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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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    • Raval
    • 26 maggio 2016 alle ore 13:03

    In Spagna, precisamente a Barcellona, esisteva un quartiere chiamato El Raval. A dire il vero, questo posto esiste ancora ma ha modificato la sua permanenza. El Raval, vecchio covo di intellettuali travestiti, prostitute e artisti di varia natura, ospita oggi un museo dell’arte contemporanea e il porto Olimpico, dove sorge un’enorme opera a forma di balena. Prima, avventurarsi nel luogo era assai sconsigliato per via del traffico di droga e dei loschi individui che lo abitavano. Raval, come detto, è il quartiere blaugrana dai due volti; ma anche il protagonista (che dà il titolo) del nuovo libro di Chimena Palmieri. Chimena torna a parlare attraverso la sua scrittura dopo l’esperienza bizzarra di “Sette notti con Liga”. Liga, che in questo caso poco c’entra con la massima serie del campionato di calcio spagnolo, non è altro che il cantautore Luciano Ligabue, e Raval, il nuovo che dovrebbe avanzare, sembra non essere poi così lontano da alcune pubbliche movenze, dall’aspetto un po’ trasandato e dalla frequentazione frequente di un bar  che potrebbe divertire l’ex capellone di Correggio.

    Però, messa da parte l’idea che Chimena abbia riprodotto Ligabue in questa storia, ci si chiede se “Può davvero la bellezza essere un peso, una maledizione?”. E ancora: “Può [la bellezza] trasformarsi in un dono malefico che rovina la vita a chi lo possiede perché chi gli sta intorno viene annientato dall’invidia che genera fino a diventare vendetta, possesso, prevaricazione?”. Così leggendo viene pure da domandarsi se Dorian Grey (dal quale ritratto ne viene fuori proprio la bellezza) abbia preso le sembianze di Raval, se il famoso Don Giovanni abbia prestato un pezzo del suo DNA da adulatore di femmine al succitato protagonista, straniero in terra sua. Perché Raval, il nostro, viene raccontato come fosse il signore oscuro della bellezza, con la quale è possibile attrarre l’universo femminile e generare invidia. Anche se, per quanto ne sappiamo, Raval arriverà a conquistare gli occhi, prima, poi il cuore di Ester, la proprietaria del bar in cui si ritrova dopo un lungo pellegrinaggio.

    La storia decolla lentamente, forse perché l’autrice capitola sui flashback che raccontano il primo Raval, quello che abitava dove nasceva. Una scelta, quella di alternare le vicende temporali, certamente azzeccata e comunque trattata con la giusta suspense che tiene teso il lettore fino alla ripresa del pezzettino che era stato volutamente interrotto dal narratore. Eppure Raval pare viaggiare col freno a mano, la spia della riserva sempre accesa e da quella “voce che di nuovo come ieri sembra rimanere sospesa nell’aria” vengono fuori troppe parolacce che evidenziano il carattere del protagonista, ma che andrebbero quantomeno dimezzate per non cadere in questo eccesso evidentemente inutile. Comunque, Raval ha bisogno di raccontarsi per sentirsi bello. Ed è giusto così, è giusto che faccia il suo percorso segreto fino alle ultime pagine dove il lettore bellissimo avrà il diritto di sentirsi come vuole: fortunato o sfigato.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • "I capricci della luna" è stato il primo libro di Maria Teresa Santalucia Scibona che ho letto. L'ho sfogliato e mi sono ritrovata a leggerlo con la dedizione di un'ape, quando succhia il nettare di un bel fiore. Ho conosciuto così questa poetessa, in un giorno di primavera in cui mi ha portato tra i campi seminati di poesia. 

    Il volume è una raccolta di 35 poesie, scritte in diversi anni, in cui il mito, gli astri e la vita reale si intrecciano in un'espressione sapiente che ne osserva le sfumature e tra di esse serpeggia, come Cassiopea nel firmamento. Nelle parole di Santalucia Scibona c'è spazio per i sentimenti più comuni, così come i meno ordinari: dalla malinconia alla rabbia, dalla tenerezza al disincanto, dal sogno alla coscienza dell'esilio, che in Exodus descrive "nei saldi petti degli esiliati/ vibrava la certezza di bastare/ a se stessi".

    Nelle strofe de "I capricci della luna" (il componimento che dà nome alla raccolta) la Santalucia Scibona, come un argentiere ci porta nel suo cielo stellato di versi, dove modella poesie a volte celestiali, altre tristemente reali, ma sempre gentili e nobili. Uno sguardo alle stelle ed un altro alla terra, dove ci sono carezze e atrocità, come scrive in Armenia in cui "cataste di corpi martorialti/ sembra assente la sorda ribellione/ del luogo oggi sepolto;/ di coloro che nell'ora successiva/ poveri, randagi, alla deriva,/ come foglie divelte dall'albero."

    Una poesia piena di vita, armonia e sentimenti, sintesi degli anni che ci accompagnano come suoni madrigali. Una penna raffinata ed elegante che appasiona e vuole difendere il mondo dall'incuria perché "signori miei è nostra colpa/ se la terra dovunque snaturata/ all'uomo si ribella".

