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in archivio dal 04 feb 2017

Sandra Carresi

11 aprile 1952, Firenze - Italia
Segni particolari: Leggo molto e scrivo molto.
Mi descrivo così: Sono fiorentina e scrivo dal 1999 poesie e racconti brevi. Ho pubblicato sei libri di poesia e due libri di narrativa a quattro mani. 
 
Mi trovi anche su:

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  • 09 febbraio alle ore 11:59
    Caffè San Marco (Trieste)

    Caffè San Marco (Trieste)
     
    Nel giorno di San Valentino
    passeggio in questa città
    fredda ma soleggiata e
    senza bora.
     
    E’ l’ultima domenica
    di Carnevale.
     
    Orsacchiotti e spadaccini
    sul lungomare,
    coriandoli sui marciapiedi.
     
    Grande spettatore:
    il mare calmo,
    azzurro pallido
    e glaciale,
    mentre il cielo,
    anemico turchino,
    pennellata improvvisata,
    quasi si confonde col mare.
     
    All’ombra di
    Via Battisti,
    entro nello storico
     Caffè San Marco.
     
    Riscaldo il mio Io
    con l’arrivo  
    alle narici d’aroma di caffè
    e strudel,
    mentre l’odore di carta e inchiostro
    affascina la mente
    proiettandola in un’epoca lontana.
     
     
     Vasto,austero, scuro,
    asburgico.
     
    Respiro storia di
    sangue, di lotte,
    di morte.
     
    Eppure è lì
    ancora oggi,
    con i suoi artisti,
    le decorazioni con
     foglie di caffè e fiori,
     severo arredamento in mogano
    e  antichi tavolini
    in marmo rosso e ghisa;
    eleganza antica
    come la sua città:
    Trieste.
     
     
     

     
  • 08 febbraio alle ore 19:03
    Raccontami

    Raccontami
    Raccontami,
    di fondali marini
    profondi e bui,
    di anemoni senza tempo
    né profumo,
    di movimenti veloci
    e silenzi spaventosi.
    Raccontami,
    di montagne
    bagnate dalle piogge,
    schiaffeggiate dal vento,
    di cieli scuri
    in attesa del
    chiarore dell’alba.
    Raccontami,
    di folletti dispettosi,
    saltellanti, veloci,
    narratori di straordinarie
    storie di voli,
    odorosi
    di quercia e di muschio.
    Raccontami…,
    e
    lascerò scorrere
    le mie gemme
    salate
    nel fiume del
    tempo
    finché lui,
    me ne concederà
    la vita.
     
     

     

     
  • 08 febbraio alle ore 8:14
    Un cuore in organza (dal libro omonimo)

    Ho ascoltato il vento,
    là,
    nella strada di montagna
    col sole che filtrava
    tra alberi dalla fronda larga,
    parlava,
    sussurrava,
    urlava,
    ma, era sempre
    il mio cuore in organza,
    trasparente, lucido, forte,
    resistente,
    che rispondeva...
    ti ascolto,
    comprendo,
    ma, il Mondo
    è sempre più complicato,
    e l’Uomo, sempre meno
    motivato.

     
  • 07 febbraio alle ore 12:06
    Fragile

    Fragile
     
    Fragile ma
    costante il pensiero,
    estenuante il tempo,
    lento il passaggio
    delle stagioni.
     
    Vecchio
    il mare e il cielo
    eppure sempre
    diverso.
     
    Forte l’abbraccio
    nel ricordo della
    memoria.
     
    Fragile il soffio
    del giorno
    che vaga nel
    buio della notte,
    trovando rifugio
    nel bacio
    di una stella.
     
     
     
     
     
     

     
  • 06 febbraio alle ore 12:35
    Domani ci sarò...

    Domani ci sarò…
     
    Avrò tacchi alti,
    capelli raccolti
    e folta frangia,
    sarò magica.
    Un bel vestito
    ricorderà il colore del papavero,
    insieme andremo là…
    in quel vasto campo
    dove il grano è ancora alto,
    ci saranno coccinelle
    e ciliegie sopra gli alberi,
    margherite e
    zanzare a punzecchiare
    che cosa, non so,
    la nostra pelle dorata,
    i nostri volti,
    ricorderemo i nostri nomi,
    quelli di una volta,
    come quando l’avventura iniziò.
    Io ci sarò, ma, non ti aspetterò,
    Tu, sarai già là.
    Non mi sei mai mancato,
    sei il passato, il presente e,
    il sempre, da sempre.
     
     

     
  • 06 febbraio alle ore 12:22
    Amicizia

    Amicizia
     
    Ho catturato
    un tuo malinconico triste sorriso
    mentre, stranamente,
    eri distratta.
     
    Conoscevo la sua esistenza,
    ma, dalla tua forte corazza,
    non usciva niente.
     
    Lo porterò con me,
    faremo assieme una corsa al mare,
    là dove ci sono
    gli scogli.
     
     
    Riposerà dentro uno di quei piccoli spazi
    modellati dal mare
    dove i granchi
    vanno a riposare.
     
    Lo farò cullare dalle onde,
    forse anche infrangere
    dal mare,
    pur di vederlo tornare a brillare.

