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in archivio dal 04 gen 2010

Stefano Colli

11 ottobre 1970, Grosseto
Mi descrivo così: Sono una persona riservata ma aperta a nuove conoscenze. Amo la poesia, detesto la superficialità e il menefreghismo imperante del mondo odierno. Vorrei condividere i miei interessi e i miei valori con persone degne e vive... dentro.
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  • 28 marzo 2013 alle ore 12:14
    L'uomo che lasciava cadere le parole

    L’uomo che lasciava cadere le parole

    Quando la notte respira di nascosto
    ansimante
    soffocando i vagiti ingenui del giorno
    la baldanzosa alterigia dei pensieri lascia il posto alle ombre
    esili presenze al cospetto del buio.
    Le ombre sono come le increspature delle onde
    può scorgerle solo l’occhio vigile, attento
    a distinguerne il contrasto con il riflesso argenteo della luce
    che dopo  il crepuscolo esala dai lampioni
    o  promana dagli ultimi tenui raggi solari.
    Procedeva assaggiando le strade con il suo passo cadenzato e lento
    un vecchio dalla  barba bianca, umile
    ma dignitoso nell’aspetto
    che pareva avere singolare confidenza con le ombre
    quasi fondendosi con esse.
    Parole lasciava cadere
    dal suo zaino lacero di anni
    ma non se ne avvidero i passanti di turno
    immersi nei meandri indefiniti dei loro labirinti.
    Su tutto vegliava l’uccello sacro a Minerva
    impassibile e distante dalle vicende umane.
    L’uomo, avvezzo a vivere di notte
    avvertì una presenza alle sue spalle
    o piuttosto un tiepido calore
    così diverso dalla gelida scia lasciata dai viandanti.
    Dai delicati riccioli biondi
    come spuntato dal nulla
    un bambino gli apparve
    che raccolte da terra due parole gli tendeva
    con timido gesto di restituzione.
    “Mettile in tasca” disse l’uomo
    altrimenti si dissolvono nell’aria
    perle preziose  poco avvezze a questo tempo.
    Sono tue, se le vuoi – continuò il vecchio –
    e puoi prendere anche le altre
    tanto i passanti non sembrano curarsene
    hanno sguardi fissi e menti così sature
    come i loro computer pieni di virus.”
    “A cosa servono?” chiese il bambino.
    “Dentro di loro c’è la nostra memoria”
    egli rispose
    “per questo appaiono di notte
    nella frenesia del giorno non potrebbero
    sorelle come sono del silenzio.
    E’ da là che veniamo, dalla terra del silenzio
    mentre gli uomini sono smarriti nell’assenzio
    di gorghi in cui annegano esausti
    riflettendovi le loro iridi di pietra.
    Se nessuno le raccoglierà
    le parole resteranno sospese nella notte
    confuse nella nebbia, come rugiada
    che lieve al mattino si dissolve.
    Ma tu chi sei, bambino
    alieno dalle chiacchiere arroganti
    scagliate al cielo da un delirio paranoico
    che sfida i venti e i flutti degli oceani
    e violenta le cifre della vita
    confondendo vocali e consonanti
    sacrificate all’altare di una lingua storpiata?”
    “Vengo anch’io da una terra lontana
    e martoriata dalle cicatrici della guerra.
    Per questo vanno raccolte le parole
    prima che la notte concluda il suo viaggio
    e affidate alla pazienza di qualcuno
    che con cura sappia cesellarle
    strappandole ad una roulette da giocatori di dadi.
    Angherie e mostruosi gesti, deportazioni e sguardi persi
    di poveri spettri vaganti nel nulla
    hanno visto questi occhi
    in una terra priva di pietà
    dove i capelli sciolti delle donne
    da sempre simbolo di libertà
    restituiscono alla terra la misera cenere
    sparsa dal vento
    che forse è proprio quella dei loro defunti
    in un’immane fossa comune a cielo aperto
    in grado di risucchiarti nell’eternità
    di un male che trasforma la vita in un deserto.
    Per questo, uomo che vaghi in confidenza con le tenebre
    ho bisogno delle parole che lasci cadere
    gendarmi della memoria e custodi del silenzio
    in cerca di qualcuno che le sappia decifrare
    per costruire nuovi sensi che lavino
    il sudario delle nostre incomprensioni
    e i capelli sciolti delle donne
    saranno di nuovo baciati dalla luna.”
    Così disse e si congedò con un cenno di saluto
    prima di essere inghiottito dai tentacoli del buio.
    E nuda spettatrice la notte
    salutava le parole in attesa di un poeta
    per brindare ad un canto che sfidasse la morte.