    [... continua]
    recensione di Federica Ciccariello

  • Web 3.0: è bene chiedersi non cosa possa fare per noi, ma come possiamo cavalcarlo. Nel prezioso compendio “Promuovere e raccontare i libri sui social network”, Davide Giansoldati mette a disposizione la sua esperienza pluriennale in editoria e internet fornendo consigli pratici e utilissimi su strategie e soluzioni di promozione di libri sul web.
    Il volume, snello ma allo stesso tempo corposo, si preoccupa di iniziare dall’ABC: spiega un po’ di informatica, dando indicazioni sul tipo di piattaforme virtuali disponibili e spiegando elementi basilari come l’hashtag.
    Nel suo corpo centrale fa distinzione fra i vari social network, paragrafo per paragrafo, attardandosi a spiegare le funzionalità anche di Instagram, Pinterest, Google +, Youtube e Anobii. I consigli partono da nozioni base di marketing e si concretizzano in azioni di buonsenso, da come stabilire un target di riferimento a come pianificare il tipo di comunicazioni che si vuole dare.
    Questo è un libro diretto per lo più agli editori, ma anche gli autori ne trarranno vantaggio, grazie soprattutto alle case histories, ai link utili e agli spunti presentati. Sicuri, per esempio, che il vostro sito sia “social”? Sicuri che state utilizzando Twitter o Facebook in maniera adeguata? Vi ricordate di tenere aggiornate le vostre fan page? Conoscete i book blogger giusti? Nel libro viene fatto un censimento accurato dei vari siti e portali che recensiscono libri e ospitano amanti della lettura, utili perciò a confrontarsi, a capire in che direzione vanno i gusti del mercato e a migliorare la propria offerta.
    Il libro aiuta anche a scegliere i messaggi da veicolare: “La costruzione della reputazione di esperti su un argomento è un lavoro lungo, delicato e continuativo: dovete far emergere le competenze da quello che scrivete, dalle fonti che citate, dai link che condividete”. Se internet è sinonimo di velocità non lo è necessariamente di superficialità, e gestire le proprie interfacce chiede molta attenzione e capacità di sintesi: “Concedetevi il tempo di esplorare meglio le possibilità offerte dai vostri contenuti (…); quando pensate di aver trovato l’idea giusta, provate a scriverla in una frase di senso compiuto non più lunga di dieci parole; se ci riuscite, l’idea allora è abbastanza chiara e definita nella vostra mente”.
    Preciso e professionale, Davide Giansoldati lancia una lunga serie di messaggi molto utili, permettendo a moltissime idee di sedimentare e a molte altre di ritirarsi, pudiche, nel proprio cantuccio: sì alla condivisione, no all’autoreferenzialità.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Niente si oppone alla notte" è l'ultima pubblicazione in Italia della scrittrice francese Delphine de Vigan. All'inizio, quasi sconcerta.È il resoconto di una storia familiare, davvero tragica, ed è autobiografico, impudico.È la storia di Lucile, la madre della scrittrice che conosciamo da subito grazie all'immagine di copertina: una donna evidentemente bellissima. Lucile si è tolta la vita nel 2008, a poco più di sessant'anni, dopo vari internamenti in manicomio, cure per correggere il suo bipolarismo, un matrimonio fallito, due figlie messe al mondo che non ha potuto crescere. In questo libro si racconta di lei: di una ragazza che ha letto molti libri, che è colta, intelligente, finchè qualcosa si spezza dentro la sua testa, segnando irrimediabilmente anche la vita di chi l'ha amata e la ama. Un destino già scritto? La pazzia come malattia ereditaria? Oppure vicende familiari tenute nascoste?
    Chi legge avverte di stare entrando in una storia intima, privatissima: le estati nella casa di Pierremont, le giornate passate a cucinare e a fare conserve, i bisticci dei nipoti, le ansie, le incomprensioni. Ma, mentre procede attraverso le pagine, vede anche aprirsi un mondo che somiglia a mille altri. Le regole delle famiglie patriarcali, gli abusi, l'amore che non è mai come dovrebbe essere. Ecco cosa provoca il senso di rigetto che s'avverte appena s'inizia il libro: è che, quasi sempre, non vogliamo vedere, non vogliamo sapere. Ed ecco anche, quindi, la grande forza di questo testo, che s'impone malgrado tutto e che, sostanzialmente, ci obbliga a ricordare e a vedere anche nelle nostre storie.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Tutto inizia dallo sguardo di una bambina di dieci anni. Silvia è per metà bolognese e per metà rocchigiana: vale a dire, per metà cittadina e per metà paesana. È la protagonista di “La casa di tutte le guerre”, il nuovo romanzo di Simonetta Tassinari, e racconta in prima persona i fatti che le sono accaduti nell’estate del 1967, tra la melodia di “Yesterday” e la frescura delle notti in collina. Teatro della sua estate è la casa di nonna Mary Frances Higgins, un personaggio che spicca per la sua eleganza e per la compostezza del suo dolore. Come tutti i bambini, Silvia molte cose non le capisce ma ha una sensibilità spiccata per l’essenziale: questa sensibilità, o questa incoscienza, la spinge oltre le apparenze e perciò verso una bambina difficile da gestire, emarginata da tutti, Lisa Bandini. Il rapporto tra le due bambine si sviluppa e si interseca con un piccolo giallo famigliare, una “guerra” iniziata con un amore tragico e non ancora finita, anzi insabbiata nelle cose che non si dicono, nei rapporti non risolti, negli anni che sono passati. La chiave di volta è in una soffitta, misteriosa ma accogliente come una presenza benevola: un luogo dove il tempo si è fermato e dove le domande si autoalimentano, anziché trovare risposta.
    La storia è raccontata in prima persona, con una luminosità leggiadra e ammiccante che riesce a interpretare il mondo inspiegabile dei grandi con un sorriso duraturo, che tuttavia non ridicolizza né smorza il dolore. Le soluzioni vengono fornite dall’autrice con garbo, una alla volta: appena il lettore crede di aver capito tutto, si accorge che c‘è ancora qualcosa che manca. La scrittura vivace e intimista di Simonetta Tassinari strappa più di una volta un sorriso e porta con sé un’autoironia a tratti fumettistica, che mai scade nel banale o nel ridicolo. “La casa di tutte le guerre” ha un titolo rutilante, che può sembrare minaccioso, ma di cui invece si può fidare perché regala una lettura scorrevole e commovente, adatta anche a sotto l’ombrellone.
     
    “La mia capacità di ospitare dentro di me sentimenti così contrastanti, pur seguitando ad avere sempre gli stessi occhi, naso e bocca, mi meravigliava."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Questo libro si rifà al capolavoro di Edith Wharton, "L'età dell'innocenza". La grande scrittrice americana amava la Francia e spesso vi si recava per placare l'nquietudine, dedicandosi alla scrittura e al giardinaggio. "L’età dell’innocenza" (per il quale le fu conferito il Premio Pulitzer) fu, in parte, condizionato dal suo infelice matrimonio con il marito Teddy, peggiorato dalla malattia mentale di lui. L’incontro con Morton Fullerton, amico di Henry James e giornalista del The Times, nonché grande seduttore (bisessuale), fu subito passione e il desiderio. Di questo narra la Fields, rifacendosi al rapporto di amicizia e di stima che legò la Wharton alla sua segretaria, testimone silenziosa dell'impossible passione tra la grande autrice e quest'uomo seducente, inafferrabile, cinico.
    Nel romanzo si muovono personaggi ricreati mirabilmente: Edith, soprattutto. Abituata a dominarsi, a mostrarsi sempre all’altezza, affronterà l'irrompere della passione, alimentata dall’incostanza di Morton.
    Resta aperta la domanda: come mai la Wharton ebbe bisogno di perdersi? Era una donna ricca, autonoma, le veniva riconosciuta un immenso talento. Col tempo, comunque, seppe risalire la china e, come tutte le donne intelligenti, si liberò dall’inciampo. Assai generosamente definì il pur "instabile" Morton come "the ideal intellectual partner for me".