     
  • 04 febbraio alle ore 21:06
    Verità e fantasia

    Verità e Fantasia
     Fedele compagna  
    ti prende l’anima
    e ti porta via.
    Nell’Inverno rigido
    osservo le betulle
    argentate
    e scheletrite
    di casa mia
    eppure le immagino
    in verde vestite
    e tanta vita odo
    fra quei rami snelli
    e rigogliosi
    Ma, la Verità,
    ha un altro colore,
    tutto marrone,
    e per il verde
    è necessario aspettare
    la bella stagione.
    Eppure, entrambe,
    pur non avendo lo stesso sapore
    sono un intreccio
    di alta emozione.
     
     
     
     
    Se alla verità
    si giunge con sofferenza  determinazione
    mettendo a nudo la realtà,
    soluzione unica
    alla ragione,
    la Fantasia, come
    un cocktail
    disseta e pianifica
    ogni spicchio di quella mela
    chiamata Mondo
    scoprendo forse
    che per ognuno
    la conoscenza
    è l’ingrediente base
    di ogni Verità.
     
     
     
     

     
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  • 06 febbraio alle ore 11:52
    Il killer silenzioso e i suoi nemici

    Come comincia:  
    Il killer silenzioso e i suoi nemici.
     
    Il Dott. Alberto Celli era un noto medico del Dipartimento di Biomedicina, Sezione Malattie del Metabolismo e Diabetologia di un noto Ospedale, di una delle tante città d’Italia.
     
    Di media statura, sui quarantacinque anni, magrissimo, stempiato ma con ancora i capelli del suo originale colore:castano.
     
    Un po’ ombroso, almeno all’apparenza, sbrigativo, ma forse anche gentile e soprattutto molto professionale e preparato.
     
    Adele non era certo obesa. Vantava un passato di linea perfetta, poi un cancro al seno, debellato ormai da dieci anni, una chemioterapia, all’epoca, una menopausa chirurgica, avevano mandato all’aria il suo metabolismo e così, si erano presentate vecchie eredità familiari su di lei: pressione alta, e diabete, con relativo ingrassamento della persona, esattamente 10 kg.
     
    I  controlli con il medico specialista si svolgevano ogni sei mesi in Ospedale.
     
    Quando era il “giorno” del controllo, Adele si presentava corredata di tutto: lista di almeno 10giorni con la misurazione giornaliera della glicemia, e analisi del sangue complete.
     
    Il primo “approccio” era la bilancia pesapersone, sempre quella grande digitale, che nell’immediato sentenziava a chiari numeri il peso esatto.. Adele però veniva da un passato di “magra” e nei suoi occhi e nel suo pensiero aveva solo in mente la sua vecchia linea, solo quella bilancia le ricordava la realtà. Sempre di carattere combattiva, prima di salire sul malefico strumento, si rivolgeva al medico dicendogli:
     
    -Dottore, che faccio, mi tolgo le scarpe, la cintura, il maglione, i gioielli, o fa poi le la tara?
     
    Il Dott. Celli, la guardava, facendo scendere gli occhiali sul naso, e poi le rispondeva:
     
    -Non vorrà che faccia una tara di 5kg. ?Monti sopra e mi dica quanto segna di peso.
     
    Però, a dire il vero il Dott. Celli non le aveva mai detto né che era grassa, né che doveva dimagrire di tot Kg., si limitava solo a segnare sulla sua scheda e ad aggiustare la cura.
     
    Era Lei, evidentemente, a sentirsi umiliata, dopo aver letto a caratteri grandi il suo peso, nonostante la ginnastica e le sue quotidiane passeggiate col cane.
     
    In quel suo nuovo appuntamento, in una giornata di pieno Maggio che sembrava assomigliare più al grigio Novembre, Adele sedeva in sala di attesa, leggermente in anticipo rispetto al suo appuntamento.
     
    Pensava…, a una delle ultime volte che aveva visto il Dott. Celli. Anche allora pioveva e Lui aveva sul volto un pallore molto sospetto. Lei gli aveva chiesto timidamente come stava e Lui, frettolosamente le aveva risposto che quel giorno non andava troppo bene.
     
    Poi le cose si erano svolte in maniera solita e quando Adele era tornata a salutarlo, dopo aver preso il consueto appuntamento per la volta seguente, non riuscì a trovarlo.
     
    Chiese ad un’infermiera dove fosse e Lei rispose:
     
    - Ha avuto un malore, è svenuto, ed un’ambulanza lo ha trasportato al pronto Soccorso, siamo preoccupati per il suo stato di salute, si teme un infarto in atto.
     
    Quando poi, la volta successiva lo trovò in forma e al suo posto di lavoro, sollevata gli chiese:
     
    - Dottore, ma l’altra volta, quando non si è sentito bene, non era niente di grave vero?
     
    Lui, con aria seriosa le aveva risposto:
     
    - No, grazie. Era solo aria in pancia.
     
    Adele per poco non scoppiò in una grossa grassa risata, poi pensò al suo killer silenzioso e rispose composta:
     
    - Meglio così dottore.
     
