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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA)

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  • 4 ore fa e 27 minuti fa
    Impronta

    Arriva da un’impronta
    storia di sabbia lieve al tempo.
    Umida, unica, rotonda.
    Fissa su una radice
    pazza di mare.
     
    Saprò di navigare
    gocce che non asciugano
    -onda d’ossigeno
    sei qui, mi muovi.

     
  • Ieri alle 7:50
    Fermalo un accento

    Tu fermalo un accento
    amore mentre tinge
    un riflesso di pelle
    e che il vibrato torni
     
    ai sensi miei custodi
    del mare intero quando
    prossimo a insenature
    allaga e sugge terra 

     
  • lunedì alle ore 10:06
    In segni semplici

    Ecco a cosa serve
    il fulcro dell’ordine
    una pace mischiata
    a parole sfitte
    Selve d’anni
    apparecchiate
    in un sorriso di poesia
    Serve? aprire porte
    al raggio che si posa
    sugli antichi volti nostri
    rannicchiati nei segni semplici
    e parlanti

     
  • domenica alle ore 8:34
    Ci ebbe in trasporto un verso

    Ci ebbe in trasporto un verso e la sua scia
    affine sulle bocche, poi un umore 
    frusciato dentro i sassi da nastìa 
    di voce e ancora goccia quel lucore. 
     
    Di tregua il suono è nome da scolpire  
    e il fiato che si trema non ha estremi
    se non steli di cere - e traccia spire  
    di un’immanenza al raggio che non temi.
     
    Cavi i pensieri specchiano le cime 
    salgono rami nuovi da una gola
    d’attese - il cielo arriva dagli scuri
     
    vene che pulsano sollievo ai muri 
    asfittici, c’è gusto in una fola 
    d’estro e sintassi e t’amo sì, di rime. 

     
  • sabato alle ore 15:14
    Quando scende

    Quando scende
    nella bellezza, giù
    come in terra
    in bordature di odori
     
    è quell'inabissarsi
    che non chiede più
    di un seme d'abbraccio.
     
    Gli do la chiave
    mi abbranca all'interno;
     
    non c'è filo d'Arianna
    a spezzarsi:
    si torna
    viaggio nel viaggio
    cuore al cuore
    e altre somiglianze.

     
  • venerdì alle ore 20:01
    Vista d'interni

    Degli spigoli vivi
    affilati alla vista
    pure i cardini privi
    della luce che dista
     
    in mollezza di tonfi.
    Dalle camere vuote
    straziano in echi, gonfi
    delle gracili immote
     
    carezze incise ai lati
    del buio. Spinge l’ora
    a stremarsi, brancati
     
    steli al graffio di bora
    dilateremo i fiati
    come essenze d’aurora.
     

     
  • giovedì alle ore 14:43
    A lume schietto

    e a lume schietto
    vasto odore di pioggia
    prende la sabbia
     
    attesa in lamine                          
    -fondo di luna-
    la viola scura a riva
    irrora mare

     

     
  • mercoledì alle ore 14:36
    Palmi di tramonto

    Forse interviene il tramonto a scoccare carezze
    nel sottile gioco del confinarsi 
    per il sorgere interno e il porgersi sponde
    in una nuova sincronia del perdersi

    L'ora si scompone sfaccettando il mistero
    l'ora si spoglia delle bende 

    Nei palmi morbidi 
    siamo mimica della fiamma
    e più che bruciare si diventa 
    la forma estrema del sì 
    e poi le gemme si allargano
    in uno spazio che non esiste
    in nessun altro luogo

     
  • 15 agosto alle ore 11:54
    Rivolo

    Possa correre un rivolo
    giù per vetrate d’occhi
    perché non fugga ossigeno in maree
    oscure. E che la terra si ravvivi
    - la fonte cresce in ombra e il nocciolo
    è cieco bulbo. Quale sorso
    perenne al sorriso trabocca
    soffocato sulla clessidra immota.
    Sono parole d’ocra. Si dipanano                            
    in spine di tramonto, l’ora gela.

