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in archivio dal 23 giu 2003

Salvatore Quasimodo

20 agosto 1901, Modica (RG)
14 giugno 1968, Napoli
Segni particolari: Ho tradotto opere di Virgilio, Omero e Shakespeare. Nel 1959 mi è stato assegnato il Nobel per la Letteratura.
Mi descrivo così: Quando ho cominciato a scrivere ho mostrato predilezione per le immagini rarefatte e per l'ambientazione in una Sicilia dal sapore mitico, in seguito la mia opera cominciò a riflettere in modo più diretto l'opposizione al regime fascista e all'orrore della guerra.
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  • 03 giugno 2011 alle ore 16:11
    Vicolo

    Mi richiama talvolta la tua voce,
    e non so che cieli ed acque
    mi si svegliano dentro:
    una rete di sole che si smaglia
    sui tuoi muri ch’erano a sera
    un dondolio di lampade
    dalle botteghe tarde
    piene di vento e di tristezza.

    Altro tempo: un telaio batteva nel cortile
    e s’udiva la notte un pianto
    di cuccioli e di bambini.

    Vicolo: una croce di case
    che si chiamano piano,
    e non sanno ch’è paura
    di restare sole nel buio.

     
  • A primavera, quando
    l'acqua dei fiumi deriva nelle gore
    e lungo l'orto sacro delle vergini
    ai meli cidonii apre il fiore,
    a altro fiore assale i tralci della vite
    nel buio delle foglie;

    in me Eros,
    che mai alcuna età mi rasserena,
    come il vento del nord rosso di fulmini,
    rapido muove: così, torbido
    spietato arso di demenza,
    custodisce tenace nella mente
    tutte le voglie che avevo da ragazzo.

     
  • 28 aprile 2011 alle ore 11:20
    Vento a Tindari

    Tindari, mite ti so
    fra larghi colli pensile sull’acque
    dell'isole dolci del dio,
    oggi m’assali
    e ti chini in cuore.
    Salgo vertici aerei precipizi,
    assorto al vento dei pini,
    e la brigata che lieve m’accompagna
    s’allontana nell’aria,
    onda di suoni e amore,
    e tu mi prendi
    da cui male mi trassi
    e paure d’ombre e di silenzi,
    rifugi di dolcezze un tempo assidue
    e morte d’anima.

    A te ignota è la terra
    ove ogni giorno affondo
    e segrete sillabe nutro:
    altra luce ti sfoglia sopra i vetri
    nella veste notturna,
    e gioia non mia riposa
    sul tuo grembo.

    Aspro è l’esilio,
    e la ricerca che chiudevo in te
    d’armonia oggi si muta
    in ansia precoce di morire;
    e ogni amore è schermo alla tristezza,
    tacito passo al buio
    dove mi hai posto
    amaro pane a rompere.

    Tindari serena torna;
    soave amico mi desta
    che mi sporga nel cielo da una rupe
    e io fingo timore a chi non sa
    che vento profondo m’ha cercato.

     
  • 01 aprile 2006
    Natale

    Natale. Guardo il presepe scolpito,
    dove sono i pastori appena giunti
    alla povera stalla di Betlemme.
    Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
    salutano il potente Re del mondo.
    Pace nella finzione e nel silenzio
    delle figure di legno: ecco i vecchi
    del villaggio e la stella che risplende,
    e l'asinello di colore azzurro.
    Pace nel cuore di Cristo in eterno;
    ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
    Anche con Cristo e sono venti secoli
    il fratello si scaglia sul fratello.
    Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
    che morirà poi in croce fra due ladri?

     
  • Più i giorni s'allontanano dispersi
    e più ritornano nel cuore dei poeti.
    Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno
    con le colline di cadaveri che bruciano
    in nuvole di nafta, là i reticolati
    per la quarantena d'Israele,
    il sangue tra i rifiuti, l'esantema torrido,
    le catene di poveri già morti da gran tempo
    e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
    là Buchenwald, la mite selva di faggi,
    i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
    e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
    I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
    dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
    Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
    Il mio paese è l'Italia, o nemico più straniero,
    e io canto il suo popolo, e anche il pianto
    coperto dal rumore del suo mare,
    il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

     
  • 01 aprile 2006
    Ed è subito sera

    Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera.

     
  • Dicevi:morte, silenzio, solitudine;
    come amore, vita. Parole
    delle nostre provvisorie immagini.
    E il vento s'è levato leggero ogni mattina
    e il tempo colore di pioggia e di ferro
    è passato sulle pietre,
    sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
    Ancora la verità è lontana.
    E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
    e tu dalle mani grosse di sangue,
    come risponderò a quelli che domandano?
    Ora, ora: prima che altro silenzio
    entri negli occhi, prima che altro vento
    salga e altra ruggine fiorisca.

     
  • 01 aprile 2006
    Alle fronde dei salici

    E come potevamo noi cantare
    con il piede straniero sopra il cuore,
    fra i morti abbandonati nelle piazze
    sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
    d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
    della madre che andava incontro al figlio
    crocifisso sul palo del telegrafo?
    Alle fronde dei salici, per voto,
    anche le nostre cetre erano appese,
    oscillavano lievi al triste vento.

     
  • 01 aprile 2006
    Quasi un madrigale

    Il girasole piega a occidente
    e già precipita il giorno nel suo
    occhio in rovina e l'aria dell'estate
    s'addensa e già curva le foglie e il fumo
    dei cantieri. S'allontana con scorrere
    secco di nubi e stridere di fulmini
    quest'ultimo gioco del cielo. Ancora,
    e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
    degli alberi stretti dentro la cerchia
    dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
    e sempre quel sole che se ne va
    con il filo del suo raggio affettuoso.

    Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
    la memoria risale dalla morte,
    la vita è senza fine. Ogni giorno
    è nostro. Uno si fermerà per sempre,
    e tu con me, quando ci sembri tardi.
    Qui sull'argine del canale, i piedi
    in altalena, come di fanciulli,
    guardiamo l'acqua, i primi rami dentro
    il suo colore verde che s'oscura.
    E l'uomo che in silenzio s'avvicina
    non nasconde un coltello fra le mani,
    ma un fiore di geranio.

     
  • 01 aprile 2006
    Lettera alla madre

    "Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
    il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
    gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
    non sono triste nel Nord: non sono
    in pace con me, ma non aspetto
    perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
    da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
    come tutte le madri dei poeti, povera
    e giusta nella misura d'amore
    per i figli lontani. Oggi sono io
    che ti scrivo." - Finalmente, dirai, due parole
    di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
    e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
    lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
    "Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
    di treni lenti che portavano mandorle e arance,
    alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
    di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
    questo voglio, dell'ironia che hai messo
    sul mio labbro, mite come la tua.
    Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori.
    E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
    per tutti quelli che come te aspettano,
    e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
    non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro
    tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
    del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
    non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
    Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
    morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater."

     
  • 01 aprile 2006
    Lamento per il sud

    La luna rossa, il vento, il tuo colore
    di donna del Nord, la distesa di neve...
    Il mio cuore è ormai su queste praterie,
    in queste acque annuvolate dalle nebbie.
    Ho dimenticato il mare, la grave
    conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
    le cantilene dei carri lungo le strade
    dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
    ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
    nell'aria dei verdi altipiani
    per le terre e i fiumi della Lombardia.
    Ma l'uomo grida dovunque la sorte d'una patria.
    Più nessuno mi porterà nel Sud.
    Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
    in riva alle paludi di malaria,
    è stanco di solitudine, stanco di catene,
    è stanco nella sua bocca
    delle bestemmie di tutte le razze
    che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi,
    che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
    Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
    costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
    mangiano fiori d'acacia lungo le piste
    nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
    Più nessuno mi porterà nel Sud.
    E questa sera carica d'inverno
    è ancora nostra, e qui ripeto a te
    il mio assurdo contrappunto
    di dolcezze e di furori,
    un lamento d'amore senza amore.

     
  • 01 aprile 2006
    Al padre

    Dove sull’acque viola
    era Messina, tra fili spezzati
    e macerie tu vai lungo binari
    e scambi col tuo berretto di gallo
    isolano. Il terremoto ribolle
    da due giorni, è dicembre d’uragani
    e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
    nei carri merci e noi bestiame infantile
    contiamo sogni polverosi con i morti
    sfondati dai ferri, mordendo mandorle
    e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
    del dolore mise verità e lame
    nei giochi dei bassopiani di malaria
    gialla e terzana gonfia di fango.

    La tua pazienza
    triste, delicata, ci rubò la paura,
    fu lezione di giorni uniti alla morte
    tradita, al vilipendio dei ladroni
    presi fra i rottami e giustiziati al buio
    dalla fucileria degli sbarchi, un conto
    di numeri bassi che tornava esatto
    concentrico, un bilancio di vita futura.

    Il tuo berretto di sole andava su e giù
    nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
    Anche a me misurarono ogni cosa,
    e ho portato il tuo nome
    un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
    Quel rosso del tuo capo era una mitria,
    una corona con le ali d’aquila.
    E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
    ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
    di partenza colorati dalla lanterna
    notturna, e qui da una ruota
    imperfetta del mondo,
    su una piena di muri serrati,
    lontano dai gelsomini d’Arabia
    dove ancora tu sei, per dirti
    ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
    di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
    cicale del biviere, agavi lentischi,
    come il campiere dice al suo padrone:
    "Baciamu li mani". Questo, non altro.
    Oscuramente forte è la vita.

     
  • 01 aprile 2006
    Auschwitz

    Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
    amore, lungo la pianura nordica,
    in un campo di morte: fredda, funebre,
    la pioggia sulla ruggine dei pali
    e i grovigli di ferro dei recinti:
    e non albero o uccelli nell’aria grigia
    o su dal nostro pensiero, ma inerzia
    e dolore che la memoria lascia
    al suo silenzio senza ironia o ira.
    Da quell’inferno aperto da una scritta
    bianca: " Il lavoro vi renderà liberi "
    uscì continuo il fumo
    di migliaia di donne spinte fuori
    all’alba dai canili contro il muro
    del tiro a segno o soffocate urlando
    misericordia all’acqua con la bocca
    di scheletro sotto le doccie a gas.
    Le troverai tu, soldato, nella tua
    storia in forme di fiumi, d’animali,
    o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
    medaglia di silenzio?
    Restano lunghe trecce chiuse in urne
    di vetro ancora strette da amuleti
    e ombre infinite di piccole scarpe
    e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
    d’un tempo di saggezza, di sapienza
    dell’uomo che si fa misura d’armi,
    sono i miti, le nostre metamorfosi.

    Sulle distese dove amore e pianto
    marcirono e pietà, sotto la pioggia,
    laggiù, batteva un no dentro di noi,
    un no alla morte, morta ad Auschwitz,
    per non ripetere, da quella buca
    di cenere, la morte.

     
  • 01 aprile 2006
    Uomo del mio tempo

    Sei ancora quello della pietra e della fionda,
    uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
    con le ali maligne, le meridiane di morte,
    -t'ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
    alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
    con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
    senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
    come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
    gli animali che ti videro per la prima volta.
    E questo sangue odora come nel giorno
    quando il fratello disse all'altro fratello:
    "Andiamo ai campi". E quell'eco fredda, tenace,
    è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
    Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
    salite dalla terra, dimenticate i padri:
    le loro tombe affondano nella cenere,
    gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

     
  • 01 aprile 2006
    Anno domini MCMXLVII

    Avete "to di battere i tamburi
    a cadenza di morte su tutti gli orizzonti
    dietro le bare strette alle bandiere,
    di rendere piaghe e lacrime a pietà
    nelle città distrutte, rovina su rovina.
    E più nessuno grida: «Mio Dio,
    perché m'hai lasciato?» E non scorre più latte
    né sangue dal petto forato. E ora
    che avete nascosto i cannoni fra le magnolie,
    lasciateci un giorno senz'armi sopra l'erba
    al rumore dell'acqua in movimento,
    delle foglie di canna fresche tra i capelli,
    mentre abbracciamo la donna che ci ama.
    Che non suoni di colpo'avanti notte
    l'ora del coprifuoco. Un giorno, un solo
    giorno per noi, o padroni della terra,
    prima che rulli ancora l'aria e il ferro
    e una scheggia ci bruci in piena fronte.

     
  • 01 aprile 2006
    Dialogo

    "Ateantu commotae Erebi de sedibus imis
    umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum."
    Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica
    d'insetti, è bucato dai pidocchi,
    e tu sei morta. L'inverno, quel peso
    di ghiaccio, l'acqua, l'aria di tempesta,
    furono con te, e il tuono di eco in eco
    nelle tue notti di terra. Ed ora so
    che ti dovevo più forte Consenso,
    ma il nostro tempo è stato furia e sangue:
    altri già affondavano nel fango,
    avevano le mani, gli occhi disfatti,
    urlavano misericordia e amore.
    Ma come è sempre tardi per amare;
    perdonami, dunque. Ora grido anch'io
    il tuo nome in quest'ora meridiana
    pigra d'ali, di corde di cicale
    tese dentro le scorze dei cipressi.
    Più non sappiamo dov'è la tua sponda;
    c'era un varco segnato dai poeti,
    presso fonti che fumano da frane
    sull'altipiano. Ma in quel luogo io vidi
    da ragazzo arbusti di bacche viola,
    cani da gregge e ucecui d'aria cupa
    e cavalli misteriosi animali
    che vanno dietro l'uomo a testa alta.
    I vivi hanno perduto per sempre
    la strada dei morti e stanno in disparte.
    Questo silenzio è ora più tremendo
    di quello che divide la tua riva.
    «Ombre venivano leggere.» E qui
    l'Olona scorre tranquillo, non albero
    si muove dal suo pozzo di radici.
    0 non eri Euridice? Non eri Euridice!
    Euridice è viva. Euridice i Euridice!

    E tu sporco ancora di guerra, Orfeo,
    come il tuo cavallo, senza la sferza,
    alza il capo, non trema più la terra:
    urla d'amore, vinci, se vuoi, il mondo.

     
  • Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte,
    è là, nel campo quindici a Musocco,
    la donna emiliana da me amata
    nel tempo triste della giovinezza.
    Da poco fu giocata dalla morte
    mentre guardava quieta il vento dell'autunno
    scrollare i rami dei platani e le foglie
    dalla grigia casa di periferia.
    Il suo volto è ancora vivo di sorpresa,
    come fu certo nell'infanzia, fulminato
    per il mangiatore di fuoco alto sul carro.
    O tu che passi, spinto da altri morti,
    davanti alla fossa undici sessanta,
    fermati un minuto a salutare
    quella che non si dolse mai dell'uomo
    che qui rimane, odiato, coi suoi versi,
    uno come tanti, operaio di sogni.

     
  • 01 aprile 2006
    Thanatos Athanatos

    E dovremo dunque negarti, Dio
    dei tumori, Dio del fiore vivo,
    e cominciare con un no all'oscura
    pietra «io sono», e consentire alla morte
    e su ogni tomba scrivere la sola
    nostra certezza: «thànatos athànatos»?
    Senza un nome che ricordi i sogni
    le lacrime i furori di quest'uomo
    sconfitto da domande ancora aperte?
    Il nostro dialogo muta; diventa
    ora possibile l'assurdo. Là
    oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi
    vigila la potenza delle foglie,
    vero è il fiume che preme sulle rive.
    La vita non è sogno. Vero l'uomo
    e il suo pianto geloso del silenzio.
    Dio del silenzio, apri la solitudine.

     
  • 01 aprile 2006
    Varvàra Alexandrovna

    Un ramo arido di betulle batte
    con dentro il verde su una finestra a vortice
    di Mosca. Di notte la Siberia stacca il suo vento
    lucente sul vetro di schiuma, una trama
    di corde astratte nella mente. Sono malato:
    sono io che posso morire da un minuto all'altro;
    proprio io, Varvàra Alexandrovna, che giri
    per le stanze del Botkin con le scarpette di feltro
    e gli occhi frettolosi, infermiera della sorte.
    Non ho paura della morte
    come non ho avuto timore della vita.
    O penso che sia un altro qui disteso.
    Forse non ricordo amore, pietà, la terra
    che sgretola la natura inseparabile, il livido
    suono della solitudine, posso cadere dalla vita.
    Scotta la tua mano notturna, Varvàra
    Alexandrovna; sono le dita di mia madre
    che stringono per lasciare lunga pace
    sotto la violenza. Sei la Russia umana
    del tempo di Tolstoj o di Majakovschij,
    sei la Russia, non un paesaggio di neve
    riflesso in uno specchio d'ospedale
    sei una moltitudine di mani che cercano altre mani

     
  • 01 aprile 2006
    Alla notte

    Dalla tua matrice
    io salgo immemore
    e piango.

    Camminano angeli, muti
    con me; non hanno respiro le cose;
    in pietra mutata ogni voce,
    silenzio di cieli sepolti.

    Il primo tuo uomo
    non sa, ma dolora.

     
  • 01 aprile 2006
    Alla nuova luna

    In principio Dio creò il cielo
    e la terra, poi nel suo giorno
    esatto mise i luminari in cielo
    e al settimo giorno si riposò.
    Dopo miliardi di anni l'uomo,
    fatto a sua immagine e somiglianza,
    senza mai riposare, con la sua
    intelligenza laica,
    senza timore, nel cielo sereno
    d'una notte d'ottobre,
    mise altri luminari uguali
    a quelli che giravano
    dalla creazione del mondo. Amen.

     
  • 01 aprile 2006
    Quasi un epigramma

    Il contorsionista nel bar, melanconico
    e zingaro, si alza di colpo
    da un angolo e invita a un rapido
    spettacolo. Si toglie la giacca
    e nel maglione rosso curva la schiena
    a rovescio e afferra come un cane
    un fazzoletto sporco
    con la bocca. Ripete per due volte
    il ponte scamiciato e poi s'inchina
    col suo piatto di plastica. Augura
    con gli occhi di furetto
    un bel colpo alla Sisal e scompare.
    La civiltà dell'atomo è al suo vertice.

     
  • 01 aprile 2006
    Oboe sommerso

    Avara pena, tarda il tuo dono
    in questa mia ora
    di sospirati abbandoni.

    Un oboe gelido risillaba
    gioia di foglie perenni,
    non mie, e smemora;

    in me si fa sera:
    l'acqua tramonta
    sulle mie mani erbose.

    Ali oscillano in fioco cielo,
    labili: il cuore trasmigra
    ed io son gerbido,

    e i giorni una maceria.