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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • Il volume, ben scritto da Mirko Tondi e pubblicato dalla Casa editrice “Il Foglio”, narra di un'avvincente storia ambientata in un futuro lontano, ma nemmeno troppo. Il detective messo sotto scacco dalle delusioni della vita, ha l’opportunità di dare una svolta alla sua esistenza, prendendosi in carico un caso complesso e unico nel suo genere. Siamo noi che utilizziamo la tecnologia, oppure è lei che utilizza noi? E in futuro, essa ci aiuterà ad affermare la nostra identità, oppure ce la ruberà?
    Sono queste le domande che il lettore non può esimersi dal formularsi ad ogni pagina che legge. Il volume, che in alcuni passaggi mi ha ricordato George Orwell in “1984” e altri, Stefano Benni in “Cari mostri”, è redatto con cognizione di causa e la sua peculiare e al tempo stesso avvincente tematica, lo rendono sicuramente suggestivo e godibile ad ogni passaggio.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Un romanzo sulla gentilezza. Sul darsi senza chiedere nulla in cambio. Sul ‘donarsi’ quale strumento di felicità. Questo, ma anche tanto altro, c’è dentro a ‘Un uomo temporaneo’, l’ultima pubblicazione di Simone Perotti per i tipi di Frassinelli (maggio 2015).
    Gregorio è un impiegato modello. Tutti i giorni, per raggiungere l’azienda dove lavora,  attraversa ciò che resta di una campagna urbana. E’ felice, centrato, ama cucinare; è un figlio attento, amorevole, capace di considerazione esterna.
    Eppure, un bel mattino, si ritrova sulla scrivania una lettera di sospensione. I motivi sono nebulosi, si capisce che, dietro a tutto questo, c’è una manovra di ridimensionamento del personale da parte dell’azienda. Ma Gregorio – che viene prontamente preso d’occhio dai sindacati, pronti a strumentalizzare la sua situazione – è capace di reinventarsi un ruolo, libero come in fondo è diventato (gli viene tolto ogni incarico, viene privato anche della sua scrivania) o come, in sostanza, è sempre stato.
    La sua presenza, il suo carisma, la sua libertà interiore - quel suo essere capace di non appartenere - fanno di lui un punto di riferimento per tutti gli altri colleghi mobbizzati, maltrattati, relegati al ruolo di semplici esecutori. Si tratta, in definitiva, di una rivoluzione dal basso, che muove i suoi passi da dentro al sistema, che non vuole distruggere completamente, ma risanare e trasformare: ed è una rivolgimento che parte dalla percezione chiarissima che Gregorio ha di se stesso, del futuro che verrà.
    Ci sono tanti tipi psicologici, nel romanzo di Perotti: nell’ottusità vuota dei superiori di Gregorio - carrieristi e sciocchi - c’è, in primis, la tendenza a delegare. Che è, poi, il male di sempre: dietro la delega al mercato c’è la nostra incapacità di porci nel mondo come persone consapevoli.
    Dunque come potrà fare Gregorio - unico risvegliato in un Getsemani di persone addormentate – a vincere la sua battaglia contro i mulini al vento e a salvare la sua anima?
    E se Gregorio fosse, in realtà, il Gregor Samsa di Kafkiana memoria, che parte dalla sua trasformazione per ridisegnare, stavolta, i confini possibili di una nuova felicità?
    L’unica via, sembra dirci Perotti, è il risveglio: lo scarafaggio alieno a una realtà omologante che fagocita i nostri destini di uomini.
     
     
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • "Ho iniziato a scrivere per cercarmi quando non mi trovo", ha detto di sé Luca Gamberini, nel corso di un'intervista rilasciata non molto tempo fa, che abbiamo letto dopo aver divorato la sua ultima raccolta poetica, "Mi sgridi i piedi" (Ed.Youcanprint, aprile 2016).
    Bolognese di nascita ma centese di adozione, dichiara anche che: "Scrivere è la mia medicina". Ci sembra di capirlo, Luca. In fondo, vuoi o non vuoi, è sempre questo il giro che si fa: si torna da dove si è partiti, nel luogo del delitto, lì dove abbiamo tentato di scavallare il rimosso. La scrittura - dicono - può essere riparazione, tentativo di dar forma e ordine alle cose, anche perché: "Il mondo è breve e le nuvole ritornano". Si scrive pure per rendere meno amara e insostenibile la vita. Perché 'quel che appare' non basta. Ma i poeti sono sempre individui nudi tra altri individui vestiti. Scoperti più di altri, trasparenti. "La leggerezza è la condanna più pesante da scontare", recita un aforisma di Luca.
    La sua ultima raccolta poetica è un libretto geniale e toccante che, a leggerlo, ci ha turbati. Il suo poetare può essere apparentato ad altri autori che apprezzo: penso alla levità grave di Franco Arminio, paesologo dallo sguardo illuminato. Nei versi Di Luca Gamberini le cose non sono mai dove dovrebbero stare: le persone come le parole, e forse anche gli endecasillabi. Perché, in fondo, Luca lo sa: niente è come appare, la realtà è una nostra proiezione, un gioco di specchi, di bugie e di rimandi. I folli sono i soli ad esser sani, a saper vedere dentro agli occhi dell'avversario. E, in quegli occhi, si perdono, confondono i segni, rimescolano le carte della loro stessa esistenza. "Mangiare, essere mangiati", scriveva Clarice Lispector: i visionari sanno che la dolorosa strada è questa, se si vuol toccare il cuore delle cose, e raccontarle. Luca Gamberini non ha paura. Vede, come dietro una porta discosta, il gioco delle parti. Ride delle fatalità, ma il suo è un riso amaro, consapevole. Conosce smarrimenti e inciampi; ma pure delusioni, illusioni, silenzi. E, ancora, paradigmi, scorciatoie, labirinti. Infine, conosce l'amore.

    "Tu sei l'amore
    sgorgato dal margine di struttura primario,
    tu sei l'amore
    aggrappato ad un silenzio epigono
    (...)
    tu sei l'amore
    dagli occhi del gatto, che sai
    arriverà il giorno in cui non ritorna".