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • "L'eliminazione" è un testo che parla della Cambogia negli anni tra il 1974 e il 1979 e del periodo della dittatura dei nove. Lo stile è filmico (Panh è un pluripremiato regista che vive da anni in Francia) e tocca il cuore. Scritto con la supervisione di Christophe Bataille, è la storia della sua famiglia, della deportazione nella giungla a partire dal 17 aprile 1974 e della nuova era voluta dalla Kampuchea di Pol Pot. Si vuole far sparire l’uomo nuovo che s’era affrancato dai campi di riso e che aveva studiato sui testi europei. Il disegno è inizialmente confuso, poi diviene sempre più chiaro. L’S21, che ripete il suo nome dalla radiofrequenza locale, è una ex scuola dove avvengono le torture e dove si confessano i reati contro l’ideale di purezza popolare, quello dei khmeri rossi scampati ai nascondigli e pronti a dettar legge. L’S21 è affidata a un uomo spietato: Kang Kek Iew, detto Duch. Sotto tortura, i prigionieri sono costretti a confessare crimini contro lo Stato mai commessi. Rithy Panh non era che un ragazzino, all'epoca. Suo padre era un insegnante stimato: leggeva e traduceva dal francese, portava maglie bianche sotto le camicie, come fanno i cambogiani appartenenti al nuovo ceto sociale. Non fece in tempo ad essere condotto alla tortura: morì di stenti e di fame. Con lui, tra violenze, malnutrizione e malattie, sparì un terzo della popolazione cambogiana, in soli quattro anni. Questo testo imperdibile è uno strumento utile per comprendere quegli anni e il ruolo svolto dalle superpotenze occidentali in terra asitica.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Il nuovo libro del pescarese Alessio Romano “Solo sigari quando è festa”, edito da Bompiani all’inizio del 2015, conferma il filone del thriller che l’autore scelse già nel 2005 con “Paradise for all” (Fazi), e lo perfeziona presentando un romanzo di formazione che si conclude con un finale entusiasmante. Il protagonista è Nick Mangone, verosimile rappresentante di una generazione un po’ sfigata e autoironica che è impegnata a sopravvivere agli eventi, piuttosto che dominarli. Nel suo caso, Nick è sopravvissuto al terremoto abruzzese del 2009, eppure si trova a dover fare i conti con tanti piccoli terremoti nella sua vita, che lo costringono a mettere in discussione il rapporto con il padre, con la sua fidanzata e con i suoi stessi ricordi. L’intrigo, è il caso di dirlo, corre sulla rete, o più precisamente su una ragnatela tessuta su Facebook da un certo “Il Ragno” che gli chiede l’amicizia. Raccontando di fiadoni, sanguinacci e altre madeleines della tradizione culinaria abruzzese, Nick Mangone si invischia sempre di più nella verità, cercandola sempre più in fondo, quasi ipnotizzato, come se aver perso la casa non fosse un problema sufficientemente grande.
    Interessante la scelta del titolo, per il quale occorre superare il primo muro di apparenza come molte cose nel libro. “Solo sigari quando è festa” è un’espressione allegra, sì, ma si vela di malinconia quando si scopre che è legata a una figura di dimenticanza: una persona che ricorda solo la promessa di non fumare altro che sigari e solo nei giorni di festa, ma che non sa più distinguerli dai giorni normali e perciò ha sempre il sigaro tra le dita.
    Con abilità cinematografica e una scrittura estremamente contemporanea, con rimandi e omaggi a John Fante, Charles Bukowski e Sandro Veronesi, Alessio Romano porta il suo protagonista a dover scegliere, per una volta nella sua vita, delle priorità, e non dimentica di gratificare il lettore con una mossa astuta sul finale.
     
    “Il tempo si è congelato. Dio si è davvero scordato che ci siamo anche noi, che nel suo creato c’è pure questa cantina.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Chi era veramente Anna Politkovskaja? Partiamo dal suo vero nome: Anna Stepanovna Mazepa (Politkovskij è il cognome dell’ex marito da cui divorzia nel 2000), nasce a New York nel 1958. I suoi genitori sono diplomatici di origine ucraina di stanza all’ONU. L’ambiente familiare e lo status di diplomatici dei suoi le consentono alcuni privilegi, non ultimo l’accesso a materiale e a pubblicazioni proibiti in patria. Si laurea nel 1980 alla facoltà di giornalismo dell’università statale di Mosca con una tesi sulla poetessa Marina Čvetaeva, le cui opere, all’epoca, non circolavano ancora con facilità. Dal 1982 lavora in diverse redazioni: all’«Izvestija» sino al 1992, al «Vozdušnyj transport», giornale della linea Aeroflot; fra il 1994 e il 1999 alla sezione “eventi eccezionali” dell’«Obščaja Gazeta». Nel 1999 approda al «Novaja Gazeta». Sin da subito è inviata di guerra, si reca in Cecenia una quarantina di volte mostrando grande coraggio e determinazione, è odiata dalle autorità locali e dal governo russo.
    Lei si preoccupa non tanto della sua vita, ma, soprattutto di quella di chi intervista. Se da un lato, come giornalista, dà voce attraverso i suoi articoli alle richieste delle madri di soldati e dei giovani spariti nel nulla, ma anche delle ingiustizie commesse nel territorio ceceno e russo (soprattutto dalle forze dell’ordine), regolarmente insabbiati, come donna, si impegna in prima persona in aiuti umanitari e fornire un supporto in azioni legali. Nel dicembre 1999 organizza, per esempio, l’uscita da Groznyj di un gruppo di ottantanove cittadini anziani sotto il bombardamenti, occupandosi poi della loro sistemazione in Russia. Con la sua iniziativa “Groznyj. Casa degli anziani” vengono portate in Cecenia tre tonnellate di aiuti umanitari e donati 120.000 rubli.
    Furono decisive anche le sue testimonianze dal vivo in zone in cui la stampa indipendente non aveva accesso e la mediazione durante il sequestro degli ostaggi al Teatro Dubrovka. Clamorosa fu la sua “assenza obbligata” nei giorni di Beslan, per mano di un attentato in aereo le viene servito un tè che la farà star male. Così è costretta a tornare indietro per essere ricoverata in ospedale. Quando si sveglia tramortita l’infermiera le dice: «Mia cara, hanno tentato di avvelenarla. I test che le hanno fatto all’aeroporto sono stati distrutti “per ordini dell’alto”».
    Lettere di minacce, insulti, tentativi di eliminazione scandiscono in modo irregolare la sua vita, eppure Anna non si è mai persa d’animo, scoraggiata, era donna che compiva il suo dovere al meglio, che aiutava chi non aveva la possibilità di «far giungere un proprio lamento». Si sentiva sola, e non aveva fiducia nella Russia e neanche dell’Occidente. Più tardi scriverà: «Vorrei un po’ di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare». Della sua professione parla così: il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste…Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta […] Non bevo, no fumo e non amo l’adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. E’ orrenda».
    Una raccolta di articoli, scritti tra il 2002 e il 2006, che riportano le più importanti inchieste della Politkovskaja, che pagherà con la sua stessa vita il prezzo delle parole.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Un romanzo magistrale questo del filosofo Stefano Colli, strutturato in quattro parti tra loro ben coese. Un thriller psicologico, in cui si fa ampio, esplicito e opportuno riferimento ai meccanismi psichici che ci dominano a nostra insaputa, vista la presenza invasiva di un inconscio che determina il nostro destino, i nostri lapsus e atti mancati.
    Azzeccatissimo il titolo, perché, come si ribadisce più volte, la vita non si capisce e capitano le circostanze più variegate e insolite appunto che scompensano gli equilibri costruiti per una vita. Il romanzo è strutturato come una matriosca con un plot intrigante, avvincente e pieno di sorprese, con un intreccio superbo tra finzione e realtà. Ci troviamo di fronte ad una serie di misteri che restano tali, aperti a più interpretazioni, come la vita stessa che non si lascia definire. Pirandellianamente ciascun personaggio si fa interprete della sua verità che sembra urtare con la realtà (?) dei fatti e con il punto di vista degli altri. Emerge un’impostazione alla Heidegger per cui la vita è una nostra rappresentazione, soggettivamente interpretata e non esiste una realtà oggettiva kantiana che ci possa supportare nel nostro peregrinare su questa terra. L’intreccio inizia con la partenza  di taluni personaggi, ridestati dalla morte, che vengono condotti nel castello di Cromeniz, tra Brno e Olumouc, dove li attende un misterioso uomo, forte e potente, che promette loro di riavere una forma di vita, stante la capacità di superare prove che consistono nell’accoglimento delle loro fragilità, dalla cui consapevolezza ripartire per proiettarsi in nuove forme di esistenza. Non a caso ciascun personaggio deve leggere un testo di una tragedia greca che rappresenta la peculiarità dell’indole di ciascuno. Si tratta anche di un romanzo impietoso, come quello di un filosofo platonico, che inchioda ciascuno al suo sé, alla consapevolezza del dàimon che lo agita, lo guida, ma lo fa anche smarrire. Per cui il romanzo, mentre diverte, nel senso etimologico, di farci uscire dalla monotonia del quotidiano e della via maestra, inquieta non poco perché costringe anche il lettore a porsi dinanzi lo specchio delle sue insicurezze, perversioni, aberrazioni mentali.
    Come ben si dice nella quarta di copertina, "il romanzo è l’analisi impietosa della nostra società…" attraverso soprattutto il punto di vista scanzonato e sagace del gatto Kasper, il quale pone ciascuno di fronte ad una amara verità freudiana: siamo rimozione delle nostre pulsioni nascoste con le quali non si può fare a meno di fare i conti, perché è la vita a chiedere il redde rationem. La parte oscura, inconscia, afferisce non solo ai singoli individui, ma alla società tutta, che annaspa cercando di dimenticare e rimuovere ciò che in verità è.
    Ho volutamente accennato brevemente alla trama, perché trattasi di thriller che non va svelato in una recensione, ho sottolineato soprattutto il fine impianto psicologico, degno del testo freudiano Psicopatologia della vita quotidiana, accanto alla scorrevolezza ed eleganza di uno stile consono alla tipologia di romanzo, ma al contempo presente con taluni significativi squarci lirici.
    Un libro per tutti, ma soprattutto per chi ama perdersi dentro una storia senza soluzione, metafora della vita, attraverso un registro linguistico sicuramente mimetico e gradevole.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