     
  • 25 gennaio 2013 alle ore 13:01
    Profondi come il mare

    Profondi come il mare

    Vorrei immergermi nell’immenso
    dei tuoi occhi profondi come il mare
    e potermi addormentare sul tuo seno
    per riavere un’innocenza da bambino.

    Vorrei accarezzare la tua pelle
    per scoprire il profumo della vita:
    sei l’incanto della luna nascente
    che brilla furtiva in una notte di maggio.

     
  • 25 gennaio 2013 alle ore 13:00
    Verso sera

    Verso sera

    Verso sera ho aspettato la vita
    bussare alla mia porta semiaperta
    con le sue rotte perse nella notte.

    Verso sera ho rivisto il tuo sguardo
    penetrare le mie ansie di sempre
    e fuggire altero come rapaci nell’aria.

    Verso sera ho atteso le tue mani
    invocare il fragore del mare
    per coprire il tuo gemito rapito.

    Verso sera mi sono destato
    e ho bramato che un raggio di luce
    attraversasse la mia stanza gelida

    e muta come un brivido di morte.
    Ma tu non c’eri, chissà dove
    lontana, laggiù nella notte.

     
  • 25 gennaio 2013 alle ore 12:58
    All'incanto dell'aurora

    All’incanto dell’aurora

    Ardono
    strozzate dentro urne di avorio
    le perle senza prezzo dei poeti.
    Brindano
    le nuvole ebbre di sogni
    all’impazzito valzer della vita.
    Scioglie
    l’intensità del tuo sguardo penetrante
    la marmorea indifferenza del mondo
    la quiete apparente del mio animo
    che attende un fiore di pace
    schiuso all’incanto dell’aurora.

     
  • 05 gennaio 2013 alle ore 13:26
    Sonata da camera

    Sonata da camera

    Non dà tregua la notte quando avvolge
    con tentacoli di buio e spirali di emozioni.
    Crea illusioni sospese nel tempo
    la sua infìda e magica atmosfera
    come quella sera di fine luglio.
    Due vite sul filo dell’attimo
    sguardi che si incrociano e sensazioni
    che gravitano sulle note di Bach.
    Il tuo fascino delicato e provocante
    con garbo accavallate le gambe
    l’occhio consapevole ma distante.
    Sei lì, con il tuo battito di mani a scandire
    il ritmo di due anime in attesa
    a carpire il mio sguardo penetrante
    che vaga tra i tuoi fianchi
    e l’oboe dell’artista sfiorato con mirabile grazia
    a sfidare le pieghe
    seducenti dei tuoi capelli ondulati
    a placare il mio anelito nascente
    che lambisce il tuo grembo in ascolto.

    Poi le note si dissolvono
    il tuo uscire furtiva
    il mio seguirti circospetto
    il dubbio, il timore, la probabile rinuncia;
    ma ecco, improvviso, il lampo, l’occasione
    che fende il tuo sbirciare discreto
    tra le vetrine luccicanti dei negozi,
    le parole che faticano a uscire.
    E ricordi l’incontro, due strade che si uniscono
    il nostro cammino cadenzato nella notte
    il conversare fin sotto le tue scale,
    tu seduta poco sopra di me
    che il vestito ti aggiusti tenera e pudica
    salito impertinente ben sopra il ginocchio
    la tua risata leggera avida della vita
    che come aprìco ventaglio si dona
    a sfiorare morbida l’intero firmamento.

    Solo contatti tecnologici e virtuali
    è per adesso ciò che resta
    a legare la trama dei nostri itinerari
    il labirinto delle tue insicurezze
    l’ansia ardente che mi pervade.
    In attesa di nuove note nella notte
    a dissolvere il velo delle tue paure
    a coinvolgere i nostri palpiti nascosti
    mentre una nuova luna gioca sul letto delle stelle.

     
  • 05 gennaio 2013 alle ore 13:24
    Mattino d'estate

    Mattino d’estate

    Incerto mattino d’estate
    sull’ampia distesa della vita.
    I vaghi contorni delle isole
    evocano ricordi lontani.
    Non ci sono certezze su questo mare.
    Solo vele remote all’orizzonte.
    Le ombre sono dolci come le onde
    fatte di sogni rapiti
    di inganni sopiti.
    La voce del mare è un sussurro
    le orme sulla battigia teneri rimpianti
    affacciati sulla soglia dell’attesa
    e svaniti con l’acqua molle del mare.
    Ogni mattino è un miracolo di luce
    sospeso su una terra senza tempo.
    Non esiste parola che decifri
    questo tempo dalle finestre opache
    che non lasciano filtrare spiragli
    o riflessi screziati d’argento.
    Non ci sono certezze su questo mare.
    Solo qualche scoglio per antichi naufraghi.
    Per questo ascolto il sussurro del mare
    la sua voce che sa di sale.
    Sono solo un naufrago in un mattino d’estate.

     
  • 05 gennaio 2013 alle ore 13:20
    Infinite volte

    Infinite volte

    Infinite volte
    hai sentito il vociare dei mass media
    proclamare la fine della storia
    e che più nulla appare nuovo
    sotto un cielo di stelle decadute.

    Infinite volte
    hai incrociato gli sguardi dei bambini
    infuocati da albe di sangue
    invocare la pietà degli adulti
    e sperare in un Dio senza frontiere.

    Infinite volte
    hai osservato i cerchi che dipingono
    i ceppi degli alberi tagliati
    e pensato a quante storie hanno visto svanire.

    Infinite volte
    hai immaginato pagine bianche da riempire
    per quanti sono gli orizzonti da sfidare
    e sperato che dal corpo ancora caldo della tua donna
    sgorgassero  nuove scintille di vita.

    Allora imita, poeta,
    il volo delle aquile
    e riempi quelle pagine bianche
    dell’anima leggera delle cose
    che rinascono impalpabili
    dalle ceneri dei millenni.

     
  • 05 gennaio 2013 alle ore 13:19
    Il fiore che non c'è

    Il fiore che non c’è

    Nel sepolcro ardente della sera
    sale
    tremante
    l’esile canto del Muezzin.
    A fargli eco
    furente
    il boato dell’ennesima
    autobomba su Baghdad.
    Quando è sbocciato l’ultimo fiore
    nei giardini pensili di Babilonia?
    Senza risposta
    è la domanda sgomenta nella notte.
    Attende una madre nell’Ohio
    la bara avvolta dalla bandiera
    che una delle sue stelle ha perduto
    nel più inutile macello mai compiuto.
    E intanto l’ultima petroliera
    è salpata verso la terra della sera
    orfana di quel fiore che non c’è.

     
  • 31 dicembre 2012 alle ore 19:38
    All'ultimo minuto (a Giovanni Raboni)

    Si fa ancora una gran fatica
    a credere che l’Italia sia un paese normale
    tra nuovi giullari e cavalieri inesistenti
    Grandi Riformatori e banditi impenitenti
    perché è troppo facile dover scegliere
    tra un bordello di cui pochi hanno le chiavi
    e un rigore che ha sapore di arsenico
    dove tutto sembra già scritto dalle Parche
    anche se ormai non esistono più miti
    oggi il fuso lo filano le banche.
    D’altra parte, che volete, ce lo chiede l’Europa
    con questa litania stonata
    a cui manca sempre l’ultima strofa
    degno copione di un eterno valzer
    con una casta che pare un vecchio panzer
    rallenta senza arretrare
    e i camaleonti sono duri a morire
    sempre pronti a salire sull’ultimo carro
    degni di un Carnevale di maschere di cera
    in cui ogni scherzo vale
    purché loro ne sentano solo l’eco
    in un paese dove non è più ammesso uno spreco.
    Non c’è più la calma distesa del passato
    quando destra e sinistra erano opposte
    mentre oggi sono confuse anche nel traffico
    degna babele di una nazione senza guida
    dove l’antica contesa ha abdicato
    in nome di una lotta a colpi di spred.
    Quando guardo i miei allievi negli occhi
    non so scorgere il loro futuro
    spero solo che non siano servi sciocchi
    e che la scuola non ne ammazzi più della guerra.
    Per quanto mi riguarda
    a me che posseggo soltanto le parole
    non  resta che intonare un canto antico
    perché le vere poesie sono sempre politiche
    altrimenti rischiano di essere un po’ stitiche
    e un poeta non può permetterselo, non oggi
    quando i giovani sono alla disperata
    ricerca di maestri, ma chi sono
    mi direte, io per sostenerlo?
    Verrà un tempo in cui  ricorderò
    (se le Parche me lo concederanno)
    troppe cose dell’Italia, tra l’altro
    senza neanche aver conosciuto Pasolini
    e allora, anche se non sarò Montale
    i miei umili versi potranno essere
    una flebile fiammella nella notte
    perché voglio troppo bene al mio paese
    per mentire ai viandanti in cerca di una meta
    privo di facili certezze
    e da sempre allergico a profeti e demagoghi.
    Del resto, nell’Italia di domani
    forse anche un mediano di spinta potrà
    cucirsi il numero dieci sulla maglia
    e prendersi la responsabilità
    di battere un calcio di rigore
    per una salvezza all’ultimo minuto.

     
  • 26 dicembre 2012 alle ore 12:52
    Si sta facendo tardi

    Si sta facendo tardi, la sera
    incipiente accarezza la polvere
    di ore su cui è calato il silenzio
    nascoste nella penombra dell’esilio.
    Quando il crepuscolo confonde le sagome
    e la pace avvolge le dimore dei morti
    la memoria ruba la scena alla luce
    di un altro giorno vissuto sulla soglia.
    Si sta facendo tardi, sempre
    più tardi e i miei versi
    sono come le gocce di pioggia
    che bussano sulle finestre del tempo
    impalpabili sull’asfalto dell’estate.
    Essi sono il nudo testamento
    scritto sulla polvere dei giorni
    che non restituisce mai le sue prede
    affondate nell’abisso del non detto.
    Non riempiranno la parte mancante
    della clessidra scandita dalle ore
    i miei versi cadenzati e lenti
    non potranno sconfiggere la morte
    ma forse sorridere alla sera
    e decifrare le trame della sorte
    confessione che si schiude alla vita
    come corolla che si disvela a primavera.
    Prima che gli alberi restituiscano le ombre
    un minuto prima che sia tardi
    la poesia veglierà sulle mie sere
    come luce di una nuova redenzione
    e spoglierà ogni istante battuto dal vento
    della patina coriacea dei rimpianti
    suggello di questo mio presente
    come se fosse eterno.

     
  • 26 dicembre 2012 alle ore 12:50
    2 Agosto, ore 10.25

    Alle vittime della strage alla stazione
    di Bologna e alle loro famiglie

    Rintocco in una gelida stazione
    ore 10.25, là fuori il terrore
    in tutto il paese di morte l’odore
    poi il silenzio che uccide una nazione.

    Che squallida guerra,  tra le macerie
    di una repubblica orfana di pace
    e un nemico senza volto che tace
    confuso tra noi, con le sue miserie.

    Il cielo si fa di piombo, nel boato
    che disintegra il corpo di una madre
    e nel segreto di stato, un’agonia

    simile al rantolo di un condannato
    a morte. E la verità cerca un padre
    non più maestri di una stanca sinfonia.

     
  • 21 dicembre 2012 alle ore 17:37
    In ascolto

    In ascolto
    A Eugenio Montale

    Dunque nulla di nuovo da questa torre
    dove si elucubra senza ascoltare
    e sui poeti cala il buio della notte.

    Non chiediamo la parola che salvi
    siamo i sicari della nostra morte
    prigionieri di una nuova dannazione.

    Ospiti di un flipper impazzito
    fra poco non ci capiremo più
    assuefatti ai megabit ma orfani
    di un cielo in cui tacciono le stelle.

    Donerà nuovi segni l’orizzonte?
    Muta l’attesa all’ombra della sera
    quando più non volano le rondini.

    Forse ciò che serve è un altro inizio
    ma stavolta, vi prego, restiamo
    in ascolto, senza veli o argini.

    Forse qualcosa si potrà decifrare.
    E di nuovo adagio tornerà
    a sorprenderci la vita.

     
  • 03 dicembre 2012 alle ore 22:49
    La terra della gioia

    La terra della gioia

    La terra della gioia è splendore
    di calde sfumature variopinte
    che brindano al cospetto delle stelle.
    Lì tutto è danza vorticosa
    tremulo istinto che gronda passione
    dove il domani è vago, lontano.
    Non ci sono angosce né rimpianti
    placido il sonno che ride alla luna.
    Dei giovani amanti rapidi i cenni
    assecondano la trama dei sogni
    incisi in un cielo screziato di speranze.
    Li guardo crescere, i giovani di oggi
    e mancano quelle liete risate
    all’appello di una clessidra che già
    ha scandito metà del percorso.
    Che ne è della parte consumata?
    Ho vissuto con granitica coerenza
    o almeno questa è l’impressione
    ma ho trascorso naufrago tra i flutti
    la parte più propizia del viaggio.
    Ho sempre cercato sintonia
    un vento tiepido che mi sfiorasse
    la pelle, ma ho avvertito spesso
    il freddo dell’anima. Perché?
    Non ho da offrire facili risposte
    la libertà è stata il mio mestiere
    e la ben rotonda pienezza di senso
    che a stento rintraccio in questo esilio.
    Ci sono state scintille di luce
    ma svanite presto all’orizzonte
    e perlopiù del tutto inafferrabili.
    Mi cercano gli umili e i diversi
    che in me sperano seria comprensione
    spesso fornita in misurata dose
    perché non aspiro alla destra del padre.
    Forse ho qualcosa da insegnare
    ma talvolta ciò mi spaventa:
    come può essere un esempio
    chi non ha ancora imparato a vivere?
    Estraneo alla terra della gioia
    magari ho vissuto in un’isola sicura
    compagno di silenzi e solitudini
    con sophìa e poesia a farmi da sorelle
    e non nego, il calore familiare.
    Cercherei un approdo sereno
    perché assai duro è il mio sonno
    ma sempre meno appagante
    o di specchiarmi nelle onde del mare
    ospite discreto dei miei versi.
    Chissà se nell’immensità della notte
    possono trovar posto quelli come me
    magari seguendo un stella nel buio
    che forse non potranno mai raggiungere.

     
  • 03 dicembre 2012 alle ore 22:39
    Non lasciate che uccidano i poeti

    Non lasciate che uccidano i poeti A Pierpaolo Pasolini

    Non lasciate che uccidano i poeti
    scomodi testimoni della vita
    spesso ansiosa di brividi inconsueti
    che illuminino una giostra impazzita.

    Non profanate quell’attimo eterno
    di fronte al mare in autunno che danza
    sul riflesso del tramonto che avanza
    prima che aspro lo inghiottisca l’inverno.

    Non lasciate che vincano i rimpianti
    finché il futuro donerà domande
    libere dalla boria dei profeti

    non permettete che rubino istanti
    a chi guarda con gli occhi dei poeti
    per sopravvivere in aride lande.

     
  • 03 dicembre 2012 alle ore 22:37
    Tra gli spazi bianchi

    Tra gli spazi bianchi (a Ghiannis Ritsos)

    La parola ci guarda tra gli spazi bianchi
    nella limpida notte silenziosa.
    Si affacceranno le parole
    a interrogare le nostre vite
    e parleranno per noi anche quando
    verrà un tempo in cui non ci saremo.
    Forse non verremo dimenticati
    noi che possediamo solo le parole
    se un giovane sguardo, una sera
    accarezzato da un raggio di luna
    leggerà i nostri timidi versi
    e scruterà, come noi stanotte
    il firmamento immenso
    a tratti angosciante
    come quei nudi spazi bianchi
    dove schivi si nascondono i poeti.

     
  • 27 novembre 2012 alle ore 19:39
    Il fornaio di Dachau

    La tua casa profumava dell’odore
    fragrante del pane sfornato di fresco
    e tua moglie aveva una rosa tra i capelli
    che infondeva nell’aria il tenero annuncio
    dell’estate incipiente al riparo dai clamori
    della belva bionda inebriata di sangue
    in marcia  verso la gloria millenaria.
    I tuoi figli correvano incontro
    al tenero abbraccio della vita
    con la tua solerzia di padre premuroso
    a proteggerli dalla ruota assassina della storia.
    Poi un giorno il destino ti condusse
    nel lager situato a poca distanza
    dove la sera i prigionieri stremati
    tendevano l’orecchio verso l’eco dei grilli
    esili messaggi della campagna vicina
    perché nel campo la natura fu muta
    come il silenzio attonito di quegli sguardi
    che attendevano un cenno lieve dal mondo
    ignaro che l’indifferenza ne uccide
    non meno di una barbara guerra.
    Così diventasti il fornaio di Dachau
    e all’inizio neanche avrai fatto caso
    alle marce di quegli uomini con il triangolo nel petto
    a cui era stato tolto onore e rispetto
    per difendere, diceva il folle condottiero
    la quiete di quelli come te.
    Magari un giorno avrai iniziato a porti domande
    per il semplice fatto che sei un essere umano
    ma esse non incrinarono il granitico silenzio
    che rese così pesanti quei triangoli
    di uomini che avevano cenere tra i capelli
    e un numero a rendere indelebile
    la vergogna dei loro aguzzini.
    Il guaio è che fosti uno dei tanti
    anche se questo non potrà mai scagionarti
    confuso nella nebbia infida della zona grigia
    a non vedere il fumo levarsi alto dai camini
    per bussare ai confini del cielo
    e gridare giustizia contro i più feroci assassini
    un fumo in grado di rendere amaro
    anche l’odore del pane sfornato di fresco.

     
  • 03 settembre 2012 alle ore 21:32
    Il bosone di Higgs

    Il bosone di Higgs

    Finalmente è stato svelato, atteso
    come l’avvento di un nuovo redentore
    il segreto ultimo dell’universo
    bosone di Higgs lo hanno chiamato
    anche se il nome non pare così nobile
    con questa fonetica da blatta
    ma è noto, nei dettagli si cela l’assoluto.
    Ora che è caduto l’ultimo avamposto
    il Fort Alamo della conoscenza
    che ne sarà di filosofi e poeti
    dopo una così cocente umiliazione?
    Particella di Dio, che ossimoro assurdo
    figlio di una presunzione postmoderna!
    Sarebbe come immaginare
    Mozart che suona coi bicchieri.
    Così la metafisica della presenza
    prepara il campo ad una fisica ingenua
    perché nessuna formula potrà sciogliere
    l’antico nodo di Gordio, se ogni annuncio
    è esile dono, fragile specchio
    di una umbratile assenza.
    Nessuna fisica, malgrado l’entusiasmo
    potrà spiegare perché esiste il tempo
    o perché il destino imbocchi sentieri inaspettati
    per calare sulle nostre sere stanche.
    Del resto le domande dei bambini
    o il silenzio di un tramonto in riva al mare
    faranno sempre più rumore di cifre
    che sfidano il tremendo gioco della vita.

     
  • 26 agosto 2012 alle ore 22:31
    Eppure correvano felici

    Eppure correvano felici
    (A Marco Simoncelli)

    L’abbandono consumato tra le curve
    è sangue consacrato alla terra
    calda, matrigna terra.
    Hai vissuto con magnifica esultanza
    con i tuoi sogni a sfidare le stelle
    e all’imbocco di ogni tornante
    possibile appuntamento con la morte
    i tuoi occhi fuggivano lontani
    liberi
    come gazzelle nella savana.
    E mai gara fu più sofferta
    e mai fu più feroce
    il piacere che ti paralizza le membra.
    Tu e la tua moto spezzati in due
    come un centauro rimasto orfano
    che imbocca un tunnel verso l’ignoto.
    Resteranno di te il coraggio
    i timori e le speranze
    svanite in un giorno d’autunno
    e una vita a soffocare il respiro
    come corda tesa sull’abisso.
    Eppure correvano felici
    i tuoi occhi a sfidare le stelle.

     
  • 26 agosto 2012 alle ore 22:29
    Noi che sfidammo la notte

    Noi che sfidammo la notte

    Navigammo verso orizzonti inauditi
    noi che sfidammo la notte
    in attesa della  sua fine imminente
    certi che la nuova alba a picco sulla vita
    fosse il primo cenno
    di luce sul mondo.
    Ci svegliammo come in un giorno qualunque
    e vedemmo giovani entusiasti
    scambiati quasi per messi celesti
    scrivere daccapo la storia
    squarciando di meraviglia la cortina del cielo.
    E fu giorno, abbacinante giorno
    al di là di ogni immaginare
    e parve che dal nulla volasse
    una carezza, un sussurro a disperdere
    le foglie, nel segno
    di una presenza sconosciuta
    di coloro che per l’Impero
    era come se non fossero mai nati.
    Fine della storia, tramonto delle tenebre
    parole pronunciate al crepuscolo
    di un secolo spietato e un urlo
    immenso, che sale da dentro
    in un orgia di sofferta libertà.

    Come il mare quando vomita i suoi ospiti
    e riprende il suo viaggio eterno
    la storia ha issato le reti
    libera dal superfluo che la ingombra.
    E noi qui muti alla finestra
    con più rughe e molto disincanto
    ad assecondare il compiersi del giorno
    persuasi che ogni ‘89
    sconta sempre il proprio Termidoro.
    Dunque vivere fu questo
    assistere all’eclissi dell’aurora
    passare impotenti
    da un permanente teatro dei sospetti
    ad un labirinto tecno paranoico?
    Fu sapere che i muri più coriacei
    sono impressi sulle nostre ombre
    tra noi e quell’essenza remota
    che si chiama Europa?
    La sentenza attende il suo verdetto
    purché si faccia in fretta:
    l’imputato è ormai moribondo.

     
  • 16 agosto 2012 alle ore 19:37
    In viaggio verso Itaca

    In viaggio verso Itaca (A Kostantinos Kavafis)

    Sei fuggito, Kostantinos, nell’immensità della notte
    inghiottito dalle sue tentazioni
    o forse naufrago tra i flutti
    in perenne viaggio verso Itaca. A cercare
    sfidando nelle nebbie dei porti
    le insidie di un tempo immemore
    forse in qualche pensione ti scoverei
    assorto nei tuoi versi limpidi
    come le acque che bagnano Alessandria
    o perduto in un audace amplesso
    senza pregiudizi né rimpianti.
    Del resto  per questo mi piaci
    per aver sfidato sciocche convenzioni
    e aver donato poesia agli uomini
    con la modestia di un cittadino del mondo.
    Non avranno i Lestrigoni o i Ciclopi
    potuto interrompereil tuo antico
    percorso, non c’è modo di farlo
    sei tu stesso ad avercelo insegnato
    se segui la rotta verso Itaca.
    Da qualche parte in Atene
    magari nell’elegante quartiere della Plaka
    avrai trovato rifugio
    al riparo da un’epoca nevrotica
    che sopravvive con ansia soffocata
    aspettando i barbari, senza sapere
    che essi non verranno, perché
    dentro noi stessi alberga il nemico
    come in qualunque civiltà
    e non dai barbari potranno giungere
    assoluzione o dannazione.
    In effetti per questo si è poeti
    perché i versi ci rispecchiano
    e ci guardano dentro, senza scampo
    e quando si scrive
    si è soli con se stessi
    come dinnanzi alla morte
    o come quando si nasce.
    Nel vortice di queste parole
    intento a rovistare tra gli scaffali
    segugio nel labirinto dei secoli
    all’improvviso ti ho scorto
    sbucato da un angolo, inclinato
    in disparte, con aristocratica fierezza.
    E lì, ospite discreto dei tuoi versi
    è proseguito il solenne viaggio
    verso l’eterna Itaca.

     
  • 14 agosto 2012 alle ore 21:22
    Gli occhi della notte

    Gli occhi della notte

    Le parole scrutano gli occhi della notte
    e fanno rumore quando sfidano la luna
    che sbircia discreta i nostri sogni.
    Ignara è la sorte
    che solo alcune approderanno alla meta
    a comporre lo spartito della gioia
    o la grammatica dell’estrema perdizione.
    Le altre
    abortite nell’oblio dell’origine
    sosteranno sulla soglia dell’attesa
    per ricevere il bacio della notte
    finché usciranno da quel limbo
    labile confine con la morte
    per esser convocate dai poeti
    all’appello di una nuova epifania.
    Perché immensa è la pietà dell’aurora
    dinnanzi all’eterno domandare.

     
  • 18 gennaio 2010
    Itaca

    Languore del mio stomaco ansioso
    nella terra dei Proci:
    sapore di ortica e di rose;
    di morte. Tramonto d’estate.

    Assale le membra un fremito
    e sono subito di fuoco;
    così le mie vene.

    Penetro il tuo orizzonte sgomento,
    occaso di incanti perduti.

    Magma di pensieri
    tenta di uscire dalle vanità
    di ieri: isolato dagli uomini
    cerco solo un po’ di pace
    per un parto silenzioso:
    illimite chiama il verso
    all’ascolto del suo vagito.

    Tracimano improvvise le parole
    riemerse da lungo sonno,
    ansima il loro palpito
    ripescato da antico oblio.

    Al tuo lume mi affido, Musa
    silenziosa, per dar loro giusta
    direzione: alberghi nei fianchi
    sinuosi di ragazza, negli occhi
    di un bambino che cerca invano
    tra la polvere; sei ancora
    nell’alito segreto di antiche sere.
    Adesso anche il poeta
    ha ritrovato la sua Itaca.

     
  • 08 gennaio 2010
    il ragazzo sulle colline

    a Cesare Pavese

     
    Mormorava a brani fra i colli il vento
    mi manca di quel tempo il respiro,
    calmo, delle cose. Mite ti sento
    austro ebbro di antiche memorie
    quando ti perdi tra le cascine
    e i fienili roventi della vampa
    d’agosto. Vaghi sapori lontani
    di brace accesa e di mosto, lisciano
    le nostre menti disilluse e orfane
    di quel tempo di là dai ricordi
    pervaso di calma stupita. Ma noi
    di un secolo breve naufraghi ignari
    soltanto questo possiamo dirti:
    mai la storia scaltra e spietata
    che gioca a scacchi sull’orlo della vita
    e che non rende quanto promette
    potrà spazzare l’odore fradicio
    dell’erba gravida di pioggia marcia
    e il mantello di buio che si adagia
    sulle colline vive di voci tremanti.
    E mai smarrirà lo sguardo di un eterno
    poeta dall’animo fragile e dal verso
    limpido come la brezza di settembre
    che addolcisce le colline remote
    infuse di ignoto stupore.

     
  • 07 gennaio 2010
    Silenzio

    Forse non sono un poeta
    se i versi stentano ad uscire
    se le parole sono rantoli nel buio
    gocce stillanti da una stanca foce.
    Vi bramo come stelle nella notte
    guide per incerti timonieri
    o chiavi in grado di aprire
    quella dimora chiamata passato.
    Qui non scatta la serratura
    il tempo pare un castello di nebbia
    e le sue stanze  chiuse per sempre:
    solo il vento può evocarne il ricordo
    odori, sapori e quel filo
    di una matassa che non so ricomporre.
    Le vecchie ombre della casa
    sono come le domande di oggi
    non indicano sentieri e non danno
    risposte, evocano soltanto
    la luce della loro epifania.
    Ma ecco farsi strada un’uggia
    un tarlo indecifrabile, prepotente
    che ti rende così diverso da un’ombra
    e diviene ancella del possibile
    vestale di un nuovo senso
    per quelle ombre orfane di vita:
    bentornata, poesia, sorella del silenzio.
    Il silenzio è il giardino dove sfogliamo
    i petali della nostra anima.
    Ora sono certo di essere vivo.
    Ora sono di nuovo un poeta.

     
  • 07 gennaio 2010
    Il colore della vita

    Non mi hai dato tempo di sapere
    che colore ha la vita.
    Non saprò mai chi eri
    né il perché del tuo gesto.
    Non avrò mai un nome
    e se arduo è varcare
    i confini del tempo
    assai più gelido è l’attimo
    che ti risucchia nell’ignoto.
    Ciò che ricordo è silenzio
    e la sensazione di fluttuare
    e di udire echi lontani.
    Non conoscerò guerre né malattie,
    somiglio all’albatros che sfiora
    il soffio del vento senza poterlo
    dominare e vede il mondo da lassù,
    piccolo e lontano.
    Prodigio di un incanto mai nato
    è la vita, avido il mio animo
    di attimi mai trascorsi e di meraviglie
    mai gustate; albe e tramonti
    per me uguali sono, perle di una
    collana che si è sfilata troppo presto
    frutto di illusioni appena lambite
    svanite come gocce nel mare dell’oblio.
    Se mai dal pensiero di me
    sarai sfiorata, tendi l’orecchio verso
    lo stormire delle foglie: percepirai l’eco
    di ciò che non è mai stato,
    il sentore di una pace che non hai
    mai provato. Leggero è il silenzio
    dei miei affanni, troppo pesante la zavorra
    di chi ha giocato a dadi con la vita.

     
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