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Salvatore D'Antoni

04 novembre 1985, Sciacca (AG)

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  • giovedì alle ore 19:18
    Il Verso dell'Universo

    Come comincia: " I Guai sono iniziati quando nelle prigioni hanno smesso di esserci i Boia e al loro posto Tre guardie ignare tiravano giù tre leve senza sapere chi di loro avesse innescato la scarica mortale."
    Sta sul muro della prigione, era scritto su un muro di cemento grigio e senza senso, un muro che sembra un giorno di nebbia, un muro che fa rimbalzare su di me una vista orribile, la vista di te stesso senza scampo.  
    Sono in una stanza molto piccola così piccola che è impossibile pensare, la solita stanza, un luogo comune; sono qui da tanto tempo, l'orologio ha fatto il giro un milione di volte, il pianoforte che ho lasciato a casa si sarà riempito di polvere. Mi piaceva suonare qualcosa per rendermi la giornata migliore, anche se poi andava male lo stesso sentivo che suonare qualcosa avrebbe in qualche modo cambiato le cose in positivo, sbagliavo, niente si può cambiare, io lo so bene che niente si può cambiare o meglio a volte ne hai la sensazione ma poi le cose tornano al loro corso naturale; se avessi potuto lo avrei fatto, non sarei qui a scrivere le mie memorie su un rotolo di carte igienica, non avrei provato ad influenzare l'andamento dell'universo, non è un algoritmo, il mondo non è un computer anche se molti si divertono a dire che la volontà è una forza cosmica e che se lo volessimo fortemente riusciremmo anche a volare, la verità è che in un'orchestra c'è un primo violino e ci siamo sempre affannati tutti a voler essere quello li, a voler essere il numero 10, l'attore protagonista, la stella più luminosa, ma per una stella luminosa ce ne sono altre mille che fanno da contorno, da semplicissimo contorno, se mi fossi limitato a fare il contorno forse sarei libero, libero di essere invisibile agli occhi del mondo, come mi meritavo e non come pensavo di meritarmi.
    Mia diceva sempre che le persone buone muoiono presto, Mia diceva un sacco di cose, ma quella che mi diceva di più era questa e mentre la diceva mi toglieva i capelli dalla fronte e me li spostava tutti da un lato, spesso il destro, altrettanto spesso mi guardava negli occhi e si mordeva il labbro, spesso indossava dei bellissimi vestitini leggeri come l'aria e trasparenti come gli occhi delle persone che hanno gli occhi belli, non avevo mai finto di essere felice, in genere non ero mai stato capace di fingere niente.
     Era un giorno di Ottobre, se ricordo bene era mercoledì ero dentro un teatro dove un tizio che aveva fatto fortuna con i fumetti ci raccontava una storia. La storia era semplice e di impatto immediato, mediante l'uso di "sigilli" si poteva cambiare l'andamento dell'Universo, cioè spiegato in pochissime parole: io potevo scrivere su un foglio che volevo essere miliardario e mediante una sorta di rito che prevedeva prima l'eliminazione delle vocali, secondariamente delle consonanti che si ripetevano e cosi via fino ad avere sul foglio una o al massimo tre lettere, da li si doveva creare il sigillo cioè un disegno astratto che avrebbe avuto il significato esatto e che quindi avrebbe influenzato l'universo affinché il mio desiderio diventasse realtà. Alcuni ridevano, Mia dormiva, altri ancora prendevano appunti, io ho sempre avuto una buonissima memoria, nessunissimo altro talento, ma una memoria prodigiosa, ricordavo tutto, ricordavo persino la prima volta che mi sono ricordato qualcosa, avevo tre anni, ero una palletta carina e paffuta, mi sono ricordato di essermi già visto in uno specchio, lo specchio era l'armadio di mia madre. mi sono ricordato la forma del mio naso. Il tipo beveva e parlava, beveva e parlava alcune volte beveva mentre parlava e allora tossiva, ma in linea di massima il suo messaggio arrivava chiaro e semplice. Si poteva cambiare l'universo con un foglio di carta opportunamente scarabocchiato, L'universo non era altro che un sistema operativo, noi non eravamo altro che input, chi giostrava le cose era l'universo stesso ed il tempo non era altro che un serpente circolare che sostanzialmente ci prendeva in giro, passando e ripassando mille volte sullo stesso punto creando dei segmenti, così facendo il tempo non passava in modo fluido e in avanti ma si strutturava in scatole, dentro altre scatole,impilate dentro un grande archivio in chissà quale pianeta nella stanza di un alieno smanettone che si faceva le seghe sul pornhub alieno. ve l'ho detto che ho una memoria prodigiosa ? Si sono sicuro di si.
    Ne ho viste di cose terribili, ma mai come quelli che dicono di essere umili mentre si sentono incompresi, ne ho viste di cose terribili ma mai come chi si dimentica i nomi delle persone.
    Mia appoggiava sempre i piedi sul tavolo e beveva tanta birra a voler ben dire un po' troppa per un esserino di un metro e qualcosa per pochissimi chili, ciondolava la testa all'indietro e parlava spesso di quello che gli sarebbe piaciuto mangiare un giorno o l'altro, alla fine però mangiava sempre le stesse cose, viveva di immaginazione e desideri violenti, sembrava programmata per deludersi, io stavo seduto a girarmi un coltellino poco affilato tra le dita, stavo li e immaginavo di togliere via quella delusione da lei in qualche modo ma l'unica cosa che pensavo di fare e che mi veniva discretamente bene era raccontarle la storiella dei due tizi inseguiti dall'orso, lei rideva sempre e dopo di che si regalava una generosissima sorsata di birra, e poi parlava e parlava ad un ritmo forsennato.
    Mi sarebbe piaciuto stare con lei per sempre, ma non avevo molte speranze, prima o poi se ne sarebbe andata, perché era cosi che faceva, spesso andava via mentre mi allontanavo per andare in bagno e poi la trovavo seduta davanti alla porta di casa perché scappando si dimenticava di chiedermi le chiavi, quelle notti la portavo dentro e la mettevo sotto le coperte la guardavo un po' dormire e anche quando dormiva sembrava sul punto di scappare, era costantemente fuori dal mio campo visivo anche quando ce l'avevo davanti.
    Una di quelle notti ero seduto alla scrivania, guardavo i palazzi fermi e grigi davanti alla finestra, era quel lasso di tempo in cui non è notte e non è ancora l'alba, un lasso di tempo che se vuole sa essere infinito. E quella notte voleva essere terribilmente infinito. presi un foglio e ci scrissi un desiderio, avrei voluto che Mia fosse più costante, e applicai il teorema del fumettista, creai un sigillo, e lo misi dentro un cassetto, dopodiché aspettai.
    Il Giorno dopo Mia iniziò ad ignorarmi, avevo raggiunto l'obiettivo, era diventata costante nei suoi sentimenti, ma costante nel modo che non mi aspettavo, nel modo sbagliato. Era indiscutibile che la cosa dei sigilli funzionava ma adesso Mia se n'era andata e salutandomi freddamente aveva sussurrato buona giornata, in quel saluto c'era tutta la freddezza del mondo, eravamo due estranei, improvvisamente, ero certo che non sarebbe più tornata, certo come ero certo di aver fatto una gigantesca stupidaggine creando quel sigillo.
    Il Gatto che avevamo in comune stava seduto sul tappeto a pulirsi e leccarsi non mi degnava di uno sguardo evidentemente anche lui preferiva Mia, da quando la conoscevo non avevo visto una sola persona che non avesse preferito Mia a me, figuriamoci il gatto.  
    I Giorni passavano e di Mia nessuna traccia, avevo influenzato l'universo in modo maldestro, come ogni gesto che avevo compiuto nella mia vita. come quella volta che avevo fatto il barman e avevo distrutto tutte le bottiglie cercando di fare il fenomeno.
    Buio, notti insonni, non mi ricordavo come fosse il giorno, non ero certo che esistesse il giorno, ero arrivato al punto di convincermi che il giovedì mattina fosse una specie di leggenda vichinga narrata ai bambini per mettergli paura, guardavo sempre quei due palazzi costruiti così vicini da sembrare attaccati, quasi appoggiati l'uno all'altro, due palazzi che oscuravano tutto.
    Mia alla fine l'avevo trovata, pochi mesi dopo, catatonica dentro una casa abbandonata, c'erano un mare di gatti attorno a lei, fuori dall'abitazione abbandonata un vecchio barbone di circa ottanta anni gironzolava bevendo vino in brick. Che Mia fosse li me lo aveva detto lui, giorni prima battevo quella parte di città cercandola, avevo pensato a scrivere un altro sigillo ma ho preferito lasciar perdere, questo vecchio barbone parlava poco e male, doveva avere qualcosa ai polmoni e più che parlare sibilava, ma aveva reagito ad una vecchia foto di Mia che gli avevo mostrato, era stata scattata quella stessa estate in una baia abbandonata chissà dove, Mia sorrideva, ma il barbone l'aveva riconosciuta comunque, mi aveva accompagnato a quella vecchia abitazione abbandonata, che una volta doveva essere dipinta di blu, ma che adesso era più che altro grigia, grigia come il cielo quando sta per piovere.