    La porta bianca si spalancò e Lui, leggermente invecchiato rispetto ai sei mesi precedenti e con qualche filo grigio alle tempie la salutò così:
     
    - Lei è dimagrita! Salga subito sulla bilancia.
     
    Adele sorridendo obbedì dirigendosi verso quel grosso strumento che sentenziava senza pietà, ma Lui subito:
     
    - Ma dove va? Quella è una bilancia per obesi, lei non è obesa ma semplicemente un pochino su di peso, salga sull’altra piccola pesapersone.
     
    Flebo di felicità per Adele che già vedeva la sua graziosa figura fasciata in un tubino nero.
     
    Doveva prendere molte pastiglie Adele, aveva molti “amanti noiosi”, non certo dovuti alla sua alimentazione, ma piuttosto ad un’eredità genetica di cui avrebbe fatto volentieri a meno, però quel Dott. Celli, ora le piaceva di più, così magro, pallido, certe volte scorbutico, frettoloso, ma in fondo anche Lui, nonostante la sua magrezza,la sua alimentazione probabilmente perfetta, senza sgarrare mai, aveva i suoi problemi e li stava combattendo come tutti.
     
    Adele lo salutò cordialmente e gli disse:
     
    - Quante pastiglie Dottore…
     
    Sempre sbrigativo Lui le rispose:
     
    - Non possiamo togliere niente, abbiamo raggiunto de risultati… non è poco, anzi… l’importante è raggiungere l’obiettivo.
     
    E le aveva già voltato le spalle.

     
  • 05 febbraio alle ore 17:49
    Sotterranea distrazione

    Come comincia: Sotterranea distrazione
     
    Vania lavorava in Pizzeria, faceva la cameriera, si guadagnava da vivere con questo lavoro, otto ore al giorno portando piatti ai tavoli, con antipasti, primi, pizza e dessert. Non era molto svelta nel servire i clienti, ma i conti, quelli sì, li sapeva fare bene e velocemente.
     
    Era carina, snella, una brunetta con la coda di cavallo, naso dritto e magro e occhi color nocciola che la facevano sembrare un dolce cerbiatto.
     
    Non le piaceva molto fare la cameriera, Lei era ragioniera e avrebbe voluto lavorare in un ufficio, magari in uno di quei grandi palazzi, dove gli impiegati scendendo a pranzo, venivano a consumare un piatto di pasta.
     
    Una volta aveva lavorato in un Ufficio presso un commercialista, ma poi Lui si era trasferito altrove e Lei era rimasta senza lavoro, così si era dovuta accontentare di quello che le era capitato: un lavoro onesto, a contatto col pubblico, scarpe basse un grembiule davanti, i capelli raccolti e su e giù con i piatti fumanti.
     
    Quel sabato sera la pizzeria era piena, per lo più ragazzi giovani e qualche coppia più matura. Tante chiacchiere, bottiglie di birra e lattine di coca cola.
     
    Stava proprio servendo una coppia di quarantenni: Lui alto, magro, con tanti capelli ondulati e solo qualche filo d’argento ai lati, Lei, una donna morbida e mielosa, messa in piega fatta da poco, con ciuffo ben phonato, vestito da boutique color verde smeraldo come i suoi occhi che brillavano al solo guardarlo.
     
    Vania ebbe un momento di fastidio, aveva problemi con la glicemia e troppo miele la faceva nauseare. Perfettamente professionale, prese le ordinazioni, sorrise e tolse la sua persona da quel tavolo velocemente.
     
    Un senso di nausea l’assalì d’improvviso, ma determinata nel suo lavoro, fece finta di non farci caso e servì alla coppia la loro fumante pizza. Lui, preso dalla compagnia della “verdona” le aveva appena rivolto un sorriso distratto, ma quasi subito la richiamò:
     
    “ Signorina, prego, con questi coltelli non è possibile tagliare la pizza, può portarci qualcosa che assomigli ad un coltello tagliente?” 
    “ Certo, rispose Vania, sorridendo ma infastidita e nauseata, arrivo subito.” 
    Vania voleva fare tutto velocemente, almeno per una volta, e mentre portava ancora due piatti fumanti di spaghetti all’astice, teneva i due coltelli con la punta rivolta in alto, ma il destino volle che appena arrivata al tavolo della coppia, inciampasse arrovesciando gli spaghetti in terra e drammaticamente uno dei due coltelli andò a centrare la parte alta dietro il collo di quell’uomo giovane e bello.
     
    La candita camicia si macchiò immediatamente di sangue, Lui accasciò la sua testa sul tavolo senza un lamento, mentre la donna gridava disperata. Nella frazione di un attimo nella sala ci fu un gran baccano: la gente si era alzata, urlava, Vania piangeva con le mani al volto. Il proprietario chiamò immediatamente l’ambulanza, ma per l’uomo non ci fu  più niente da fare e quando arrivarono i soccorsi era già morto, centrata la vena del collo, un lavoro che solo un chirurgo avrebbe potuto fare con tale precisione.
     
