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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • recensione di Anna Maria Dall'olio

  • Il volume “Inseparabili”, edito da Mondadori, chiude il dittico “Il fuoco amico dei ricordi” inaugurato da Alessandro Piperno nel  2010 con ”Persecuzione” e vince il Premio Strega 2012. La sua forza narrativa è nel buon punto di incontro fra l’italiano colloquiale, un po’ scomposto, e quello letterario, sobrio e rassicurante. Quella che può venire percepita come debolezza della trama, passa perciò nettamente in secondo piano di fronte alla forza dei personaggi e alla sensibilità della scrittura. Al centro dell’intreccio ci sono i fratelli Pontecorvo e il loro rapporto di venerazione-odio, che comprende lo spirito di competizione avvelenato da un dramma famigliare vissuto nella loro preadolescenza. “Inseparabili” è pensato per essere comprensibile anche sganciato da “Persecuzione” e si sofferma sulle criticità dei rapporti umani, le loro fragilità e le loro incomprensioni. Filippo e Samuel (Semi per gli amici) hanno ormai una vita di coppia consolidata, le loro distinte ambizioni lavorative, i loro successi e i loro grandissimi errori; Piperno indugia in maniera molto piacevole anche sulle storie delle loro donne (ufficiali e non, compresa la loro madre), restituendo uno spaccato di mondo convincente e molto umano. A governare su tutto è il silenzio, o meglio quell’omertà istintiva che si sceglie con l’intenzione di proteggere i propri cari, ma che alla fine li contamina come un mutismo cancerogeno.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un’anima da sempre in profonda sintonia con i sogni e la sua terra, la costa sorrentina. Un’anima sensibile, sola, assetata d’amore e d’avventura. Una volta scatenati, la fantasia e il pensiero dilagano come fiumi in piena.
    Improvvisamente, dalle profondità dell’essere, in atmosfere magiche ed evocative, si materializza l’Uomo, l’Altro da sé. Da quel momento nulla sarà come prima: l’amore colorirà i giorni.
    Improvvisamente, così vissuta, così piena, la storia d’amore si proietterà sullo sfondo di un giallo familiare, oscuro come le tenebre, la cui soluzione affiora dall’Io della protagonista „sulle orme della notte“.
    Romanzo intenso, onirico, sorprendente.
     

    [... continua]
    recensione di Anna Maria Dall'olio

  • La memoria gioca brutti scherzi? La focalizzazione su un personaggio può essere tanto parziale da indurre in errore i lettori? In questo romanzo siamo dalle parti del film "Angel heart", diretto da Alan Parker nel 1987.
    Il protagonista è uno scrittore, Silvano Duranti (D'Orange). Per quanto ne sappiamo, il romanzo potrebbe essere una storia scritta, e quindi inventata, da lui.
    Su uno sfondo psicanalitico (il giallo dell'abito di una cantante rievoca quello della matrigna) si snodano i 2 capitoli, gravesianamente ambientati in luoghi d'acqua (Hotel "Regina Palace" a Stresa e la tenuta del protagonista, ubicata presso un canale).
    Evidenti simboli lunari, le 2 donne, grasse, assassinate, hanno in comune un altro dettaglio: la matrigna era stata la prima amante dello scrittore, la cantante ne era stata una cotta giovanile.
    I punti in comune tra i 2 delitti sono impalpabilmente avvolti nel fitto mistero della (scarsa?) memoria del protagonista...
    Da centellinare come un prezioso rosolio.

    [... continua]
    recensione di Anna Maria Dall'olio

  • “Latte & Limoni”, silloge che già nel titolo esplica l’ossimoro della vita, tra alti e bassi, salite e discese, chiaro/scuri dalle molteplici funzioni e immersi in significati carichi di memoria e di esperienza. Il latte e il limone, due alimenti singolarmente nutrizionali e ricchi di proprietà, ma che insieme possono essere anche nocivi e scatenare “acidità e dolore”. In letteratura il latte è accostato alla maternità, all’infanzia felice, ai ricordi che sono l’ABC della crescita non sempre semplice (..).   Una vita indossante i panni di una “Mater Lactans” e troppo spesso “dalle tasche vuote”, che si ritrova a combattere con le apparenze, bollette e giudizi. Figura ritrovabile nei versi di “S. Natale” di Clemente Rebora (1939), in Jacopone da Todi, nel capitolo XXXV dei Promessi Sposi (1840), nel XV della Gerusalemme Liberata (1580- 81) (..). Una visione perturbante caratteristica anche la produzione verghiana: in Nedda (1874) o in Mastro Don Gesualdo, o con il  “maleficium lactis” narrato da Tozzi,  da Ignazio Silone ne’ “le donne in Fontamara” (1933). Pirandello interpreta la dis-grazia dell’allattamento in tutta la sua tensione patologica: nella novella Il libretto rosso (1911), fino alla valenza mostruosa nel racconto di Landolfi ne I canti di Maldoror (1869) di Lautrèamont. In tempi più recenti, Cristian Raimo ha rappresentato l’abisso della solitudine nel suo Latte (2001). Così nella lirica di Salvatore Quasimodo abbandona la mitologia dell’infanzia favolosa trasformandola in rovina del mondo e nella “Milano di Uomini e no” (1945) di Vittorini, un lattaio grida alle donne in coda che è arrivato cane Nero, prefigurando il destino non fasto. Il bianco/latte nella connotazione spettrale, allegoricamente diviene un mare nebbia [Una questione privata (1963) di Beppe Fenoglio] o un” cielo lattiginoso” come in Zebio Còtal (1961) di Guido Cavani o un “ghiacciaio fulminato” sul filo del rasoio in Islanda. I luoghi (Mirandola, Milano, Roma, Camerun, Bosnia, Islanda, Sardegna) diventano fonte d’analisi, scoperta, ricostruzione e di secrezione dalla cattiveria e dalle impurità per giungere alla pace (..). L’idillio di Gatto di “Erba e latte”, che introduce la stessa silloge della Dall’Olio, caratterizza la musicalità ricercata dalla poetessa, che sull’altalena della vita tra memoria e sogno, ninna nanne, moniti, filastrocche e “cassintegarti”, snocciola la  sua poetica sociale. Battaglie senza età, che spaccano il cuore e barattano la finzione per il successo. Una velata ricerca della bellezza eterna (Dorian Gray) e in quel latte & limoni, trovano il balsamo e l’acido. Il coagulato può infine trasmutarsi nella stessa fibra tessile, come nell’ingegnosa prosopopea ideata da Marinetti ne “Il poema del vestito di latte” (1937) (..).   Al contempo anche il limone identifica il concentrato di energia, solarità, forza. Simbolo usato da Montale (Ossi di seppia), Quasimodo, Goethe, elogio d’appartenenza a un luogo/tradizione tale da richiamare sensazioni e profumi caratteristici. Potente strumento curativo e di bellezza, accattivante e audace, così come è la stessa penna di Anna Maria Dall’Olio, che abilmente riesce a descrivere, dis(incantare) con i versi quanto accade nella realtà (..).   Il latte e i limoni possono essere buoni davvero, ma anche amari, proprio come la vita: una mammella dell’universo, un libro-cibo, puro latte dell’anima e succo rivelato energico  che se spremuto con la consapevolezza e il bisogno d’evolvere,

    [... continua]

  • “In guerra non ci sono mai stato” è l’opera seconda del giovane poeta latinense Daniele Campanari, un’opera fresca, nuova, che ha qualcosa da dire, e nel panorama poetico contemporaneo non è certo da sottovalutare.
    Le prime liriche si aprono agli occhi del lettore come una telecamera, che scruta, supervisiona, osserva – a volte a distanza a volte divenendo essa stessa partecipe –  degli sguardi, di un cammino, di quel circolo vizioso, ma allo stesso tempo fiabesco che si sporca le mani di rosso: ah, l’amore!
    “La storia comincia/ quando finisce/ comincia coi racconti/  di quel che stato/ l’oratore davanti al fuoco/ e due orecchie all’ascolto […]”.
    Campanari non fa altro che raccontarci storie…storie per dialogare, storie per sorprendere, storie per educare, storie per corteggiare l’amore, storie distanti, storie che raccontano altre storie, storie senza tempo: tra il verde brulicare dei monti e il crepitio di una luce al neon avvitata con troppa fretta, e scoppiata con quella stessa troppa facilità in una stanza di un motel, luogo di passioni.
    E ancora il giovane poeta affida i suoi versi allo sguardo: “tu c’hai il veleno/ te lo leggo negli occhi/ c’hai un romanzo gobbo negli occhi […]”, anche Hume affidava una sua celebre citazione allo sguardo che è motore della mente, lui affermava nella versione originale che “Beauty in things exists merely in the mind which contemplates them”, ovvero che “La bellezza delle cose esiste soltanto nella mente che li contempla” ed è proprio così che sia David sia Daniele attraverso il corpo della parola osservano il mondo: “guardati intorno e/ vedila la bellezza del cane […] vedili gli alberi che crescono su rettangoli murati/ vedile le passeggiate/ a memorizzare/ le insegne dei negozi […] e vedila l’ombra/ che ti accompagna/ danza con lei/ perché le punte dei piedi/ fanno arrivare in alto […]”.
    E aggiungo, fanno scalare montagne, fanno vivere, ma non per il semplice fatto di esserci, ma per quelle bellezze remote che racchiudono delle cose apparentemente insignificanti della vita: come un cieco a leggere poesia, come un sordo a udire il più sordo dei rumori, come un paraplegico ad osservare la corsa, la sua corsa, fatta con altre gambe.
    Così le parole, così la poesia: unica, sola, molesta, condivisa, dalla mia, dalla tua, dalla nostra bocca, per sempre parole “[…] per raccontare ottant’anni di vita/ per raccontare ottant’anni d’amore […] “.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La favola bella di Synthesis e Calypso di Giovanna Albi è un romanzo-saggio che parla del percorso sentimentale di un fanciulla.
     
    “[…] Ragazza, tu sei rimasta fanciulla, tu non vedi il mondo cambiare; le persone non sono a nostra disposizione. L’amore di qualcuno abbiamo avuto, ma questo non è per sempre”.

    Synthesis è la fanciulla che affronterà questo percorso di formazione, che sarà accompagnato da rimandi filosofici-psicologici, che entrano nella mente del lettore per porgli degli interrogativi, delle domande, per smuoverlo dalla nullità, e dall’aridità del quotidiano, dal certo di un’esistenza lineare. Quando un amore può veramente definirsi giusto? Quando una persona può realmente definirsi nostra? Quando in realtà non c’è più bisogno di chiedersi e porsi domande sulle verità e dubbi in un rapporto?
    Forse mai, forse sempre. L’autrice rende vivo e discorre il percorso evolutivo di un’amicizia, come quella con Amìthas, che funge da propulsore, da oracolo, e diviene dispensatore di pillole, di riflessioni sulla vita, sulle difficoltà, sull’amore. Tutto diviene un ricordo, un miraggio, una questione passata, niente deve essere più di quello che si dona; questa amicizia cerca di risvegliare il senso di sé, e l’importanza della propria forma, della propria intimità.
    Tra le pagine ci si inebria di parole che hanno e mostrano un’attualità disarmante:
    “Oggi una generale impotenza ci affligge, la miseria ci accora, la disparità sociale ci spinge a una novella rivoluzione. Resistere e poi resistere è il messaggio di Delfi; io ho perso il lavoro, ma non la volontà di guarire il mio popolo dalla stolta ignoranza. Sento un imperativo cocente a prendere una posizione netta in questo nuovo Medioevo; vedo pochezza intellettuale ovunque, ma soprattutto analfabetismo e deserto emotivo. L’uomo ha perso il senso del suo andare. Guerre ovunque, nuove tirannidi, false o mediocri democrazie […]”.
    Quanto ogni giorno siamo costretti a vedere il mercimonio che svende ogni valore? La purezza sta diventando una questione di rara bellezza, come dice l’autrice dobbiamo resistere, non mollare, per noi stessi, per l’altro, per il mondo che ormai sembra andare a rotoli.
    Si entra nel profondo della vita di Synthesis, ricordando gli amori passati, le sofferenze, facendo riaffiorare i dubbi, le incertezze, interrogandosi sulle proprie azioni, sulle dinamiche di avvicinamento, e di evoluzione. Si legge della bellezza del creato, dei suoi figli rigorosi: come il mare, le onde, il profumo della salsedine, il padre Sole, la cugina abbronzatura, la vita, e le sue eterogenee rappresentazioni. Sì arriva e si procede verso un viaggio, verso una scoperta, verso un affronto all’intimità che nell’animo di Synthesis è precaria, è vacua. Come l’esperienza del Cammino di Santiago de Compostela che è più di un viaggio, è un percorso dell’anima, è una collana che pian piano si forma e si plasma a seconda dei propri stati d’animo, è una partenza, è un viaggio senza ritorno, se non con una nuova ritrovata consapevolezza.
    Così come scrive meglio l’autrice: “Pensava che non avrebbe più rimesso piede nel suo paese, che avesse tagliato il cordone ombelicale che la teneva legata ai suoi ricordi, ma un uomo senza ricordi è come Atlante senza mondo; noi siamo i nostri ricordi e, anche se ci sprofondassimo nell’abisso più profondo del mare, continueremo a ricordare, perché la vita è in gran parte memoria di chi ci ha preceduto o di quello che siamo stati o che abbiamo pensato di essere. […] Così Synthesis va a elaborare il proprio passato e il significato del Cammino di Santiago proprio in quel borgo di Parnìs nel quale ha trascorso gran parte della sua esistenza”. Questo viaggio però è solo un anticipo, di quello che sarà la riscoperta della propria identità che toccherà le vette del Tibet, e si immergerà nel mondo dello spiritualismo buddhista. Sarà un viaggio attraverso anche la propria identità sessuale, di genere, come il rapporto di odio et amo con Belèn. Successivamente si racconta di Atene, e della sua discesa sociale, dando uno sguardo anche sul mondo, e sul senso della sua modernità, ormai decadente.
    Verso le pagine finali si legge di nuovo dell’attaccamento di Synthesis con la natura, quasi come a configurarsi ad una donna chiamata dal dio Pan, quasi una donna che è deliberatamente stata scelta per fondersi con essa, quasi un ninfa che sta per aspettare e rendere merito alla tanto agognata trasformazione. La stessa trasformazione che smuove tutto il libro, attraverso vecchie comparse, nuove figure, amori, che sono il senso dell’esistenza e la sua stessa negazione. Come la verità di Calypso e il loro amore vivace, assurdo, bestiale: “T’amo come si amano le cose oscure, segretamente, dentro l’ombra e l’anima…”. Che ora sembra echeggiare nel Pantheon e ricordare ed essere prova che solo in due si può raggiunge l’immenso.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • L'opera al nero è un romanzo storico di Marguerite Yourcenar del 1968, le cui vicende ruotano attorno alla figura di Zenone, un filosofo, scienziato e alchimista che l'autrice immagina essere nato in Belgio nel XVI secolo. Dal libro è stato tratto nel 1988 il film "L'opera al nero", con Gian Maria Volonté nel ruolo di Zenone.
    L’autrice ci narra della vita del medico e alchimista, dal Medioevo al Rinascimento. Un uomo troppo avanti per il tempo in cui ha vissuto. Ha condotto una vita al “nero” come dal titolo, una vita, cioè ai margini, nascosto, segnata dalla clandestinità e dalla paura incessante. Per costruire questo complesso personaggio l’autrice si è ispirata alla storia reali di persone vissute in quei secoli come il chimico Paracelso, Michele Serveto, Leonardo dei Quaderni, Erasmo da Rotterdam e il filosofo Tommaso Campanella. Come tutti queste grandi personalità anche Zenone ha dovuto patire il fatto di anticipare il pensiero del tempo. La sua figura di martire si spiega durante il suo processo quando si accorge, discutendo con i teologi, «che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto».
    L’autrice sapientemente non si sofferma a ricrearci semplicemente un quadro storico, ma anzi, crea una sorta di dialogo interiore fra l’essere e l’anima, fra le idee, e l’azione, fra la verità, e la finzione. Zenone è un animo libero, e perciò diverso, contro ogni materia dello scibile umano: dalla vita quotidiana, alla religione, dalla sessualità, alla cultura. Un animo coraggioso che decide di schierarsi anche contro la più feroce e spietata arma di censura: L’Inquisizione, che inserirà un suo libro filosofico tra la lista dei Libri Proibiti. Straniero in ogni terra, malfattore in ogni luogo, solo dopo aver scoperto e combattute le sue verità, si spoglierà di ogni suo avere per tornare a Bruges, sua terra natale, sotto il nome di Sebastiano Theus. Siamo nel momento della Controriforma, e la libertà di Zenone sarà un duro prezzo da pagare, basti ricordare altri uomini di grande lungimiranza che hanno come lui percorso la via della verità come Galilei, o Giordano Bruno. Nulla è lasciato al caso, e l’autrice correda il tutto con uno storicismo davvero puntuale, quasi maniacale. Zenone se prima verrà aiutato da un priore che lo lascerà lavorare come medico in un monastero, dopo dallo stesso e dai suoi confratelli verrà accusato, e così la decadenza e l’uscire fuori allo scoperto,  l’essere riconosciuto, e quindi marchiato. Un’anima che vola, che si inabissa nelle tragicità del vero, che non si lascia intimorire, e stempera la sua vita, prima che la condanna riesca a portargli il suo conto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Il giorno che saluta frantumato”, saltellando nel quotidiano tran tran, ed è qui che si posa la penna di Pietro Pancamo, sbattendosi contro una realtà non sempre semplice da capire o da vivere. L’allusione al coraggio di fronte all’interrogativo: “Amore o desolazione?” di proseguire mano nella mano, cercando una concreta stabilità, in questo precario equilibrio di sensi.
    Ironizzare diventa la disinvolta capacità di mascherare le paure, metabolizzando la “melanconia”, nella poesia. Assemblando i pensieri o cercando la soluzione in chi può comprendere “il fagotto di stelle e di buio”.
     
