. L’idea però, quella di usare le cascate e l’eccezionale creatività degli uomini, è la sua. Da qui si costruisce l’azione narrativa che, comunque, resta oggetto teatrale. Rachel è disposta a tutto pur di superare l’ostacolo. Anche a morire, se necessario.

    “Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita”, è la frase che Baricco concede al lettore, anche in quarta di copertina, e che fa da rappresentanza alla trama. Una trama attenta, avvincente e precisa con le parole. Che permette a colui che legge di scegliere da che parte stare, quale personaggio essere nella scena.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • "Le mille luci del mattino", nuovo libro della Sánchez è già un must. Appena uscito ha scalato tutte le vette di lettura, spopolando in tutta Europa. Sarà merito della fama dell'autrice? Probabilmente. L'unica certezza è che il volume è sui generis, un nuovo stile ed una trama articolata che si distanzia molto dai precedenti libri della scrittrice spagnola. Lei stessa lo ha definito un "romanzo urbano", forse perché il racconto si articola intorno ad un palazzo di vetro e acciaio, sede di una famosa società. Le vite dei protagonisti si svolgono all'interno dell'edificio ed anche fuori risentono del suo fascino. Come una falena che gira intorno ad una luce sino a consumarsi per essa. La trama è ricca di segreti e misteri che legano storie e sviluppano trame inaspettate.
    "Hai paura delle tue certezze? Hai paura di fare domande? Non fermarti. Ogni luce ha la sua ombra". Come in uno spettacolo teatrale, i personaggi entrano ed escono dalla scena, legati tra loro da oscuri segreti e amori clandestini. Nulla e nessuno è come appare. Degno delle dicotomie pirandelliane, il libro narra sentimenti ed emozioni vitali, mostrandoli e nascondendoli con dialoghi e riflessioni che spaziano tra passato e presente. La scrittrice con eleganza e sensibilità studia e mette a nudo l'animo umano con virtù e debolezze, i sentimenti regnano sovrani ma il racconto si presenta lento e non decolla. Nonostante lo stile unico di Clara Sánchez, il libro potrebbe risultare lungo ed a tratti noioso, poiché un dialogo può creare dei rimandi e creare nuove storie. Un filo di Arianna senza destinazione, meno incantevole dei precedenti lavori letterari dell'autrice che hanno incantato e rapito milioni di lettori. Ma tutto ha una fine, tranne "Le mille luci del mattino".

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Metti Andrea Camilleri a scrivere, a raccontare. Metti lo sfondo erotico sul desktop della mente. Metti una serie di omicidi nel “Tuttomio”, che è titolo di questo romanzo. Ma anche il luogo in cui accadono i delitti: una soffitta dominata da una testa di vacca e dalla presenza di Stefania, l’amica invisibile di Arianna.

    Camilleri non dichiara che l’amica è invisibile. Ma lo si percepisce quando questa più che apparire, scompare. La voce, poi, la sente solo Arianna, 33 anni, sposata con Giulio e protagonista delle uccisioni. La vita di Arianna non è per niente condivisa con rose e fiori: da piccola sosteneva il peso della bellezza. Un peso che spingeva soggetti parentali poco affidabili ad abusare di lei. E quando questo accade è difficile superare l’ostacolo dell’ostacolo; al massimo si agisce come fa Arianna: diventi pazzo.

    Già, perché Arianna è pazza. Sia chiaro: questa è una mia confessione da lettore. Perché Andrea – Camilleri - non dichiara pazzia allo stato mentale della giovane donna. Ma come definiresti, tu, una donna di trentatré anni con un’amica invisibile nella soffitta e una testa di vacca a dominare il luogo, e che uccide gli uomini con cui va a letto? Una pazza. Anche se il dettato viene dalla storia.

    Insomma, dicevo sopra, che Arianna - la pazza - e Giulio sono sposati. Giulio è un signorotto di mezz’età indaffarato tra contratti e contrattini per portare avanti chissà quale lavoro imprenditoriale. Uno di quegli uomini con fede anulare mai avuta quando si tratta di tradimento sessuale.  Ma Giulio, in realtà, non può tradire. Perché è eunuco. Un terribile incidente gli ha eliminato l’organo sessuale. Tradotto: non ha il pene. Ma Giulio è dolce, gentile, premuroso nei confronti di Arianna. Soprattutto quando si tratta di appagamento sessuale. E allora, Giulio lo stratega, crea la condizione che possa soddisfare la giovane moglie: tutti i giovedì c’è l’incontro con un portatore sano di pene - uomo -. Uno per ogni giovedì. O meglio: secondo la regola del gioco l’uomo può incontrare Arianna al massimo per due giovedì consecutivi. Poi niente, ognuno per la sua via.