    Era seduta su una sedia di legno, con un tipo scheletrico e ingobbito che le girava attorno mentre si slacciava i jeans, le gambe di Mia erano piene di lividi e ferite all'altezza delle cosce da delle piaghe da decubito, c'era un fetore insopportabile e lei aveva uno sguardo fisso e vitreo, i gatti non si schiodavano da li, avevano capito che Mia poteva essere una buona fonte di cibo. Mentre il tizio scheletrico si aggirava come una Iena eccitata, chissà da quanto tempo cercava di decidersi, aveva deciso che avrebbe scopato un oggetto inerme, aveva deciso di scendere al livello più basso di diventare un insetto. Nel giro di pochi minuti sia i Gatti che il tipo Scheletrico ed ingobbito Avrebbero capito che quella volta avrebbero dovuto digiunare. Una testa che si apre in due dopo un colpo di spranga di ferro ha un suono preciso, l'ultimo respiro di un tipo ingobbito e scheletrico con il cazzo di fuori ha un ché di vagamente viscido.
    Presi Mia in braccio e attraversai mezza città, sperando che qualcuno mi potesse aiutare, che quella cazzata del Sigillo non fosse irreversibile, sperando e ad ogni passo speravo di più mentre il barbone e i gatti mi stavano dietro di qualche passo, sembravano scappati da uno di quei cartoni animati in cui animali e umani si alleano, solo che eravamo più tristi, molto più tristi.
    Mia stava seduta e guardava un punto fisso, L'universo non aveva tenuto conto che la costanza non somiglia all'apatia, o forse si, Forse in linea di massima siamo fatti di altalenanti stati d'animo, forse nel giro di un minuto siamo apatici e siamo entusiasti, forse amiamo disperatamente e odiamo, quasi contemporaneamente. L'universo non ha capito, il Sigillo è un comando basico, e questo non è un mondo basico, noi non siamo esseri basici, questo il fumettista che beveva e si strozzava con la birra e le sue stesse parole non lo aveva detto, non lo aveva detto che non siamo fatti di linguaggio binario. Adesso Mia è semplicemente spenta, costantemente spenta.
    E anche se fosse l'ultima cosa che farò, la riaccenderò.
    Internet è un brutto posto se sai cosa cercare, si parla di deep web nei documentari, ma nemmeno li ho trovato qualcuno capace di aiutarmi, guardo Mia che resta li fissa come una statua di cera, con gli occhi se ormai somigliano a due perle, belli,bianchissimi e tremendamente vuoti. Il tempo sta passando sempre più inesorabile, il tempo sa essere inesorabile quando le speranze si assottigliano e le possibilità diventano sempre di meno, Mia guarda un punto fisso in qualche universo, io trovo solo tizi che vendono armi e pedopornografi e con educazione rispondo che nessuno dei due articoli incontra i miei gusti.
    Ma poi cosa cerco ? e se il tipo dei fumetti si fosse inventato tutto come quei maghi in tv che sfruttano a loro favore le menti deboli e suggestionabili ? Ma non ha senso, non ha senso se sono io quello influenzato perché ho bloccato Mia ? che cazzo di discorso è questo ?.
    Ormai è passato più di un mese. sto considerando l'idea di soffocare Mia con un cuscino e farla finita, non c'è perdono per quello che ho fatto, non c'è sfumatura dell'egoismo che mi possa giustificare, non c'è Amore al quale io possa aggrapparmi, prenderò il cuscino e la chiuderò qui, pagherò per quello che ho fatto, giudice, giuria e boia, Mia mi guarda ma solo perché ho invaso il suo campo visivo, in un impeto di infantile invadenza.
    Poi, improvvisamente, come nei peggiori film da discount bussano alla porta. chiedo di sia con il cuscino in mano che in caso di effrazione è sicuramente l'arma più ridicola con la quale farsi trovare, apro e mi trovo davanti un uomo di mezza età stempiato e con gli occhi divergenti, le scarpe lucide e i pochi capelli rimasti incollati alla testa con mezzo chilo di gel, ha una camicia a fiori sotto un vestito grigio le mani nodose, così vecchie che sembra che le abbia rubate ad un novantenne, mi dice sussurrando ma molto decisamente di farlo entrare, obbedisco ma non so nemmeno perché, a questo punto ogni possibilità merita di essere considerata, a questo punto ogni appiglio è un possibile salvagente in questa tempesta di merda che ho scatenato.
    Il tizio si siede ma prima si alza un po' i pantaloni afferrandoli dalle ginocchia lasciando intravedere dei calzini immondi e orripilanti poi mi guarda e con un accento stranissimo mi chiede se ho una bacinella e se cortesemente potrei riempirla fino all'orlo di acqua, mi avvio a  riempire  un secchio che per comodità spaccerò per bacinella, il tipo nel frattempo ha tirato fuori dalla canottiera un rosario a cui è attaccata una croce gigantesca e mentre farfuglia qualcosa lo stringe fortissimo tra le mani poi si alza e si avvicina a Mia, la odora, la studia con tutti i sensi, la annusa profondamente, indugia in prossimità delle labbra, quasi a volerne percepire il respiro, le tocca le tempie e mentre lo fa socchiude gli occhi, poi le bacia le mani indugiando un po' come se la stesse assaggiando, infine la guarda, la guarda fisso con il suo sguardo che adesso non è più vuoto ma pieno di ogni tipo di demone che ha abitato l'inferno, il tipo tossisce e poi mi dice di strappare il sigillo, me lo urla quasi ringhiando,  mi indica con quel dito nodoso che sembra il ramo di un albero, io lo cerco nei cassetti, alla fino lo trovo e riesco a strapparlo mentre lo faccio lui prega, prega e si dondola sulla sedia mentre guarda Mia che a sua volta più per una questione di mira guarda lui.
    Attimi di infinito silenzio, in cui l'aria era densa e spessa, come se avesse un peso specifico maggiore a quello del metallo, attimi di infinito silenzio e di odori acri di sudore che sarebbe rimasto intrappolato in quella lega metallica che erano diventati l'ossigeno e l'anidride carbonica dentro la stanza, attimi infiniti, perversi e dannatamente relativi.
    Mia che apre gli occhi. e guarda il tipo che era stravolto dal suo rapporto diretto con il suo Dio, o chi per lui, poi guarda me e mi chiede cosa è successo. Io resto li con un secchio in mano riempito fino all'orlo, il tizio respirando e tossendo mi dice che l'acqua non serve, mi aveva mandato a fare qualcosa per evitare che rompessi il cazzo con un miliardo di domande. Risoluto il tipo, vestito di merda ma risoluto lo ammetto, poi con una cortesia che non gli sospettavo mi chiede se per favore posso fargli un Thé, rispondo di si, ma mi sento un totale idiota, l'aria si sta rasserenando adesso è solo pesante come un macigno.
    Dopo il Thé sembrava che in quel lasso di tempo non fosse successo niente,Mia sorrideva con i suoi denti storti, il tizio parlava e raccontava che pregare era più che altro una sorta di esercizio della respirazione, in realtà Dio in quella situazione non ci era affatto entrato, o per meglio dire non Dio nella sua forma più arcaica e letterale, il tizio era Inglese si chiamava Mick,e quando sorrideva gli si scuotevano le ossa, Mia ogni tanto senza farsi notare mi chiedeva chi fosse quel tipo, io gli rispondevo alzando le sopracciglia, in poche parole Mick sapeva come influenzare l'universo attraverso i sigilli ma non lo aveva più fatto dopo una serie di incomprensioni che si erano verificate, diceva che i sigilli sono fallibili, che l'Universo è si influenzabile ma mai come pensiamo di influenzarlo, in poche parole è una truffa, si ha la chiave per risolvere un enigma che non appena si vede attaccato cambia di colpo lasciandoti nella vastità della tua idiozia. Mia non capiva, Mia sorseggiava Thé e si chiedeva il perché di tutte quelle piaghe che stavano guarendo e cicatrici che si stavano rimarginando, dopo un paio di ore Mick studiò Mia per un paio di minuti poi sorrise rivelando una serie di denti di cui è meglio non parlare mai più, poi si accese una sigaretta e ci salutò.
    Io non so se voi sapete che rumore fa una testa di cazzo perversa spaccata in due, quello che nemmeno io sapevo che la testa di cazzo era una testa di cazzo importante e perciò dopo un paio di settimane mentre dormivo accanto a Mia, che da un pezzo ormai aveva ricominciato ad amarmi a modo suo, ma sorprendentemente dopo tutto quello che avevamo passato sembrava il modo migliore del mondo, e soprattutto Mia aveva riconquistato i suoi occhi che adesso non erano più vuoti.
    Una notte, buia e tranquilla la porta dell'ingresso si sgretolò letteralmente sotto i colpi delle forze speciali, che con una maleducazione leggendaria svegliarono me, Mia ed il gatto che però si limitò a guardarli e a girarsi dall'altra parte, lui aveva un alibi, lui era un gatto, io No.
    E quindi eccomi qui, questa è la mia storia, tra pochi minuti mi accompagneranno in una stanza sterile con un vetro trasparente, tra poco un prete mi benedirà, un secondino mi saluterà e qualcuno mi disinfetterà il braccio con un batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante, Entrando dentro la stanza saluterò tutti, questo è il piano l'Universo ha deciso così, è buffo riflettere sul fatto che saprei come evitarlo, mi basterebbe un pezzo di carta e una penna.
    Un passo dietro l'altro, ho deciso di mostrare coraggio, che senso avrebbe implorare ? morirò tra poco tanto vale mostrare un coraggio belluino, tanto vale mostrare un campionario di palle infinito, qualcuno disse che se bluffi devi farlo fino in fondo, qualcuno aveva ragione, nella grande stanza bianca c'è un'aria leggera, dietro il vetro ci sono i genitori della testa di cazzo, alcuni giornalisti e seduti in fondo come al cinema ci sono Mick e Mia, mi fanno un gesto, mi salutano Mia non piange, Non sarebbe giusto, Il Gatto non è venuto, avrà avuto da fare, ah ma poi ve l'ho raccontata la storiella dell'Orso ? non ricordo dove l'ho sentita: Allora ci sono due tizi in un bosco, ad un certo punto arriva un Orso gigantesco ed incazzato, i due amici si guardano preoccupati dopo di ché uno dei due si abbassa per legarsi le scarpe l'altro gli dice ma come puoi sperare di correre più veloce di un Orso ? e l'altro risponde non dell'Orso, mi basta correre più veloce di te. 

     
  • 24 marzo alle ore 11:44
    Demoni

    Come comincia: Si muore d'amore ? me lo sono sempre chiesto, mi sono sempre chiesto se è vero che tutta questa gente che è morta adducendo questo motivo poi alla fine sia morta davvero d'amore oppure è solo andata così e hanno usato una scusa carina e poetica per indorarsi la pillola o una giustificazione che non avrebbe permesso fastidiose e saccenti repliche.  
    Se il paradiso esiste di certo deve essere una grossa fatica mantenerlo all'altezza delle aspettative di quattro stronzi viziati che non sono mai la maggioranza ma ottengono sempre quello che vogliono.
    Cosi tra una teoria evolutiva e l'altra abbiamo vissuto, abbiamo colonizzato il mondo e poi lo abbiamo distrutto, distrutto tante volte prima di renderci conto che distruggendolo distruggevamo noi stessi, non c'èra modo di capirlo, e i predicatori predicavano, i messia scendevano e morivano in vari modi, tutti certificati dallo stato o chi per lui.
    Una volta dentro un locale, che era nascosto dietro un vecchio palazzo antico, c'era una ragazza con la chitarra prima di iniziare a suonare disse << io Credo nel paradiso, ci credo fermamente perché altrimenti molto semplicemente sarebbe davvero tutto inutile>>. c'era una folla di presenti che giocava ad essere cinica e sprezzante, c'era una folla di acculturati, scettici freddi che per apparire scandalizzati sudarono sette camice, ma alla fine i loro occhi erano quelli, erano facili da leggere, e tutti quanti dal più scandalizzato al più disinteressato sapevano che in fondo quella ragazza con le occhiaie profonde come il mare d'inverno e i capelli spettinati aveva ragione. Nessuno avrebbe accettato con leggerezza l'idea di spegnersi come una macchina, certo è bello da dire. certo una ragazza potrebbe guardarti con occhi innamorati e tu potresti sembrare coraggioso ma la verità era palese e quella ragazza prima di incominciare a suonare la sua canzone posizionò le dita sulla tastiera della chitarra, si schiarì la voce e si mordicchio il labbro inferiore, guardo il vuoto come si guarda qualcosa che ami con tutto se stesso, guardò un punto fisso nell'universo come si guarda la cosa più bella del mondo. Mentre la ragazza cantava la consapevolezza si faceva strada come se all'improvviso fossero esplose le lampadine  alcuni iniziarono a sorridere, altri a farsi delle domande, altri ancora a sperare, la ragazza continuava a suonare certa di aver ottenuto comunque un gran bel risultato.
    Abbandonai il locale a metà, quando ancora l'aria era dolce e nessuno si era messo a fare lo scettico, nessun architetto si era messo a progettare qualche società utopica e nessun Ingegnere saccente avrebbe asserito con estrema sicurezza che non si potesse realizzare nulla, nulla al di là della fredda matematica.
    Tornai in strada stretto dentro il mio cappotto grigio, In strada c'erano risate rauche e malriposti tentativi di sentirsi unici, c'era anche una folla in processione dietro la statua di una madonna, c'erano bambini con le pistole di plastica, le ginocchia e il collo sudici e gli occhi splendenti come l'ultima parte di una bella canzone, i bambini si rincorrevano e le madri pregavano seguendo la statua non gli importava dove, e in fondo non era poi così sbagliato, si fidavano di una statua è vero ma era la statua di una santa, in termini di feedback doveva pur significare qualcosa.
    Dentro la processione le occhiaie di una donna di mezza età sembravano inghiottire l'oscurità e riconvertivano tutto quel buio in una luce debole ma tenace, fioca ma allo stesso tempo devastante, non sarebbero bastate tutte le birre e tutte le pose fighe del mondo a rovinare quel momento, non sarebbe bastato un discorso inutile o un commento fuori luogo;  in strada c'era una sensazione di malinconia  e abbandono, simile a come era sempre da sempre, una sensazione immutabile che si concedeva pochissime sfumature.
    Dentro la pancia della città c'erano i demoni che bussavano alle porte delle case, erano color vomito e ingobbiti, alcuni aprivano altri no, i demoni erano invadenti ed ineducati, passandogli vicino sentivi la puzza e un certo senso di disagio, da quando avevano aperto la porta erano in mezzo a noi, mangiavano i bambini, alcuni animalisti erano contenti, altri non tanto, ma nessuno li ascoltava più gli animalisti.  
    Avevo litigato con alcuni di loro, alcuni graffi sul mio petto potevano testimoniarlo, si stavano quasi integrando bene c'era una setta che aveva deciso autonomamente per l'estinzione della razza umana e quindi li riforniva di cibo ogni giorno e ogni notte, c'erano donne che per lavoro sfornavano figli e li davano ai Demoni, c'erano madri regolarmente sposate e in grazia di Dio che facevano da distributore automatico.  
    Penso spesso alla ragazza dentro il locale e sono abbastanza sicuro che andrà in paradiso e sono contento per lei, salendo verso casa un demone con il cappello e un uomo al guinzaglio mi fece un cenno di saluto, mi mostrò il suo esemplare di uomo dicendomi che gli mancava solo la parola e che era meglio di molti demoni, sorrise aveva gli occhi neri e i denti aguzzi e infinitamente lunghi, puzzava di sporcizia sotto le unghie, puzzava di marcio, di cose dimenticate, di parole non pronunciate  e di vecchi rancori, di cose che una volta posate nella parte alta dell'armadio non è più consigliabile riportare giù.
    io vivevo a pochi passi dalla porta da cui erano usciti, vivevo dentro una vecchia chiesa sconsacrata, dicevano che il prete li dentro avesse scopato con tutte le fedeli, era un posto così lercio e sudicio da fare schifo persino all'inferno, però c'è una bella finestra decorata che fa filtrare la luce in un modo bellissimo, sotto la finestra c'è la vecchia poltrona del prete, una specie di trono di velluto verde, mi siedo li e a volte mi sento al sicuro e a volte no, a pensarci è strano e curioso il modo in cui le percezioni delle cose cambino di minuto in minuto.
    In questo periodo per esempio sto leggendo un libro, un libro in cui l'autore elenca tutte le piccole cose che lo rendono felice, ci sono giorni in cui leggerlo in qualche modo rappresenta una bella azione e giorni in cui è completamente inutile, spesso penso che anche a me piacerebbe fare un elenco delle cose che mi piacciono e poi dopo circa un secondo penso che nel migliore dei casi causerei la stessa reazione che questo libro causa a me e nel peggiore dei casi ovviamente scatenerei la più totale indifferenza però ad esempio a me piace ascoltare il suono che fa la stufa a legna quando è accesa.
    Alcuni giorni il cielo ha lo stesso colore dell'acciaio, alcuni giorni le nuvole sembrano voler venire giù e schiacciarci tutti,  nessuno sembra felice di chi è, di cosa immagina, nessuno sembra soddisfatto dei sogni che ha appena smesso di sognare. forse David Bowie era soddisfatto di chi era, forse David Bowie poteva ritenersi soddisfatto della sua vita e dei suoi sogni, ci sono giorni in cui tutto sembra una grande discoteca che sta per chiudere, tutto attorno vedi solo stanchezza e facce stravolte, e quelli che ripetono a tutti di non mollare e che loro non molleranno sono i primi ad aver mollato, solo che, non se ne sono resi conto.  
    I Demoni continuano ad insinuarsi dentro la città, ormai a nessuno importa più, c'è rassegnazione, silenzio, quel silenzio  vuoto, che non significa nulla più che niente, Loro, i Demoni, stanno li a riempirsi la vita di cibo, di rispetto, di immagini sacre dilaniate dalle loro unghie, ridono sguaiatamente mentre mangiano gli ultimi esseri umani rimasti in quella parte di città, non mi avranno mai, sarò l'ultimo ad arrendersi, o forse ai loro occhi sono così disgustoso da essere già salvo e non rendermene conto, quando ero più giovane ero l'ultimo a lasciare la festa, ero sempre l'ultimo ad andare a casa, non è servito a molto con il senno di poi però ha allenato la resistenza.
    Sto seduto sulla mia poltrona mentre fuori splende un sole pallido, i demoni ormai escono tutti i giorni, in pieno giorno, ormai è tutto loro, il nostro Odio sempre più totale e indiscriminato li ha resi forti e coraggiosi, coraggioso come è chi non ha mai avuto torto o si è sentito in difetto.  
    Stanotte sento ridere più del solito, stanotte sono molti di più, il crocefisso che sta sopra il portone della vecchia chiesa dove vivo ha la faccia di uno che non ne vuole sapere, ha declinato ogni tipo di responsabilità in fondo lo capisco, vorrei risolvere tutto tirandomi la coperta fin sopra la testa, ma la coperta è molto corta e rischio di farmi congelare i piedi, sono drammi insopportabili, bussano alla porta, mi sa che è arrivato il momento di aggiornare la collezione di graffi, mi sa che è arrivato il momento, mi alzo a fatica portandomi dietro la coperta controllo se ho le mutande adatte, non sia mai, sarebbe triste morire con le mutande sbagliate, Alla porta c'è una ragazza spaventata ha poco più di vent'anni, la faccia spaventata e una coperta marrone avvolta attorno al corpo, trema e mi guarda in faccia ha un'espressione glaciale, figlia della paura e della mancanza di fiato, avrà corso per mezza città, si sarà inoltrata in posti che non aveva nemmeno mai visto, poi dice che le hanno detto che in mezzo ai demoni ci abitava un essere umano, che se per caso fosse stata in difficoltà sarebbe dovuta andare da Lui, la faccio entrare e mi chiedo chi diavolo abbia messo in giro queste voci, la faccio entrare e chiudo bene la porta, sentivo già dei passi avvicinarsi, delle unghie graffiare i muri e delle risa perverse a malapena soffocate, sarebbe bello essere armato di cattive intenzioni, ma io non sono ne armato ne pieno di cattive intenzioni.
    Sono passati alcuni minuti la ragazza di vent'anni sorseggia un thé tiene la tazza con entrambe le mani, sembra piccolissima, la paura restringe i tessuti, rende il cuore piccolo piccolo e le vene talmente strette che non penseresti mai ci possa passare del sangue, mi guarda e accenna un sorriso, un sorriso timido e triste, un sorriso che stona con l'umore attuale. la vecchia chiesa è fredda forse è necessaria un'altra coperta per far si che il sorriso sia più sincero e disteso, ci starebbero bene anche dei biscotti, ma non credo di averne.  
    La ragazza di vent'anni non trema più, mi racconta della sua fuga, era braccata da una decina di demoni, alcuni umani la spingevano verso di loro, molti altri chiudevano a chiave le porte, alcuni tossici sotto i portici le avevano indicato la vecchia chiesa abbandonata e gli avevano detto che forse lo stronzo che ci abitava le avrebbe aperto la porta, lei aveva visto con i suoi occhi i Tossici che venivano smembrati, e aveva sentito le risate di quegli esseri immondi coprire le urla strazianti, ovattandole completamente, La ragazza aveva i piedi sanguinanti e le gambe stanche, intirizzite dal vento gelido e bluastre. I biscotti non avrebbero aiutato granché ed io ho finito le coperte, la ragazza adesso aveva iniziato a piangere come se qualcosa dentro il suo cuore si fosse sciolto, che la sensazione di essere più o meno al sicuro le avesse permesso di tornare ad essere coerente con la sua natura e che alla fine avesse considerato l'ipotesi che dopo una paura del genere piangere poteva solo farla stare meglio, aveva iniziato a piovere, se avessi avuto un qualche potere coercitivo sui musicisti avrei costretto un violinista a suonare su un tetto, perché ci sarebbe stato proprio bene.  
    A notte fonda esploravo nuove vette della mia profondità mentre la ragazza dormiva rannicchiata nel mio letto con ancora le guance bagnate, io stavo seduto su quello che era lo scranno del prete e pensavo, pensavo mentre contavo le gocce che bagnavano le vetrate decorate e più pensavo più mi sentivo osservato dal crocefisso, più mi sentivo osservato, più mi sentivo giudicato, più pensavo che il violinista sul tetto ci sarebbe stato veramente veramente bene.
    Avremmo aspettato un paio di giorni, ci saremmo accodati all'ennesima inutile processione e approfittando della folla avremmo lasciato la città, sperando che le altre città fossero in una situazione migliore, era questo il piano, ero sempre l'ultimo a lasciare la festa ma a questo punto non ero più da solo, avevo qualcuno da aiutare e se la ragazza con la chitarra aveva ragione io il paradiso me lo dovevo guadagnare in qualche modo, e forse così il crocefisso avrebbe smesso di giudicarmi male.
    La processione era di una vecchia statua di un santo indefinito e indefinibile, la ragazza aveva abbandonato la paura e i suoi vent'anni dentro le mie coperte, io avevo abbandonato l'idea di vivere tranquillo e in solitudine il resto dei miei giorni, in più avevo voglia di biscotti, il pomeriggio era calmo e sereno, l'aria era fredda quel tanto che bastava, la processione era preceduta da una litania, di vecchiette che si battevano il petto e bambine vestite da sposa che seguivano la statua senza perdere la concentrazione, tradendo in modo balordo la loro fanciullezza, contrite dentro spesso strati di dolore cattolico instillato come un vaccino dalle nonne dolcissime e ingobbite, la processione ci avrebbe portato fuori dalla pancia della città senza farci notare, ci avrebbe portato lontano dalla zona più densa si demoni, e ci avrebbe dato modo di rubare una macchina, La ragazza di vent'anni parlava poco e con una voce delicata, diceva parole lievi e mi guardava dritto negli occhi come se si aspettasse qualche parola di conforto che io comunque non conoscevo, avevo provato a sorridere ma i denti marci non mi aiutavano ad essere confortante, i passi erano lenti ma inesorabili, il santo troneggiava sembrava zoppicare sopra le spalle dei malandati fedeli che lo portavano in giro tra i vicoli mentre i demoni appoggiati ai muri sorridevano sgranocchiando femori e tibie.
    La ragazza teneva lo sguardo basso e io fingevo di zoppicare simulando più anni di quelli che avevo e che quegli anni finti mi pesassero come un macigno sulle spalle, sembrava funzionare, avrei potuto scagliarmi contro di loro, ma avrei fatto soltanto casino, avrei causato un danno immane in più i  più furbi tra loro avrebbero preso qualche bambina, non potevo, avevo la responsabilità di una ragazza di vent'anni che non aveva un nome e che non parlava moltissimo, non un buonissimo affare a mente fredda ma ormai eravamo li, stavamo scendendo lungo le vecchie strade umide,dritti verso una via di fuga.
    Un vecchio maggiolino arrugginito, molto cinematografico ma non avevamo altre opzioni, la ragazza sorrideva, io mi ero appropriato di nuovo della mia postura originale non il massimo a dire la verità ma migliore di quella precedente, aprire un vecchio maggiolino non è difficile, farlo apparire difficile è assolutamente necessario per fare la parte dell'eroe e a parte la voglia di biscotti che mi accomunava ad un dodicenne ormai ero entrato in parte, il motore borbottava, la benzina era sufficiente per andare via.
    La città era piena di luci e dal basso della collina sembrava bellissima, come una modella che da lontano sembra un capolavoro e mano mano che ti avvicini per guardarla meglio ti svela tutti i difetti più terribili, occhi spenti, denti marci, trucco crepato. Era la mia città ed era in mano ai demoni che vincevano senza che nessuno fosse veramente in grado di combatterli, e tutte quelle statue di santi che ondeggiavano instabili non avrebbero retto per molto tempo. I Demoni erano fatti d'odio e l'odio era troppo forte, più forte di tutti ed era quello il problema, c'era talmente tanto odio, ed era diventato così tanto che non eravamo stati più capaci di veicolarlo. Siamo stati noi a creare i Demoni, siamo stati noi con i nostri buoni pensieri di cattolici devoti, conservatori e xenofobi, siamo stati noi a non imparare niente dalla storia.  