    Le somiglianze, si celano stringendo “in un solo mondo/ città, mari e tempeste.” La condivisione diventa il rifugio ideale, e un punto d’arrivo o di partenza (dipende dalla prospettiva) o dalle vie che si progettano per liberarsi dal disordine e dalla voglia di ripetere l’emozione, in abbraccio o in un ricordo. “Gioachino/… Posa le mani, come due tele di ragno, sul davanzale e sta vicino alla finestra, tanto vicino quasi annusasse il vetro.”
     
    Spesso il contatto diretto con la “morte” è difficile da affrontare e fa stridere i denti, portando a: “Delusione/ Depressione/ Confusione senza pari/”. Anche le parole, corrono il rischio di diventare “formule” complicate di sogni irrealizzati e sorrisi persi. Eppure è in questi momenti di umana fragilità, descritti dal poeta, che il cuore torna battere e festeggia: “festeggio: sì, come Athos – uno dei quattro bravi un tempo a danzare, a lume di lama – m’infilzo preciso/ una bottiglia alla bocca/ deciso a brindare.”
     
    Oltre la malattia e “vetri appannati”, la lotta diventa serena e consapevole. Una maturata evoluzione, che firma e lascia “una scia di passi”. Consapevole di un passato che ha dato gioie e dolori, Pancamo si immerge nella descrizione di  chi “canta” in torme di rifiuti. Un leopardiano immedesimarsi, in una situazione inconcepibile, ma ahimè, all’ordine del giorno.
    “Così il rosso del mio sangue, che ogni mattina si sveglia,/non vuol dire più/ rigenerazione/ ma soltanto/ riciclaggio.”
    Frammenti che accompagnano il giorno a sera, diventando “coriandolo questa città in mano al vento!”.  Pancamo dirige abilmente l’orchestra d’umane emozioni, ispirato dal contesto cosmico. Attraversa infatti,  il bosco dell’inquietudine e del caos, “No, non per dimenticarti:/per rimpiangerti meglio/ (come direbbe il lupo/ a Cappuccetto Rosso)…/ e più gioisco più sono solo.”
     
    “Un un manto di vita”, si eleva anche a mezzanotte e tra racconti impregnati di mura, dentro e fuori, tra “i detriti del mio semplice destino”, emerge uno spiraglio di speranza, che dona la forza di andare avanti e riemergere all’alba nuovi. Annusando così, la vera essenza di essere parte integrante di un misterioso, ma allo stesso tempo, immenso disegno.
     