    • InVersi
    • 23 maggio 2014 alle ore 17:29

    “Oro fra i miei occhi e il tuo cuore” prendono forma “InVersi” di Matteo Cotugno, tra sussurri e sogni, bagnando fogli di poesia. Alla ricerca di equilibri, rifugiandosi in battiti  infiniti, ricordando il sapore di un bacio, raccolto nascosto fra pilastri.
     
    Profuma, di timidezze e tabù, ogni lirica di Matteo. Ogni parola resta dentro, e si spoglia e specchia, abbracciando le speranze e lasciando andare lacrime d’addio.
    I versi sono traboccanti di sentimenti e di quell’amore che sa ancora soffiare messaggi, nonostante le troppe crisi di questo tempo.
     
    Rapisce, arriva diretto e si estende semplicemente cantando la vita.
    I vorrei diventano “vele” o “stelle”, “cieli immensi” o “nuvole sospese”.
    “Raccoglierai di me/ campi di preghiere/ e distese di gioie,/ pietre di tramonti/ e piume di aurore.” Questo è quanto semina il poeta, come "umile contadino", con sacrificio, tra le ombre di una società spesso indifferente al dolore dell’altro. 
     
    In giochi di chiaroscuro, la forza sta nel riuscire a meravigliarsi, ritrovando la via e le chiavi per aprire nuovi giorni. L’umanità è paradossalmente fragile e forte. Può schiaffeggiare o innalzare, ma può rompere i lucchetti di catene pesanti, se l’incoscienza è unita alla speranza di poter tornare ad amare.

    Facilmente si può cadere se non sostenuti, se illusi o traditi. La follia, può spingere questi passi, o essere la fuga lucida per giungere a un’altra vita, e “in mille poesie, scritte col sorriso sulle labbra”, può tornare a pronunciare  “ti amo”, senza nessuna paura e senza mendicare.
     
    Cotugno, lascia in eredità parole immense, in cui ognuno si può identificare.
    Vibrano e orientano nel “doloramore” che sa di “strana magia”.
    Fiorisce nel silenzioso percorso d’evoluzione intimo, esplodendo nella musicalità di istanti, in fotogrammi di ragione e mistero, di vuoti o voluti non ricordi.  
    Dolci e amari canti che diventano partenze o approdi di un maturato “volo disteso” e proteso viaggio verso noi stessi.

    [... continua]

  • Andando tra le storie degli scaffali della memoria ci sta che tu recuperi quella di Cenerentola. Perché è un passaggio, dovuto o voluto, a cui abbiamo assistito tutti. Quello della cameriera dalla scarpa d’argento è un sogno. Un sogno che la sua vita cambi, un sogno pieno di luce. Con la vittoria nel pugno. Almeno è ciò che lei - e noi - ci auguriamo di avere. È bene partire da qui, dal titolo che è evocativo: “Cenerentola non vince mai”. Che vuole essere un messaggio, una sentenza ma anche un percorso diviso in tre atti: domani - ieri - oggi.

    Niente di più costruttivo, si direbbe. Se non altro per ciò che riguarda lo spazio temporale. Donna Pola non mente con la sua poesia. È diretta, concreta: “Ci sarà il sole domani / Lo dicono i volti sereni / di chi ha la vita e non se ne accorge”. Il tema della luce, che sia di raggio o artificiale, è vivo: “Luci alogene / illuminano il vino” e tutto ciò che può rivivere sotto la spazzolata della vita. Una vita, in questa raccolta, che appare, scompare, riappare per scomparire di nuovo. O va solo a riposare: “Noi dormiamo sonni pesanti / a poco a poco dimentichiamo quei momenti / nei nostri letti freschi e puliti”.  E ancora i versi di "Saluto all’alba" dove la luce è quella della notte come riflessione: “Ciao / a te che torni a casa stamattina / a te che sento passare lento per la strada / I galli cantano la fuga della notte ormai vicina / e se gli altri dicono / che se non ci sono persone sono sola / io non ci credo”.
     
    C’è, poi, una freccia – ma potrebbero essere dieci o cento - scagliata all’uomo: “L’umano è stupido / debole e vanitoso / innamorato ma disilluso”, come a dire che, sì, è vero: l’uomo è tutto questo da sempre. Nella sua maledizione, si vede chiaramente l’ammorbidirsi della luce che diventa buio. Come nel “Dialogo con me stessa” dove il poeta ricorda ancora gli aspetti del sole, anche quelli dolorosi: “Perché piangi nel buio? / Davvero un senso non c’è (…) Non vuoi uscire al sole? / Quale sole? (…) Sai cosa succede se gli dico addio / Non è quello che vuoi? (…) Non voglio, non posso / Bruciati gli occhi, allora. Anche col pensiero”.

    Se il poeta guarda davvero il sole, così come palla di luce, sa cosa succede; rischia di bruciarsi gli occhi. Ma quel sole non sempre si presenta come somma di fuoco. A volte è il processo che appare rivolto a carta e penna, “Guardandoti”: “Ho voglia di scrivere / ho voglia di sognare / ho voglia di guardare nei tuoi errori / il mio mondo perfetto”. Dove sta questo mondo perfetto? Forse sulla bocca di qualcuno o in movimenti umano-istintivi che, spesso, non abbiamo preparato: “Come rigiri la catenina tra le labbra / e ridi sereno in una sera d’estate (…) Quelle piccole cose che forse non noti / e quando le fai non sai di farle”. Insomma, il sogno poetico di Donna Pola è lo stesso di Cenerentola: certamente vivo, certamente vero. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Prima di parlare del libro è doverosa una premessa di carattere storico.
    Durante la prima guerra mondiale si compie, nell’area dell’ex impero Ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
    Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
    L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente. L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
    Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
    Sempre agghiacciante leggere del sentimento di prevaricazione che l'uomo ha su un suo simile, e ancor peggio su una intera popolazione quali gli Armeni. Cancellare, perché? Dietro ad un ingiusto agire c'è sempre l'interesse, che offusca e domina la ragione umana. Quello che mi ha fatto pensare a me è il sentimento della "viltà", questi uomini, che forse è troppo degno chiamarli così, sono dei vili, degli sporchi burattinai comandati dalla sete di potere.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il libro inizia con la storia di Zoe, una ragazza afflitta da demoni interiori, problemi esistenziali, visioni, voci, urla, melodie e suoni oscuri. Una ragazza che è uscita da un grembo molesto, che ha vissuto e vive quasi perché lo si deve alla vita, e non per il vero e proprio gusto di vivere nel pieno della bellezza delle possibilità del creato. Zoe con se stessa, sola, le mura, le voci, i fantasmi (immaginari animali domestici – tre topi che si rincorrono -). Lei soltanto, con la sua pazzia, e la solitudine: “[…] Sarebbe stato bello se qualcuno l’avesse abbracciata in quel momento ma era sola, tra le macerie della sua vita immaginata e della sua casa distrutta. Avevo distrutto tutto senza aver mai costruito nulla”. Lei che è in preda alla follia; fuori piove, corre, corre, corre, un suono sordo, una macchina, l’ambulanza, la voce di una medium, la fine.
    Il secondo racconto ci presenta un ragazzo affetto d’amnèsia, una donna senza tempo e memoria, senza ieri e un domani. Con tre indirizzi nella testa: la sua casa, lo psicologo e l’ospedale. Quale futuro per uno che non ha nemmeno un passato? Solo singoli istanti di provvisoria lucidità.
    Il terzo racconto potrebbe essere letto in chiave xenofoba, ma in realtà è un pretesto per raccontarci la vita di Augustus Pierce, la sua vita mediocre, fatta di continue ritualità, e di passi troppo spesso esplorati. Un giorno la sua vita si stravolgerà, e da uomo medio Pierce diventerà un uomo borghese, assaporando le lussurie e i godimenti di una vita agiata, ma tutto questo cambiamento non è frutto di una lucidità di Augustus, anzi, lui non riesce a vedere al di là del suo naso, e non si accorge che in realtà la sua vita sta andando a rotoli, sta sfumando, per poi ritornare ad essere una mediocre macchia nella storia delle altre vite.
    Il quarto e quinto racconto ci parlano rispettivamente della storia di Blake che sfugge dalla realtà per rinchiudersi volontariamente nel mondo dei sogni, e della storia di Emily, di un rapporto malato, della furia umana, attraverso una particolare prospettiva; da danneggiata a danneggiante.
    Ho cercato di presentare per sommi capi qualche racconto dell’opera di Salvatore D’Antoni, e non starò qui a snocciolare uno per uno i racconti che compongono l’opera per due motivi: il primo, per rispetto all’autore che non deve vedersi svelato ogni suo scritto, in seconda battuta per me, che non ritengo affatto giusto fare un elenco puntuale dell’opera.
    Il libro dal titolo molto aderente ai racconti che l’opera stessa presenta, - appunto “Educazione cinica” -, tocca svariati temi che vanno dall’abbandono, al rapporto con sé stessi, alle dinamiche relazionali, fin per arrivare a temi quali la gelosia, il riscatto, l’identità, la felicità (che rappresenta il titolo stesso di un racconto), per inoltrarsi nel paradosso e nel comico (ben rappresentato nel racconto “l’amore incondizionato delle bambole gonfiabili”), e ancora si potrebbe parlare di individualità, e di identità di genere.
    Un libro che si gusta a piccoli sorsi, e che attraverso una variegata essenza di storie ti fa gustare la bellezza delle diversità, dei diversi aspetti della vita, mai prevedibili e insofferenti alla razionalità.

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    recensione di Gino Centofante

  • Ritorna il re dell’incubo, Stephen King, recando con se l’eco di vicende terrificanti accadute all’incirca 30 anni addietro, tra i corridoi, le stanze ed la sala bar dell’indimenticato ed indimenticabile Overlock Hotel. Protagonista principale della vicenda narrata è Dan Torrance, figlio di quel Jack Torrance autore primo dell’orrore scatenatosi nell’albergo sopra citato e magistralmente raccontato in Shining. Dan, trascorre parte della sua infanzia assieme incubi, ricordi e visioni che sono parte integrante della diabolica esperienza vissuta nel periodo di soggiorno all’Overlock Hotel. Ma il bambino Dan, conserva altresì una più favorevole eredità, un dono che poche persone hanno la fortuna di avere. La chiamano “luccicanza” e noi la potremmo definire come una sorta di “forza della mente” che, a seconda dei casi si manifesta in maniera più o meno evidente e con diverse modalità da persona a persona.  Con l’aiuto del suo mentore, Dick Halloran, il piccolo Dan riuscirà a padroneggiare tale potenzialità ma tuttavia, con il trascorrere degli anni, il romanzo ci metterà di fronte un Dan Torrance trentenne, disoccupato e alcolizzato. Un nuovo lavoro, nuovi amici con cui in parte condividere il dono della “luccicanza”, la partecipazione alle riunioni degli Alcolisti Anonimi, saranno gli appigli ai quali Dan proverà ad aggrapparsi per riemergere dalla sua oramai fatiscente condizione fisico-sociale. Tuttavia, nel mondo di King, il male non tarda mai ad arrivare, questa volta manifesto in una comunità di strani personaggi che si lascia chiamare il “Vero Nodo”. Ma senza dilungarsi nella descrizione dell’ennesima forza maligna scaturita dalla mente dell’autore, lasceremo libero il lettore di scrutare e conoscere questo aspetto del racconto.  Il nuovo romanzo partorito dalla penna geniale di Stephen King, dopo 4 anni di lavoro è, a parere dello scrivente, il giusto epilogo di una storia affascinante e “leggendaria” (considerata poi la successiva fortunatissima trasposizione cinematografica) quale è il romanzo Shining, rimanendo tuttavia una storia indipendente, autonoma e pregna di ben distinte novità. Le buone maniere del re dell’incubo non vengono mai meno, pertanto, la scrittura è sempre veloce e la trama avvincente. Il ritmo serrato ed i colpi scena ben calibrati e distribuiti. Non mancano episodi  “da brivido”, di quelli che restano ben impressi nella memoria post lettura e che sovente si prova ad immaginare sulla propria pelle! Ad ogni modo, si può al contempo notare un leggero ammorbidimento dello scrittore del Maine, che sovente rende più pacati, se cosi si può dire, tratti del romanzo che nel primo Stephen King sarebbero stati decisamente più cruenti. Questo può servire tuttavia ad una trasposizione più realistica degli accadimenti descritti e, se vogliamo, più incisiva nell’esperienza di lettura.  Ma tale aspetto ha natura prettamente soggettiva poiché, la genialità di Stephen King sta anche in questo: saper colpire e sbalordire l’amante dello splatter, del thriller, dell’Horror, lo studioso della psiche e l’affascinato dal sovrannaturale.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Questo libro nasce durante un soggiorno trascorso in Francia dall’autore e la figlia  per manifestare contro il progetto di legge Debré sull’ingresso e sul soggiorno degli stranieri in Francia. Il libro è scritto in maniera molto chiara, si svolge con una sorta di dialogo/comunicazione, attraverso domande, curiosità, perplessità e spiegazioni: "La parola straniero ha la stessa radice di estraneo e di strano, che indica ciò che è “di fuori, esterno, diverso”. Designa colui che non è della famiglia, che non appartiene né al clan né alla tribù. E’qualcuno che viene da un altro paese, sia esso vicino o lontano, qualche volta da un’altra città o villaggio. Da ciò è nato il concetto di xenofobia, che significa ostilità verso gli stranieri, e ciò che viene dall’estero. Oggi però la parola strano designa qualcosa di straordinario, di molto diverso da quanto si ha l’abitudine di vedere, è sinonimo di strambo".
    Un libro consigliato ai bambini, ma che servirebbe anche a tanti adulti che devono educare e trasmettere sentimenti di accettazione del diverso perché, spesso, il razzismo trova origine nell'incapacità di comprendere e saper comunicare, quindi bisogna stare in guardia: “Stammi bene a sentire, figlia mia: le razze umane non esistono. Esiste un genere umano nel quale ci sono uomini e donne, persone di colore, di alta statura o di statura bassa, con attitudini differenti e variate. E poi ci sono molte razze animali. La parola razza non ha una base scientifica, è stata usata per mettere in evidenza gli effetti di diversità apparenti, cioè di fisionomia, che non devono creare divisioni tra gli uomini. Non si ha diritto di basarsi su tali differenze fisiche - il colore della pelle, la statura, i tratti del viso - per dividere l’umanità in modo gerarchico. In altre parole, non si ha il diritto di credere che per il fatto di essere di pelle bianca uno abbia delle qualità in più rispetto a una persona di colore. Ti propongo di non utilizzare più la parola “razza”, è stata a tal punto strumentalizzata da gente malintenzionata che è meglio sostituirla con l’espressione “genere umano”.

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    recensione di Gino Centofante

  • Questo libro narra la vita di Mohamed Ahmed, scritta in un diario segreto dove ogni notte riversa le sue ossessioni, la sua ipersensibilità e le angosce che nascono dall’artificio del ruolo sociale e familiare, al quale è stato segretamente destinato dal padre. E’ la storia di una metamorfosi forzata, di un essere disgraziatamente nato femmina e allevato dal padre come un maschio. E’ la storia di una scelta per riprendersi un onore che stava svanendo, di una società - quella islamica - che del corpo delle donne ne ha fatto sempre più oggetti da esibire, suppellettili da ornamento. Tra tradizione e memoria, l’autore di nascita marocchina, dà vita ad una storia che si articola non in modo semplice, alternandosi tra narrazione donna-uomo, da bibliotecario cieco, da maestro di mistificazioni, si sdoppia nelle parole del narratore e della sua visitatrice.
    Effetti di ridondanza unica caratterizzano la scrittura di Ben Jelloun, che riesce a sovrapporre un testo-canto, costituito spesso di monologhi epistolari, sull’organizzazione di un testo-gioco costruito in un racconto nel racconto. 

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    recensione di Gino Centofante

    • Nemesi
    • 29 maggio 2013 alle ore 12:51

    “Nemesi” di Roth è il quarto e ultimo capitolo della raccolta di cui fanno parte “Everyman”, “L’indignazione” e “Umiliazione”, raccolta che prende il nome proprio da questo romanzo ambientato nella città di Newark nel 1944, anno in cui fu colpita da un’epidemia di poliomielite in cui erano minacciati soprattutto i bambini.
    Protagonista è Bucky Cantor, un atleta ventitreenne che scartato dall’esercito decide di fare l’insegnante di educazione fisica nelle scuole. Il personaggio di Cantor tratteggiato dalla penna di Roth non è sicuramente adatto a far fronte alle problematiche, alla situazione, al sistema che sta invadendo la realtà in cui si trova. La malattia pian piano toglierà ogni singola certezza, mettendolo in bilico tra due strade, da una scelta inaspettata, da un ritorno che entra in conflitto con il presente, con l’affetto, con dei ragazzi che non posso esser trattati come oggetti. Già il titolo ci fa capire quanto l’autore in questo romanzo ha voluto mettere in evidenza la questione del caso, dell’indignazione, del fatuo destino che scrive il suo futuro, a volte benevolmente a volte malamente.