    Nei giorni che seguirono Vania rimase a disposizione della polizia. Di lavorare non se ne parlava, e poi, chissà se avrebbero ancora avuto bisogno di Lei.
    Era stata una disgrazia, d’accordo, ma chi l’avrebbe nuovamente assunta?
     
    Passò un po’ di tempo, Vania si guadagnava da vivere facendo le pulizie negli appartamenti, sbarcando così il lunario, sempre più triste e afflitta.
     
    Poi un giorno, sentì bussare alla stanza che aveva preso in affitto; era la proprietaria che con aria preoccupata, le annunciò la presenza della polizia.
     
    Le fecero molte domande, Lei all’inizio era smarrita ed i suoi occhi da cerbiatta facevano pena a tutti, poi, a mano a mano che la matassa si ingigantiva, soprattutto quando il Commissario le fece notare che Lei, quando in altri tempi, era bionda e con i capelli a caschetto era stata alle dipendenze dell’uomo morto in pizzeria, Vania diventò abile, aggressiva ed i suoi occhi color nocciola, assomigliavano sempre più a quelli di un puma dentro una gabbia.
     
    Diceva che non lo aveva riconosciuto, che era cambiato, che stava lavorando e che non aveva tempo né voglia di osservare i volti dei clienti, ma il commissario era sospettoso e le disse chiaramente che per Lui questo era un omicidio e non una disgrazia.
     
    Ma come poteva una ragazza così semplice, dolce, lavoratrice, avere la mente di una assassina? Poi, la precisione di quel coltello …, era da attribuire ad un chirurgo o …ad un esperto.
     
    Ce l’aveva quasi fatta Vania e stava preparando le valige per andarsene e dimenticare, sì, dimenticare quell’amore grande per quell’uomo che non l’aveva neanche riconosciuta…, era bastato un colore e un taglio di capelli diverso per annullarla completamente. Aveva avuto quello che si era meritato. Sapeva che frequentava quella pizzeria e si sarebbe fatta assumere anche venendo a patti col diavolo.
     
    Le donne abbandonate, soprattutto senza una motivazione chiara, quando sono innamorate possono essere capaci di tutto.
     
    Peccato che il Commissario, non avesse mai creduto alla sua innocenza, e che in ultimis, avesse scoperto il lavoro di anni della madre presso un Circo familiare  dopo che il marito, il padre di Vania l’aveva lasciata con una bimba di appena due anni,  trovando in quell’ambiente, conforto, protezione e amicizia,  facendo la “donna”  del lanciatore di coltelli. Vania, aveva sempre respirato la confidenza delle armi bianche, tanto da rimanerne affascinata; era stato proprio lo Zingaro Milock, che parlando col Commissario, rammaricandosi dell’assenza di Vania da anni, gli aveva raccontato di come all’epoca, la piccola,  avesse recepito bene l’arte di saperli lanciare alla perfezione….
     
    Impara l’arte e mettila da parte, dice un antico proverbio.
    Vania lo aveva fatto.
     

     
  • 05 febbraio alle ore 17:42
    La lucciola (insetto)

    Come comincia: La lucciola (insetto)
     
     
    Tutti conoscono quei piccolissimi insetti, che emanano luce nelle calde serate di maggio, fino all’estate. Brillano nel buio dei cespugli ed é difficile catturarle e poi perché mai? Sono così carine! 
    Personalmente sono affascinata dagli insetti e dal loro mondo, mi piace documentarmi e magari fare dei confronti, dei paragoni con la grande razza umana, alla quale, anch’io appartengo, sempre più complessa, complicata, e disturbata da se stessa.
    Intanto in questi insetti, ci sono delle differenze tra il maschio e la femmina, anche se il nome é lo stesso al femminile come al maschile.
    Ad esempio, solo il maschio può volare, e perché mai? Semplice, lui possiede le ali. La femmina invece, non conoscerà mai le gioie del volo, e rimane per tutta la sua vita allo stadio larvale, semplicemente perché non é dotata di ali ma solo di piccole squame.
    La lucciola femmina, preso atto di ciò, naturalmente si é organizzata per la sua sopravvivenza e si trascina con le sue sei corte zampette, come d’altronde ha pure il maschio, e trotta piano cacciando la sua preda. Forse non tutti sanno che le lucciole sono carnivore, e le furbette, si cibano di lumache e di chiocciole che cacciano esclusivamente di notte. Attraverso il loro bagliore, sono in grado di seguire la scia della loro preda, che viene morsa ripetutamente, alla testa. Tutto questo, finché sono alla stadio di larve. Essa ha un modo di cacciare, direi piuttosto singolare, infatti, prima di nutrirsi della sua vittima, la cloroformizza per mezzo delle due microscopiche mandibole ricurve ad uncino e sottili come un capello, ma evidentemente efficaci, dalle quali esce una specie di veleno, che non é immediatamente mortale, ma serve ad intorpidire la preda, alla quale continuamente, con brevi pause, essa insiste con questi buffetti che potrebbero anche assomigliare a smancerie, fino ad ottenere l’effetto desiderato, cioè la morte della lumaca. Ma la lucciola non mangia, nel senso che non seziona la carne in pezzetti per poi mandarla giù per mezzo di un apparato masticatore, essa si abbevera o meglio, si nutre di un brodetto leggero in cui ha ridotto la sua vittima, fluidifica la preda prima di nutrirsene e digerisce prima di consumare.
    Tutto questo brodetto é conservato sotto di essa in una specie di conchiglietta ed é talmente generosa che adora banchettare in compagnia con le altre lucciole, senza nessuna discussione, é insomma un vero festeggiamento, i convitati si alimentano tutti insieme. Una volta consumato il pasto, l’insetto si ritira e la conchiglia le rimane attaccata ma vuota, fino alla prossima caccia.
    Più tardi, cioè da adulte, non hanno più bisogno di nutrirsi, mentre l’uomo continua ancora a mangiare, anzi a dire il vero, lo considera uno dei piaceri principali della vita, e tutta la loro energia é impegnata alla riproduzione, e qui la razza umana, almeno una buona parte, con il tempo, ha fatto scelte diverse.
    La lucciola maschio, come tanti altri insetti, muore immediatamente poco dopo l’accoppiamento, un bel prezzo da pagare direi, mentre alla femmina le viene dato il tempo di deporre le uova, cioè un paio di giorni. Nell’autunno successivo sgusciano le larve che restano tali per due anni con l’unico obiettivo di nutrirsi e crescere.
    L’effetto luce da loro emanata é una reazione chimica, é comunque una luce bianca, cioé brilla ma non emana calore, a differenza delle “lucciole”, genere umano, che dietro compenso, generalmente da stabilire prima, vendono calore; per i nostri animaletti é un vero e proprio richiamo sessuale. Il maschio emana una luce più potente, la femmina, risponde, perché anch’essa dotata di luce ma molto più debole. Per questi incontri ci vuole il buio, senza questa complicità, non é possibile l’incontro fra i due sessi e di conseguenza la riproduzione delle medesime.
    Comunque, una cosa é certa, la comparsa delle lucciole sta a significare un buon sistema ambientale e ci possiamo fidare.
    Io, se posso, darei comunque un consiglio agli umani:
    - State attenti a ciò che produce bagliore, dietro buffetti innocenti, semplici solleticamenti, si potrebbero celare delle vere aggressioni; un po’ come dire, dietro un volto angelico, si potrebbe nascondere un serpente a sonagli. 
    Personalmente, non ne ho mai incontrati, serpenti a sonagli voglio dire, almeno non irriconoscibili, però…, nel corso della mia vita, ho ammirato qualche scorpione, addirittura ne ho pure sposato uno, ma non abbiamo mai banchettato col brodetto di lumaca.
     

     
  • 05 febbraio alle ore 17:39
    Falsità e Amicizia

    Come comincia: Falsità e Amicizia
     
    La Falsità dava in affitto le stanze ad ore. Era costretta a lavorare dopo aver sperperato tutto il patrimonio che una sua lontana parente le aveva lasciato, perché figlia unica e non maritata: la Dignità.
     
    L’Arroganza era la frequentatrice più assidua di quelle stanze bellissime i cui balconi  si affacciavano tutti sul mare. Poi c’erano loro, le due gemelle, bruttine a dire il vero, con quel lungo naso e le gambe corte e storte: le Bugie.
     
    Esse erano inseparabili, le trovavi ovunque come le zanzare d’estate, in ogni stanza; pensavi che se ne fossero andate e invece… comparivano in tutti gli angoli e la situazione era dubbia: o le stanze erano affollate da specchi, o loro si moltiplicavano, fatto sta che erano in due, ma sembravano dieci, cento, mille, e la cosa strana era che pagavano solo per due.
     
    E poi c’era lei:Ipocrisia, dalla parvenza bellissima, sempre stesa a prendere il sole, abbronzatissima,  tacchi alti in qualsiasi situazione, però, a dire il vero, a vederla  da vicino, non era proprio così bella. Innanzi tutto il sole, al quale non piaceva affatto, le aveva regalato, sotto quella perfetta abbronzatura, un bel solco di rughe, e poi…, puzzava di miscuglio di creme e profumi che sotto il sole estivo e cocente, evidentemente si squamavano. Comunque, bella o no, di sicuro alla fine, rimaneva sempre da sola.
     
    Quella tarda sera pioveva forte. Un temporale fine giugno, spaventoso. Il vento si era impegnato molto sbatacchiando gli alberi  e quelle povere barche sul molo, che da ore danzavano assieme alle onde, quando completamente bagnata e con le scarpe ormai andate, arrivò una fanciulla dalla bellezza e freschezza veramente rare: Amicizia.
     
    Subito Falsità  si preoccupò di darle una stanza e le raccomandò di fare una doccia calda per evitare di prendersi un malanno, ma già con occhio esperto ed attento aveva fotografato le linee perfette del corpo, che notevoli, si rivelavano attraverso i vestiti bagnati e incollati addosso.
     
    Le bugie si avvicinarono preoccupate e si offrirono di aiutarla nell’asciugatura dei capelli, ma sapevano bene che la corrente elettrica ancora non era tornata.
     
    Ipocrisia disse che non aveva mai visto una fanciulla così bella ed elegante in quell’albergo e si dichiarò pronta a cederle la sua camera se non ce ne fossero state di libere e adatte alla sua  persona, ma sapeva benissimo, che a parte le presenti nominate, quel luogo dalle camere a ore, era del tutto disabitato.
     
    Per cena, il vento prese a cessare, il mare si acquietò, il sole, un po’ scontroso prese ad uscire e come per incanto, il rombo di una macchina ruppe quel silenzio fino ad allora interrotto solo dal movimento delle posate e dei bicchieri, e scese Lui, dalla falcata lunga, decisa e allo stesso tempo delicata e sicura: Affetto.
     
    Affetto entrò nella sala da pranzo, tutte le signore presenti, sorrisero, e con gli occhi lo invitarono, ognuna al proprio tavolo, ma Lui,  cercava solo chi non vedeva in quella grande stanza, poi
    lo scricchiolio proveniente dalla scala, lo fece voltare di scatto, la vide, e subito le andò incontro:
     
    -Ho fatto il possibile per venirti a prendere con la macchina, ma sono arrivato alla stazione con notevole ritardo e tu eri già andata via, tuttavia non mi rassegnavo, ho chiesto informazioni ed ho capito che non potevi essere che qui.-
     
    Non ci fu nessuna risposta, Amicizia si era cambiata d’abito, tamponata i capelli con l’asciugamano e  ringraziando uscì con quel suo profumo naturale, sottobraccio ad Affetto.
     
    Signore e signorine, rimasero davanti ad una tavola ricca di pietanze ormai fredde, e mai come in quel momento, sentirono forte la presenza sottile di: Invidia.
     
     
    La falsità conosce molte fughe e sa nascondersi con abilità, l’amicizia, quella vera, rimane sempre al suo posto, anche se il farlo, dovesse comportare farsi un po’ male.
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 05 febbraio alle ore 17:34
    Fokker , immagini in volo

    Come comincia: La prima volta che ho volato in aereo avevo diciotto anni ed era un Fokker.
    La settimana dopo lessi che lo stesso era precipitato in Calabria.
    Pensai al disastro e alla morte di tanta gente, ma non formulai mentalmente la famosa frase: “Non volerò più”.
    Sono sempre stata più terrorizzata dalla “strada” e “dal mare”, considerando quest’ultima, una lenta e angosciante morte con dolorosa agonia; quella in cielo, penso che non fai in tempo a comprendere ciò che sta succedendo, che è già tutto finito.
    Ancora oggi, a metà della vita, continuo a prendere le ali di ferro e a volare nel cielo.
     
    Di recente sono stata a Las Vegas, il Paese dei Balocchi, io l’ho chiamato così, dagli Alberghi a tema, da favola, riproduzioni sognanti, perfette e tutti questi scenari si abbinano bene alla curiosità di tentare, almeno una volta nella vita, la fortuna ai tantissimi Casinò, tutti locati all’interno degli Alberghi.
    Sono arrivata a Las Vegas di notte ed ho potuto costatare la meraviglia delle luci, il luogo più illuminato del Mondo, e il via vai dei taxi, il lustro, i negozi aperti tutta la notte e il buio…, che è proprio inesistente. Tuttavia, a mio avviso, visitarla una volta nella vita, a meno che non si vada esclusivamente per il gioco, può bastare.
     
    Lo spettacolo indimenticabile, che ha addirittura sorpreso la mia fantasia è stato il Gran Canyon. Un piccolo aereo traballante, di una delle tante compagnie turistiche, ci ha accompagnato in questo giro entusiasmante.
    Mi sono seduta accanto al finestrino e non mi sono sentita per niente sicura,
    tutto precario, così almeno mi è sembrato. A parte noi italiani, che eravamo in sei, c’erano alcuni spagnoli che facevano fatica, data la mole, a stare seduti sulle “poltroncine”, il pilota, elegante e di colore ed il suo aiuto, una Signorina, altissima, magrissima, biondissima e pallidissima, ed erano tutto l’equipaggio.
     
    Ho subito pensato: “Speriamo bene”.
     
    Quando il velivolo si è alzato traballando, ho iniziato a guardare il cielo completamente azzurro e ad ascoltare con la cuffia le nozioni nella mia lingua.
     
    Sono stata subito rapita, mi sono persa nella visione spettacolare di quell’immensa gola creata dal fiume Colorado. Abbiamo percorso prima la parte settentrionale, dove si ritirano per settimane gli Indiani Navajos e a questo pensiero la mia fantasia si è accesa ancora di più.  Mi sono venuti in mente gli indimenticabili film western con il mitico John Wayne ed è allora che ho iniziato a vedere indiani a cavallo. 
     
    Li ho proprio visti gli Apaches, adesso non c’era più il silenzio di prima, sentivo i cavalli e le urla e Lui, il temuto e brutale Cochise, tutto pitturato da guerriero, le carovane, gli spari, il sangue e poi l’altro Grande Capo: lo storico Geronimo.
    Sono tornata indietro nel tempo, a quando giovanissima andavo al cinema con la mia famiglia la domenica e i film con gli indiani erano i miei preferiti, piangevo alle loro stragi e li ho perfino odiati, ma poi una volta visto “Soldato Blu”, un film che mi ha colpito molto e che ricordo ancora benissimo, ho capito che probabilmente la brutalità non ha colore, perché purtroppo è un bagaglio scomodo dell’essere umano.
     
    Quanta storia fra queste rocce, quanto sangue, quanta fierezza chiusa in seguito nelle riserve…, anche questo sono riuscita a vedere: gli Indiani osservati come attrazione per i loro costumi, eppure dietro ai loro occhi stanchi e rassegnati c’è una storia antica di tradizioni, di vita e di morte.
     
    La parte meridionale del Gran Canyon invece, presenta tutto un altro Mondo, un fascino variopinto e lussureggiante, bellissimo paesaggio che scorre tra le foreste di Kaibab sulla destra e l’orlo dell’abisso rosso sulla sinistra, poi il canyon si allarga e lascia ampio spazio al Colorado.
    I colori sono da mozzafiato, vanno dal giallo acceso al rosso fuoco.
     
    Traballando si ritorna al piccolo aeroporto e vedo un indiano vero, forse attrazione per fotografie, ha una bancarella, ed è lì che ho acquistato un braccialetto in pelle, con infilato un sasso particolare, grigio-verde, potrebbe assomigliare ad un occhio. Capisco che è un porta-fortuna, lo acquisto e lo metto. Mio marito e gli amici mi dicono che “puzza”, no,  odora di pelle, dico io  e ancora , col passare del tempo, profuma di Indiano, di Colorado, di Arizona, di Storiae spesso lo indosso.
     
    Fa parte di tante emozioni, vissute, fantasticate, immagini lontane eppure vicine, e stranamente le associo a quella ragazzina timida, diciottenne, a quel Fokker che non esiste più, a quanto tempo è trascorso da allora e a quanto cammino ancora avrei voglia di continuare a fare…, Buona Vita concessa,  permettendo.
     

     

     
  • 05 febbraio alle ore 17:32
    Il sogno di una sigaretta

    Come comincia: Il sogno di una sigaretta
     
    Non si può discutere sui sogni, desideri, fantasie. Ognuno possiede i propri ed è una questione di gusto, di crescite interne, di fantasmi, tutto soggettivo comunque. Questi abitanti della sfera interna appartengono sicuramente alla razza umana, visto che per quella animale é tutta una questione d’istinto, ma qui ci troviamo davanti al caso di Cica, una semplice sigaretta, eppure, anch’essa con un improvviso desiderio, quasi incontenibile.
    Filippo fumava, molto, aveva deciso di smettere almeno venti volte nella sua giovane vita e sempre, poi, ricominciava. Esisteva comunque un qualcosa per cui tornava a comprare le sigarette, sue grandi amiche.
    Era un bel pomeriggio di primavera inoltrata, il profumo dei fiori e dell’erba tagliata era nell’aria, ma Lui, considerando che era sabato, si recò in tabaccheria per fare la scorta anche per la domenica.
    Aprì il primo pacchetto e subito respirò a pieni polmoni quella sigaretta desiderata, visto che era in astinenza da due giorni. Appena aperto il pacchetto, Cica lo scorse subito e lì, se avesse potuto gli sarebbe saltata in bocca, ma Filippo scelse la prima a sinistra del pacchetto ed essa era nella fila di mezzo.
    Ogni volta che Filippo apriva il pacchetto Cica sperava che andasse a caso dalla fila e la scegliesse. Niente da fare, doveva aspettare il suo turno.
    Cica sapeva bene che non avrebbe fatto ritorno dentro il pacchetto, come non lo avevano fatto le compagne che erano state scelte e che quindi sarebbe stata poi schiacciata a terra.
    Ma aveva visto la sua bocca, quelle labbra carnose e grandi che racchiudevano una cascata di perle bianche,  il suo volto, i suoi occhi e quello sguardo che non avrebbe più dimenticato, anche se la sua vita, lo sapeva, sarebbe stata breve, ma vista da un’altra angolatura forse non proprio breve, contava infatti di rimanere a lungo attaccata alle pareti dei suoi polmoni e lì sarebbe rimasta vigile e in compagnia di tante altre.
    Iniziò a pensare a come sarebbe stato sublime il contatto umido al tocco delle sue labbra, a quanto sarebbe durata quella sensazione di fuoriuscita dalla sua bocca e non solo, si esaltò al pensiero della pausa tra un tiro e l’altro, dopo essere scesa come fumo dentro il tunnel nero della sua gola, rimanendo adagiata fra le dita di una mano bella, lunga, sottile, nervosa, dalle unghie perfettamente tagliate e curate per poi essere riportata nuovamente alla bocca; sperava solo di consumarsi lentamente.
     Improvvisamente iniziò ad agitarsi ed innervosirsi. Un pensiero tagliente s’impadronì di Cica: e se fosse squillato il telefono e lui l’avesse lasciata a spegnersi in solitudine in un posacenere? O peggio ancora se qualcosa l’avesse distratto improvvisamente, ad esempio una brusca frenata in macchina e l’avesse lanciata dal finestrino? No, assolutamente, Cica voleva il suo momento, lo desiderava, ne aveva tutto il diritto, era una sigaretta ed andava fumata fino in fondo.
    Era, come ho già detto, sabato sera, e Filippo, sotto la doccia si preparava ad uscire per la “sabatata”, discoteca, alcool, ragazze, musica, beh, Cica sperava anche di essere fumata in santa pace, senza neanche tanta confusione e fremeva in attesa di quel momento di delizia.
    In discoteca c’erano i soliti amici ed una gran confusione, tante ragazze, qualcuna di queste, anche carina, non era fra le conoscenze di Filippo ed egli fece in maniera di parlare programmando già un  bel film dentro la testa.
    Si conobbero, ballarono, bevvero e poi naturalmente uscirono fuori per un po’ d’aria e per fumare una sigaretta offerta ovviamente da Filippo. La ragazza si chiamava Adele e dal pacchetto scelse proprio Cica.
    La fumò come essa avrebbe voluto essere fumata: lentamente, con piacere e fino al mozzicone, poi, la spense gettandola in terra e schiacciandola col tacco fine ed altissimo.
    Povera Cica, aveva aspettato tanto…., era disposta anche a pagare un alto prezzo, pur di appoggiarsi alle labbra di Filippo, che le importava di essere stata accesa da quella ragazza che se lo mangiava con gli occhi…?
    Anche per gli oggetti, evidentemente, certe volte, la vita può essere perfida.
    Ma anche Filippo, poi non riuscì a vedere quel film che aveva in programma perché la povera Adele, piegata in due dal mal di stomaco e relative conseguenze poco piacevoli ed imbarazzanti, dovette essere riaccompagnata a casa quasi subito.
    Filippo non ne capiva il motivo, poco prima stava bene. Lei, oltre poveretta a lamentarsi per il dolore, iniziava pure a guardarlo con aria sospetta. Insomma, la situazione si era trasformata e non era più idilliaca come invece era iniziata.
    Improvvisamente la pioggia primaverile arrivò e generosamente tolse da Cica le impronte di rossetto rimaste, prese con sé le sue lacrime, lasciandola galleggiare nell’oblio di una pozza.
     

     

     
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  • Che dire di Annamaria Pecoraro, in arte Dulcinea? Una donna semplice, pacata, attenta e studiosa del suo intorno, natura e persone.
    Da tempo seguo la lettura delle sue poesie e da sempre ho notato la sua maturità e il suo limpido sguardo nei confronti del prossimo, la sua linea di correttezza nei rapporti con gli amici, e nell’ambito lavorativo.
    Tutto questo può sembrare facile ma, in effetti, non lo è per niente, intendo soprattutto nel mondo dell’Arte.
    Spesso, ad essere schietti, si può rischiare di suscitare la sensibilità altrui, oppure, cercando di adoperarsi al massimo e di essere efficienti, si può essere additate come “prime donne” o semplicemente, “amanti di protagonismo”. Bene, Annamaria, è talmente cristallina che, lavora e basta. Questo, almeno è il mio pensiero.
    In questi  tempi storici di pochezza umana, di pura follia, dove il dio quattrino viene osannato e ogni cosa esaltata e esasperata sul danaro, l’arte, in tutta la sua grandezza, è sicuramente la grande bellezza che può riscattare l’essere umano. La poesia, soprattutto, o meglio, la scrittura, in ogni sua forma, potrebbe essere la vera terapia per l’essere umano.
    “Dalla cenere al volo”, questo è il nuovo “parto” di Annamaria Pecoraro Dulcinea, come dire: dal buio alla luce, dalla polvere, all’apertura alare. Un cofanetto questo, di perle di poesie, racconti brevi ed aforismi.
    In queste liriche, in questi scritti, tutti, non ci sono incertezze di pensiero, c’è fatica quotidiana, a volte stanchezza, delusione, ma sempre, la voglia, l’incitamento, la speranza, e forse ancora di più, la consapevolezza di possedere la volontà, l’umiltà, ma anche la capacità di aprire quelle ali per alzarsi da terra e fare quel volo ambito alla costruzione di un qualcosa che il cuore prima e la testa poi hanno disegnato da sempre ed è forse la corsa col tempo la parte più fastidiosa, ma la consapevolezza della scelta, della qualità su ciò che si possiede con l’osservazione delle cose vere, e l’autenticità del bello, dei sentimenti e dei valori. L’Amore per tutto ciò che dentro e fuori il suo sguardo può attraversare, il suo cuore può raccogliere, è la fonte principale della sua crescita, del suo volo e della sua stessa esistenza.
    Bene, Guerriera, se tante frecce, strada facendo, oscureranno il sole, meglio, combatterai all’ombra! (Citazione – Battaglia delle Termopili)
     
    Nota: fra le tante perle lette, ne segnalo qualcuna particolarmente apprezzata: Mi prendi e accendi (pag.19), Fiore di Loto (pag. 22), Vorrei (pag. 26), Ultimo carillon (pag. 35), TU/IO (pag. 84), A Cristina (pag. 94).

    [... continua]