     

    [... continua]

  • "Fai bei sogni" è un romanzo autobiografico e introspettivo, redatto dall’acuto giornalista e scrittore Massimo Gramellini. E’ il racconto della sua vita. E’ la storia di un bambino che perde la mamma in circostanze che subito non riesce a comprendere e che poi però, divenuto adulto, non ha il coraggio di guardare in faccia. L’elaborazione del lutto dura quarant’anni, ma l’autore alla fine, grazie anche all’amore di Elisa, riuscirà a superare il terribile trauma infantile e a comprendere l’importanza del perdono. Grazie a questo tortuoso e doloroso viaggio interiore, Gramellini riuscirà ad ottenere quella felicità che ogni uomo avrebbe il diritto di vivere. Per dirla alla Dante, per arrivare in Paradiso bisogna prima passare per l’Inferno e il Purgatorio; ecco il motivo per cui l’autore per superare la sofferenza deve innanzitutto immergersi in essa e affrontare un percorso intriso di quella angoscia che poi lo porterà alla serenità esistenziale.
    Il libro è davvero bello e consiglio di leggerlo, ma una breve nota critica mi sento di esprimerla ugualmente, essa concerne la parte iniziale. Personalmente credo che in alcuni passaggi il suo proverbiale umorismo, visto il drammatico tema, si riveli un po’ forzato e pertanto non l’ho particolarmente gradito.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Finito di leggere la seconda opera di Filippo Gigante dal titolo suggestivo “La piscina della mamme”. Un titolo che si lascia scoprire pagina dopo pagina, che acquista un senso solo con l’evolversi della storia.
    Questo libro parla di due donne, Olga e Berta, e della loro storia, del loro viaggio, della loro fuga dalla terra natia. Due donne originarie di Praga, una terra affascinante, deliziosa, ma anche spietata, brutale, nonché belligerante.
    La fuga dalla loro terra d’origine non è una capriccio, o una superfluità, è invece difesa alla vita, alla loro storia, alla memoria che come un labirinto intrecciato ogni tanto lascia schiudere e intravedere oggetti segreti.
    La Cecoslovacchia è sotto assedio dell’Unione Sovietica, si respira nell’aria un clima di forte tensione, di guerra, di lotte intestine, che solo col sangue e col ferro vedranno la loro risoluzione. Tutto ciò porterà una forte concentrazione migratoria verso l’Italia, una terra tutta da scoprire, straniera per stranieri, dai modi diversi, dalle abitudini differenti, dal temperamento di difficile ripetizione.

    Il libro si compone di vari tuffi, che scandiscono l’evoluzione della storia; nella mente del lettore ci si configura quasi un tuffatore che è li sul trampolino, conosce la sua storia, il suo passato, i modi di vivere, conosce però anche l’evoluzioni, che sottoforma di slanci arriveranno a diventare maturità, e a staccarsi da un cordone imprescindibile.
    La stessa maturità che Olga e Berta nel corso della storia acquisteranno. Nella prima parte viene pian piano introdotta la loro storia, con rimandi a particolari di guerra, subito dopo si conosceranno meglio le due protagoniste, due donne legate da una profonda amicizia, dai modi affabili, l’una appassionata di letteratura, e grande cultrice di Shakespeare, l’altra specializzata nella cucina.
    Attorno alla vita di queste due donne girano anche altri personaggi, come il signor Spaccaprimo, un omaccione dai modi strani, burbero, e alquanto meticoloso. Poi c’è la famiglia Scarafoni, dal carattere tutto esuberante, composta dalla moglie Marilda con la passione per il canto, dal marito Ubaldo che è proprietario di un maneggio in cui si pratica ippoterapia, ovvero l’equitazione usata a scopo terapeutico, qui viene aiutato dal figlio Raffaele e dalla fidanzata Lucia, una giovane dottoressa veterinaria.
    Dentro questo quadro familiare le due donne impareranno ad acquistare fiducia, a conoscersi e a conoscere gli altri, ad apprezzare la loro terra di adozione e a non rimpiangere nulla che ormai è diventato passato.
    Del resto del libro non sto qui a raccontarvelo, altrimenti non c’è gusto, dovete assaggiare voi stessi con i vostri occhi la storia delle due donne e di questo piccolo circolo familiare, arrivando a scoprire e a comporre tutto il puzzle fino alla fine.
    Un pregio dell’autore è la forza delle descrizioni, è il rendere particolare anche ciò che all’apparenza di primo impatto può sembrare una pura banalità. Sublimi le descrizioni di Praga, tra le tante apprezzate c’è sicuramente la descrizione dell’Orologio Astronomico del Municipio sito nella Città Vecchia.

    Leggete il libro per immergervi anche voi nella vostra piscina personale, a scegliere da che punto partire sarete solo voi, che sia: preparazione al via, sbilanciamento, spinta, fase del volo, ingresso in acqua, fase subacquea, uscita, poco importa, l’importante è tuffarvi, tuffarvi sempre nelle bellezze del creato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi. Scritto nel 1986, ultimo lavoro dell'autore, è un'analisi dell'universo concentrazionario che l'autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz, allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, tra i cui i gulag sovietici.
    Questo libro viene alla luce dopo tanta consapevolezza che l’autore acquista, dopo aver passato e osservato gli uomini attorno a sé, dopo aver dispensato memorie, pensieri, sensazioni, storie, vita che si dimentica del suo stesso corso, ma che deve essere riportata alla luce.
    Già il titolo fa capire chi sono i Sommersi, e chi sono i Salvati, che sentono il peso dello scorrere dell’esistenza, quasi vissuta come una colpevolezza: “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”.
    Un filo conduttore di tutto il saggio di Levi che dopo questa opera si suiciderà, è il tema della verità/menzogna.
    Quanto di quel mondo è morto e non ritornerà più e quanto invece può tornare? E che cosa ciascuno può fare perché non vi sia questa possibilità?
    Quanto è giusto che la memoria continui a ricordare? Le dicotomie giusto/sbaglio – vero/falso – lealtà/slealtà possono essere mai sufficienti a spiegare quanto accaduto?
    Levi ci presenta il mondo dei lager in modo che variegato è dir poco, inserendoci anche i cosiddetti uomini della “zona grigia” che essendo delle vittime diventano carnefici a loro volta. Nel saggio si pone attenzione anche all’aspetto della comunicazione, che è deviata, quasi inesistente, ubbidire ad ordini che non si comprendono, è mai possibile? La negazione della parola, l’incomprensione, il malinteso, la lotta vana non hanno fatto altro che amplificare il male che ancora oggi non ha trovato un suo senso, e mai può trovarlo.
    Quanto gli uomini sono instupiditi, ignoranti, impotenti, davanti al potere che finge di educare? Educazione al male, all’annullamento, allo sputarsi addosso essi stessi, al controllo, tutto per seguire una stupidità umana.
    Un testo di fondamentale importanza, che andrebbe fatto leggere per tenere vivi i ricordi di ciò che è stato, e di ciò che sempre sarà; ricordare vuol dire portare rispetto, ricordiamocelo di tanto in tanto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo è uno di quei libri che vorresti aver letto da secoli, ma che poi per un motivo o per un altro ne rimandi la lettura, stupidamente.
    “Alexis o il trattato della lotta vana” è l’opera prima di una giovanissima Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel ’29, è un romanzo epistolare scritto in prima persona che tratta il tema della sessualità, o meglio della propria identità.
    Alexis, è un giovane che è stremato dalla continua lotta contro la sua sessualità, ritenuta  come una malattia, come qualcosa da nascondere, qualcosa da cui star alla larga, qualcosa che non andava detto, qualcosa di inconfessabile.
    Il libro, è una sorta di confessione nei confronti della moglie Monique, che dopo lunghi periodi di colpevolezza decide di abbandonare.
    E’ un racconto davvero intimo, che ci fa entrate nei pensieri di Alexis, nei suoi stati d’animo, nelle colpe, nelle paure, nella voglia d’evadere, cosa che riuscirà a fare in parte attraverso la musica, le note, gli spartiti. Quasi a mettere ordine in mezzo a tutto quel caos interiore.
    Si legge anche di Monique, del suo animo accondiscendente, delle sue pene, del suo soffrire, che non è meno, e forse è più amplificato di quello dello stesso Alexis. La felicità non ha tante spiegazioni, deve bastare a noi stessi. Una lotta quindi che diventa difficile sia per chi l’ha dentro, che per chi la subisce. La lotta più difficile sicuramente è quella contro i propri istinti, le proprie passioni, il proprio essere al mondo; negandosi non si fa altro che far del male a noi, ma anche agli altri. Per fortuna che Alexis capisce che la propria felicità è più importante, del dispiacere degli altri.
    Così dentro così fuori: anima e corpo si congiungono.
     
    “Conoscete gli stagni […] da bambino, ne avevo paura. Capivo già che ogni cosa ha il suo segreto e gli stagni come tutto il resto; che la pace, come il silenzio, è sempre solo una superficie, e che la peggior menzogna è la menzogna della calma”.
     
    “Ho notato qualcosa, Monique: si dice che le vecchie case racchiudano sempre dei fantasmi; non ne ho mai visti, eppure ero un bambino pieno di paure. Può darsi che mi fossi già reso conto che i fantasmi sono invisibili, perché ce li portiamo dentro”.
     
    “Ma i libri non contengono la vita; ne contengono solo la cenere; è quella, suppongo, che vien chiamata l’esperienza umana”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Hai intenzione di visitare gli Stati Uniti d'America per un giorno, tre giorni, una settimana o un mese? Hai intenzione di passare per Portland? Bene, se atterrerai almeno per qualche ora nella cittadina dell'Oregon non dimenticare di portare con te una mappa che indichi i migliori luoghi da visitare e le più belle cose da fare. Ecco, il consiglio sembrerebbe in saldo per come suggerito. Ma quando parlo di "mappa" non mi riferisco alla classica serie di fogli disegnati e plastificati. Ma intendo una vera e propria mappa del tesoro portlandiano. Chuck Palahniuk te ne consegna una.

    Lo scrittore statunitense (all'anagrafe Charles Michael Palahniuk) ha pubblicato nel 2004 "Portland Souvenir", un libro-guida turistica che nell'ironico modus scribendi dell'autore raccoglie tutto ciò che c'è da visitare nella cittadina. Si passa dai ristoranti con tanto di specialità della casa fedelmente riportata nero su bianco ai musei e luoghi incontaminati da oscure presenze, fino ad arrivare allo zoo e ai luoghi dove amarsi per una notte. Ogni suggerimento di visita è allegato a indirizzo e numero telefonico. Certo, siamo nel duemilatredici sfiorando il quattordici. Ma la guida turistica di Palahniuk è certamente utile per raggiungere i luoghi indicati anche se questi possono aver cambiato posizione o recapito numerico. Ma non è tutto: Portland Souvenir riporta a mo' di cartolina anche una fedelissima biografia dell'autore che negli anni '80 si è divertito a vivere con dedizione all'umorismo. Insomma, se hai intenzione di andare negli Stati Uniti d'America con scalo per almeno qualche ora a Portland non dimenticare di portare questo libretto di Palahniuk... magari insieme a un bestseller dell'umoristico scrittore americano.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Di mamma ce n'è una sola. La mamma è sempre la mamma. Cuore di mamma. Dietro i detti popolari c'è davvero la verità o piuttosto una serie di stereotipi che inchiodano il materno alla sfera del sacro e la donna al ruolo di madre-schiava confinata tra le mura domestiche? Nel suo ultimo libro "Di mamma ce n'è più d'una" (Feltrinelli, 2013, 314 pagine, 15 euro) - il terzo dedicato alla questione femminile, dopo "Ancora dalla parte delle bambine" e "Non è un Paese per vecchie" - la scrittrice, blogger e giornalista Loredana Lipperini si addentra nel terreno scivoloso della maternità smontando la credenza più dura a morire: che l'essere madre sia il destino della donna e che, in quanto tale, renda le donne "sacerdotesse della natura e mammifere portatrici di salvezza".  Quel totem, ovunque ma ancora di più in Italia, in nome del quale si combattono le battaglie più aspre. Perché sulle madri, sul loro corpo e sulle loro scelte ci si azzuffa e ci si scanna. Tra donne, prima di tutto, in un gioco al massacro che le sfinisce. 
    Il "divide" fa imperare chi o che cosa? Lo status, la Madre, il modello cui pare obbligatorio conformarsi a discapito dei milioni di madri reali che popolano le nostre famiglie. È così che la maternità si fa gabbia, innescando quel corto circuito ben sintetizzato dalla citazione di Simone de Beauvoir che è l'ispirazione e insieme il filo conduttore del saggio: "Poiché in quanto madre fu ridotta a serva, in quanto madre sarà amata e venerata".
    Vediamole, le battaglie che si scatenano sul corpo delle madri. "Fautrici del parto in casa e dei pannolini lavabili contro le "madri al mojito" che non disdegnano una vita sociale e lavorativa accanto agli impegni genitoriali", scrive Lipperini. "Madri totalizzanti contro madri acrobate dai mille impegni. Natura contro cultura (apparentemente). Femminismi contro femminismo, anche: perché sul principio dell'autodeterminazione si gioca tutto, e molte, moltissime giovani donne rivendicano una maternità esclusiva contro le madri "che erano anche altro". Contro le loro madri, in effetti". 
    Mentre le donne litigano e rivaleggiano, mentre "la complessità delle donne reali si riduce al solito scontro tra emancipate e mamme, tra pornofile e moraliste, tra escort e femministe" le madri, quelle vere, sono sempre più sole. Schiacciate tra il culto della Natura, che le vorrebbe "ad alto contatto" e che le spinge ad allattare al seno fino a tre anni di vita del figlio, diffidando di tutto ciò che è "artificiale", e un contesto reale, politico ed economico, che non solo non le sostiene ma addirittura le respinge (si pensi al mercato del lavoro e all'odioso fenomeno delle dimissioni in bianco). Sole, dunque, e possibilmente a casa. Ma santificate. Anche dal marketing, di cui Lipperini denuncia trucchi e ricorso ai più triti stereotipi. Perché le mamme, e i loro consumi, fanno gola. 
    "Madri, liberate le vostre figlie" è il titolo di un libro della psicanalista francese Marie Lion-Julin. Lipperini va più in là, risale la corrente: liberate prima voi stesse, dice. Scendete dall'altare dove vi pongono e dove spesso vi ponete anche voi. E allora sì che insieme a voi stesse salverete i vostri figli, che non si sentiranno più in dovere di essere speciali. Capiranno di dover essere nel mondo, semplicemente. E dunque di poter essere se stessi. 

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    recensione di Manuela Perrone

  • Si assimila come colpo di vento, rapido, all’apparenza inconsistente, il racconto di solitudine scheggiata firmato da Cettina Caliò. “Sulla cruda pelle” è un’opera in versi che prova a restituire le sensazioni, sempre uguali ma diverse, di un affetto spezzato, di un distacco sinonimo di lutto, un lucido struggimento da assorbire nel tempo, nei giorni, ogni singolo mattino. Le quattro sezioni in cui è articolato il ‘corpus’ di questa sottilissima quanto dolente narrazione si intersecano nella loro stessa rete di reminiscenze e rimandi interni - oltre che, naturalmente, interiori. Ci vuole poco a saltare dagli sprazzi di visione, accuratamente nominati, dei cosiddetti ‘Puntini sospensivi’, alle più mature composizioni, talvolta senza titolo, raccolte in ‘Apertis Verbis’ e‘Altre note’; fino alla brevissima appendice ‘Stazione centrale’, storia di partenze e di distanze percepite attraverso il senso elastico dell’attesa, non senza una velatura di cocente cinismo - tutta in quel nome “Trenitalia si scusa per il ritardo”.
    L’autrice circuisce l’attenzione alla sonorità delle parole, racchiuse in contenitori dallo «spessore […]interiormente ‘haiku’» (come descritto in prefazione da Giuseppe Condorelli), favorendo il suggerimento multisensoriale, sinestetico, di lontane immagini rese ‘avvicinabili’ dal ricordo. E, ovviamente, dal modo in cui la poesia si cimenta nell’impresa di plasmarlo. Così avviene che, attraverso la cortina di ermetismo inspessita dalla forte intimità della sua scrittura, “Sulla cruda pelle” riesce comunque a trasmettere, seppur a singhiozzi, una «sfida all’ascolto». Ripetitiva, insistente come l’attaccamento a un’abitudine - i numerosi enjambements, le anafore, l’eterno ritorno del colore rosso - ma, forse proprio per tal ragione, caparbia e capace a stabilire un contatto empatico con il lettore, una breccia intermittente di suggestione ed ovattata emozione. «Tu non sai il nero stretto delle ore/ e questo tremare/ di labbra/ dietro ai tuoi occhi», recita una delle note anonime, mentre ne “La strada e noi” «ci siamo noi sopravvissuti/ coi sorrisi prudenti/ tra un rovinio di massi». E allora, nel suo umanissimo incespicare, la poetessa sistema il suo dono: l’invito senz’obblighi a riconoscersi nel particolare del mondo.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Gustave Flaubert nasce nel 1821 a Rouen. Nel 1841 si iscrive alla facoltà di diritto a Parigi, ma non termina gli studi. A questo periodo risalgono i primi contatti con i circoli letterari della capitale. Vive tra Rouen e la vicina Croisset, dove muore nel 1880. Proust definisce l'opera di Flaubert "quel grande piano mobile, dal movimento continuo, monotono, opaco, indefinito, letteralmente senza precedenti".

    "Giovinezza! Età di follia e di sogni, di poesia e di stupidità, sinonimi sulla bocca della gente che giudica il mondo in modo assennato. Da allora, fui considerato un folle.
    [...] Ancora mi vedo, seduto sui banchi della classe, assorto nei miei sogni sul futuro, pensando a ciò che l'immaginazione di un bambino può sognare di più sublime[...]
    Io, che mi sentivo grande come il mondo...
    Povero folle!
    Mi vedevo giovane, a vent'anni, circondato di gloria; sognavo viaggi lontani nei paesi del Sud; vedevo l'Oriente e le sue immense distese di sabbia, i suoi palazzi affollati di cammelli, vedevo cavalli precipitarsi verso l'orizzonte arrossato dal sole; vedevo onde blu, un cielo terso, sabbia argentea, sentivo il profumo di questi oceani tiepidi del Mezzogiorno".

    "Memorie di un folle" è una sorta di diario, una specie di confessionale, ma neanche. "Memorie di un folle" è un flusso continuo, un fiume in piena, tra ricordi, immagini, profumi. E' l'uomo adulto che richiama alla memoria la sua giovinezza, la sua "follia".
    Come Flaubert stesso afferma, "non è un romanzo nè un dramma che segua uno schema stabilito[...] con paletti attraverso cui il pensiero possa serpeggiare per viali rettilinei"; ed è proprio in questo, a mio parere, che risiede la grandezza di questo libro. Flaubert fa scorrere immagini di paesaggi, ricordi di vita, semplici memorie di una giovinezza che , come la giovinezza di tutti noi, non segue alcun percorso, alcuna direzione vera e propria.
    Il giovane folle ama il sole, il mare, i sogni.. "Oh. Povero folle"! Ha appena cominciato a vivere, ha il viso senza rughe, ha una penna e mille sogni e capricci: si limiterà a riportarli, uno dopo l'altro, tra risa e pianti, così su un po' di carta bianca da annerire.
    A poco a poco però la penna verrà sopraffatta dall'anima stessa del folle; sarà lei a scrivere, a riempire quelle pagine, a" colmarle fino all'orlo". Bisogna ricordare che sono pur sempre le pagine di un folle!

    Da bambino amavo ciò che si vede, da adolescente
    quello che si sente;
    da uomo, non amo più nulla.
    E tuttavia quante cose ho nell'animo, quanti oceani di collera e d'amore
    si urtano e s'infrangono in questo cuore
    così debole, cosi stanco.
    G.Flaubert

    [... continua]

    • Smemoria
    • 26 settembre 2012 alle ore 7:51

    Chi scrive e desidera che venga letto, ha sempre qualcosa da comunicare agli altri e in una qualsiasi forma, sia essa poetica o prosaica.
    Danila Oppio scrive di cultura, di arte, di viaggi e di fiabe, per i bambini e i loro genitori, di fiabe che hanno un senso da adulti, se l'adulto vuol capire, di una umanità infinita, piene d'amore per il prossimo e per il mondo che ci è attorno.
    Scrive da sempre poesie e qualcuna di queste si leggerà in questo libro.

    Ora, e c'è da augurarsi sia solo l'inizio, si è cimentata in questo racconto lungo o romanzo breve, non saprei dire.
    C'è, in tutte le righe che lo compongono, la ricerca del senso della vita che è tema a me caro.
    E questa ricerca, Danila, l'ha fatta e si è affidata a un suo alter ego, speciale, confuso, non confuso, reale e irreale, immemore, altalenante fra un pensiero vero ed uno, quello successivo, che ne mette in dubbio la sua stessa essenza.
    Il titolo, “Smemoria”, è il cuore di quel suo raccontare fantastico seppure vero, come vera sembra, ormai, tutta la nostra scrittura, ospitata virtualmente nei più svariati siti telematici e internettizati.
    Penso sia la prima volta che si mette per iscritto un dialogo privato, quasi intimo, ripreso a bella posta da internet e trasferito su carta per essere stampato.
    Sibilla e il signor G, alias Gabriele, sono i due personaggi che danno vita al racconto, lo animano, lo rendono vero in una sequela di lettere-mail, prima timide e poi più coraggiose.  Parlano di poesia, di altri personaggi famosi dove fanno librare i loro sentimenti in una catarsi tutta loro, intima, seppure sconosciuta.
    S’ innamorano di quella loro scrittura, la esaltano pur sapendo della sua virtualità, virtualità che può celebrare l'abisso delle menti umane o, al contrario, sublimarne i contenuti seppur evidentemente privati.
    Si usa un linguaggio riflesso su dubbi, su ricordi evanescenti di una memoria che tale non è più, perché violentata da avvenimenti che Sibilla ha cancellato, riponendoli in quei cassettini che solo Gabriele riuscirà ad aprire.
    Sibilla è una creatura vera, senza memoria, appunto, ma ha confidenza con quel diavolo del  suo computer dove scrive e riscrive, dove aveva conservato migliaia di lettere, scritture, anche di poesia, sua e di altri amici, che lei, piano piano, ritrova, se ne meraviglia, e ne chiede verità a quel suo amico di nome Gabriele, anche lui  rimosso dalla sua mente, ma conservato nella memoria del Mc con l'indirizzo di posta elettronica.

    L'Autrice fa giocare Sibilla, la sollecita, la solletica nei suoi sentimenti e nelle emozioni che può aver provato, la spinge a ricordare, forse, un amore ma solo epistolare, che diventa enigmatico, non privo, però, di qualche verità che la stessa Sibilla e il signor Gabriele si ritrovano ad affrontare, facendo uso di alcune poesie, inviate come lettura, come emozione in cui credere, quando, invece, le stesse erano state scritte da entrambi solo e soltanto per amore.
    Ma quale amore? E come si fa a ricordarlo quando la (s)memoria gioca a nascondino, coprendo e scoprendo inusitate ma anche tragiche verità che andranno ad affiancarsi a quelle loro due vite che vogliono vivere, sì, ma sono trascinate da dubbi, da insicurezze quotidiane, e da sentimenti ancora poco conosciuti?

    Il libro, allora, diventa un condensato di emozioni che, nella realtà quotidiana, si possono provare, a prescindere dal fatto che siano lette in pagine elettroniche o ripetute e recitate alla presenza del bene amato.
    Leggendolo, se ne possono trarre considerazioni e anche pensamenti che occupano normalmente  la mente umana e la portano ad esaminare anche molti lati della vita nostra della quale crediamo, giustamente, di essere protagonisti. E questo può e deve avvenire, perché se la vita va comunque vissuta, di essa dobbiamo scandagliare tutti i punti, le anse, le aspettative positive e negative, che devono dare a ciascuno di noi l'esatto metro di quel che facciamo, al buio, nella luce, nei crocevia dei nostri sentimenti, nei rapporti col prossimo, coi bambini e con gli adulti.
    Alla fine, Smemoria mi ha regalato pensieri e parole che per me, poco aduso alle mirabilie odierne, vanno tradotte, direi incastonate, in quello scrigno aureo il cui contenuto, solo ed unico,  si chiama e si chiamerà sempre  amore e... senso della vita.

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    recensione di Gavino Puggioni

  • "Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette". Suona così il ritornello di un pezzo dei Nomadi che meglio rappresenta il lavoro di Paolo Goglio. Il lettore è rapito dall'amichevole sorriso dell'anima dello scrittore, imprigionata in poche pagine. L'immagine si confonde in fili d’erba allineati in un prato smosso dal vento... I pensieri assomigliano ad una materia implosa e invadono le cellule attraverso percorsi invisibili ma riflessi... proprio come in uno specchio.
    Partono dalle viscere più buie e più profonde, passano per il cuore e arrivano alla gola: ti tolgono la parola o urlano parole mai pensate; sei sovrppensiero quando ti passano davanti agli occhi e, nel frattempo, dipingono paradisi inediti o devastazioni spettrali.
    Ci si riscopre spettatori e artefici del nostro essere e ci si sente padroni di tutto e di niente. Il saggio di Paolo Goglio è dedicato a tutti coloro che hanno voglia di un piccolo viaggio introspettivo alla ricerca di se. Una lettura scorrevole e piacevole che somiglia a una carezza sulla pelle, quando quel brivido, quel battito, una ferita o un fiore ci fanno percepire l’anima in cerca di un corpo in cui abitare... o un corpo che non trova la sua anima.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Dove sono le radici del cielo?
    Ci risponde direttamente l’autore di questa silloge, Mario Vassalle: “…affondano nell’anima umana. E’ lì che trovano l’humus su cui prosperare. Dove le sensazioni diventano emozioni e le emozioni passioni. E’ lì che si agitano aspirazioni, desideri, slanci, convinzioni, sogni, sofferenze e gioie senza le quali non vi può essere il cielo…”
    Mario Vassalle, nella vita, è un medico, originario di Viareggio, che vive e opera da anni a New York dove insegna Fisiologia e Farmacologia con un’attenzione particolare allo studio dei fenomeni elettrici del cuore.
    Chi meglio di lui, quindi, conosce i meccanismi che regolano le sensazioni che diventano emozioni e poi passioni: l’organo principe di tutto questo è il cuore “collaborato” dalla mente, no doubt, che gli manda gli input.
    E nella poesia “La tenda di lino” ce ne dà un primo assaggio quando dice:

    …Hai paura
    che le tue emozioni
    improvvisamente
    si ritirino
    nei loro recessi
    remoti,
    scoprendo
    lo spettacolo
    che più temevi:
    te stesso,
    privato
    delle tue illusioni.

    Oppure quando in “La porta serrata” dichiara:

    Sono i miei sentimenti,
    eppure
    mi tengono prigioniero…
    …mi rifiutano la chiave
    del mio cuore
    e tengono serrata
    la porta
    che condurrebbe
    alla mia libertà…

    o ancora in “Tre giorni” dice:

    Per tre giorni
    vorrei non essere
    me stesso.
    Per vedere
    da fuori
    il mio involucro esterno,
    come se fossi
    un’altra persona.
    Per ascoltare
    da fuori
    il linguaggio
    della mia anima,
    come lo intendono
    gli altri…

    Ma in questa silloge trovano spazio anche poesie dedicate alla natura e ai suoi fenomeni, a personaggi da lui conosciuti, al suo amato conterraneo Giacomo Puccini e tanto altro ancora.
    A conclusione del suo libro Vassalle dedica una poesia anche alla sua professione di docente universitario e di ricercatore con parole che colpiscono e commuovono:

    … la lunga lotta
    per decifrare
    il codice segreto
    dei fenomeni elettrici
    del cuore.
    L’infinita meraviglia
    ispirata
    dal comunicare
    con la straordinaria
    opera di Dio.
    Il fremito
    dell’avventurarsi
    nell’ignoto.
    La sfida che
    aguzza l’ingegno
    e stimola la volontà…”

    Lo ringraziamo sia per averci regalato queste sue creazioni poetiche che per aver messo in pratica, nella sua professione, quello che ha dichiarato in questa sua ultima poesia.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Noi Europei non sappiamo che durante la seconda guerra mondiale è stato creato un campo di isolamento per i Giapponesi. Non sappiamo che i Cinesi indossavano un distintivo con la scritta "Io sono Cinese" affinché gli Americani non li confondessero con i Giapponesi, i nemici; e non sappiamo che sia i Giapponesi sia i Cinesi avevano fatto nascere in America i propri figli e americani si consideravano, e che dimostrarono obbedienza al Paese lasciandosi confinare in questi campi.
    Jamie Ford, per metà cinese, ha messo insieme le sue origini e questa parte della sua Storia e ne ha fatto un romanzo. Protagonisti sono Henry e Keiko, cinese lui, giapponese lei. Due nemici, secondo la Storia e secondo la famiglia di Henry; due adolescenti che si innamorano, secondo il loro punto di vista. Ne viene fuori un racconto d'amore dolceamaro, come dolceamaro è il suo titolo originale: "Hotel on the Corner of Bitter and Sweet": perno di questa storia è infatti un hotel, il Panama, che per quarant'anni ha custodito i beni familiari dei Giapponesi sfollati, e la cui riapertura riporta Henry indietro nel passato.
    La scrittura (o la traduzione? ho trovato un paio di refusi) non è il massimo del coinvolgimento: trattandosi della ricostruzione di un'epoca che non è stata realmente vissuta, in molti tratti si ha la sensazione di rimanere a pelo d'acqua quando invece ci si vorrebbe immergere. La fine forse è un po' brusca rispetto all'atmosfera creata in precedenza, ma vale la pena arrivarci. Il libro dal 2009 ha fatto strada con il passaparola e oggi è tradotto in 32 lingue.

    "Un sospiro di rassegnato disappunto. Un premio di consolazione, perchè siamo arrivati secondi, ma non abbiamo niente in mano per dimostrarlo. Ci sentiamo vuoti, abbiamo solo perso tempo, perchè alla fin fine, quello che facciamo, quello che siamo, non conta. Niente conta davvero" (Jamie Ford)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Insolita ed intrigante la commistione tra visivo e poetico, nel bel libro di Francesco Primerano, che ha il coraggio di affrontare temi profondi con leggerezza e simpatia, che è capace di accostarsi al lettore invitandolo con un sorriso a partecipare ai suoi sogni ed alle sue speranze.
    Ci sono temi che ricorrono in queste pagine, esperienze infantili che ci vengono proposte con delicatezza, disagi e profonde passioni giovanili che rivelano la straordinaria capacità dell'autore di toccare il cuore vero dell'esistenza e di farne partecipe il lettore.
    E ci sono termini speciali a cui fa riferimento Primerano, che "considera valore ogni forma di vita...." (pag.51): c'è l'anima, che per lo scrittore è il punto da cui partire e soprattutto, il punto preciso a cui tornare, perchè al fondo dell'anima riposano tutte le immagini e le esperienze di una gioventù vissuta a piene mani.
    Imperante una leggera nostalgia per il tempo che passa, per tutto quello che è stato e che non può essere rifatto, ma la ragione la giustifica e siamo invitati a non fare "dietrologia", a non vivere nel passato, ma a restare fermi e saldi nel momento presente, perchè, come dice chiaramente a pag.63: "la vita è adesso".
    Brevi poesie istintive, giochi visivi, montaggi fotografici da cui ci osserva il volto serio di un giovane uomo che guarda la vita ad occhi aperti, perché apertamente insiste a credere che "la vita va vissuta intensamente" (pag.82).
    Molte fotografie, molti collages affascinanti che accompagnano i testi, alcuni brevi, altri più lunghi e strutturati, a volte solo alcune veloci frasi illuminanti:
    "Crederci sempre, arrendersi mai" (pag.90).
    E noi crediamo che la "forza interiore" a cui fa spesso riferimento Francesco Primerano, lo porterà sicuramente lontano.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Con parole di splendida semplicità, l'israeliano David Grossman torna a parlarci di amore e di salvezza. Questi i tesori nascosti sul fondale di “Qualcuno con cui correre”, oceano di intimità svelate e umanità allo stato puro. Il libro, settima opera narrativa dell’autore, è uno scrigno contenente la storia di Assaf, giovane impiegato municipale al quale è affidato il compito di ritrovare il proprietario di una cagna sperduta. La bestiola, istaurato fin da subito un rapporto di silente ed impetuosa complicità con il giovane, dà il via ad una corsa all’apparenza senza meta che si rivelerà essere nient’altro che un incontro in progressione. Il traguardo è in realtà Tamar, sua amica e padrona, la quale ha lasciato un disegno invisibile per le strade della città scrivendo se stessa su luoghi, diari e persone. Assaf prima deve e poi desidera unire i punti con la matita della sua immaginazione, affinché venga fuori il dipinto di un’identità complessa e combattuta - perché è delle identità che ci s’innamora, come descritto magnificamente da Grossman - a capo di un mistero dai risvolti dolenti e pericolosi. Ma il mito insegna la potenza del sostegno reciproco, della fiducia, di quell’umanissimo dono che è permettere a chi è amato di avere un luogo dove «poggiare e riposarsi». La morale è la boccata d’aria al termine del forsennato cammino, carrellata di volti, storie e solitudini che il narratore dimostra di conoscere e di saper ritrarre senza sacrificarne diversità e profondità. Esperienza e sostanza si equivalgono: leggere “Qualcuno con cui correre” è come inseguire Dinkusha e Assaf sporcandosi della polvere di una terra lontana, affannando e stravolgendosi, talvolta disperandosi, fino a toccare un fondo scuro, buio, dove tuttavia l’anima può smettere di girare a vuoto e riprendere fiato. Perché, dopo tanto cercare, ha finalmente trovato qualcosa di valore.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Gli aforismi dello scrittore ci portano in un caleidoscopio di riflessi, perlopiù rivolti all’importanza della poesia, attraverso le considerazioni che questa forma letteraria impone con musicalità, sentimento e stile.
    L'autore, in questo contenitore di emozioni, sembra meditare nella ricerca continua di quesiti qualche volta senza risposte, altre con ferma certezza. Pappadia appunta come in un diario tutte quelle constatazioni, annotazioni che lui concretizza in massime, per sottolineare quei pensieri che egli sente di esprimere. In questo libro troverete vari spunti interessanti per riflettere e meditare su noi stessi, sul mondo in generale e sul futuro dell'umanità. Aforismi e citazioni. Il senso della vita racchiuso in poche righe.
    "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza, mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perchè supereranno se stessi."

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

    • Dadino
    • 07 settembre 2012 alle ore 18:09

    “È questa una storiella fantasiosa/ che parla della gioia e del patire/ e senza approfondir nessuna cosa/ ha dentro sia la vita che il morire”: comincia così, con questo incipit denso di significati, il poemetto di Paolo Bianchi, “Dadino”, una bella storia di crescita, passaggi e iniziazione. L’opera è rivolta, come ci dice il sottotitolo, a “piccoli grandi e grandi piccoli”, due categorie di lettori in grado di superare i confini della propria età e lasciarsi andare a esperienze inconsuete.
    Per una strana circostanza il protagonista, il cui nome, che dà titolo all’opera, ha in sé una forte allusione all’imprevedibilità della sorte, tuffatosi in uno specchio d’acqua si ritrova in un mondo all’incontrario. Nel viaggio di Dadino tutto, o quasi tutto, è piccolo, tranne forse la paura, lo spaesamento iniziali e la diffidenza per ciò che è diverso. Tali sensazioni ben presto si trasformano in desiderio di capire e di esplorare, grazie al fortunato incontro con un “piccolo signore di passaggio”, che rassicura il bambino sulla reversibilità della sua condizione. Al contempo però l’uomo instilla in lui la curiosità di conoscere, e come un novello Virgilio, riconoscendo il coraggio del bimbo, lo accompagna in un viaggio straordinario. Le mete, però, vanno conquistate: non si tratta infatti di una comoda visita guidata, ma di un dialogo maturo teso all’esplorazione dell’alterità, svelata non come una realtà migliore o peggiore di quella che ci è familiare (“il mondo dritto”), ma come un diverso punto di vista, prezioso strumento per capire fino in fondo quel che ci circonda. Attraverso l’esperienza di Dadino il lettore più attento si troverà quindi a riflettere sui grandi misteri della vita, riscoprendo dentro di sé la capacità che solo i “grandi piccoli” hanno di separarsi dalle proprie sicurezze per crescere, o, nel caso di “piccoli grandi”, scoprirsi persone migliori.

    [... continua]