    Tra il mazzo spunta la carta Mario: un ragazzino alle prime armi. Arianna invita Mario a fare sesso. Fanno sesso. Ma Mario si innamora di Arianna. E pure Arianna si innamora di Mario. Succede il finimondo. Perché tra le regole del gioco, oltre a quella che vede Giulio presente seppur solo con la vista a ogni atto sessuale, c’è il divieto di provare sentimento. Dunque accade che il giovane e la giovane cominciano a frequentarsi all’insaputa di Giulio. Accade che l’uno non riesce a fare a meno dell’altra. Poi accade che Mario, il giovane ficcanaso, muore ucciso nel “tuttomio”.

    Con questo romanzo Camilleri sta al giallo, l’erotico e la cronaca vera. Perché la storia è ispirata dal delitto Casati Stampa, anche noto come delitto di via Puccini, avvenuto a Roma il 30 agosto del 1970. In questa tragica occasione il marchese Camillo uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti prima di suicidarsi. Anche Camillo amava osservare la moglie mentre faceva sesso con altri uomini. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Di straordinaria attualità "Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza", l’ultimo libro di Dacia Maraini, un invito a ragionare, in primis, sul significato profondo di libertà attraverso l’esempio della Santa che visse dal 1193 circa al 1253. Rovesciando quel paradigma che fa della ricchezza materiale l’elemento chiave per permettere agli uomini e alle donne di emanciparsi dai propri bisogni e di essere liberi, le riflessioni formulate dall’autrice nel ripercorrere la vita di Santa Chiara offrono al lettore una prospettiva del tutto nuova dove - per contro - è la povertà a costituire un grande progetto di libertà.
    Incoraggiata da una giovane siciliana - Chiara, una ventenne di umili origini, ingorda di libri e malata di anoressia, convinta che una maggiore conoscenza della Santa di cui porta il nome possa aiutarla nella comprensione di se stessa e nelle sue scelte fondamentali - la "scrittrice" s’avventura in una nuova opera letteraria.
    Un’incursione nell’età medioevale, al centro della quale troviamo questa ragazzina scalza che - sull’esempio di Francesco - deciderà di sottrarsi al suo destino di fanciulla nobile e di farsi suora. Vivo esempio di umiltà e abnegazione come pure di trasgressione in un rapporto diretto con Dio, Chiara farà sentire la sua voce presso le gerarchie ecclesiastiche, chiedendo l’approvazione della Regola Forma Vitae sul "privilegio della povertà". Perché "i denari sono sassi. E chi dà importanza ai sassi non solo è un illuso ma un ladro e un assassino. Così la pensava Chiara. Chi sceglieva il suo convento doveva disprezzare i sassi che servono agli scambi, che rendono potenti e arroganti. Il denaro doveva restare sconosciuto e con il denaro, le transazioni, i patteggiamenti, le contrattazioni, i negoziati. Niente di garantito e di sicuro, niente di assicurato per il futuro, si doveva vivere giorno per giorno. Era questa aleatorietà che offendeva l’organizzazione del potere. Profondamente eversiva e radicale, questa convinzione portava nel fondo una idea di libertà anarchica ed egualitaria senza limiti, che non poteva essere accettata da chi teneva le redini in mano" (p. 243).
    Ricco di riferimenti storici, religiosi, culturali e letterari, il volume offre numerosi spunti di riflessione legati alla condizione femminile e al rapporto tra i sessi, a partire dai riferimenti al pensiero dei filosofi antichi e dei padri della Chiesa in merito all’inferiorità delle donne.
    Un invito a cercare nel passato le radici profonde dei drammi dell’oggi come pure i rimedi - proprio lungo la via tracciata da Chiara di Assisi - per contrastare i mali di un’epoca sempre più fondata sull’avere e non sull’essere.

    [... continua]
    recensione di Federica Di Sarcina

  • Volare è sempre stato il desiderio più ambito dell’uomo e poterlo realizzare attraverso una fervida fantasia che incida l’anima, nel rispetto di chi due ali le ha sempre avute, è il sogno che si realizza del giovane Vincenzo Lubrano; una scelta o una sfida quella di percorrere il proprio destino nell’accettazione di se stessi?
    L’autore di “Mai chiederò il perché del mio destino”, un tomo che racchiude un racconto narrato in “prima persona” da un fantastico interprete principale che appartiene al regno animale e che di questo mondo ne è un nobile rappresentante poiché domina dal cielo il suo territorio, raccoglie ed esplora, in sette capitoli, sentimenti forti ed intramontabili quali: coraggio, sincerità, astuzia, ma anche fiducia, determinazione e speranza atti a creare indissolubili legami di amicizia tra i protagonisti di un’incredibile ed avventuroso viaggio attraverso la natura, che affascinerà il lettore che si lascerà assorbire dalla ricchezza dei pensieri filosofici tratteggiati che lo indurranno alla riflessione e all’amore verso gli animali.
    Brezza, Carboncino ed Eco Ribelle, sorvoleranno mari e terre per andare incontro alla vita e agli umani e attraverso svariate vicissitudini si arricchiranno di esperienze e ci faranno divertire, sognare e sperare di poter raggiungere “quell’intesa tanto ambita che, unica protagonista, riesce ad unire con un filo sottile due realtà differenti in un unico desiderio che ti fa essere in alcuni momenti un’ unica mente, capace di comunicare attraverso il pensiero”.
    Edito da David and Matthaus, il libro preannuncia già dalle immagini di copertina, all’occhio attento del lettore che le percepisce: l’incontro, il viaggio, la luce… attraverso le ali della libertà.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Questa è la storia di una serie di “sì”. Una storia che crediamo di sapere, che raccoglie destini comuni, presenta l’inevitabile. Nel romanzo di Davide Rondoni “Gesù. Un racconto sempre nuovo” viene scardinato il già noto per fare posto a una dimensione corale, in cui l’occhio del narratore si sposta come una telecamera in cerca di intese, che si sofferma su sguardi, gesti, sillabe mute, cercando di cogliere il lato vero delle cose. Attraverso lo studio di saggi e Vangeli apocrifi, Davide Rondoni restituisce la figura di “Colui che segnò un confine tra il prima e il dopo” al suo contesto storico, politico, fatto di rapporti tra uomini e donne, di mediazioni e di scontri. Giuda tradì davvero, o fece, per così dire, “solo” male i conti? Trenta denari sono il prezzo di uno schiavo, avrebbe potuto puntare più in alto: perché non l’ha fatto? I discepoli capivano quello che stava accadendo, sognavano la gloria? O erano davvero come pesci in una rete, trascinati dal mare?
    In una narrazione dai frequenti e suggestivi picchi lirici viene presentata l’irruzione del nuovo, il disorientamento di un sistema che vede saltare gli schemi. L’amore, la fede, una spiritualità sovversiva. Questo libro è per chi è pronto a sentire raccontare la storia di Gesù con il riverbero delle strade palestinesi negli occhi, e il tanfo della povertà seduto accanto.
     
    “Stanno per battere il chiodo nella mano. Lo scatto del pollice, che si chiude rigido nel palmo, segno che è entrato fino al punto giusto.
    Fino al punto giusto.
    Con i colpi successivi arriva al legno scuro del patibolo. Fissa l’arto al legno e il legno all’arto. Ala, carezza bloccata.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • L’ultimo libro di Margaret Mazzantini, autrice dallo stile forte ed unico, è una storia attuale dolce e amara, narrata a due voci.
    Guido e Costantino, ragazzi che tra scuole, sport e amicizie diverse, vivono una relazione particolare. Si allontanano ed avvicinano come due calamite. Figli di ceti sociali ed educazioni diverse, accomunati dal senso di smarrimento e meraviglia che contraddistingue l’avvicinarsi al mondo. Ognuno cerca di seguire le linee guida ricevute nel "nido" di provenienza, inconsapevoli che ben presto il destino porterà all’allontanamento dai credo domestici e tutte le sicurezze amate e coccolate. Il loro volo sarà unico e irrepetibile, a volte libero e altre legato ai retaggi del passato.
    Sullo sfondo, l’autrice descrive avvenimenti sociali e politici che hanno creato speranze e contraddistinto un’epoca di rivoluzioni e cambiamenti. Nessuna data scandisce e denomina il periodo storico, ma iperboli, similitudini e situazioni permettono al lettore di identificare avvenimenti che hanno segnato un'epoca.
    Londra brucia sotto i nuovi movimenti sociali e l’Italia continua sorniona a spaccarsi tra Nord e Sud mentre i protagonisti iniziano a confrontarsi con la verità: l’amore. Un sentimento in grado di far girare il mondo, raccontato da poeti e scrittori ma tanto difficile da identificare e vivere. Come possono i protagonisti riuscire a identificare i sintomi e le aspettative di un sentimento tanto grande e primordiale?
    Guido proviene da una realtà  altoborghese, abituato a circoli letterari, sfarzi e nessuna lotta per riuscire. Un ambiente "ovattato" e "protetto".
    Guido al contrario discende dai piani bassi, persone umili al servizio dei “signori” che prova a raggiungere attraverso lo studio costante e lo sport. Un ragazzo che prova a fare la differenza e cambiare i logaritmi di una realtà stretta ed a volte incomprensibile. Due anime sole e sofferenti, lottatori che sono messi agli angoli dal loro amore inconsapevole.
    Una trama preziosa, tessuta con attenzione e dedizione che tra i suoi nodi narra lo scorrere inevitabile del tempo che modifica idee, convinzioni e atteggiamenti.  
    “E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere cos’è la natura”. Guido e Costantino, adolescenti in bilico tra sesso ed amore.
    Sentimenti o pulsioni? Quale delle due seguire? Come due ballerini danzano sulla punta dei piedi per paura di calpestare regole non scritte, dettate dalla società e dalla morale. Uomini confusi ed  inquieti che si aggirano tra le strade della vita, contraddisti da un grande voragine che solo il sentimento può calmare, come Jacopo Ortis e Andrea Sperelli. Figure letterarie diverse ed estreme, accomunate da un vuoto primordiale che potrebbe essere colmato, forse, dallo splendore-mazzantiniano: un momento di pace. I protagonisti lo intravedono ma non lo afferrano, lasciandolo fuggire. La violenza esterna inciderà profondamente il rapporto tra i due amanti, sfociando nella tragedia durante un viaggio in Italia in cui durante una romantica notte sulla spiaggia, saranno aggrediti.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • L'Italia del boom economico vissuta da un bambino, raccontata da adulto.
    "La strada verso casa", il nuovo libro di Fabio Volo, rapisce il lettore per la semplicità con cui si assiste e ci si addentra nelle vicende di una famiglia, che incarna il nucleo medio italiano cresciuto negli anni '80: benessere, fiducia e sicurezza nel futuro. Ideali che mancano alle nuove generazioni, caratterizzate da crisi sociali, economiche, personali. Lo scrittore racconta una vita semplice, contraddistinta da routine e piccoli regali inaspettati come il dolce della domenica. Frammenti che si ricompongono nella mente del protagonista, Marco, quarantenne italiano emigrato da molto tempo per scardinare le ancore che lo legavano ai suoi cari. Un attuale lupo della steppa che corre in solitudine per le più diverse strade e verità, senza sosta, quasi a voler dimostrare che "chi si ferma è perduto".
    Ma da cosa si scappa? Ci si riesce realmente? E sopratutto, se si dovesse tornare? Domande che prendono vita quando Marco riceve una telefonata inaspettata e preoccupante che lo riporta alle sue origini. Il padre è malato, la diagnosi non è chiara ma la certezza dello stato cagionevole, trasportano il protagonista e il fratello maggiore Andrea, in un viaggio temporale unico ed irripetibile.
    Gli anni trascorsi riprendono forma e colore, i ricordi celati condivisi, le incomprensioni superate. I genitori divengono persone, spogliati dai sogni e credenze infantili, assumono nuovi ruoli e svelano scomode verità.
    Un percorso personale che diviene un gioco delle parti quando i due fratelli si confrontano, discutono e cercano insieme di ricominciare. Perché a volte basta aver qualcuno accanto "a cui poter dire che sono felice".