    La ragazza era al posto di guida e mi stava aspettando, la strada era aperta davanti a noi, stava per tramontare il sole, un sole bellissimo, E io senza voltarmi tornai indietro alla mia vecchia chiesa nella pancia della città, la ragazza di vent'anni ingranò la marcia e andò via, giurerei di aver sentito un grazie, ma non ne sono sicurissimo, i demoni tra poco usciranno, e ricominceranno a cacciare, io resterò nella mia chiesa, seduto sul mio scranno ad esplorare nuovi abissi di profondità, e prima o poi conoscerò un violinista da convincere a suonare su un tetto mentre piove, e magari con calma riuscirò anche a cacciare via quegli esseri immondi, troverò il modo, altrimenti niente ma proprio niente, nessuna azione nessuna conseguenza, nessuna reazione, avrebbe senso.  
     

     
  • 01 marzo alle ore 16:15
    Mr Pennington la Rockstar

    Come comincia: Se hai venticinque anni quante volte il tuo cuore ha già battuto? Non rispondi? resti li seduto come un coglione e non dici niente?
    Respiro profondamente, tiro su con il naso delicatamente come per respirare meglio, con quella roba bianca ho smesso da tempo, mi induriva i muscoli del collo.
    Fondotinta, rossetto, eyeliner, mi chiedo sempre come ho fatto a scopare così tanto, praticamente ho più trucco in faccia delle ragazze con cui sono stato, alcune avrebbero potuto essere figlie mie, magari qualcuna lo era anche, erano anni furiosi, bastava pizzicare una chitarra nel modo giusto, dire una frase giusta nel momento giusto e in quattro minuti e pochi secondi diventi l'idolo assoluto di uno sproposito di gente diventi qualcuno a cui non farebbero mai del male mentre fanno del male a loro stessi senza nemmeno rifletterci; alcune ragazze erano davvero bellissime, con le loro collane di perle e le pellicce sintetiche, era tanto tempo fa, adesso hanno le stesse pellicce e le stesse collane ma sono meno autentiche, forse però sono io a non essere più autentico, L'autocritica è essenziale amico mio. vuoi qualcosa da bere ? il frigo è pieno di quello che vuoi.
    Io invece da una vita in ogni camerino e quasi in ogni circostanza ho davanti una tazza di The nero senza zucchero e un bicchiere di vodka pieno fino all'orlo ovviamente senza ghiaccio, non mi ricordo nemmeno quando cazzo ho messo in giro questa voce, mi ricordo però che la settimana dopo mezzo mondo beveva una razione enorme di vodka in un bicchiere colmo e senza ghiaccio, farebbe vomitare chiunque. Ma lo facevo io, lo faceva la Star. io si e no lo avrò fatto una volta in vita mia e poi ho raccontato questa bugia al giornalista che mi intervistava; Lui ci ha creduto, il suo caporedattore ci ha creduto, il mondo intero ci ha creduto, eccomi qua, da circa quarant'anni nel mio camerino qualche assistente di qualcuno mi fa trovare un The nero senza zucchero e questa dannata Vodka, ma qualcuno disse che se bluffi devi farlo fino in fondo e io non sono certo tipo da tirarsi indietro, Quindi la vodka va dritta nel cesso e il mito è salvo per un altro paio d'ore e il The nero me lo bevo con calma mentre finisco di truccarmi, magari fischietto anche, non importa cosa, non ha mai importanza, se ti viene in mente la risposta su quante volte ha battuto il tuo cuore dilla pure non essere timido.  
    Nel camerino a fianco c'è la mia Band, sono due, due brave persone che hanno subito per tutta la vita la luce riflessa, c'è Tom alla batteria che si veste come un impiegato di banca e Mel al basso, stanno li da tutta una vita, non abbiamo litigato, certo negli ultimi anni è diventato difficile litigare nemmeno ci parliamo più. Tra pochi minuti arriverà il mio manager molto basso, molto cattivo e molto Greco che con la calma di un cane inferocito gli dirà che stasera non suoneranno con me, perché io ho deciso che sarà un concerto Unplugged, che sarò io con la chitarra e lo sgabello e l'ho deciso all'ultimo minuto perché sono una Star. Sono rimasti tutta la vita sotto il riflettore più luminoso che essere umano ricordi, nessuno li ha mai visti, per nasconderti è necessario stare proprio sotto la luce, loro adesso lo hanno capito, incasseranno l'assegno e sbatteranno la porta, andranno via senza salutare, lo hanno appena fatto, Gli anni, i minuti, la dannata relatività del tempo, andavamo nella stessa scuola, abbiamo suonato insieme, ma abbiamo avuto delle vite così diverse che tutto è sempre sembrato una casualità, nascosti sotto la luce abbagliante, che era tutta per me e abbagliava solo me, soffio sul The. sto finendo di truccarmi, sto fischiettando tra una decina di minuti busseranno alla porta e diranno Signor Pennington mancano cinque minuti, con gentilezza, senza farmi incazzare, senza mettermi ansia. Io sono la Star, io posso mollarli senza una spiegazione e sono sicuro che tutti mi amerebbero lo stesso, sicuro che non vuoi proprio niente da bere ? sei li seduto in silenzio, piuttosto sei pronto per essere truccato ?  
    Ho detto al tecnico delle luci che voglio stare in penombra, tanto tutti mi conoscono, per stasera voglio che nessuno mi veda, che allenino i ricordi questi stronzi nostalgici con i loro figli nostalgici, ha sorriso, sorriso tanto, mi ha detto Ok e poi mi ha chiesto una foto ed ha aggiunto che per lui è un onore che anche suo padre e suo nonno avevano i miei dischi. Ecco perché ha sorriso, ho fatto una gaffe che vuoi che sia, lui ci farà lo splendido a cena con gli amici che ovviamente non gli crederanno.
    Mancano dieci minuti, la penombra c'è. il tecnico del suono lo sa, ho dovuto dargli un sacco di soldi, forse lui non era mio Fan, o forse era solo un grandissimo Stronzo, non importa, il The è finito, andiamo seguimi.  
    Mancano pochi minuti, salgo sul palco al buio, mi godo il brusio, davanti ho circa quattrocentomila persone che non mi vedono e che non mi vedranno, ancora non lo sanno, L'Eyeliner mi fa lacrimare gli occhi, una volta erano più belli, adesso non lo so, mi guardo troppo allo specchio per notare i cambiamenti, sistemo lo sgabello e ci metto sopra un manichino, un bel manichino vestito come me, truccato come me, con i miei capelli, proprio i miei, io non ho i capelli da quando ho diciannove anni, nessuno se n'è mai accorto, nessuno se n'è mai voluto accorgere, gli metto i miei capelli e lo sistemo, gli do le mie sembianze perfetto e devo dire che non è così difficile ripeto: L'autocritica è Essenziale, sono totalmente al buio, nessuno mi nota, Anche il buio è un ottimo nascondiglio o il buio totale o la luce accecante, non si smette mai di imparare a nascondersi, Pensare che la condizione più comune è la penombra, quanto spreco di tempo la penombra, non ti valorizza, non ti nasconde, ti fa apparire come sei, esattamente, brutalmente come sei e tutti credono erroneamente che nella penombra ci si possa in qualche modo nascondere.
    Adesso tocca a te amico mio, fai il manichino come non hai mai fatto prima d'ora, sei stato abbastanza tempo con me, ti ricordi le mie mosse ? non ha importanza tanto non dovrai muoverti, si lo so che non puoi, l'importante è che tu non voglia, ricordatelo io sono la Star.  
    Il brusio aumenta, e quando si accorgono che non mi vedranno aumenta ancora di più come se stesse per tuonare, io penso a mia nonna che mi diceva che i tuoi erano causati da Dio che strappava i fogli degli appunti, il Tecnico schiaccia play e parte la registrazione, ho inciso tutto giorni fa, ringrazio tutti e faccio una pausa per gli applausi, poi ricomincio a parlare e spiego perché stasera sarò in penombra, spiego perché non ci sarà la band,spiego che sarà l'ultimo concerto e che voglio condividere con loro le mie canzoni  in maniera più intima sospiro, pausa, applausi scroscianti, le pause perfette, centomila concerti vuoi che non abbia imparato quando fermarmi quando la gente applaude ? si sono compiaciuto.
    Iniziano le canzoni, sembrano tutti assorti, io passo in mezzo a loro e nessuno mi riconosce, sono un signore anziano vestito di nero, ho la fronte alta, altissima, anzi sono decisamente calvo, ho i capelli solo sui lati della testa, sono cortissimi e bianchi, ci sono nonni, padri, figli, figlie, donne di mezza età, ex groupies in disfacimento fisico e molto probabilmente psichico, ricchi, poveri, post punk, figli di papà, gente in blazer, gente che non conosce nemmeno una canzone, è decisamente una bella registrazione, è un bel concerto, Faccio un cenno al tipo della security che mi dice  << ma come vai via Nonno ? è un cazzo di evento storico, quel tipo sul palco ha fatto la storia e tu te ne vai ?>>, sorrido e rispondo di si con la testa, e poi aggiungo che ormai le Rockstar hanno fatto il loro tempo che tutti li dentro dovrebbero accorgersi che il tipo che suona ha Novantacinque anni.  Lui accusa il colpo e mi apre la porta con disprezzo, siamo già alla seconda canzone, applausi scroscianti, si ero bravo, ero dannatamente, disperatamente bravo ed a fare le pause per gli applausi durante le registrazioni ero ancora più bravo.
    La luce di quasi mattina è stupenda, ho già fatto un sacco di chilometri, la radio dice che è stato il concerto del secolo, che tutti hanno pianto, che non farsi vedere è stato l'ennesimo colpo di genio della Star. che restando in ombra ha dato la possibilità a tutti di godersi solo la musica. Un concerto che finirà nei libri di storia dicono e io che l'ho fatto neanche c'ero.
    Non c'è niente da fare non c'è possibilità di scampo, mentre la strada mi si apre davanti come se fosse la cosa giusta da fare, spengo lo stereo, non è tardi per ricominciare una vita nuova, ho novantacinque anni ed ho fatto la storia, posso fare quello che voglio. Le nuvole, quanto cazzo sono belle le nuvole.
    Se hai venticinque anni quante volte il tuo cuore ha già battuto? La risposta è un Triliardo di volte, fate i vostri conti.

     
  • 15 febbraio alle ore 14:37
    Quel Bastardo di Topolino

    Come comincia:  
    Fa Caldo, fa caldissimo, l'asfalto sembra molle, l'aria sembra densa come la melassa, fa caldo e sono in un parcheggio, un parcheggio enorme di quelli così grandi che ti ci perdi, e per evitare di farlo ti tocca fare una foto alla macchina e al cartello con la lettera dell'alfabeto che indica da quale parte del parcheggio sei per ricordarti dove hai parcheggiato; ma a quest'ora il parcheggio è completamente deserto, c'è solo una vecchia utilitaria verde acqua, probabilmente guasta, sono inginocchiato con le mani sulla nuca e fa caldo, fa caldissimo, sta arrivando la polizia e il sole picchia come un fabbro, mi fa malissimo la testa, credo anche di perdere un po' di sangue.
    Una volta ho letto un articolo su un giornale di cronaca, la storia dell'omino delle pizze con la bomba attaccata al collo, deve averlo letto anche qualcun altro, altrimenti non sarei in questa situazione che potrei definire scomoda. Il tizio in questione si chiamava Brian Douglas Wells, io mi chiamo William e va bene anche solo William perché il resto fondamentalmente adesso non ha importanza, forse lo avrà più tardi quando dovrò declamare a tutti questi poliziotti le mie generalità sempre che non mi sparino prima, a meno che qualcuno di loro non abbia letto l'articolo su Wells cosa che sinceramente mi auguro e spero con ogni fibra del mio corpo.
    I Poliziotti non hanno letto l'articolo su Wells e adesso mi urlano contro insulti e mi intimano di sdraiarmi a faccia in giù, a faccia in giù sull'asfalto bollente. Che stronzi.
    Come Wells ho una bomba legata al collo, come una specie di medaglietta per cani, una grossa sveglia di quelle fastidiose, con le braccia di Topolino che essendo il personaggio più stronzo di tutti i personaggi Disney coerentemente è inserito dentro una sveglia e le sue braccia appunto segnano le ore ed i minuti. Topolino ti vuole scattante, Topolino ti vuole sveglio.
    La bomba ticchetta inesorabile, il sole brucia inesorabile, la parola del giorno è inesorabile ed inesorabilmente le pistole dei poliziotti sono puntate su di me come telecamere su uno che sta vivendo i suoi quindici minuti di celebrità ma non è per niente felice. Come sono arrivato a questo punto ? è semplice volevo essere felice, che è una risposta da Hippie rincoglionito ma è così è la verità. Volevo essere felice e mi ero fermamente convinto che la felicità passasse obbligatoriamente dalle mani e dagli occhi di una donna, ma  quello è un luogo comune e comunque una donna vera io non l'ho mai vista, quindi ho cercato altre strade ma sono sempre stato triste, sin da piccolo ero sempre triste e non sapevo perché, adesso sono tutti tristi ma credetemi per essere tristi bisogna essere dei professionisti come me, al massimo voi potete essere malinconici, tra i vari tentativi ho provato anche ad imparare a suonare la cornamusa che non è proprio gioviale come strumento, ma io ve l'ho detto sono un professionista, smisi subito di suonarla poiché il mio vicino di casa il Signor Canterbury, un regale signore alto circa un metro e novanta che somigliava in modo imbarazzante al conte Dracula si infastidiva, il più fastidioso retaggio che un genitore può regalarti è l'educazione e i miei me ne avevano regalata tantissima perciò smisi senza discutere, in virtù di un rispetto verso gli anziani che era un caposaldo dei "ricordati" che mi propinava mio padre.
    Un giorno guardando un video motivazionale di un tipo che mi diceva di prendere in mano la mia vita, di dire quello che non mi andava, di non tenermi tutto dentro. Decisi di andare dal Signor Canterbury che da circa dodici anni ogni giorno prendeva a martellate qualcosa a qualsiasi ora del giorno e che mi aveva fatto smettere di suonare la cornamusa facendo leva sulla mia educazione, decisi di andare da lui e dirgliene quattro, ma io non ho mai avuto mezze misure e la determinazione mi ha sempre fatto l'effetto della cocaina, sarebbe stato semplice citofonare o al massimo bussare, io no, io buttai giù la porta a calci, l'entrata teatrale sconvolse non poco il vecchio Signor Canterbury che era dedito ad inchiodare una porta con delle assi di legno, come si fa nei film horror in cui ad un certo punto arrivano gli Zombie, esattamente in quel modo, Restammo li io con schegge di legno addosso e lui con il martello in mano a guardarmi inebetito e confuso, lo stallo durò circa un minuto, dopodiché mi arrivò una martellata in testa.
    Una cantina, il Signor Canterbury ha una cantina, è un fatto, mi fa malissimo la testa, in altri tempi mi sarei preoccupato e avrei cercato i sintomi su google, mi sarei depresso scoprendo che sarei morto di lì a poche ore, avrei buttato giù un bottiglione di vino scadente e mi sarei svegliato il giorno dopo con una gran nausea e un gran mal di testa, mi sarei preoccupato di nuovo ed avrei ricercato i sintomi su google e così via per un mese o due, adesso no, adesso mi ricordo che il Signor Canterbury mi ha dato una martellata, quindi si, sono mediamente sereno.
    La cantina è umida, e arredata in modo stranissimo, è praticamente identica alla casa del Signor Canterbury, speculare in ogni punto, la tv degli anni 60, la carta da parati, le poltrone di velluto liscio, i centrini, le bocce di vetro in cui nei film mettono il whisky, i carrelli, le porcellane, tutto uguale, eccetto che per un particolare, in fondo alla stanza il signor Canterbury ha legato ed imbavagliato una donna e tre bambini.
    La donna ha i capelli grigi e lunghissimi, ha una camicia da notte consumata e dei bellissimi occhi azzurri, che però se non fossero così disperati sarebbero più belli, i bambini sono in pigiama,  anche lui lurido e liso, il più grande non ha nemmeno 10 anni, la più piccola è bionda e dolcissima se fosse un alimento sarebbe una caramella, ha un vestitino rosa e gli occhi di sua madre, identici. in piedi nell'angolo opposto c'è il signor Canterbury che fuma la pipa e legge un libro, un libro antico rilegato in cuoio, mi guarda e inizia a parlarmi:
    <<Mi disturbava, la tua cornamusa, era cacofonica, mi ricordava i funerali in Scozia o negli Stati Uniti, ma poi la Cornamusa benedetto ragazzo, cosa volevi dimostrare di essere triste ? tu non la conosci nemmeno superficialmente la tristezza, questa è tristezza. Guarda mia moglie e i miei figli, loro si che sono tristi sono chiusi qui da una vita, mia moglie da circa 30 anni, la misi qua giù il giorno del nostro matrimonio, la misi in braccio prima di farla entrare, come si fa con le spose e poi una volta chiusa la porta la scaraventati sul pavimento e la chiusi in cantina, loro 3 sono nati qui, non hanno nemmeno un nome, a che serve un nome ? nessuno li chiamerà mai, vivranno e moriranno qui, il mondo è cattivo, Qualcuno potrebbe fargli male, ad esempio come sta succedendo a te, sei uscito di casa e adesso sei legato in una cantina ed hai una bomba al collo. >>
    Della bomba al collo non mi ero accorto, a volte i particolari più evidenti tendono a sfuggirmi, è un difetto che ho, sarebbe stato un buon difetto da raccontare a qualche donna conosciuta in qualche speed date. Mi sa che però non farò in tempo ad andarci, poi il signor Canterbury aggiunge.
    << È evidente che dovrai andare via da qui, non permetterei mai che qualcuno possa far male alla mia famiglia, perciò adesso ti slegherò e tu andrai via, correrai via dal palazzo, non posso permettere che tu faccia esplodere la casa che ho costruito con tanti sacrifici per la mia famiglia, vai fuori, esplodi in qualche piazza, il mondo fa già così schifo un botto in più non lo noteranno.>>
    Così mi accompagna fuori, mi prende di peso e mi fa rotolare fuori dalla porta, mi dice che l'idea della bomba l'ha avuta leggendo un articolo su un tizio che si chiamava Brian Douglas Wells, lo avevo letto anche io quell'articolo, ovviamente mi sembra superfluo aggiungerlo alla conversazione, mi ritrovo fuori dal portone con questa bomba al collo, la gente mi guarda stranita, io ho ancora negli occhi gli occhi della signora Canterbury e dei suoi bambini, prima di esplodere devo fare qualcosa, comincio ad urlare di avere una bomba al collo, mi sembra una buona idea, verrà la polizia e gli spiegherò tutto, salveranno la donna e i bambini. si farò così.
    Quello che non avevo calcolato è che ormai il panico non fa più effetto, la gente ride a mi riprende con il  cellulare, urlo di chiamare la polizia, ma nessuno fa niente, prendo a calci un cane per attirare l'attenzione ma il cane mi morde e gli animalisti mi sputano in faccia, ho rimediato un morso ed uno sputo, ma niente polizia, decido di andare verso il centro commerciale, corro per le vie della città ad una velocità che non pensavo mi appartenesse, corro e mi si spezza il fiato, mi cedono le gambe, e fa caldo, fa caldissimo.
    La polizia urla, io sono in ginocchio con le mani sulla nuca, vorrei parlare ma ogni volta che ci provo mi urlano di stare zitto, sotto di me c'è una pozzanghera di sudore e un pò di sangue, si perdo sangue, ma so perché, sono mediamente sereno.
    Sirene spiegate da tutte le parti, capannelli di curiosi, il sole sta tramontando, ho migliaia di pistole puntate addosso, dannati video motivazionali, di sempre la tua diceva, sarai felice diceva, esci e lotta diceva, ribellati diceva, Maledetto motivatore, adesso sono motivato a spaccarti la faccia, ma dovrei sopravvivere, non mi sembra una cosa facile, allo stato attuale.
    Finalmente il sole tramonta c'è una luce diffusa e arancione bellissima, il parcheggio sembra una spiaggia sull'Oceano, sarebbe bello se scoppiassi adesso, ma forse mancano ancora un paio di minuti, sento gracchiare un megafono, Il tizio che ci parla attraverso dice essere L'ispettore qualcosa, mi dice di arrendermi, L'ispettore non è un grande osservatore, io sono arreso da sempre, ed oggi in particolare da circa 3 ore, Alzo il dito come a chiedere di parlare, me lo concedono e aggiungono "Parla Bastardo".
    Racconto tutto, della cornamusa, del Signor Canterbury, del palazzo in cui abito, della signora con gli occhi azzurri, dei bambini che non hanno nemmeno un nome, della bomba al collo e chiedo di aiutarli, di fare qualcosa per loro.
    Restano tutti in silenzio, l'ispettore fa un cenno ad un poliziotto vicino a lui, forse lo hanno mandato a controllare. La bomba ticchetta forse manca poco, alcuni nel capannello di folla si mordono le dita, prima mi insultavano, forse hanno cambiato opinione, dal megafono urlano che stanno verificando se la mia storia è vera, non hanno aggiunto alcun insulto, magari mi hanno creduto.
    Passano altri interminabili minuti, penso a quanto sarebbe stata carina da raccontare questa storia ad uno speed date o ad una cena, mentre verserei del vino in un calice svasato e luccicante, sarebbe davvero bello bere e sorridere, facendo finta di essere avvezzo alle avventure e che comunque questa sia una cosa normale per un tipo avventuroso come me. si come no.
    Dal megafono dicono che hanno salvato la famiglia del Signor Canterbury che adesso manderanno qualcuno per la bomba, Non sanguino più, il mio corpo ha una certa efficienza, avrei potuto godermela di più.
    Forse mancano davvero pochi minuti, perché l'artificiere viene di fretta verso di me, ha più o meno venticinque anni, negli occhi una punta di panico, in mezzo alla folla c'è gente che è andata via, che non guarda, che sgranocchia patatine e c'è anche l'immancabile stronzo che riprende tutto con l'Iphone. L'artificiere mi dice che è difficile ma ce la farà, gli dico di stare sereno, che se perdo sangue è per la martellata, quindi sono mediamente sereno.
    Mi guarda stranito e poi abbozza un mezzo sorriso, avrei potuto essere un gran conversatore, potevo impegnarmi di più, altro che cornamusa e video motivazionali.
    C'è un cielo stellato bellissimo, mi hanno anche portato una pizza. L'artificiere si impegna ma fa dei gesti che difficilmente si possono fraintendere, dopo pochi secondi di silenzio pieno di imbarazzo mi dice chiaro e tondo che la bomba non si può disinnescare, che a mezzanotte e cioè quando le braccia di quel bastardo di Topolino si toccheranno salterò in aria, poi aggiunge con quella che sembra sincera tristezza <<ma lo farà da eroe Signore.>>
    Sorrido, Eroe io ? fino ad oggi pomeriggio guardavo video motivazionali che per certi versi a mente fredda posso dire che funzionano, gli dico di allontanarsi allora, lo ringrazio per la pizza, sono tranquillo, il sangue che ho perso è stato per via della martellata, Google non serve.
    Uno vive con la paura di tutto e poi quando deve averla resta sereno, Proprio come fanno gli eroi, il Signor Canterbury non era cattivo aveva solo paura, era un mostro creato dalla paura, era un monumento alla psicosi, Uno passa la vita ad avere paura ad inseguire qualche gesto eroico per venire ricordato ad allenare la tristezza come un muscolo. A bere troppo, mangiare troppo, dormire troppo.
    C'è un cielo bellissimo, mancano pochi secondi e poi quello stronzo di Topolino, si toccherà le braccia e allora sarà mezzanotte e finirà così, dovrei essere triste, ma sono un professionista. Stasera al massimo posso essere malinconico.
     

     
  • 02 novembre 2016 alle ore 11:00
    Il Loop del Canarino

    Come comincia: Dotti lacrimali. è una bella combinazione di parole, è come se le lacrime si fossero riservate un posto ben specifico e poetico, del resto il naso non si chiama mica dotto caccolare, si chiama Naso e lascia tutto un pò nell'incertezza, nell'ambiguità, dai dotti lacrimali può uscire solo una cosa, questo in un modo o nell'altro li rende unici, come una meraviglia, come un neo in un posto specifico del viso, per esempio un pò sopra il labbro superiore, a disegnare una specie di coordinata, un'isola tra le labbra e gli occhi. un posto specifico. che sembri a portata di mano, facilmente raggiungibile, quel posto che quando hai l'impressione di averlo trovato scompare tra mille indecisioni e scelte sbagliate e in parecchie pagine di vecchi diari.
    Ricordo un giorno di Febbraio, la luce era chiara, entrava dalla finestra aperta, eravamo al quarto o quinto piano e ci stavamo rivestendo in silenzio, senza dire una parola, sotto la città scorreva, scorreva come in un film americano, senza sosta, piena di ritmo, piena di tragedie e di storie molto più avvincenti di due che si rivestivano in silenzio e respirando pesantemente per rompere quel dannato e ostinato silenzio, per rimarcare di non avere nulla da dire, mettendo tra di loro un letto a due piazze che sembrava enorme, la moquette sotto i piedi umidi di sudore, l'acqua che si riscaldava e lasciava correre le gocce sul suo corpo di bottiglia poggiata sul comodino, il telefono pieno di polvere, un libro letto a metà.
    Sostanze psicotrope, anime inquiete, solitudini talmente tanto cronicizzate da voler restare tali, non c'era tempo, non c'è mai stato tempo per amarsi sopra ogni cosa, ognuno deve avere la sua vita, ognuno ha sempre e soltanto avuto la sua vita.
    Io e lei non ci siamo mai più parlati, di lei mi è rimasto per un pò l'odore sul cuscino, ma poi per forza di cose ho dovuto cambiare le lenzuola, è rimasto solo un bel ricordo che certi giorni sembra bellissimo e certi altri completamente innocuo.
    A volte mi chiedo perché non sono capace di amare, oppure soltanto ad affezionarmi ad un animaletto, non riesco nemmeno a seguire una serie tv o un film, nemmeno ad ascoltare un disco per intero. cerco la perfezione ma tutto mi delude, cerco di essere sempre al di sopra di tutto, e per questo non capisco gli errori che faccio.
    Come un canarino incapace di morire e continua a non vivere dentro la sua gabbia a cantare vergognandosi di saper fare solo quello, un loop fissato tra un punto e l'altro di un minuto e trenta secondi che a volte vuol dire tutto e molte altre volte è solo rumore, un rumore scritto bene ma sempre solo un rumore, e gli anni passano e i ricordi sono sempre meno precisi e più dolci più lievi, molto meno dolorosi.
    C'è una simmetria che mi disturba tra i due palazzi che vedo dalla mia finestra, mentre il vino rosso tinge un pò il bicchiere dozzinale, il più totale silenzio, dovrei smettere di scrivere, dovrei smettere di fare finta che questa sia la vita giusta per me, se continui a scrivere dopo un certo periodo o sei terribilmente bravo o sei un illuso. io sto scrivendo questo film da anni, ma nel frattempo nella mia vita ha smesso di succedere qualsiasi cosa, e uno non può inventarsi tutto, e mi sento come quel canarino incastrato nel loop.
    Sono in uno stato di reclusione volontaria, e per quanto io possa sforzarmi non ho idea di come sia New York, e sinceramente non ho nemmeno voglia di inventarmela. tempo fa scrivevo in un bar con una grossa vetrata che dava sulla strada, poi ho smesso, la vita fuori dal vetro era sempre uguale, forse è questo che uno dovrebbe capire in fretta, in fondo la vita è sempre uguale, che tu sia dietro il vetro o davanti.
    Ad esempio una cinese che cammina in salita lungo una strada bagnata potrebbe essere uno spunto, è vestita all'occidentale ha un paio di stivali neri, un maglione nero, un giubbotto pesante e umido di pioggia, ha la faccia stanca, di una che non è molto in forma, di una che sta subendo la salita e che sa che non è una di quelle salite metaforiche che ci sono nei libri, ma solo una salita fisica, tangibile e faticosa, si potrebbe essere un buon inizio.
    "La cinese arrancava lungo una salita, la strada era bagnata i lampioni intermittenti, nessun destino speciale la attendeva dietro la salita, ma solo una breve pausa per riprendere fiato."
    si direi che può funzionare.
    E Nel frattempo ? nel frattempo il silenzio, la polvere che si deposita sulle cose, la solitudine, la musica sempre uguale, sempre saltando da una traccia all'altra senza soluzione di continuità i demoni, le vecchie foto, i vecchi ricordi. e nel Frattempo è tutto sempre uguale e il cursore del pc che lampeggia in attesa di qualcosa che non va oltre quello che ho già scritto, volevo fare un film per dire al mondo chi sono, ma adesso non sono sicuro che al mondo interessi, il caffè si è irrimediabilmente freddato, chissà che ore sono.
    A volte è tutto così difficile, vorrei vivere sempre al tramonto, con quella lentezza che prende tutto, con quella assoluta perfezione che crea ispirazione, che crea amore, che crea tutto quanto, vorrei vivere alle sei del pomeriggio senza occhi cisposi, con una bella birra ghiacciata e tante cose da dire, tantissime cose da dire e da leggere ad una folla che non mi ascolta ma che comunque è li a guardare, perché tutto sommato potrebbe anche andare bene così, come quella volta che ho perso una settimana della mia vita, in quella settimana non credo sia successo niente, mi sono ritrovato più vecchio di sette giorni senza averne vissuto alcuno.
    Ritorniamo alla cinese che arranca, al racconto che dovrei scrivere, alle voci che non sento più, al talento che non mi accompagna, dove sono finiti i miei sogni preferiti, da quando non respiro aria nuova ?
    il Mondo per quello che ne so potrebbe essere un grande cimitero, le case dovrebbero essere abbandonate, un paio di anni fa la Tv parlava di panico nelle piazze, di virus violenti, di morti apparenti, di cadaveri che camminavano, un paio di anni fa la Tv funzionava, le mie scorte di caffé e vino erano imponenti, adesso stanno dirigendosi inevitabilmente verso la fine. Per quello che ne so potrei essere l'ultimo uomo sulla terra, per quello che ne so potrei essere rimasto l'ultimo canarino sulla faccia della terra.  
    Ma se io fossi quel canarino e mi aprissero la gabbia uscirei ? abbandonerei il confortante Loop, smetterei di cantare ? smetterei di riempire pagine e pagine con le stesse identiche frasi sempre uguali, è Lecito credere che la cinese che arrancava in salita sia solo un ricordo o un sogno, dalla finestre non si vede niente da anni, c'è troppa nebbia, troppo fumo, troppa morte, eppure la porta della mia gabbia è li, li a pochi passi, posso sempre tornare a casa se voglio, se posso, se ci riesco. La cinese aspetterà, è già impressa su foglio elettronico è impressa mille volte su foglio elettronico, quella salita sta durando un'eternità, e dopo quella salita c'è un'altra salita, è dura essere la protagonista di un racconto che non finisce mai.
    Il mondo fuori.
    La scala è lercia e cade a pezzi, l'ascensore è bloccato al piano di sopra, non sapevo nemmeno ci fosse un piano di sopra non lo ricordavo più, la scala è piena di scritte, scritte stupide, una recita " I Just want something i can never Have" sembra adolescenziale, sembra anche troppo disperata per essere adolescenziale, ma sta li sul muro di fronte a me, vergata in rosso a lettere rotondeggianti, se fossi in un fumetto sarebbe una bel disegno, continuo a scendere le scale e ad ogni piano che scendo l'abbandono è più palese, non ho incontrato nessuno, suppongo non incontrerò nessuno.
    nel mio appartamento il cursore lampeggia pronto a scrivere la prossima parola, la cinese del racconto continua a salire e salire, in un enorme paradosso di salite senza fine, come un loop, come un canarino che canta perché non sa fare altro, come me che scendo le scale in continuazione e di piano in piano mi accorgo della distruzione, attorno a me, della solitudine e della nebbia che inizia a farsi strada tra le scritte e i neon fulminati. il pavimento in alcune parti è frantumato, gli alberi sono entrati al secondo piano sfondando le finestre e le porte degli appartamenti.
    Mancano pochi passi, sono pallido come un cadavere, il sole non entra più dalle finestre, c'è troppa nebbia, sono passati anni dall'ultima volta, l'ultima volta il mondo esisteva ed era fastidioso.
    Pochi passi, bastano pochi passi e le prime automobili distrutte contro le facciate dei vecchi palazzi, bastano pochi passi per rendersi conto che non esiste il giorno dopo da almeno un centinaio di anni, siamo cristallizzati, imprigionati dentro un Martedì la natura si sta riprendendo tutto, le librerie non esistono più, niente esiste più alcuni incendi bruciano ancora, l'aria è satura di fiamme, l'aria è satura di nulla.
    Quando sono rimasto solo ? come ho fatto a non accorgermene, quanto si deve essere stupidi e distratti per non rendersi conto che il mondo è finito. quanto bisogna fingersi presi da altro per non rendersi conto che dal cielo sono piovuti giù i satelliti ?
    Non ci sono cadaveri, non c'è più niente, si è realizzato quello che i malati di noia profetizzavano da decenni. i Morti hanno camminato sulla terra, qualcuno lo ha scritto su uno scuolabus giallo, qualcuno ha trovato il tempo di avvertire tutti di qualcosa di cui tutti immagino si erano accorti.
    Piangerei se qualcuno mi mancasse ma non conosco nessuno, non ricordo nessuno da piangere, potrei dispiacermi per qualche scrittore, ma suppongo che se i morti abbiano camminato sulla terra anche chi era degno di stima sia tornato a distruggere quello che lui stesso aveva creato.
    Il mondo ha distrutto se stesso, e non c'è più modo di fuggire, il mondo ha inghiottito il suo loop e si è digerito, il cane si è morso la coda, e finalmente tutto è finito.
    La nebbia, il fumo, il sole che non spunta dalle pesanti nuvole, sembra che abbia appena smesso di piovere.
    E io sono l'ultimo rimasto sulla terra, e le mie scorte di caffè sono le ultime scorte di caffè ero talmente impegnato ad essere solo che non mi sono reso conto della distruzione e del panico, nessun vicino mi ha avvertito, non ho lottato per sopravvivere e questo è quello che mi rende più triste, che il panico più assoluto non si sia accorto di me, nemmeno di sponda, nemmeno un proiettile rimbalzato male, un colpo vagante, un morto che abbia avuto voglia di sfondare la mia porta.
    i Manichini dei negozi di abbigliamento hanno resistito, alcuni sembrano sorridere, il mondo adesso è loro. Si può dire che abbiano vinto senza muovere un muscolo. Lo stesso si potrebbe dire di me ma io non ho vinto. io sono rimasto l'ultimo perché nessuno si è preso la briga di scegliermi nemmeno come vittima.
    Il niente che ho visto mi è sembrato abbastanza per oggi, magari tornerò a guardare tra dieci anni, tornerò a vedere quello che resta come chi alle feste arriva sempre in ritardo.
    Il caffè sulla scrivania è più freddo di quanto possa essere consentito di essere freddo ad un caffè il cursore lampeggia e la cinese arranca in salita per il centesimo rigo, con allineamento giustificato e interlinea a 1,5, nemmeno per un secondo mi chiederò se ne vale la pena, la risposta sarebbe no. e preferisco rintanarmi nella ripetizione metodica delle cose, preferisco cantare in continuazione che rendermi conto di essere l'ultimo uomo sulla terra e non essermi accorto dell'apocalisse.
    Preferisco fare la parte del canarino e lasciare il mondo ai manichini. 

     
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