    In Luca Gamberini vive e brilla il paradigma di Rimbaud, secondo cui 'io è un altro'. Il vero poeta è un veggente che va oltre se stesso, che conosce l'arte in senso oggettivo e sa farsi memoria concreta di ciò che è la vita.
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Il titolo di questa silloge è tutto un programma, un’apoteosi di sfumature e gradazioni che diventano la chiave di lettura capace di trasmettere emozioni, sensazioni, trascinando nell’intimo sentire o in metafore concrete di vita quotidiana. Ogni colore ha un suo simbolismo e sicuramente traccia un legame tra quello che pensiamo e la nostra azione. Paracelso diceva: “Ogni elemento ha un suo colore: la terra è azzurra, l’acqua è verde, l’aria gialla, il fuoco rosso; poi vi sono altri colori casuali e commisti, appena riconoscibili. Ma tu bada con cura al colore elementare che predomina, e giudica secondo quello”. Il rosso sicuramente rappresenta nella sua completezza sia il bene che il male, la forza, la passione, la vivacità, il dolore, l’aggressività, l’energia.
    L’accostamento all’uno o all’altro significato accompagna l’evoluzione della silloge, così come il percorso dell’umana esistenza. Rosso profondo, fuoco, noir, vermiglio, relativo. Espressioni fabbricate dalla coscienza e dalla conoscenza, poiché è con graduale esperienza che la “tavolozza” della vita prende forma, toccata dalle stagioni che accarezzano e modellano le trasformazioni psichiche e fisiche.
    In letteratura la tematica del rosso è ben presente: pensiamo al Verismo con Rosso Malpelo, o al Pascoli cui il colore rosso allude ad un’accesa sensualità e sottolinea con forza la carica sessuale, è sinonimo di passione, eros. Joyce, invece nell’Ulisse descrive il “rosso fortore di rapina nel pelo” o la magia espressa ne “Le scarpette rosse”; fiaba di Hans Christian Andersen e rivista in chiave cinematografica nel Mago di Oz ispirato al il primo dei quattordici libri dello scrittore statunitense L. Frank Baum.
    Il “rosso” abbraccia l’arte e non è un caso che la poetessa abbia collaborato con artisti, evidenziando slanci e accordi nuovi anche con questo mondo creativo. Lo stesso Matisse, ne fece uno studio: L'Atelier Rosso, Henry Matisse, 1911, olio su tela, 162 x 130 cm. Il colore diventa un elogio primario e determinate nella ricerca di un senso. Uno slancio di “atti d’amore” e di rinascita, di attese, di viaggi delicati o “attraverso la rete/ nemica del tempo” o faticosamente comprese in “luci artificiali e fiati strozzati”.
    La poesia diventa l’arma salvifica, “scacciapensieri”, scintille emozionali atte a dosare sia quel magna interiore di sogni non realizzati o dubbi, sia la libertà di osare “urlando canti di rabbia e amore”.
    Il rosso diventa incontro e relazione, urgenza d’identità e spirito avvolgente, vestito di femminilità e vivavoce di non fermarsi fino a che si ha voglia o almeno fino a quando misteriosamente ci è concesso.

    [... continua]

    • Brida
    • 06 giugno 2016 alle ore 19:04

    Brida è una giovane donna curiosa, intelligente e sensibile. Più della media. Da molto tempo si interroga sull'origine del cosmo, il senso della vita, il bene ed il male. Quotidianamente affronta responsabilità ed affetti con paure e insicurezze. Caratteristiche umane.
    Ma può una donna ambire ad ampliare la propria visione della vita, aumentare i suoi sensi e divenire una strega? La risposta si nasconde nella natura e nel moto della terra. Il tempo ne è nl'unico custode, insieme alla sola verità: l'amore.
    Un libro intenso e denso di spiritualità e speranza. Dopo il cammino di Santiago, l'autore brasiliano coinvolge nuovamente gli animi dei lettori per elevarli verso la semplicità e purezza che rende ogni persona unica.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Le api sono costanti operatrici e producono nettare vitale per il sostentamento delle stesse e della Regina procreatrice. Dietro una goccia di miele si nasconde un mondo proteso allo sviluppo economico ed ambientale e non solo. Uno sciame all’opera e selezionato in ogni campo con criterio di essere utili e messaggere. Una metafora che Colacrai immedesima, divenendo con la penna il produttore di parole, immagini, sentimenti e senza paura di giudizio, porta avanti la sua battaglia inneggiando o indicando, senza mettersi sul piedistallo, le imperfezioni dell’essere umano. Vivo in uno spazio neutro, di connubio tra brivido e cenere, al chiaroscuro di un lume dove la mia clessidra, in appoggio all’eterno, ha smesso di cigolare ed è ammutolita   La simbologia entra in scena con il numero 33, riportato nel titolo dell’opera o in una lirica, dove si raccoglie ed evidenzia la fragilità e la forza. Una colonna vertebrale umana normale ha 33 vertebre. Trentatré è la parola che il medico chiede di pronunciare in maniera ben scandita al paziente per valutare il fremito vocale tattile, ovvero la trasmissione della vibrazione delle corde vocali alla parete toracica. Nella teoria dei bioritmi di Swoboda e Fliess, il ciclo Intellettuale dura 33 giorni e influenza la logica, il ragionamento, la perspicacia, la vivacità mentale, Il 33 è il più alto grado del Rito scozzese antico ed accettato della Massoneria. Nella Religione secondo i Vangeli sono gli anni che visse Gesù Cristo. Il re Davide ha regnato a Gerusalemme per 33 anni. Il pontificato di Papa Giovanni Paolo I è durato 33 giorni. È il numero delle volte in cui è menzionato il nome di Dio nella Genesi. È l'età dei morti in paradiso secondo l'Islam. È l'età di Giuseppe quando sposò la Vergine Maria. La lingua italiana ha 33 suoni.   Il Poeta amante osservatore del tutto, si diverte a “giocare” con i sogni, senza dimenticare di descrivere una realtà spesso non molto paradisiaca. Si trasforma continuamente, generando un   ammasso nel petto a formare una croce di pietra, pesante come tutto l’amore del mondo, a ricordarmi che, dietro il nuovo confine del mio inverno..   Veste i panni dell’uomo malato di AIDS, di quello in carcere, della donna sfruttata, della bambina sognante, del politico credente, figlio o padre.   Davide scruta dentro, imbevendo la penna nelle scanalature più profonde, disegnando cartine, e giri spesso dolorosi, che diventano contenitori dell’anima e delle lacrime.   Ho collezionato ogni mio capriccio nelle tasche lievi come tutto me stesso come una vita intera e il buio.   Ed ecco che nascere ape, o a mezzanotte allora non è casuale, ma scritto nel destino di chi ha qualcosa da dire, da fare e segue a braccetto il corso del tempo, consapevole di tutti i suoi pro e contro, descrivendo i capitoli della vita e chiamandoli per nome, senza dimenticare nulla o lasciare incompiuto.   Il coraggio dell’ape incarna così quello del Poeta, che fino all’ultimo istante porta avanti il suo compito, per donare la sua eredità, anche se questo comporta una sorte non sempre felice, ma necessaria al compimento della verità.   I miei occhi sono farfalle indaco nella notte che spalanca le sue vesti per accoglierle e si offre nuda, a punta di piedi, con le trecce sciolte, a me che so esaudirla   Già perché nel nostro DNA è scritto quello che siamo e sta a noi abbracciare la natura, costruendo canti, ponti, memorie che seminano e  compongono

    [... continua]