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Una carriera brillante, una bella e grande casa, un marito carismatico ed affettuoso, una famiglia presente e salda. Un quadro perfetto.
    Cos'altro potrebbe volere Patricia? Nulla, in apparenza, ma quando il volo su cui viaggia inizia a barcollare, il panico prende il sopravvento insieme alle parole della sua vicina: "Qualcuno vuole la tua morte".
    La protagonista ripercorre la sua vita come un trailer. Il film della sua esistenza, intriso di fortuna e decisione. Lei è una donna che a volte è giunta a compromessi per giungere alla meta, ma sempre con testa e charme. È sempre stata la migliore. Istanti, momenti passano nella mente mentre la paura di morire stringe lo stomaco. Nuove ombre prendono vita. Un'esistenza spezzata.
    Chi è la misteriosa donna? Cosa vuole? perché il destino le ha fatte incontrare? Come in un puzzle i pezzi dapprima separati iniziano ad unirsi. Un nuovo inizio. Nulla è certo. Il sole che irradia il sentiero a volte è eclissato da rami che bisogna spostare per vedere cosa nascondono.
    Ha cosi inizio un viaggio introspettivo, costellato di incidenti, paure e colpi di scena che porteranno alla verità. Nulla è come appare.
    "Anche un cielo senza nuvole può dar vita in un attimo ad una terribile tempesta".

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    recensione di Fabiana Traversi

  • Autentico maestro degli "e se" e dei "forse", José Saramago si diverte ne "L'uomo duplicato" a ragionare su un caso molto strano: come reagiremmo se scoprissimo che da qualche parte nel mondo, addirittura nella nostra stessa città, esiste qualcuno identico a noi? Identico, ma proprio identico, dalla conformazione del viso al tono della voce, ai difetti corporei alla posizione dei nei. Un esatto duplicato, insomma.
    Quando il professore Tertuliano Maximo Alfonso scopre l’esistenza di un uomo uguale a lui, passa metà del libro a cercarlo, anche con contorti accorgimenti al limite del maniacale. Forse in questa fase la lettura si stanca leggermente, anche se arricchita della vita personale del protagonista e delle solite perle aforistiche alla Saramago: prese da sole sembrerebbero illustrare una realtà banale e nota, ma nel momento in cui le vediamo scritte lì, in quel dato contesto, con quella certa associazione di idee, diventano una verità inconfutabile nella sua provvisorietà, e per questo indimenticabile.
    Mentre i fatti si sciolgono, nella seconda metà del libro, sopraggiungono altri fattori. Come reagirebbero i familiari di un uomo se venissero a sapere che non è l’unico sulla faccia della terra? Come reagirebbe, ad esempio, una moglie? Una fidanzata? Come si comporterebbe una persona se venisse a sapere che colui o colei che ama non è così irripetibile come ha sempre creduto? Potrebbe restare indifferente alla notizia o smetterebbe di dormire la notte?
    E come potrebbero relazionarsi, tra di loro, due perfetti duplicati?
    Questa indagine paradossale nell’animo umano si fa vincente grazie al colpo di scena finale, inaspettato e realistico.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Desperation. Una cittadina sita nel deserto del Nevada particolarmente nota e sovente attraversata da un andirivieni di persone, operai, ingegneri, mezzi pesanti e furgoni. Tutto ciò per merito dell'attività di estrazione del rame, oltre ad altri materiali, posta in essere nelle sue oramai storiche miniere. In questa cittadina avrà luogo l'ennesimo superbo scontro sceneggiato e diretto magistralmente dall'acclamato re del brivido. A Desperation si incontreranno e diventeranno saldamente ed inspiegabilmente legati l'uno all'altro, i destini dei personaggi principali della storia narrata. Il comune denominatore per tutti loro sarà il punto di origine degli incubi ai quali saranno costretti a partecipare: l'Highway 50, lunga strada che corre nel deserto ed il poliziotto che su di essa, integerrimo e puntuale, applica i propri regolamenti. La famiglia Carver si troverà ad incrociarlo dopo aver forato le gomme del camper sul quale viaggiavano. Peter e Mary, saranno accusati dallo stesso, per una banale distrazione capitata nel momento meno adatto. John Marinville, acclamato scrittore, nell'intento di percorrere in moto le lunghe vie di quell'angolo degli Stati Uniti, si ritroverà a scambiare battute di spirito sulla sua fama e sui suoi libri proprio con il poliziotto in questione. Ma subito, tutti i protagonisti sopra citati, si renderanno conto che, nei modi di fare, parlare ed agire di Collie Entragian, questo il nome dell'uomo in divisa, qualcosa proprio non va secondo logica e razionalità. Improvvisamente, Desperation e la locale centrale di polizia, si trasformano nella location delle più brutali e violente esperienze che i nostri malcapitati si ritroveranno loro malgrado a vivere. Ecco come ci viene presentato l'ennesimo duello tra bene e male che di capitolo in capitolo, si rivelerà ben più profondo, antico e per alcuni aspetti incomprensibile all'umano intelletto. Eppure saranno esseri umani ad essere letteralmenti "usati" dalle due contrapposte forze, al fine di avere la meglio l'una sull'altra. Come sfondo alla vicenda narrata, la miniera di Desperation, con la sua storia ed i suoi segreti divenuti oramai miti e leggende da raccontarsi. Ancora una volta e con la solita genialità, Stephen King ci pone al fianco di ogni singolo personaggio, riuscendo a far trasudare dalle pagine le paure, le emozioni e gli stati d'ansia dai quali gli stessi saranno attraversati. La scrittura viva, portentosa e mai scontata sa portarci odori sotto il naso, rumori e suoni alle orecchie. Il coinvolgimento è massimo, ancor di più quando l'autore sa destreggiarsi tra le più recondite paure dell'essere umano, tra i nostri legami più profondi con le circostanze, con il malvagio, con la natura, la coscienza e la spiritualità. Tutti elementi che fortemente verranno messi in discussione, lì dove il male sa essere possessore di ciò che in apparenza appare pacifico e pacato ed il bene, che nel dispiegarsi della sua strategia, rivela crudeltà e spietatezza. Una sorpresa per ogni pagina. Un capolavoro di King che sa farci toccare con mano l'orrore e l'amore. 

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Questo libro è un capolavoro, un piccolo racconto che racchiude tutto, ritrovata speranza, ma anche successivo annullamento, luce che ti colpisce, ma anche buio che penetra.
    Nelle prime pagine ci viene descritta la San Pietroburgo che cambia e si evolve nel corso delle stagioni; il protagonista è un uomo senza nome, che ama passeggiare sulle sponde del fiume, tra i suoi pensieri, affanni, sogni irraggiungibili. Durante una di queste passeggiate arriva la svolta, il cambiamento, l’elemento di sutura tra l’immaginario e il reale. Lei è una donna affranta, che piange, che è sconsolata e triste, ma nonostante tutto accetta di parlare con l’uomo che le porge la mano in segno d’aiuto. Entrambi iniziano a raccontarsi, a conoscersi, a fondersi ognuno nel corpo dell’altro, a darsi speranza, a vomitare quei fantasmi interiori che da troppo tempo erano rinchiusi nella gabbia dell’animo. Quattro notti di conoscenza, cuori che palpitano, un passato che ritorna, l’amore che sfugge verso un passato che sembrava troppo lontano, una nonna pedulante, una nuova consapevolezza che è destinata a vivere nell’ombra, nel buio che oscura quell’aura che pareva esser donata solo dalla giovane Nasten’ka.

    “Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l'infelicità degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra.”

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    recensione di Gino Centofante

  • Nel 1976 a Hong Kong un indovino predisse a Terzani un rischio mortale nel caso avesse volato durante l'anno 1993. Da questa profezia si snoda il racconto autobiografico, che avvince per lo stile scorrevole, per i contenuti, per le riflessioni sempre profonde e per lo sguardo dall'interno. Terzani è stato infatti un grandissimo reporter, uno di quelli che hanno il coraggio di calarsi nelle situazioni per poterne parlare.
    Alla fine del 1992 Terzani si trova dunque a dover scegliere fra il tener conto di una profezia risalente a più di 15 anni prima e il continuare la sua vita come se nulla fosse, incluso ovviamente effettuare frequenti viaggi aerei. Per la mentalità razionalistica occidentale naturalmente la decisione più coerente avrebbe dovuto essere quella di continuare per la propria strada, ma il giornalista decide invece di raccogliere la predizione come una sfida e trovare per un intero anno modalità alternative al volare, pur continuando il suo lavoro di reporter per la rivista tedesca "Der Spiegel". La raccomandazione dell’indovino diventa così una opportunità per riscoprire un altro senso del tempo e delle distanze, per riscoprire un’umanità che viaggiando in aereo finisce troppo spesso con l’essere non vista e dimenticata.
    In treno fra Thailandia, Birmania, Cina, Vietnam, Cambogia, e poi ancora attraverso Vietnam, Cina, Mongolia, Siberia, Europa per raggiungere Firenze, ripartendo da La Spezia in nave per tornare a Singapore e da lì spingersi in Laos: i viaggi di Terzani per mare e per terra ci calano all’interno di realtà la cui distanza da noi si rispecchia nella lontananza fisica e nella difficoltà di percorrerle evitando la scelta facile dell'aereo. Attraverso gli occhi del giornalista vediamo le contraddizioni o meglio il coesistere della mentalità orientale – dove la preveggenza gioca un ruolo di primo piano – con una modernizzazione sociale che importa i suoi modelli direttamente dall'Occidente dove la sfera dell’occulto è stata messa ai margini da secoli. Tutto il libro è percorso dall’interrogarsi di Terzani su una occidentalizzazione che snatura le città dell’Oriente, che le porta a diventare delle copie asettiche di metropoli occidentali, soffocando la cultura popolare originaria. Contemporamente, il moderno consumismo e l’accelerazione modernizzatrice porta – anche in Occidente – all’emergere di un interesse per la spiritualità orientale, vissuta come una fuga dal materialismo dominante.
    L’anno senza aerei è anche l'occasione per visitare in ogni tappa di viaggio il più noto indovino locale, in un succedersi di incontri che portano Terzani a contatto con il cuore della mentalità orientale. "Un indovino mi disse" diventa così un reportage che intreccia tematiche sociali, economico-politiche, culturali e che ci mostra un lato del viaggiare spesso ignorato: quello in cui si vive il paese non da semplici turisti, nè da osservatori comunque esterni, bensì da testimoni immersi nel contesto in cui ci si trova.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • Scritti ormai da più di 100 anni, questi racconti resero e rendono famoso Edgar Allan Poe, precursore di uno stile e di una lettura di cui tanti successivi detective hanno preso spunto e forma. Partendo già dal passato dell’autore, ci si accorge che la stranezza è una costante fondamentale della sua vita, se pensiamo che sposò sua cugina che aveva soli 13 anni. Dieci racconti vengono presentati in questa raccolta edita da Netwon e Compton, si va da “Il gatto nero” poco realistico, in cui un uomo seguendo le tradizioni popolari diventa pazzo a causa del suo gatto, a “Il barile di Amontillado” ambientato in anno non precisato e in un luogo indefinito, si narra della vendetta che il narratore infligge all’amico. Ci si ritrova in “La mascherata della morte rossa” un racconto crudele, cruento e di inspiegabile razionalità, si arriva in “La caduta della Casa Usher” dove ci ritroviamo in una casa abitata da un fratello e una sorella, con la presenza di un ospite poco desiderato, ci si inoltra in “La verità sulla vicenda del signor Valdemar” che narra l’esperimento condotto sul cervello di una persona morta. In “La sepoltura prematura” ci si imbatte in alcuni esempi di persone che si trovano in uno stato di coma prolungato o catalessi che vengono sepolti vivi, ne “Il cuore rivelatore” ci si scontra con il senso di colpa che diventa pura ossessione, in “Una discesa nel Maelstrom” ci troviamo in mare, in una tempesta, in un immenso vortice chiamato appunto maelstrom che tutto risucchia, e se ti risparmia ti cambia inevitabilmente nel fisico e nell’animo. Ultimi due racconti sono: “Il manoscritto trovato in una bottiglia” si parla di un viaggio, di una scomparsa, di un ritrovamento, di una nave fantasma, e di un messaggio inaspettato che il mare sputa dai suoi oscuri antri, chiusa della raccolta è “Il pozzo e il pendolo” narra della storia di un prigioniero nel periodo dell’inquisizione, tenuto segregato in una buia prigione che si rivelerà una trappola mortale.
    Dei racconti ormai divenuti un must, che almeno una volta bisogna leggere, per riuscir a capire che anche l’estrema visionarietà è parte fondante della letteratura.

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    recensione di Gino Centofante

  • Scritto dopo la sua opera più famosa che sicuramente è L’interpretazione dei sogni, Freud un anno dopo dalla pubblicazione del succitato volume, tenta di pubblicare un libro a suo vedere più semplice, più fruibile per tutti, che semplifica tutti i concetti e le nozioni che lui vuole presentarci. Il libro in realtà è un saggio articolato in quattro articoli scientifici scritti in un lasso di tempo variabile tra il 1901 e il 1923, in cui Freud semplicisticamente tenta di spiegare le sue ricerche. Nel libro analizza il sogno sin dalle prime fasi di individuazione del “contenuto manifesto” e del “contenuto latente”, sino a spiegare i meccanismi più complessi del processo onirico quali “la condensazione”, “la drammatizzazione” e “lo spostamento”. Ciò che rende un po’ agevole la lettura, che comunque richiede molta attenzione sono gli esempi che aiutano a capire e il riproiettare alcuni casi clinici. Oggi siamo soliti non dare molta importanza ai sogni, soprassedendo ad essi, in realtà comprendere almeno un po’ i sogni aiuterebbe a comprendere e comprenderci, a disvelare i nostri strani meccanismi così poco razionali, a confrontarsi con noi stessi ed agevolare le nostre paure, tormenti, inutili problematicità. Un libricino che può essere utile a chi voglia iniziare a capire un po’ più del pensiero e del lavoro freudiano.

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    recensione di Gino Centofante

  • Scrivere di questo testo è forse ingiusto, poca cosa, rispetto a tutto ciò che “Odore di bimbo – Storia di Chiara” riesce a trasmetterti. Il titolo potrebbe sin dalle prime righe trarre in inganno, ma sia chiaro il libro non c'entra nulla con i bambini, le pappe o quant’altro, ciò che invece si trova in correlazione è il percorso di crescita, in questo caso sarebbe meglio dire di involuzione. Sì, perché Chiara è un avvocato, sembra che tutto la vita le ha regalato, ma solo attraverso la psicanalisi riuscirà davvero a trovare il suo vero sé.
    Il libro si articola come un viaggio interiore nella vita di Chiara, e del suo bimbo, del suo amato, di quella presenza che riesce a farla palpitare, a sognare, destinazione e creazione di confusione, progetto in definizione, assoluta bellezza incompresa. Il filo narrativo non è lineare, anzi sembra che ogni capitolo si affacci su un aspetto diverso della vita della protagonista, non c’è continuità, ci sono flashback continui, si entra attraverso delle istantanee nel passato di Chiara, combattendo con i suoi fantasmi, con le sue paure, con le sue ossessioni, con i deliri che invadono l’anima senza un reale perché. L’autrice attraverso l’evoluzione del personaggio crea dei parallelismi che trovano origine nei più disparati campi dello scibile umano, dalla filosofia, alla mitologia, fino ad arrivare alla squisito ingrandimento di personaggi della grande letteratura. Quante volte nella vita ci siamo trovati davanti degli archetipi della letteratura? Chi può dire di non aver mai incontrato un uomo Narciso, un Don Abbondio, un Achille etc…? L’autrice fonde e confonde aspetti squisitamente reali con avvenimenti che sono frutto dell’immaginazione. Il libro sembra voler assurgere anche ad una valenza sociale, si disquisisce su diversi aspetti della vita, uno su tutti la concezione dell’uomo e della donna, quanto ci sarebbe da dire su questo? Davvero tanto, troppo: “[…] una donna non scorda mai il suo primo amore; ha tutte le date scolpite nel cuore, le insegue, le trova, risente il sapore, il gusto del mare, le allegre risate, le strette mortali, le mani intrecciate. La sabbia che scorre dentro la stessa clessidra sale e scende dentro lo stomaco fin sopra i capelli e quando lo vede, lo sente: è il suo primo amore.”
    Il libro però parla anche d’amore, lo stesso che sa di borotalco, plasmon, e profuma di bimbo, quel sentimento che colora ogni cosa, che dà la forza per provare a dare un calcio a tutte quelle brutture che la vita costantemente ci presenza innanzi. Quando si ama, non si sceglie come agire, si agisce e basta, non si contano i baci dati, e l’intensità degli attimi, ci si rispecchia nell’altro, si beve nella fonte del piacere, ci si plasma confondendosi e mascherandosi dall’altro da sé. Il linguaggio che l’autrice usa non è sicuramente aperto a tutti i tipi di lettore, bisogna avere alla base quella consapevolezza letteraria che cerco di difendere già da un po’ di tempo, il libro esclude le cose semplici, ma non risulta spocchioso o di un’aulicità forzata, anzi penso che non potrebbe esser scritto in maniera diversa da com’è. Delle volte nella successione delle frasi sembra che i periodi successivi entrano in conflitto con i precedenti, così come la piacevole musicalità che a volte si riesce a creare tra le parole. Tutto ciò riporta ad un principio base di Chiara, ma che potrebbe essere quello di ognuno e cioè: il caos. Sì lo stesso che non ti mostra le cose con chiarezza, lo stesso che è arbitrarietà d’agire, lo stesso che è incertezza di vivere, che è decadenza dell’esatto, del prescritto, del vivere d’anticipo; la vita è altro che una cartina già disegnata, è somma di continui punti che noi unifichiamo creando quello che Chiara sta cercando di rendere più chiaro, di scoprire, di meritarsi, come noi tutti dovremmo fare ogni giorno.
    “[…] Legge del mattino: ridere! Ridere finché l’ansia notturna non si scioglie e l’onirico non si accartoccia come una palla nera da vomitare col primo bagno del mattino. Ridere è una difesa e ha la stessa etimologia del ringhio degli animali, che ringhiano quando si sentono minacciati. Ridere avvicina agli dei, perché gli dei ridono e piangono, come gli umani. Erano anni che Chiara non rideva intrappolata in problematiche a cruciverba e matematiche equazioni cui nulla valeva la prova del nove; anche quando la prova riusciva, lei si trovava schiacciata contro il vetro di un autogrill come una mosca, e credeva di essere morta col suo interrogativo, ma riprendeva pigolo entro un’altra domanda che si vestiva di lei e la accompagnava entro un piano infinito, che assolutamente le sfuggiva.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il libro parla di una storia d'amore strana, ai limiti del reale, anzi per niente reale e possibile, ma stupenda, straordinaria, da brivido seppur difficile, quanto meno all'inizio, da comprendere. Una storia al limite tra amore e ossessione. Una storia che, anche se capisci che è inventata e che stai leggendo un romanzo, ti trasmette delle certezze, la certezza che l'amore esiste che quel sentimento narrato è reale, esiste nella realtà, ti trasmette la speranza che c'è sempre speranza. Nei vari capitoli si narrano sprazzi di vita, episodi, che hanno come protagonisti la "nina mala" e il niño bueno, ovvero Ricardo. Le loro vite continuamente si intrecciano, si incontrano, si scontrano nell'arco di un'intera vita a cavallo tra due continenti.
    E' un libro che attraversa due vite, un libro che nonostante la struttura narrativa non lascia buchi o almeno non lascia vuoti essenziali che hai fame di colmare.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Protagonista è Maxwell Sim, un uomo cinquantaduenne, che risiede in Scozia, un uomo che si definisce lui stesso noioso, privo di un qualunque sprizzo di personalità, di gioia, di voglia d’agire. Un divorzio in corso, il non riuscir a comunicare con sua figlia Lucy, l’osservare il mondo, e in particolare un dialogo veemente tra una figlia e una madre dentro un ristorante sarà galeotto per un processo di ri-identità, di stravolgimento per quel lavoro più che mai precario: la vendita di spazzolini da denti ecologici.
    Finalmente si lascia tutto alla spalle per accettare la proposta di un amico, attraversare l’Inghilterra a bordo di un auto elettrica, l’unico suo vero compagno sarà il suo navigatore al quale arriverà a dargli anche un nome. La sorte diciamo non è che gli è di aiuto, non voglio svelare altro...
    Coe riesce come sempre a presentarci un romanzo con una chiave di lettura più che mai moderna: la necessità di inventarsi in questo secolo cui la crisi dilaga, e la paradossale incomunicabilità anche se a nostra disposizione ci sono svariati e svariati mezzi di comunicazione.

    "Le auto sono come persone. Ogni giorno andiamo in giro in mezzo alla ressa, corriamo di qua e di là, arriviamo quasi a toccarci ma in realtà c'è pochissimo contatto. Tutti quegli scontri mancati. Tutte quelle possibilità perse. È inquietante, a pensarci bene. Forse è meglio non pensarci affatto."

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante