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in archivio dal 07 ott 2011

Tomas Tranströmer

15 aprile 1931, Stoccolma - Svezia
Segni particolari: Vincitore del Nobel per la letteratura nel 2011. Da voci di corridoio, sembra che mi sia conteso l'ambito premio con Bob Dylan.
Mi descrivo così: Sono un poeta, prima di essere uno scrittore e traduttore. Molto apprezzato nella mia patria.
La motivazione del mio Nobel? "Attraverso le sue immagini dense e nitide, ha dato nuovo accesso alla realtà".

elementi per pagina
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:46
    Le pietre

    Sento cadere le pietre che abbiamo gettato,
    cristalline negli anni. Nella valle
    volano le azioni confuse dall’attimo
    gridando da cima a cima degli alberi, tacciono
    nell’aria più leggera del presente, planano
    come rondini da cima
    a cima dei monti finché
    raggiungono l’altopiano più remoto
    lungo la frontiera con l’aldilà.
    Là cadono
    le nostre azioni cristalline
    su nessun fondo,
    tranne noi stessi.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:45
    Mattina e ingresso

    Percorre il suo cammino
    il grande gabbiano dal dorso nero,
    timoniere del sole.
    Sotto di lui, l’acqua.
    Adesso il mondo sonnecchia ancora
    come nell’acqua una pietra variopinta.
    Giorno indecifrato. Giorni -
    come caratteri aztechi!

    Musica. E io resto imprigionato
    in questo arazzo.
    Le braccia sollevate – come una figura
    d’arte rurale.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:44
    Verso casa

    Corse fuori nella notte la telefonata rifulgendo in campagna e nelle periferie.
    Poi dormii preoccupato nel mio letto d’albergo.
    Somigliavo all’ago di una bussola portato nel bosco da un fondista col cuore palpitante.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:42
    Palazzo

    Entrammo. Un’unica enorme sala,
    silenziosa e vuota, dal pavimento
    come ghiaccio per pattinare. Abbandonato.
    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    Alle pareti dai quadri si affollavano
    immagini senza vita: scudi,
    bilance, pesci e figure di combattenti
    in un mondo sordomuto sull’altro lato.

    Una scultura era esposta nel vuoto:
    da solo in mezzo alla sala un cavallo.
    Dapprima non lo notammo
    presi da tutto quel vuoto.

    Più debole di un sospiro in una conchiglia
    era il suono, e le voci dalla città
    salivano in quella stanza deserta,
    mormorando e cercando un potere.

    Ma anche altro, qualcosa di oscuro
    si installò sulla soglia dei nostri sensi
    senza oltrepassarla.
    scorreva la sabbia nelle clessidre mute.

    Era ora di muoversi.
    Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco,
    nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso
    rimasta dopo che i principi se ne erano andati.

    Il cavallo parlò: “Io sono l’Unico.
    Ho disarcionato il vuoto che mi cavalcava.
    Questa è la mia stalla. Cresco lentamente.
    E mangio il silenzio che regna qui dentro”.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:40
    La coppia

    Spengono la luce ma la sua bianca campana di vetro
    riluce ancora un istante prima di svanire del tutto
    come una pastiglia in un bicchiere di oscurità. Poi si alza.
    E le pareti dell’albergo si slanciano nel buio del cielo.

    I movimenti dell’amore si esauriscono e loro dormono
    ma i pensieri pià segreti si incontrano
    come quando due colori si fondono
    sulla carta umida del disegno di un bimbo.

    Buio e silenzio. Ma la città stanotte si è avvicinata.
    Con le finestre spente. Sono giunte le case.
    Stanno molto vicine nell’attesa affollata,
    Di gente dal volto inespressivo.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:39
    I ricordi mi vedono

    Una mattina di giugno in cui era troppo presto
    per svegliarmi ma troppo tardi per riprendere sonno.

    Devo uscire nel verde che è colmo
    di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.

    Non si vedono, si fondono completamente
    al paesaggio, perfetti camaleonti.

    Sono così vicini che li sento respirare
    benché il  canto degli uccelli dia stupore.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:37
    Marzo ’79

    Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
    mi recai sull’isola innevata.
    Non ha parole la natura selvaggia.
    Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
    Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
    Linguaggio non parole.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:36
    Motivo medievale

    Sotto le nostre espressioni stupefatte
    c’è sempre il cranio, il vuoto impenetrabile. Mentre
    il sole lento ruota nel cielo.
    …………………………………….La partita a scacchi prosegue.

    Un rumore di forbici da parrucchiere nei cespugli.
    Il sole ruota lento nel cielo.
    La partita a scacchi si interrompe sul pari.
    …………………………………….Nel silenzio di un arcobaleno.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:34
    Stazione

    Un treno è entrato in stazione. È fermo, vagone dopo vagone,
    ma nessuna porta si apre, nessuno scende o sale.
    Ci sono veramente delle porte? Là dentro un brulichio
    di uomini rinchiusi che vanno su e giù.
    E scrutano dai finestrini immobili.
    Fuori lungo il treno cammina un uomo con un martello.
    Urta le ruote che debolmente risuonano. Tranne qui.
    Qui il rumore aumenta incomprensibilmente: un fulmine,
    il rintocco dell’orologio della cattedrale,
    il rumore della circumnavigazione del globo
    che solleva tutto il treno e le pietre umide dei dintorni.
    Tutto canta. Ve lo ricorderete. Andate avanti.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:32
    Mistero per la strada

    Si posò la luce del giorno sul viso di un uomo addormentato.
    gli giunse un sogno più vivido
    ma non si svegliò.

    Si posò l’oscurità sul viso di un uomo in cammino
    tra la gente nei raggi di sole
    forti e impazienti.

    D’un tratto si fece buio come per il temporale.
    Io ero in una stanza che conteneva tutti gli istanti -
    un museo di farfalle.

    Tuttavia il sole era forte come prima.
    I suoi pennelli impazienti dipingevano il mondo.

     
  • 07 ottobre 2011 alle ore 12:11
    Pagina di libro notturno

    Sbarcai una notte di maggio
    in un gelido chiaro di luna
    dove erba e fiori erano grigi
    ma il profumo verde.

    Salii piano un pendìo
    nella daltonica notte
    mentre pietre bianche
    segnalavano alla luna.

    Uno spazio di tempo
    lungo qualche minuto
    largo cinquantotto anni.

    E dietro di me
    oltre le plumbee acque luccicanti
    c’era l’altra costa
    e i dominatori.

    Uomini con futuro
    invece di volti.