  • La scrittura da sempre è il mezzo che esterna i sentimenti più intimi o una monade che trasporta messaggi rivoluzionari, racchiusi in pochi versi e dettagliati da una spiccata capacità di osservare quello che ci circonda, con occhi liberi da bende e mani pronte all’azione. Chi pensa che il poeta sia un sognatore rinchiuso nella sua malinconia o dannato guscio, prende un abbaglio. Sicuramente testimoniare, alzando la testa e vivendo nel tempo, con la consapevolezza di quanto la memoria sia la storia di vicende più o meno piacevoli, diventa il compito e la costruzione. Calò riesce a sfidare l’ipocrisia e la corruzione del tempo, ribadendo concetti, sensazioni, crisi, invocando il senso illuminato perso in reazioni chimiche o armate. Racconta la quotidiana miseria in cui l’umanità si sta vestendo e ammonisce, come un padre fa con il proprio figlio, attraverso l’uso della parola: “le mie poesie attentano alle tue ossa/ mentre corri su strade che ricorderanno strati di superfluo sotto il Sole”. Ribadisce quanta creatività sia a portata di mano e come nei “numeri”, cadiamo e censuriamo, generando dipendenze e odio.  Il potere rende schiavi e bugiardi: “Falsi professionisti di un amaro sfogo eleggiamo/ per concentrarci sulla povertà disorganizzata/ sulla poesia rilassata, che accende il freddo/ palpeggiando seni strappati/ preannunciando i propositi per l’anno venturo”. Sottofondi carichi di forza che scuote e tenta la reazione, oltre il dramma o la commedia, Calò affonda con la sua penna e con la dialettica fissa la realtà, fotografandola abilmente. Come in un viaggio, ci accompagna, senza negare nulla, senza bende o bavagli, senza privare anche il rischio dell’incontro con il dolore, la pazzia, lo stress, la solitudine, la morte o lo stesso amore. “Dimmi cos’è l’amore se non me ne assumo il privilegio/ chi è che ti chiama quando non c’è tempo per fermarsi”. Una scoperta delle coscienze, denudando anima e corpo, portando a naufragare e disperdere “sangue gratuito”. In continuo movimento i versi formano trame e si intrecciano per slegare pensieri, formando poi metafore, immagini che compongono passaggi, epoche, giornate. “La bellezza di una ruota che non gira”, questo è quanto da un’attenta analisi siamo prossimi a diventare. La libertà troppo strumentalizzata dall’indifferenza, può alzare muri e silenzi. Ecco lo scopo del Poeta: “Spiegheremo, via sms, agli ubriachi di cultura/ come si generano le torture sulla signorina Fortuna”. Allegorico e determinante, psicologico a tratti, nel disegnare una sorte, senza volere giudicare la ragione o il torto, ma nel trovare un senso capace di destare e svegliare dal disagio. “Ricuciamo bottoni trovati casualmente/ rievocanti fiabe che male mai fanno/ sul piacere di vestirsi a disagio/ in uno spazio riconducibile alla pancia/ a riposo pur non facendosi accarezzare/ vista l’insana capacità d’essere fonti attendibili di una guerra civile/ tra stupidi calcolatori di complimenti, ch’evitano la visita medica”. Un fiume in piena alimentato dal desiderio di quella grazia eterna, lontana dalle mode e dal successo ossessivo e dalla sincera linea guida di “non farla pagare d’istinto/ agli acrobati della Speranza/ dell’espressività assonnata/ della Notte.” Disarmante il tono, proteso solo nell’intento di denunciare, ricaricare, spiegare, crescendo esponenzialmente in un bene impacchettato male. Liriche che snocciolano contenuti profondi, calzanti, satirici, ubriacanti, mai doverosi o banali.

    [... continua]

  • "Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui". Così scrive il poeta e filosofo libanese Kahlil Gibran, dell'amore... ed è quello che fa il filosofo, poeta Francesco Borgia, affidandosi completamente all'Amore, in "Ridente Lucciola", la sua prima silloge poetica. Sessantasei liriche, dove il titolo di ciascuna è sostituito da simboli letterari di numerazione romana progressivi, quasi a voler definire la continuità del sentimento del poeta che risulta "essenziale" nella metrica libera, dove ci si trova a considerare non il singolo verso, ma la lirica completa per carpirne la profondità nella sintesi di pensiero.
    L'uso della retorica nell'anafora, con la ripetizione della parola, accompagna il verso nella poesia di Borgia, come un suono che ci culla: "Entra nella fiamma/ nel silenzio stellato/ nel soffio che si estenua/ Entra nella fiamma/ del tuo infinito candore/ Ritornata ad essere l'azzurro/ col tenero vagare del cielo /entra nella fiamma".
    Liriche brevi, in alcuni casi quasi degli Haiku, dove l'amore per l'amata si fonde con l'amore per la natura: "Di te/ il mare/ è l'amore/ più dolce/ tra te/ e il mare". Occhi che raccolgono albe e maree, labbra di miele dolcissimo: "Dita lunghe/ silenziose/ incaute/ danno soffio/ a dita/ punte d'amore". Tutti e cinque i sensi vengono chiamati in causa con delicatezza dall'autore, per dipingere non soltanto il corpo dell'amata ma per sottolineare le emozioni forti che, il di lei pensiero, suscita. Il poeta Borgia si esprime attraverso figure di contenuto, di parola, di pensiero, di sentimento e quella, che all'apparenza può apparire come "una poesia semplice e diretta" è in realtà il risultato composto e ben mirato a far arrivare, a chi legge, la profondità e la bellezza di un sentimento tanto ricco che, a saperlo esprimere così, è anche un dono e come è sapientemente riportato nella prefazione alla silloge, di Luca Benassi:"Il lettore vi troverà versi di un'energia dirompente, nei quali aprire squarci nell'abisso del proprio sentire, senza mai allontanarsi da un principio tonale, melodico e sintatticamente organizzato". Non manca alla silloge lo "sguardo attento" di una donna, che va oltre i tumulti della passione e si posa sulla "dolcezza e tenerezza di un sentimento etereo e cangiante" e lo fa Mina Borrelli nella preziosa postfazione, analizzando la figura della donna attraverso il canto poetico dell'autore che "idealizza la figura femminile senza privarla della sua presenza carnale, umana e passionale", riproponendo, tra l'altro, la XXXV lirica della silloge : "Sei /una rosa/ intensa e inattingibile/ trepida e turbinante/ ad esaurire il cielo".
    La rosa, simbolo poetico e musa ispiratrice per tanti artisti e poeti e della quale anche Francesco Borgia ha subìto il fascino.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Due sorelle. Due caratteri agli antipodi. Due destini apparentemente diversi. Un unico mondo, il primo, quello dei genitori, le accomuna. Per il resto, Alessandra è quadrata, pignola, aggressiva e rancorosa. Marinella no, appare fragile, si stupisce della vita e delle persone come farebbe una adolescente, eppure ha quarantotto anni. Sono gemelle, Alessandra e Marinella. Il padre le ha lasciate che avevano solo otto anni, ma il tempo è passato senza che le ferite si siano rimarginate, per loro. In un appartamento spettrale, abitato da suoni e antiche paure, le due sorelle proveranno a fare i conti con se stesse, senza riuscirci. Il romanzo di Marcello Fois prende allo stomaco, che è poi esattamente quello che l'autore vuole, e snuda le ferite di ognuno di noi. Le nostre due metà, i nostri modi di essere, ciò che abbiamo rinnegato e quello che siamo stati, talvolta. Il nostro doppio, insomma. La fragile Marinella (che perde tutte le battaglie ma vince la guerra), è meno indifesa di come vuol sembrare. Come tutte le persone "toste", può permettersi di mostrarsi meno forte di ciò che realmente è. Alessandra non vuol credere nemmeno a ciò che vede, invece, e finirà per perdere di vista l'evidenza. Alla fine, quanto inutile dolore nell'incapacità di perdonarsi...

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • “Era una notte buia e tempestosa”: è senza dubbio l’incipit letterario più famoso del globo terrestre. Talmente famoso che da uno è passato all’altro, e dall’altro a un altro ancora. L’origine però va assegnata all’inglese Edward Bulwer-Lytton che conia questa celebre frase per il racconto Paul Clifford. Da qui il passaggio ci porta al conosciuto personaggio animato Snoopy, che ne faceva uso in diversi capitoli della storia, ad Andrea Camilleri che sceglie questo esordio per uno dei suoi libri, ad Umberto Eco che dichiara che il primo passo de "Il nome della rosa" prende spunto proprio da qui. Non solo e per essere chiari, “Era una notte buia e tempestosa” è anche il titolo di questo libriccino. Si aggiunge: piccoli esercizi di scrittura creativa.
    È proprio così, un libriccino di novantacinque pagine scritte in caratteri piccini che porta il lettore a non essere solo lettore, ma anche utente di scrittura per una serie di consolati da carta a penna.