     
  • 14 agosto alle ore 7:10
    Dove, i tuoi occhi?

    Dove sono i tuoi occhi?
    L’alone della luna è cenere
    laconica, ruba la dolcezza dai pendii.
    Potrei puntare al vuoto d’indaco
    planare l’attesa al limite del conosciuto,
    ma questo mio volteggio è storia d’ombra
    scende nel letargo, si avvolge
    di perduti lumi -vezzi, forse.

     
  • 13 agosto alle ore 0:27
    Bianchi d'albe

    Noi che siamo
    inizi d'albe
    lisci come le piume
    bianchi di silenzio
    con i colori nei palmi
     
    ci giriamo,
    un attimo finito
    nei cristalli
    ieri
    le corde staccate
    giorni di anni luce
     
    il punto è
    siamo nel punto stesso
    dove siamo nati
    quel sorso di spore,
    quel miracolo di nudità

     
  • 12 agosto alle ore 0:33
    Mio sensibile

    Mio sensibile 
    sei una fede in me
    potrei svanire in anni 
    di tedio e inerzia
    avrei le braccia monche
    e saprei carezzarti
    come se fossi viva.

    Sarei più tenue
    dell'accenno di un canto
    -docile, e non come il Tempo.
    Tornerei dove il prato è arido
    solo a veder quel fiore
    ch'è maturato
    senza curarsi d'essere visibile.

     
  • 11 agosto alle ore 12:33
    Afa

    L’estate ronza 
    da un capo all’altro, 
    ombra nel corridoio

    la zanzara ubriaca da giorni
    continua a succhiare la pelle 
    è per inerzia? 
    o esiste la crudeltà della specie
    -mors tua vita mea-
    così continua a dissanguare
    chiama rinforzi, non demorde
    l’infame sfibra

    la fibra è fibra
    dura a sfinire
    dopo le dieci 
    risboccio 
    efficiente, infallibile, 
    intelligente

    lancio un primo sospiro 
    oltre il disagio

     
  • 10 agosto alle ore 16:33
    Scrutarsi per restare

    Restare 
    scrutarsi
    tra muri che ci assorbono
    è goccia luce
    sul battito di ciglia,
    un susseguirsi di antefatti
    in direzione opposta a cose arrese.

    Sembianze prese dagli spigoli,
    in gesti rallentati
    le spore 
    che gridano al domani:
    mi scava e riempie 
    il respiro che sillabi ad incanto di fuga 

    -esaudisco assonanze-

    lo porto in segni d’ombra 
    fissandolo in riparo,
    cerchio di presenza.

     
  • 07 agosto alle ore 18:22
    Infervorare l'Ombra

    Se l’implicare un gesto
    è muta voce in graffio
    assolvo l’orizzonte 
    in gemito, mia sponda unica

    sorgi dentro me 
    daga di sole
    per un gocciare aspro

    e non sia calco, materiale: 
    ché mi comprenda un lume esiguo

    e d’Ombra, lì assopirmi.

     
  • 07 agosto alle ore 18:22
    vuoto dentro

    vuoto dentro
    agli occhi che sorridono
    piccoli glicini escoriati dal vento

     
  • 06 agosto alle ore 11:56
    Little boy (6 agosto '45)

    Quanti, in balia dell’onda
    deflagrata nel cielo d’agosto 
    ignari che il sole possa precipitare
    mentre crediamo solo di girare
    fiduciosi del viaggio
    - mattino su sera, estate poi inverno.
    Cade la notte improvvisa
    diluvia, lucentezza scura
    orribile macchia, unica su ognuno
    la tunica incandescente.
    Vortice, schiarisce il volto alla Terra
    già piena di ceneri che hanno amato la vita,
    corpo su corpo, humus all’uranio.
    Neanche la morte osa svegliare
    dai loro polmoni la luce
    scavare il sonno di case e respiri,
    l’età del bronzo.
    L’abbiamo vista la vergogna salvare
    la scienza dal suo male?
    Negli ossari di Amleto rivolta il buio
    avanza, tra pace e follia.

     
  • 05 agosto alle ore 16:44
    Poi sciolto dall'ombra

    Poi
    m'inerpicherò
    su te, tocco
    sciolto dall'ombra
    a morirti dentro
    oasi di corallo.
    Poi labbra
    non più mie
    da un leggero risucchio
    e un grido
    premuto a fondo.

     
  • 04 agosto alle ore 8:33
    Linfa di pietra

    Bosco pietroso
    dove alzo gli occhi
    e il viola s’innerva alle viscere.
    Dal raccolto alla sete, nidi
    intrecciano bocche all’attesa
    -sembra un grido connesso
    di vene d’erba
    questo ventre spogliato,
    di crampi.

     
  • 03 agosto alle ore 16:39
    Agosto (due haiku in acrostico)

    auspici d’ombra
    garriti di un crepuscolo    
    ormeggio a vampe

    sparute nubi
    torpore del meriggio
    orlato d’oppio 

     
  • 01 agosto alle ore 7:36
    Agosto (acrostico)

    Amenti di stremata linfa
    Gettano sale, sbozzano
    Orditi in ambra a lucere.  
    Slabbrata randa, aggruma il vento
    Tratto all’acuto rauco
    Ora dell’onda, ora delle sterne.

     
  • 31 luglio alle ore 9:00
    Un quasi maggio

    Vorrei un quasi maggio
    d'ombrosità dei tigli
    puro ascolto e ideogramma
     
    in quel poco di ora e qui
     
    rastremare correnti
    da greti di zavorre.
    Restare, oh quanto
     
    nel canto ludico
    da smarrimento!
     
    Chiedere scusa
    delle dimenticanze.
    Dimenticare
    ch’è vita e troppa
    e tu graziosa spora
     
    cacciata da deliri d'acque
    con il viso che affaccia
    in quale forma?

     
  • 28 luglio alle ore 22:28
    Sponda

    Sponda d’oralità e di frulli 
    la mente, paradigma dell’erranza
    intorno all’indelebile profumo
    di un fiore indico marmoreo

    dove il cielo s’impianta
    abbandonarsi, offrirsi
    ornamento dei giorni
    aquila che sorvola macchie, 
    mancanze -saette d’oscurità.

     
  • 24 luglio alle ore 7:11
    Zona di lettura propria

    A saper porre rimedio al cattivo tempo
    con un punto e virgola e al seguito una voragine,
    non starei a giocare con il linguaggio
    dipanare emozioni -darle crude
    in bocca agli umori del momento
     
    Cave di roccia per innalzare fumi
    crolli annunciati e carte veline
    [si volta pagina
    o traccia di lettura a dirsi,
    per un’ermetica in controcanto
    -non fraudolenta-
    voce per cartongesso]
     
    E la parola succede che mi sfianca
    mi lascio parlare, scegliere
    disturbare
     
    c’è un punto che mi divide in due
    uno che mi riunisce
    (com’era il mondo prima dei contrari?)
     
    Non c’è una chiave, una toppa, una
    zampa di grimaldello
    Forse è semplice penetrare la vita,
    respirandoci
    senza paura delle tossine
     

     
  • 22 luglio alle ore 23:40
    Di grazia

    Piegati di grazia
    in flussi di meraviglia capillari.
    È difficile credere
    eppure lo accendi il destino
    da una minuta geometria,
    l’anca di una rondine del pegno
    I nomi alle spole
    li abbiamo dati in tempo
    come calchi sulle finestre albine,
    qualcosa che non è perso mai
    e tutto è restare densi
    nello scivolo del vento, che spezza  
    anche il canto delle risorgive

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.