    "Voleva insegnare loro quel che suo nonno aveva insegnato a lui: la durezza e la determinazione, a essere fisicamente coraggiosi e fisicamente in forma, a non lasciarsi mettere i piedi in testa o svillaneggiare da chi diceva che gli ebrei, solo perché sapevano usare il cervello, erano delle checche e dei rammolliti."

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    recensione di Gino Centofante

  • Devo dire che forse sono partito dal libro sbagliato per conoscere il caro Busi, “El specialista de Barcelona”, - sbagliato non perché è brutto, ma per la sua complessità -,  come dice lo stesso titolo ci troviamo a Barcellona, con un narratore seduto su una sedia di ferro lungo la Rambla, che si rivolge ad una foglia di platano, sul punto di cadere urtata da un elicottero giocattolo. L’interlocutore quindi diventa la foglia, portavoce di fragilità, il linguaggio si trasforma e mostra diversi espedienti linguistici, quasi arditi, che si allontanano dall’ordinarietà.
    Il protagonista è un professore di letteratura portoghese, scrittore poco fortunato, complessato per la sua bassa statura, gay con alle spalle un matrimonio con dei bambini, che sta per sposare il suo aiutante/compagno. Busi non si fa scrupolo, anzi nella narrazione inserisce anche personaggi conosciuti, disquisisce e critica e non si fa problemi ad essere perentorio: perché per essere completi bisogna per forza essere in due? Perché gli esseri umani devono essere completi solo se sono insieme?

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    recensione di Gino Centofante

  • “La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato.”
    Questo è l’incipit folgorante de “Le vergini suicide” di Eugenides, il romanzo racconta la storia di cinque sorelle accomunate da una sorte comune: il suicidio. La prima a suicidarsi è la sorella più piccola Cecilia, dopo questo avvenimento la famiglia si estranea da tutto e da tutti, e in una notte le restanti quattro sorelle daranno vita ad un suicidio collettivo. La vicenda viene narrata da una pluralità di voci, un gruppo di maschi adolescenti, che a distanza di venticinque anni dall’accaduto cerca di ricostruire cosa è successo. A dispetto della società, che inevitabilmente e tristemente dopo un determinato tempo si scorda dell’accaduto, questi ragazzi che hanno vissuto realmente con le sorelle Lisbon cercheranno dal di dentro di dare una spiegazione al suicidio, al gesto insensato, anche se a ciò poco c’è da dare spiegazione. Attraverso le attrattive giovanili, la curiosità, i turbamenti si assiste ad un coro che si innalza quasi divenendo un requiem di morte, che accompagnerà le ragazze verso l’unica e sola vera libertà.

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    recensione di Gino Centofante

  • Attento sguardo quello di Leonardo, che s’incrocia con la bellezza della natura, che ci circonda, diventando magia di sensi e melodia, troppo spesso dimenticata di “una scala senza chiave”.
    Poesia, che bussa alla porta, e coglie impreparati, in un tutto dove oggi è dovuto, preso, scaraventato. Si affaccia questa giovane penna, riuscendo  a gustare ancora la cristallina essenza di “ frasi amiche” e “mani lente “che “abbracciano”, senza lasciare la macchia della solitudine.
    L’umanità è la “fortunata” ricerca di speranza, percepita in una società “malata”, di “suoni fastidiosi”, di “attese”. Un ritornare bambini, per apprezzare, cogliendo con i sensi il segreto: “volo tra le montagne, /nuoto negli abissi, /gioco in un campo, /spiragli di dolci sogni“.
    Leonardo riesce a discernere, “lungo vie d’asfalto, macchine sommerse”, raccogliendo  le “sfumature colorate”, della quotidianità ed arrivando all’essenza viva del “paradiso”; che è concretezza sulla terra.
    Ancorato ai valori, ai racconti, che lo hanno reso non solo partecipe, il Manetti, diventa poeta protagonista: pittore-descrittore di “un paesaggio nato dal sudore /si alterna a fitti boschi, /taciturne braccia di sacrifici/ offrono colori e detti.“  Pennellate di parole, di “lontani pensieri” e di consapevolezza di avere, “vicina la felicità”. 
    Freschezza spruzzata, e genuinità coraggiosa nel “fermarsi”, ascoltando  anche l’albero, che “racconta la sua storia”. Agire e/o reagire, quando “il cuore strabatte”, capendo che” ogni momento è unico,” per dire: “Ti Amo così tanto”.
    Perle preziose, sono in “sChianti” di umana vita intrisi di “Incidente & Amore”. Un monito per superare la fatica, la pigrizia, le ombre di un passato, il male subito da “mangiafuochi senza scrupoli” per ricordare di: “Non attendere domani, /raccogli oggi le rose della vita, /apri le ali e lasciati andare, /volare per spazi azzurri e infiniti.”

    Dulcinea Annamaria Pecoraro

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  • Un io poetico poderoso ed esigente scandisce lo svolgimento di "Poesia, ragazza mia" di Elio Ria. Il secondo prodotto della collana I Destrieri alterna le poesie, preziose nella loro ricercatezza, ai pensieri, estemporanei e profondi come appunti presi su una moleskine, spesso sotto il sole di Puglia. La prefazione sembra quasi una dichiarazione di guerra, perché afferma con poche parole secche e ferme i principi estetici di Oscar Wilde: "Il poeta non scrive perché ha qualcosa da dire, ma in primo luogo scrive per confrontarsi con il linguaggio".
    "Art for art's sake", una promessa che mantiene nei suoi versi, aspri come certi paesaggi del Sud, evocativi come camminate attraverso le stagioni; a volte gentili come stoffe primaverili, altre volte taglienti come vento di tramontana.
    Immerso in una intensa e imponderabile ricerca linguistica, Elio Ria é in grado di passare dall'aridità di Montale all'irriverenza dei futuristi, di essere malinconico come un crepuscolare e subito dopo barocco come Giambattista Marino.
    È un libro da centellinare, pena il disorientamento tra le volute linguistiche; ma il risultato finale resta un sorprendente affastellarsi di piegature, a segnare le pagine da ricordare.

    "Il tempo del Sud è figlio di un dio che del fluire del suo tempo ha rallentato vita al giorno e alla notte, incuneandosi nelle pieghe del sole, come a torcersi su se stesso per concedere tempo all'eternità, poiché di questo hanno bisogno le genti del Sud: un tempo che non sia solo tempo".

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    recensione di Cristina Mosca

  • Chi è convinto della propria vita? Chi ne è appagato, soddisfatto? Ci accontentiamo che i giorni scorrano da soli, uno uguale all'altro. Siamo noi che abbiamo fatto le scelte che ci hanno aperto il nostro percorso o ci siamo omologati al volere di qualcun altro?
    Sandra, Sam e Adamo, sono tre ragazzi totalmente differenti tra loro, ma che hanno in comune un punto: non sanno cosa fare della propria vita e la gente fa di tutto per fargliela cambiare a loro modo.
    Sandra non ha problemi economici, la sua famiglia è ricca e lei passa le giornate divertendosi e facendo shopping col bancomat del padre. Ha continui litigi con la madre che tenta di scegliere per lei il lavoro migliore, mentre Sandra non ne vuole sapere di organizzare la propria vita.
    Sam è omosessuale e per questo ha lasciato la famiglia a Catania per trasferirsi a Torino. Non studia, lavora nei peggiori fast-food della città e viene sistematicamente lasciato dai suoi amanti. Continua a struggersi per un amore finito, l'ex-ragazzo per lui era tutto e si sente uno sfigato cronico.
    Adamo invece sembra quello riuscito meglio. Abita da solo, ha svariate ragazze, ha un lavoro che lo appaga, che è addirittura in aria di promozione, la punta massima dei suoi sforzi. Eppure quello che vogliono i suoi genitori e il suo capo è che si sistemi con una ragazza fissa e abbandoni la sua vita sregolata.
    Gli eventi stanno per cambiare per tutti e tre.
    Sandra si ritrova il bancomat bloccato ed è costretta a trovarsi un lavoro e a tenerselo. Per conquistare il suo ragazzo decide di migliorarsi anche come donna, vuole crescere.
    Sam, stufo dei fast-food trova lavoro in uno studio legale ed è chiara la sua mancanza di studio che lo porta a scegliere di iscriversi ad una università serale e coltiverà il suo sogno per la creazione di un suo fumetto, vuole imparare a lottare per quello che desidera.
    Adamo invece per organizzare una festa di compleanno per la figlia del suo capo è costretto a trovarsi una fidanzata ed il rapporto comincerà a distruggere ogni sua convinzione pezzo per pezzo. Adamo vuole libertà e non vuole legarsi a nessuno.
    Così sostenendosi a vicenda devono ribaltare la loro esistenza, provare a migliorarsi e a non arrendersi nonostante la vita gli regali solo sgambetti. 
    Non sarà facile per nessuno dei tre eppure i loro sforzi restituiranno dei risultati che loro non avrebbero mai pensato di raggiungere.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Tutto accade in una notte di Maggio, in una Roma spettrale, imprevedibile, silenziosa. Degli spari, la polizia che irrompe nella palazzina, un flashback che racconta le 24 ore precedenti l’accaduto, unendo svariati personaggi diversi da loro, ma che si incontrano per un inesplicabile motivo. Nel libro scontro e incontro di tutto è l’avvicendarsi di due famiglie. Tutto inizia in via Carlo Alberto, dove conosciamo Emma Tempesta, separata dal poliziotto scelto Antonio Bonocore, e i due figli, Valentina ragazza adolescente e Kevin dall’età prematura. Per l’altra famiglia abbiamo: Elio Fioravanti cui Antonio fa da caposcorta, la seconda moglie Maja, il figlio avuto dal primo matrimonio Ari, definito anche Zero per la assenza di personalità, e Camilla. Le vite degli uni si incontrano con le vite degli altri, attraverso processi di conoscenza, di esclusione, di possessione, di vittimismo, di autocommiserazione; attraverso ritratti psicologici conosciamo più profondamente ogni singolo personaggio: Emma che incarna la donna delusa dalla vita, Maja donna delicata che prova un’inspiegabile attrazione per Ari – che rappresenta tutto ciò che il suo mondo non è -, Antonio che si mostra come un cane bastonato, ma in realtà è il carnefice e trama la sua vendetta, Fioravanti che è ormai al capolinea della sua carriera politica, sente sfumare ogni barlume di speranza e crescita sia individuale del proprio aspetto interiore, sia lavorativa.
    Tutto è corredato e presentato attraverso gli occhi di una Roma quotidiana, semplice – ma non troppo - , attraverso il disfacimento familiare, attraverso l’ignoranza e la svalutazione del concetto di appartenenza, tutto questo inevitabilmente ricadrà sulla vita dei figli che ne presentano disfunzioni, mancanze, assenze che gridano il desiderio alla vita, il supremo vivere in un giorno qualunque, possibilmente perfetto. Ma si sa il concetto di perfetto è questione solo di simmetrie...

    “Uno deve essere disposto a perdere tutto, solo così si vede quanto è profondo l’amore che c’hai per l’Idea. L’hai detto tu, eh? L’Idea viene prima di tutto… se ciò che possiedi possiede te, se hai perso tutto e sei disposto a tutto, sei un barbaro.”

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    recensione di Gino Centofante

  • Ispirato da una storia realmente accaduta, il libro è dedicato a tutte quelle donne che( a causa di un’ideologia ancora intrisa di maschilismo sciovinista) loro malgrado, sono costrette a vivere violenze inaudite e maltrattamenti incomprensibili anche in società poco evolute. Un’attenta lettura del romanzo lascia intendere che  la drammatica storia di Hina Saleem (la ragazzina uccisa in Italia nel 2006 dai suoi parenti perché non si volle adeguare agli usi tradizionali della sua cultura d’origine) abbia notevolmente influenzato l’animo dell’autore, anche se di fatto riferimenti diretti non ce ne sono. La violenza che denuncia Pacioni non è retorica o speculativa, l’autore non si riferisce ad un particolare ceto sociale o ad un livello culturale basso, e nemmeno fa riferimento a una religione specifica. Egli racconta la naturale pulsione di violenza che è in ognuno di noi e che si può manifestare in ogni zona geografica per ogni grado di istruzione e a qualsiasi età.
    Fatima, protagonista del romanzo, vive una sorta di vita parallela: a scuola è Francesca e a casa è appunto Fatima. Ella pertanto, esperisce due forme di amore: uno autentico e l’altro dettato dalle convenzioni sociali di una cultura alla quale lei non si sente più di appartenere. Naturalmente, col passare del tempo le diventa impossibile sostenere una doppia linea esistenziale, e le cose cominciano a precipitare.
    L’autore con estrema lucidità riesce a far entrare il lettore in un mondo che inizialmente appare lontano, estraneo ma,  man mano che ci si addentra nel romanzo, ci si rende conto che Fatima può essere anche la nostra vicina di casa, la nostra collega di lavoro o perfino noi stesse.

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    recensione di Enza Iozzia