    “Questa guida si propone di aiutare il lettore/scrittore a capire qual è la tecnica e l’ispirazione che ha dato vita agli incipit più famosi e interessanti e a riflettere sul meccanismo che li ha creati. Una volta compiuta un’analisi della oro tipicità e originalità il lettore è invitato a provare egli stesso nuovi inizi, sull’esempio di quelli degli autori famosi ma anche a trovare i propri, nuovi e originali”, si legge sulla quarta di copertina. Niente di più analiticamente corretto per una serie di pagine che, uno degli autori Davide Giansoldati, consiglia di leggere “quando fuori c’è il sole”. Non sarà certo la temperatura esterna a fare la differenza. Però è carino credere che davvero tutto possa iniziare così, con una bella giornata e magari qualche uccello migrante che si fa sentire solo per il rumore del becco. La storia poi avrebbe lo sviluppo che ogni scrittore desidera. Ma intanto è bene sapere come si fa, eliminare il primissimo dubbio che spesso ci porta a dire “Da dove inizio?”.

    Eccolo qua, allora, il nastro di partenza suggerito: “Era una notte buia e tempestosa”. E poi morti o vivi, amori o dissapori. Una storia, insomma. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Un romanzo complesso, come tutti queli di Oz. Ispirato certamente a sua madre, che morì suicida quando lui era anora un ragazzino. Sembra subito di conoscerla, questa Hannah che non ha alcun desiderio di pietrificarsi. Pare di vederla muoversi sotto il cielo della sua città, dove tutto è intossicato dall'ansia di un domani che non arriva. Si avverte, pagina dopo pagina, l'attesa e il dolore. Dall'incanto dell'innamoramento - stato nascente che rende tutto possibile - al lento adattarsi alle logiche matrimoniali. Perchè ci si sposa, alla fine? Forse per rinunciare all' individuazione? Pericoloso, tentare strade differenti ...
    Il mondo di Hannah è fatto di gesti quotidiani e di pensieri scomodi, perché resistono: trovano ovunque barriere e gli anni passano, vuoti. "Svegliati, Michael, svegliati, per l'amor di Dio. Io sono pronta, aspetto da sempre". Michael guarda al passato come a 'un mucchio di arance da buttare via'. Come a una cosa inutile, insomma. Hannah, invece, vi fruga dentro per trovare un senso alla propria vita. "Non riesco ad avere ragione del tempo. Non lo so attraversare con costanza, perseveranza, sforzo e ambizione". Il tempo è, per Hannah, rivendicare un ritmo interiore.
    In questa ricerca senza appigli concreti, la donna si ritrova sola. Eppure Michael è un brav'uomo, gran lavoratore, ligio ai suoi doveri. Fa il geologo, scruta le viscere della terra. Però l'incontro con Hannah non avviene: perché? Cosa chiedono gli uomini alle donne e viceversa? Oz se lo domanda senza osare una risposta definitiva. Hannah è come Madame Bovary: non sa rinunciare ai sogni. Si sente ingannata da Michael, che è sempre più stanco, lo sguardo arreso nel vuoto. "Non sono piu' con te", dice lei alla fine, "Siamo due persone, non una sola. E' finita. Una volta, molti anni fa, mi hai detto che sarebbe stato bello se i nostri genitori si fossero incontrati ... Ti prego, Michael, smettila di sorridere. Sforzati. Concentrati. Cerca di immaginare la scena: io e te, come fratello e sorella. Ci sono molteplicità di rapporti".
    Un romanzo difficile, che scruta l'animo delle donne, che invita a non rassegnarsi alla mediocrità e alla morte interiore.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Bellissima prova del 2013 dell’autrice genovese Sara Rattaro: “Non volare via” è una rincorsa tra sogni, responsabilità e la voglia mai sopita di non crescere.
    L’amore è una scelta o una cosa che accade? È questo il dilemma a cui siamo sottoposti durante tutta la lettura, che scorre veloce e affamata grazie anche a una scrittura dai tratti più netti e audaci di Un uso qualunque di te, del 2011.
    “Non volare via” è un romanzo a più voci che vede emergere, tra tutte, quella di Alberto, un quarantacinquenne a capo di una famiglia bellissima e unita nella lotta quotidiana con la sordità del secondogenito, Matteo. Alberto e sua moglie Sandra si trovano, loro malgrado, in una giostra di scelte, emozioni e bugie in cui la loro vita di coppia viene fatta e disfatta più volte. Il punto è che non sono più solo una coppia: hanno due figli, e per di più uno di loro ha bisogno delle sue regole, come fare cena alle otto tutti insieme.
    Come in un circuito chiuso, la famiglia si trova scandite da regole del tutto simili a quelle degli scacchi: proteggi sempre il tuo re; non attaccare mai se non sei perfettamente indifeso; a volte è meglio sacrificare un pezzo per non compromettere l’intera partita. Alberto e Sandra, che hanno dato il meglio di sé per rendere perfetta l’esistenza di un figlio imperfetto, devono fare i conti con le loro, di imperfezioni, perché solo così sono in grado di capire cos’è che li può rendere perfetti.
     
    “Sarai un bravo papà e lei sarà pazza di te: (…) Non devi imparare tutto insieme, lo imparerai con lei, basta che tu sia te stesso. Affettuoso, responsabile, ingenuo, apprensivo e normale. Sarai il suo papà e nessuno vi potrà mai dividere perché lei sceglierà sempre te. Ti cercherà in ogni uomo che incontrerà, e per questo motivo le sembrerà sempre di accontentarsi”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Che stupido sono stato, che coglione! Ho eseguito gli ordini come un automa, senza comprendere che quella lista era l’unica possibilità per portare al sicuro più persone possibili. Sono stato così demente che ho fatto anche un censimento degli uomini non ancora partiti, pensando di poterli così mettere al sicuro, e non ho pensato di avere in mano l’unico strumento che avrebbe permesso di portare al sicuro anche solo una persona in più”.
     
    Questo è  il libro di Marco Magini candidato allo Strega 2014, che ci parla di uomini, di debolezze, di incertezze, della guerra che invade e sovrasta, ci parla di una strage: quella di Srebrenica.
    Il libro è scritto in prima persona presentandoci tre differenti voci narrative: il soldato serbo-bosniaco Dražen Erdemović, che ha partecipato all’atroce massacro consumatosi a Srebrenica nel luglio del 1995, il casco blu Dirk, del contingente olandese delle Nazioni Unite che presidiava l’area, colpevole di aver di fatto consegnato i civili di Srebrenica in mano a Mladić, segnandone la fine certa, ed il giudice dell’Aja Romeo González, che nel processo che seguirà farà parte del collegio giudicante Erdemović per il crimine compiuto.
    Il libro non si chiede tanto perché sia avvenuto l’assassinio a sangue freddo per mano serba nei confronti di civili bosniaci musulmani, ma se veramente può esserci giustizia tra gli uomini. Magini, sull’esempio di due saggi, uno di Drakulić  e l’altro della Harendt afferma che per giustiziare basta avere moglie e figli, o essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato, per trovarsi complici di una Storia scritta da altri, per altri.
    Ci si interroga anche sul senso di giustizia, che resta vana, che non riporta di certo in vita le persone morte, per di più con una giustizia che trova colori politici di sorta, e che non è scevra da sovraintendimenti e schieramenti.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Leggere, scrivere, argomentare. È il titolo di questo libro. Ma anche il vade che dovrebbe essere dello scrittore. Che sia giornalista, blogherista o semplicemente l’equilibrista di Facebook, è bene che riconosca a memoria i tre passaggi fondamentali.
    Il percorso che fa Luca Serianni, un maestro della lingua italiana, è semplice: leggo una schiera di articoli di giornale (dalla cronaca al saggio), li riscrivo adattandoli al contesto del testo, e argomento secondo l’insegnamento che voglio impartire. Che è un insegnamento vero e proprio, nel senso come prodotto di osservazione per studenti. Non è un caso che Serianni abbia deciso di incrementare la rilettura degli articoli con suggerimenti di esercizio per professori. Dunque anche per quell’altri, gli studenti.

    “Prendiamo un giornale e facciamone un palestra di scrittura. Perché per imparare a scrivere bene bisogna prima capire come funziona un testo efficace”.

    Alt, domanda del secolo: si può imparare a scrivere bene? Un amico mi ha fatto la stessa domanda ambientandola nelle acque delle piscine: si può imparare a nuotare? Sì. Nel senso che per la seconda domanda trovi la risposta secca, l’affermativa immediata. Per la prima no. Sei in difficoltà. Ma c’è un punticino che va ripreso: si può imparare a scrivere bene? Bene. Sì, bene. Eccolo qua, il punticino che trova la risposta. Che può essere immediata secondo la soggettiva di ognuno. Per Serianni arriva, anche in questo caso, l’affermativa: sì, si può imparare a scrivere bene. Come?

    “… fare tanti esercizi pensati per sviluppare ognuna delle abilità necessarie a quel risultato. Esercizi per rafforzare il nostro vocabolario, imparando a scegliere la parola giusta per completare una frase (anche ricostruendola a partire dalla definizione di un dizionario)”.

    Questo libro lo dice, lo insegna. Partendo dal consiglio di apertura del vocabolario e dalla regola base che è la grammatica. Partendo dai termini tecnici che c’hanno insegnato alle elementari per poi raggiungere qualcosa di relativamente complesso utile per discorsi superiori. Niente di più. È un manuale, questo libro, che spiega come bisognerebbe scrivere puntando sulla pratica. Un manuale per chi ha voglia di imparare a scrivere bene.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Una raccolta di racconti in chiaroscuro. L’autore spazia tra immagini surreali e ricordi vividi trasportandoci nel suo mondo fatto di memorie e sogni, tra fantasia e realtà. Ci immergiamo laddove la luce può venire spenta all’improvviso per lasciarci al buio. Incontriamo spesso e volentieri la figura del cane guida, che, come un amico inseparabile, ci accompagna attraverso queste storie che mescolano malinconia, speranza e angoscia senza mai essere opprimenti. Una scrittura scorrevole ed elegante ci fa percorrere strade a noi sconosciute e conosciute allo stesso tempo. Si parla di tutto in questo libro: amicizia, amore, tradimenti, passioni, tristezza, paure, ma anche di attualità scottanti come razzismo, ignoranza, disinteresse ed egoismo; temi che vengono affrontati con quella che, a primo impatto, sembra la leggerezza di una persona “estranea” alla nostra quotidianità, ma che nel profondo ci invita a riflettere sulle varie sfaccettature di un universo che è anche il nostro.
    Sempre al limite tra la Luce e l’Ombra, che, pagina dopo pagina, è sempre in agguato pronta a colpire improvvisamente e lasciarci inermi e spaesati. Profonde e reali le descrizioni delle emozioni, che, impalpabili, ci avvolgono e fanno scattare in noi una profonda empatia tanto da farle nostre. Scritto al buio, con l’anima, si legge con gli occhi, ma si comprende con il cuore questo libro.

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    recensione di Katia Guido

  • Accade che la poesia prenda per mano e accompagni le nostre intime emozioni, fotografandole e scolpendo attimi d’amore o dolore, diventando memoria o futuro da vivere. Un getto di autentica e intima espressività; è questo quello che si denota nelle liriche della poetessa: costituito da tre quarti di cuore e un quarto di ragione personale.

    “Scrivo poesie in antitesi ai tempi, fugaci e violenti, ma la penna e il cuore, complice il foglio, mi donano sogni e intense emozioni. Il vizio di scrivere è vita per me”.

    E se tutti i vizi avessero questa forma, allora ogni gesto, pausa, brivido, non sarebbe vano, ma attenta analisi e ascolto, in una società troppo consumistica e antivalori.

    La Pascasi, va controcorrente. Armata di cuore, trova le ali per ricercare nei “lembi di fragili realtà e cere ormai disciolte”, dense proiezioni di vitalità, senza imbavagliare la verità. Anzi, descrive le illusioni, i dissapori e trova negli interrogativi quotidiani, la forza nelle “lucide emozioni”. La poetessa denuda l’anima, mostrando “sabbie umide” o “preziose ore”, con rara trasparenza, e descrivendo sagacemente, anche i percorsi più travagliati.
    Tasselli che si incastrano perfettamente e spontaneamente, generando sintonia, e alchemico coinvolgimento.

    La semantica è stimolante e testimonianza di consapevolezza dell’universale potenza del linguaggio.
    Lo stesso verbo: “parlare, agire, amare, volare …”,  è essenziale mezzo "per sapere cosa fare" nelle luci/ombre che circondano l’essere umano. I silenzi diventano raccolti messaggi, lasciati in dono al “vento che si posa su cuori appesi al mondo”.

    Una silloge tessuta con grande maestria, e che sicuramente tatuerà, senza fare male, nel profondo.

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  • Sotto il nome di “Piccoli Idilli” passa una serie di splendide liriche leopardiane pubblicate tra il dicembre 1825 e il gennaio 1826 nel “Nuovo raccoglitore” e sono: L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna, Il sogno, La vita solitaria. Opere in endecasillabi sciolti che lo stesso poeta definisce ”idilli”, come rappresentazione sublime della sua anima. Leopardi, poeta dello sperimentalismo ottocentesco, rivisita idillio tradizionale alla Teocrito, delle” Talisie”, ad esempio, in cui la poesia è una rappresentazione agreste e bucolica in cui i pastori ingaggiano gare poetiche nella contemplazione della Natura, e il suo idillio diventa rappresentazione interiore del suo animo che romanticamente si rispecchia nella Natura.
    La sua poesia diventa quindi intimistica e venata di nostalgica sautade in una contrapposizione netta tra la poesia degli antichi, d’immaginazione, e la poesia dei moderni, di sentimento, in cui sentimento va inteso come derivato di “sentio” latino svelando l’impostazione sensistica del Poeta di Recanati.
    Questo sentire è profondamente contaminato dalla ragione, con cui il Poeta instaura un rapporto conflittuale, perché, mentre essa ci libera illuministicamente delle false credenze  e della religio, ci sottrae anche la capacità di immaginare infinitamente, come tipico degli antichi, specie Omero e Pindaro.
    Nell’”Infinito”, in cui siamo ancora a livello di “pessimismo storico” davanti una Natura- Madre il Poeta tenta di recuperare il gusto dell’immaginazione spingendosi nell’infinito spazio-temporale, ma il vento lo richiama alla realtà e lo riconfina nel finito, in cui l’uomo è costretto per motivazioni strutturali dell’esistenza. Pur tuttavia è bello “naufragar in questo mar” dell’infinita immaginazione. Finito-infinito rappresentano un binomio oppositivo del suo pensiero e sono la causa principe del suo pessimismo che diverrà gradualmente cosmico, come espresso dalla teoria sul piacere. Secondo questa l’uomo è destinato al dolore perché infinito è il desiderio del bello, ma finito è il corpo, per cui l’uomo vive in perenne frustrazione tra un pensiero che vorrebbe illimitatamente espandersi e un corpo fisico che lo circoscrive.
    Così come avviene anche attraverso il rimembrare nell’Idillio ”Alla Luna”, in cui dolce è il rimembrare durante la contemplazione della luna, perché il ricordo lenisce i dolori e il ricordo di qualcosa che è passato porta ristoro all’anima che va in espansione anche se illusoriamente; il Poeta, foscolianamente, sa di illudersi, consapevole della finitezza umana e ciononostante si illude, dilatando, anche se temporaneamente, i suoi orizzonti, dimostrando così tutto il suo vitalismo e la voglia di Esserci, nonostante la malinconia e la noia, tratti salienti della sua indole. La noia è quella sensazione che egli ben descrisse al Giordani con le celebri parole: “… e me vedrai seduto con le mani sulle ginocchia senza né ridere né piangere” e quello stato d’animo nel quale si cade dopo l’illusione, all’”apparir del vero”.
    Così, mentre “La sera del dì di festa” i preparativi fervono e l’animo si riempie di aspettative, a festa finita cala il sipario della malinconia perché tutto è passato e dell“uom traccia non resta in una visione rovinistica” che lascia dietro di sé il Nulla, perché il “reo tempo” foscoliano tutto distrugge.
    L’analisi leopardiana è lucida e serrata e non vi è Dio che tenga, perché non c’è consolazione religiosa per un ateo sensista.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Il gabbiano Jonathan LIvingston, un testo dell’americano Richard Bach,best-seller negli anni ’70, è un romanzo breve, semplice e complesso al tempo stesso, perché ha un alto valore simbolico e metaforico in uno stile agile e facilmente fruibile. Tradotto in tutte le lingue è  consigliato per qualunque età, ma molto diffuso nelle scuole per il messaggio educativo e di formazione che porta in sé.
    Il gabbiano Jonathan infatti non è un gabbiano come tutti gli altri, non vola per procurarsi cibo, cosa di cui non si cura, fino a divenire magro scheletrico; lo interessa il volo in sé, un volo che assurge a valore magico di perfezione interiore, un volo non dissimile da quello dell’aquila dei nativi di America, che diventa strumento di iniziazione alla vita. Un volo che consenta una veduta aerea della propria vita e del mondo che ci circonda. Jonathan è particolarmente esigente e vuole portare a perfezione il suo volo , allenandosi con pervicacia, come pervicace è la ricerca di chi vuole conoscere se stesso e l’infinito Essere dell’uomo.
    Come un Socrate tafano d’Atene, alla ricerca del dàimon che lo abita, viene condannato dallo stormo all’isolamento perché non organico ai comportamenti del gruppo; questo  diventa la metafora ovvia di una società convenzionale che espelle chi si discosta dalla leggi condivise e dalle consuetudini che si ergono a giudice dei comportamenti. Rigettato e vilipeso dal gruppo, perché non  un umile gregario, ma  figura di eccezione, come una sorta di Siddharta alla ricerca del Sé superiore, non demorde dal suo progetto e continua ad allenarsi fino ad incontrare, dopo la sua morte, altri gabbiani più perfetti di lui che lo guidano lungo un processo di rinascita nel “Paradiso dei gabbiani”; qui un gabbiano guru, come un Botthisava d’Oriente, gli insegna che il volo perfetto  in sé non è sufficiente per portare a realizzazione la sua più profonda natura connessa con la conoscenza, ma bisogna integrare l’elemento Amore per superare il qui e ora e le barriere del tempo tiranno. Allora Jonathan si libra perfetto in volo, in splendente e candido piumaggio, e supera le barriere del tempo e dello spazio e non avverte più la zavorra del corpo, diventando pura anima. Alla morte del guru viene nominato successore, Maestro dei gabbiani del “Paradiso” e insegna agli altri il volo perfetto; esprime però il desiderio di tornare nel suo stormo originario e la sua richiesta viene soddisfatta; qui cerca di elevare i suoi simili, ancora impelagati nei bassi istinti dei bisogni, e trova gabbiani disponibili ad apprendere, finché uno in particolare non diventa un suo discepolo. Dopo la morte, anche questo viene assunto nel “Paradiso dei gabbiani” e decide di tornare nello stormo a fare da “Botthisava”, come simbolicamente si potrebbe interpretare. Jonathan ne è contento e scompare in volo.
    Il testo si presta a più piani di lettura e molti movimenti ne hanno reclamato l’appartenenza: Cristianesimo mistico, Buddhismo, New Age...
    Si sono sentiti rispecchiati nel volo del gabbiano, simbolo del raggiungimento della perfezione interiore, condotta con abnegazione e liberazione dai bassi istinti.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Ho sempre pensato che la poesia sia musica e viceversa. Alessandro Moschini dimostra a pieno titolo la teoria messa in pratica.
    Il dono della scrittura è proprio di chi sa sensibilmente creare melodia parlando con l’intima parte di noi stessi; creando dialogo tra suono e parole. Alessandro “bassista-poeta”, riesce in questa impresa, legando nota dopo nota, fino a mettere su carta tracce, fatte di desideri, emozioni intime, senza mai cadere nel volgare anche dove la sensualità, diventa protagonista di giorni e complici rumorosi baci, di fuori misura, respiri, mani, origami d’amore, corde tese su ferro battuto, sulla schiena in estasi d’erotiche cuspidi.
    La ricchezza del Poeta Moschini, trova spazio nel pentagramma scelto in chiave di basso, diventando lingua universale e componendo versi anche in lingua inglese (altra coraggiosa avventura).

    “Siamo tempo/ ibernati nel fuoco/ labbra che si sfiorano/ a cercarsi e nascondersi/ come misteriose conchiglie”.

    Mare, passione viva, canto, dolore, “intonazioni mute”, schiuse in boccioli diventando rose rampicanti sul petto e colori, sulle pareti della vita.
    La sensibilità e consapevole coscienza è il peso/forza di questo Maestro d’Arte, che “travolto dall’ingordo cielo notturno e dall’urlo pungente del cielo”, trasporta e condivide il suo carico d’amore.
    La musica diventa cura e rende i silenzi più sopportabili, e Alessandro Moschini è protagonista attento di “bisbigli nei sorrisi che non vedi ma ci sono mentre t’ascolto”.
    Paziente disegna movimenti e cambiamenti con l’inchiostro della sua penna, raccontando brividi, sospiri, bagliori d’estasi e d’intesa. “Insonnie e follie”, dietro a vetri frantumanti e remote esplosioni. Organigrammi privi di maschere, stampati nella mente e nel cuore, fatti di sguardi e nudità. Di voci attaccate alle pareti o passanti attraverso l’anima bucata.

    La poesia è Amore che soffia sul fango, ripulendo, con la purezza di un bacio sulla fronte e liberando gli occhi dal nero e dalle catene, spazzando via le foglie morte.
    Amore che si lega al sesso, diventando gioco: “giro le dita/ intorno alle tue perle/ mentalmente conto/ i peccati che farò/ tra le pieghe del tuo corpo”, “bevi con me la notte versata dalle stelle dei tuoi seni/ portata alla tua bocca dalla mia. Siamo complici in questo colpo,/ ladri d’attimi”.

    Storie vissute e descritte audacemente in pentagrammi sempre nuovi e unici. In simbiosi composte di palpiti di sole e docili effusioni con la bocca a ricamare sul foglio scampoli d’amore.
    Spazi e righi, musicalità che alterna levigando, narcotizzando i dubbi, “fade in …fade out”, dove si sensi sono padroni nel buio, e in segreto l’anima pulsa. La stessa vertigine è vergine, essendo come la prima volta, ogni esperienza vissuta al pieno.

    Alessandro è concreto e come un cuoco (manipolatore di cibi), dirige la parola:
    “Tu che sei Archermes/ venuta a intridere il pandispagna dei miei occhi/ e maliziosa sorridi e ricambi/ il mio golosastro pensiero”.
    La poesia di Moschini diventa valigia carica di emozioni trasportate e fa delle donne descritte, la Musa regina di ogni  pensiero: “sai di piovra e conchiglia, squalo e sirena/anaconda e delfino/ mentre un raggio di sole/ attraverso la serranda/ trafigge il tuo seno/ lasciandoti cadere/ abbandonata e madida di passione/ sopra di me”.

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  • Quanti misteri in questo libro. Alcuni bizzarri ed altri irrisolti. Comune denominatore di tutti Jed, un ispettore un po' strano e a tratti anche molto misterioso, forse perché sotto sotto non è un ispettore, ma un semplice pubblicitario in cerca di sua sorella scomparsa. Con l'aiuto di una bussola, Jed viaggia nel tempo e si imbatte in tanti personaggi bizzarri quanto i casi che si trova a dover risolvere: una vecchietta minacciata di morte, una vedova triste, il proprietario di un hotel infestato da mostri, un pittore pazzo; insomma una combriccola strana veramente. Jed, però, oltre alla bussola ha dalla sua una gran furbizia. Quando vede che le cose si mettono male non prova a fare l'eroe, ma se la da a gambe. Forse qualche caso potrà anche rimanere irrisolto, ma alla fine la sua missione è quella di riportare la sua sorellina a casa. Non ci resta che accompagnarlo nelle sue avventure per vedere se alla fine riuscirà a scoprire la verità. Preparate la pipa, la lente e... buona lettura!

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    recensione di Katia Guido

  • Ultima opera della trilogia, che contiene Una vita e Senilità, "La coscienza di Zeno", pubblicata nel 1923 viene considerata l’opera più importante di Italo Svevo. È infatti uno scrittore di avanguardia, che risente profondamente degli influssi di una Trieste iperattiva economicamente e fervida culturalmente. Profondamente influenzato dalle tematiche freudiane, i suoi personaggi scavano nel loro passato, incontrando impotenza e inettitudine, disagio psichico e socio ambientale. Così Zeno Cosini, il cui diario viene fatto pubblicare per vendetta dal suo psicoanalista, il dottor S. perché Zeno ha abbandonato la cura, resosi conto dell’inefficacia della psicoanalisi che rinvia sempre la soluzione in una dimensione infinita. Infatti le ossessioni di Zeno, il fumo e il complesso paterno non passano con l’analisi, ma anzi incancreniscono, come i suoi problemi relazionali con la sfera femminile, confermando la tesi di Heidegger per cui “la psicoanalisi è quella malattia che vuole curare”, secondo un giudizio che sembra condividere lo stesso Svevo. Il dottor S, che infidamente pubblica potrebbe, come credo, rimandare allo stesso Sigmund e allora anche un giudizio morale negativo cadrebbe su di lui.
    Svevo esprime infatti la condanna del Positivismo in cui si era formato Freud, e insieme la crisi delle certezze della prima metà del Novecento, per  cui non si ritiene che l’uomo sia conoscibile secondo i meccanismi positivistici, ma che la terapia può indagare, ma mai curare. Ecco perché i personaggi sveviani, chiusi nei ricordi e nella rimuginazione ossessiva, si rivelano di fatto incapaci di risolvere le proprie problematiche, cadendo nella circolarità coattiva, potenziata dalla psicoanalisi stessa.
    Tra tutti i personaggi Zeno è quello che più si fa portavoce del pensiero sveviano, trovando una sua personale soluzione nella destrutturazione dell’IO, ponendo così termine alle sue coazioni e spezzando i meccanismi. Rovescia quindi il rapporto tra sano e malato, dichiarando che il vero malato è il cosidetto “sano” che, chiuso nella sua ripetitiva consuetudine, non muta dall’interno il suo punto di vista e non trova una via di uscita dalla “maschera pirandellina”, mentre Zeno, costretto dalla sua inquietudine a cambiare, trova una maglia nella rete che lo stringe e riesce a pervenire ad una, seppur vaga, idea di libertà interiore. Per realizzare questo procedimento vi è la frantumazione dell’Io, come in Uno, nessuno, centomila infatti, Zeno di fatto scompare e al suo posto parla il flusso di coscienza in cui il tempo è un flusso onirico alla Bergson.
    Il libro anticipando di molto le tematiche successive decadenti, attraverso la frantumazione della prosa, quasi senza segni di interpunzione, alla Berto de Il male oscuro non incontrò il favore del pubblico, come avvenne allo stesso Proust, ma lo avvicinò a scrittori e pensatori, come Kafka, Musil, Joyce, che lo fece scoprire recensendolo positivamente.

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    recensione di Giovanna Albi

  • E' davvero difficile trovare le parole per recensire questo testo di Lorenzo Bonadè: un flusso di coscienza a tratti quasi oscuro, un "delirio febbrile" che srotola senza pudori e condizionamenti i pensieri di un'anima inquieta ma certa della propria visione del mondo. Una visione che rappresenta un assoluto rovesciamento di ciò che comunemente definiamo "normalità", del sistema di valori condiviso dalla società, e  che soprattutto trova la verità nei meandri delle più abiette forme dell'esistenza umana, tra gli ultimi, i Solitari e i Diversi, i poveri e le prostitute, tutti i viandanti della Strada dello Smarrimento.
    Si definisce Alieno lo spirito protagonista di questo viaggio tra i Gironi in cui è strutturata la vita, un viaggio dantesco vero e proprio ma anch'esso rovesciato, che parte dal Cielo delle Spezie, delle Prigioni e dell'Odio, passa attraverso il Purgatorio del Sesso e arriva al Giorne della Bellezza, della Rivoluzione e dell'Amore. In questa nuova scansione temporale e morale una prosa libera e cruda si alterna a vere e proprie Ballate che sintetizzano gli assiomi proposti in questo mondo senza Dio, in cui divinità e' l'uomo, ma soltanto quell'uomo che riesce a riconoscere la confusione primigenia tra Dio e Odio.
    "Nella dissacrazione c'è una pura forma d'arte, di poesia".... nella deformità, nella controcultura c'è l'essenza, nel nulla le vere emozioni, il "veleno" di cui tutti siamo inconsapevolmente dipendenti. Forse l'unica risposta a tutto ciò è secondo l'autore cambiare noi stessi, realizzare l'"Utopia suprema: legalizzare ogni tabù e non abusarne mai". 

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Romanzo storico per eccellenza, il primo della letteratura italiana, la più famosa opera di Alessandro Manzoni,si impone nel panorama europeo e diventa subito un capolavoro.
    La vicenda si snoda in 38 capitoli ed è ambientata a Licate, paesino in provincia di Lecco. Qui abitano Renzo e Lucia, i promessi sposi, al cui matrimonio si oppone don Rodrigo, per un capriccio e una scommessa fatta col cugino don Attilio. L’azione si apre il 7 novembre del 1628 e abbraccia circa due anni della storia italiana sotto la dominazione spagnola, mentre impazzano carestia e peste. Aiutante degli sposi è padre Cristoforo, del convento di Pescarenico. Personaggi di spicco sono: Geltrude, la Monaca di Monza, che ospiterà nel suo monastero Lucia; l’Innominato, che farà rapire Lucia e si convertirà al cospetto del Cardinale Federico Borromeo; il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, ribelle e provocatore; l’avvocato Azzecarbugli, presso cui si recherà  Renzo in cerca di giustizia, trovando invece un uomo colluso con potere dei signorotti; Agnese, madre di Lucia, donna buona ma poco avveduta, cattiva consigliera; don Abbondio, che, spinto dai bravi, si rifiuta celebrare le nozze; Perpetua (nomen omen) che vive con don Abbondio, donna pettegola e paesana; donna Prassede, conformista e piena di pregiudizi, che ospiterà Lucia, dopo la conversione dell’Innominato, don Ferrante, noto per la sua biblioteca e alcuni altri di minor spicco, anch’essi però finemente caratterizzati.
    La storia, dopo un intreccio molto articolato, vede il matrimonio dei due, mentre la maggioranza dei personaggi muore di peste, tra cui anche padre Cristoforo (il Bene) e don Rodrigo ( il Male).
    Il romanzo è una sorta di manifesto letterario della cultura romantica europea, perché in esso ritroviamo tutte le peculiarità di questo movimento letterario.
    Celebri sono le sue descrizioni geografiche: del lago di Como, che fa da incipit al romanzo, del percorso a piedi  di padre Cristoforo  da Pescarenico a Licate, con una natura autunnale che riflette lo stato pensoso del frate. In queste descrizioni si esprime tutto il sentimento romantico dell’autore, che pone l’elemento Natura al centro della sua riflessione, una Natura buona, ma deturpata dalla cattiveria degli uomini, una Natura romanticamente specchio del sentire dei personaggi, mentre  don Abbondio, uomo vile e insensibile, non entra in sintonia con essa, dimostrando così la sua grettezza d’animo.
    Ben caratterizzati i protagonisti: Lucia, donna devota con poche idee ma chiare, Renzo, baldanzoso ventenne giovinotto, pieno di entusiasmi giovanili, ma un po’ ingenuo, subirà una profonda trasformazione interiore a contatto con eventi più grandi di lui, come il tumulto di Milano nel quale si troverà coinvolto. Padre Cristoforo, che porta tutti i segni del suo travaglio interiore, l’Innominato con la sua conversione nella celebre notte. Geltrude, un caso di monacazione forzata, con tutta la sofferenza connessa.
    Fortissimo è l’amor di patria e la denuncia sociale in un opera di alto impegno civile e d etico di un autore che, pur  permeato dal pessimismo storico, si rifugia in una Fede profondissima.
    Il Male domina la Storia, ad esso si può contrapporre quel po’ di Bene che possiamo, se riponiamo fiducia in Dio e nella Provvidenza, che guida dall’alto la vicenda umana garantendo un lieto fine al romanzo.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Una storia genuina, sull’amore, sul ricorso, sul senso del troppo dovere che ti porta a scordarti delle cose veramente necessarie. Potrebbe essere definita una favola moderna, una risoluzione delle passioni, un ritrovarsi e un ritrovare le cose belle della vita. Protagonista è un sessantenne industriale della seta di Prato, ossessionato dal mondo del lavoro, e dalla continua concorrenza del mondo dei cinesi. La sua vita si snoda tra Bologna e Firenze, ma ogni tanto l’uomo si concede anche un ritorno e un rincontro con le amicizie passate, quelle all’Abetone, così vere, così genuine, così reali, infondo sempre le stesse di un tempo. Qui potrà ammirare una particolare baita dal tetto fatiscente, e dal comignolo che è sempre attivo, sia d’estate che d’inverno. Un giorno preso dalla smodata curiosità decide di avvicinarsi alla casa, e vedere chi veramente abita in quel luogo, così sperduto e solitario. Conoscerà due vecchietti che gli diranno che per sapere di più di loro, ma soprattutto della casa, dovrà percorrere un viaggio: attraverso i sette ponti, e solo poi potrà accedere a tutte le informazioni che desidera. Un viaggio che è un riappacificarsi con il proprio sé, una bobina della sua vita, un lento regredire e riscoprire quel passato da cui è fuggito, che diventerà di nuovo presente, incontro, congiunzione, e non separazione di quelle distanze che per troppo tempo avevano fatto dell’incomprensione il loro sporco gioco.

    “[…] Rimase piuttosto deluso. Erano due vecchietti sull’ottantina, un uomo e una donna, esili, vulnerabili, probabilmente marito e moglie. Scomparivano dentro pesanti maglioni, rammendati qua e là, e portavano berretti di lana in testa e muffole di panno ai piedi. Sui volti  asciugati fino all’osso fioriva il sorriso di una dolcezza mai sopita. La dolcezza dei buoni, dei vinti, degli inermi. La dolcezza della malasorte accettata senza reclami.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il testo, sintesi del pensiero pirandelliano, portato ai suoi estremi risultati, esce nel 1926, ma ha una lunga gestazione iniziata nel 1909. Un libro sul quale ha molto riflettuto, l’ultimo della sua vasta produzione, perché ad esso consegna il significato ultimo della sua intensa disamina sull’uomo. In una continuazione ideale con Il fu Mattia Pascal, Vitangelo Moscarda, partendo dalla banale osservazione che il suo naso è agli occhi della moglie diverso dalla percezione che ne ha lui, si avvia  alla ricerca interiore della sua vera essenza. Lo scavo, che lo conduce ad una forma di pazzia, di cui è ampiamente soddisfatto, lo convince del relativismo della nostra immagine che cambia con la  percezione che abbiamo di noi e che gli altri hanno; il relativismo sbriciola l’Io in tanti frammenti, sicché diventiamo molti, ma, a  ben vedere nessuno, perché l’uomo è soltanto un fantasma della percezione.
    Considerato che, per via della maschera che indossiamo siamo costretti a ricoprire  un ruolo che ci sta stretto, il fu  Mattia si crea un’altra identità, Vitangelo le rifugge tutte e cade nel nulla, ma in questo nulla scopre la sua essenza umana e si sottrae alla condanna della percezione. Ecco perché è contento della sua “pazzia”, perché essa lo libera delle false credenze delle sovrastrutture sociali; la destrutturazione dell’Io coincide paradossalmente con la sua catarsi.
    Il messaggio, oggi molto abusato, coincidente con un procedimento di svuotamento dell’Io narciso, trova in Pirandello un precursore notevolissimo, visti gli agganci che egli struttura con la contemporanea psicoanalisi di Freud. Si parte dalla consapevolezza che lo stesso nome proprio, in quanto affermazione identitaria, è narcisistico ed è un retaggio delle convenzioni sociali; cominciando col destrutturare il nome proprio si procede nello smantellamento dell’Io stesso che si sublima della sua onnipotenza, toccando così i vertici del Misticismo, corrente religiosa a cui Pirandello si accosta fin dalla giovane età.
    Il diventare Nessuno è un modo per ripartire con una nuova consapevolezza dell’essenza umana da godersi nell’arte e nel rapporto con la Natura, una Natura Madre in cui si riflette lo sguardo estasiato del protagonista. Il romanzo psicologico ben si colloca nella temperie della prima metà del Novecento con la crisi delle certezze positivistiche che riponevano una totale fiducia nelle possibilità umane; già Leopardi tuonava contro il suo “secolo superbo e sciocco” ed è da lui che parte la crisi dell’uomo che arrivata al Novecento salta per aria, mettendo in seria discussione l’Io, che come ben aveva individuato Freud ”non è padrone nemmeno a casa sua”, perché abitato dall’inconscio che parla per lui. Visto che l’inconscio è il risultato dei condizionamenti ambientali, l’uomo è pirandellianamente costretto ad indossare una maschera sociale che contenga l’irruenza dell’inconscio.
    Quindi, Vitangelo, liberando l’inconscio che in lui si libera catarticamente della  maschera in un trionfo di libertà.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi