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in archivio dal 04 feb 2008

Tullia Bartolini

04 dicembre 1965, Benevento - Italia
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2015.
Mi trovi anche su:

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  • 24 gennaio 2009
    Il rito

    La pesatura del cuore
    è il rito che ti dovevo.
    Il destino di ogni vita è
    nella misura finale,
    in ciò che l'anima impone,
    nei segni che lascia
    il suono d'un nome.

     
  • 30 giugno 2008
    Smetterà

    Smetterà d'andare
    cadrà
    resterà,
    nell'inciampo del perdonare.

     

    Tratta da "Limen"

     
  • 28 aprile 2008
    Da 'Limen'

    Et obdura!
    Ricordi
    quanta paura
    in questa
    conoscenza?
    Nell'incontro
    che già ci separava
    - sed fieri sentio -
    l'impossibile complessità
    d'esser uno
    e doppio.

     
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  • 19 novembre 2015 alle ore 10:50
    Una perfida dolcezza

    Come comincia: Si risvegliò dallo stordimento del piacere perché qualcuno lo stava chiamando al telefono. Si sciolse allora dall'abbraccio di lei, annaspò nel buio alla ricerca del cellulare. Il display lampeggiò a lungo, un riflesso sulla testiera del letto che finì con l’innervosirlo.
    Tutto, allora, iniziò a causargli disagio: la gamba di lei di traverso sulle sue, i panni gettati alla rinfusa sulla poltrona. La stessa, orrenda poltrona, di un velluto sbiadito che s’ostinava a non vedere, perché quello era l’unico albergo subito dopo l’uscita dalla tangenziale, il più vicino all’ufficio.

    Era sua moglie.
    Fece una voce stentorea, le disse ‘sono occupato’, come se quella inopportuna telefonata avesse interrotto discorsi importanti, ineludibili.
    Poi aggiunse: - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa.

    La luce penetrava tra le persiane, lei vedeva il suo profilo, il profilo del suo petto.
    Vi fece passare sopra le dita, lentamente. Avevano fatto all’amore nella solita maniera precipitosa e confusa, mormorando le frasi ubriache che li eccitavano e che all’inizio riuscivano a farla sentire importante.
    Un tormentare di seni e di pelle, morsi sulle spalle: lei aveva affondato i denti nella carne più duramente, per lasciargli il segno, stavolta.
    Per vincere l'imbarazzo, scivolando fuori dall’abbraccio e dal groviglio delle lenzuola, lui aveva controllato che la chiamata fosse terminata e poi aveva  mormorato: - Si è molto illusa.
    Lo specchio dinanzi al letto rimandava le loro immagini deformate dalla distanza e dalla penombra.
    Una gamba, un braccio; il nero dei capelli di lei che sembrava macchiare il cuscino.
    S’era vista, per un attimo, mentre faceva l’amore.
    Per distrazione aveva rivolto lo sguardo dinanzi a sé: il suo volto contratto in una smorfia e la schiena di lui, curva e magra come quella di un vecchio. Le era sembrato distante da quel luogo, immerso in un mondo che lo consolava e che non ammetteva vere presenze.
    Avrebbe dovuto cercare una colpa, ma d’un tratto si sentì stanca.

    - Abbi solo un po’ di pazienza, tra un'ora sarò a casa, aveva detto.

    C'era stata una dolcezza, nella sua voce, che l’aveva ferita.
    Come se quell’uomo – che era ancora un bell’uomo, un amatore di donne - le apparisse per la prima volta per ciò che era: un organizzatore di istanti, un separatore di momenti.

    Saliva dalle lenzuola un odore di sudore e di umori; smise di guardarlo, fissò a lungo il parato giallastro; gialla la poltrona di velluto, d’un colore triste la testiera del letto. La stanza, così anonima, viveva di altre vite: di gemiti, sonno, risate confuse nella notte.
    Non era abitata dalla loro storia, e neppure dai loro corpi.
    Dalla strada sentì salire una canzone francese degli anni ‘30 che non riconosceva. Qualcosa, nella voce del cantante, la commosse come la commuoveva l’idea di lui, e si sentì sciocca.
    Lo immaginò nell’istante successivo, quello 'dopo'.
    Le sembrò allora di vedere, come fosse nascosta dietro il collo del suo amante, l’uscita dalla tangenziale; la strada, quella che percorrevano separati, dipanarsi lungo curve strette, mentre l’auto correva; il cavalcavia, gli alberi e gli ultimi passanti frettolosi in fuga dalla notte.
    E poi, veloce, si vide andare verso le luci calde della città; le finestre, le tende, dentro l’ambra bruciata delle lampade; in breve fu nel tepore di una casa ordinata, giù verso il fondo dei cassetti, tra i minuscoli oggetti che lui certamente conservava, con la follia del separatore di eventi. Si rannicchiò in quel calore, in quella vuota oscurità.

    Dunque lì, protetto da quell’ordine e da quel calore, dopo un po’, certamente approfittando di una distrazione, di un’interruzione dei discorsi o di una pausa pubblicitaria - ancora soddisfatto, perduto nel ricordo del piacere -, lui avrebbe pensato a lei.
    E una perfida dolcezza lo avrebbe invaso.

    Si vide allora persa nell’inganno, nell’idea di un tempo non suo, che lui scomponeva a suo piacimento, come un prestigiatore, un funambolo: sospeso tra realtà ed irrealtà.
    E lei, forse, non era né dall’una né dall’altra parte: semplicemente, non esisteva.

    Così si immaginò percorrere la medesima strada dalle curve strette all’uscita della tangenziale; superare il casello che l’avrebbe definitivamente separata da lui, ancora contenta nel saluto dal finestrino, ancora per poco.
    Si guardò andare oltre gli alberi e i passanti; verso casa, superata la chiesa e il benzinaio, il bar e l’edicola dove comprava il giornale tutte le mattine.
    E poi risentì il peso, quello con cui si trascinava fino al bagno al risveglio, presa da una mancanza e dal silenzio.
    I passi misurati, il cappotto sulle spalle, la compressione dei collant sulle gambe; e poi, di colpo, la nebbia che evaporava dai palazzi, indifferente a tutta quella solitudine.
    Si sentì, come tutti, in un altro posto.

    Lui le chiese, a un tratto, cosa avesse, risvegliandosi dal torpore. Nella sua mente voci e volti s’erano accavallati: il suo amore per le donne prendeva forma nel viso allegro di lei, nella forma generosa del suo seno. Così amava pensarla: come un sunto, un’icona, un riassunto degli amori della sua vita. Invecchiava, era forse per quello.

    La sua voce le giunse da una grande distanza, fece uno sforzo per rispondergli. L’aveva condotta in un altro luogo senza saperlo; costretta ad andar via, a non esserci più.
    Lui fissò il soffitto grattandosi una gamba, poi accese una sigaretta, gliela offrì per un tiro.
    Le disse che era splendido fare l’amore con lei, ma non avrebbe saputo dire se davvero fosse così; quella donna rappresentava una quadratura e una salvezza, in fondo. O un’abitudine come le altre.
    Lei disse – Tutto bene, poi s’alzò.

    L’uomo rimase a guardare quel corpo giovane, che il tempo ancora non lambiva. Invidiava la straordinaria giovinezza della sua amante. Gli mancava in se stesso come un’omissione, una promessa tradita. Aveva ingannato i suoi anni come tutti e ora li vedeva dichiarati in lei: forse anche per questo non si decideva a lasciarla.

    Invece lei, rivestendosi, si sentì stanca e seppe in un attimo che non ci sarebbero stati saluti dal finestrino, quella volta, perché la strada l’avrebbe inghiottita con violenza. 
    Si salutarono davanti all’hotel: le diede un bacio leggero sulla fronte e lei non si sottrasse.
    Anzi si nascose in quell’abbraccio per l'ultima volta. 
    Le sembrò di non sentire il suo corpo. E anche quello era un segno.

    Quando arrivò a casa andò a sedersi sul divano. Non accese l’interruttore. Faceva freddo e, tra le imposte, passava la luce solitaria della sera. Dalla cucina sentiva lo sgocciolìo del rubinetto. Era il respiro della casa, che viveva all’insaputa di lei. Sorrise, nel buio.
    Si tolse le scarpe, le calze, i pantaloni. Le sue gambe avevano la consistenza delle cose e degli oggetti.
    Sapeva che, tra un po’, il silenzio sarebbe stato interrotto dallo squillo del telefono. Quella storia andava così.
    Chiuse gli occhi. Non riusciva a immaginare né viaggi né distanze né vendette.
    Era un buon segno.

    Quando il cellulare iniziò a vibrare lei non si mosse.
    Era certamente lui, ma non si diede la pena di verificare; era sceso a buttare la spazzatura.
    A quell'ora c'era sempre un pensiero per lei, tra l'immondizia e i gatti in amore. 
    Ora guardava fuori dalla finestra.
    Sarebbe arrivata l'alba, col suo chiarore azzurrognolo.
    L'odore della panetteria ed i suoni delle radio.
    Le venne in mente il titolo di quella canzone: Vous, qui passez sans me voir.

    Ma non le importava più.
     

     
  • 11 maggio 2015 alle ore 11:17
    Francesca Spada o della disillusione di partito

    Come comincia: Quando si è diretta verso la porta, sua figlia l’ha inseguita a piccoli passi e le ha stretto le gambe forte, all’altezza delle cosce. I bambini sentono sempre ciò che sta per accadere.

    Ora, sale verso i Camaldoli, lungo i tornanti trafficati. Ai semafori lancia uno sguardo ai muretti a secco invasi dalle erbacce, alle scritte che inneggiano all’amore libero. La conosce: è la sua Napoli in disuso, stanca come una vecchia in pantofole. Ma Francesca guarda ormai tutto questo senza disgusto. E’ bella ancora, la ruga tra le sopracciglia non appesantisce il suo sguardo, che resta curioso come quello di un bambino. Fa caldo, nonostante si sia lontani dall’estate. E’ un giorno di ricorrenze e giaculatorie nelle chiese. Sente le mani incollate al volante.
    Sudano come quelle di sua figlia quando gliele ha strette sulla porta di casa dicendole solo, senza guardarla negli occhi: Torno subito.
    Un ragazzo in motorino le taglia la strada, tra le labbra gli penzola una sigaretta, alza le mani in segno di scusa. La frenata brusca la riporta alla realtà, per un attimo si riprende, si dice: ‘Va’ da loro, ti aspettano, cosa cazzo stai facendo’. Ma poi è proprio il pensiero di Renzo a farla andare avanti. E’ convinta di aver interrotto fin troppo il suo cammino, intralciandoglielo come avrebbe fatto una donna qualunque. Allora prosegue, pigiando forte il piede sull’acceleratore e svolta a destra, verso casa sua. E’ l’ultima volta che il suo sguardo si posa su quegli incroci, sulle piazzole di sosta, sulla tettoia del distributore di carburante, lesionato dal vento. Eppure sembrerebbe ancora tutto da fare: la vita, i progetti.

    C’è un posto che è l’ultimo, nel territorio in cui si è deciso di vivere e questo, lei, lo sa bene. Come Renzo, che ha scelto il luogo definitivo della coerenza. Con Renato ne hanno discusso spesso, e sempre parlavano di determinare la propria vita a costo di ogni sofferenza. Discutevano pure di musica: era un modo come un altro per riconoscere – e accettare – la loro mancanza di uso del mondo. Renzo li guardava scuotendo il capo, l’espressione conciliante, ma erano stati momenti di intensa felicità. E pure Renato, dov’è andato a finire? In un buco senza fondo, nello spazio bianco, dentro l’infinito smarrimento della morte. Non credo in Dio, le diceva, credo nell’eternità e anche su questo loro due erano d’accordo. Perciò la scomparsa di Renato non era stata solo un evento doloroso e inaspettato. Era stata, piuttosto, un segno, un messaggio, una rivelazione. Suonavano il piano seduti uno accanto all’altra, le mani che si sfioravano, gli occhi chiusi, lei col capo inclinato verso di lui, lui assorto in un’assenza. La politica, i discorsi intellettuali, le domande pressanti sulla società, su dove stesse andando il Partito, ogni cosa si faceva lontana, in quei momenti. Al liceo Francesca studiava solo quello che le piaceva, ma scrivere l’appassionava e, nonostante il suo carattere ribelle, era molto amata dai professori. Le piaceva Euripide, la storia simbiotica tra Alcesti e Admeto. Quando un argomento catturava la sua attenzione non c’era più niente da fare. Lo aveva tradotto in modo mirabile, il testo, tant’è che il professore s’era pure complimentato con i suoi genitori, aggiungendo qualcosa a proposito della sua incostanza.

    Poi arriva sotto casa e cerca freneticamente le chiavi sul fondo della borsa. E’, anche questo, un ultimo gesto. Ancora tutto potrebbe essere rimescolato, come carte sul tavolo da gioco. Perciò, forse, il pensiero dei volti amici l’afferra: come se anche chi è già morto sia ancora lì, a ricordarle la vita che è stata e che non sarà più, a darle il coraggio di tentare un ultimo salto, attraversando il ponte che separa la vita dal nulla. Poi trova le chiavi, le tiene nel palmo della mano, chiuse nel pugno, e resta ferma, i piedi inchiodati al pavimento. In giardino ha reciso delle rose che tiene strette al petto, avvolte in un foulard. Lascia che le spine la graffino, in un dolore meraviglioso. Ecco che avanza, ora. Senza guardarsi intorno. E’ bene abituarsi all’invisibilità. Anche le scale le sale come se fosse un fantasma, temendo di incontrare qualcuno. Poi gira le chiavi nella toppa ed entra nell’appartamento in cui ristagna un odore di chiuso e di muffa. Tutto, nel palazzo dagli intonaci scrostati, è silenzio. I suoi passi risuonano sul pavimento di marmo, spaventandola. Tergiversa, poi si dirige verso la camera da letto e, d’un tratto, ha paura di non farcela. Tira fuori dall’armadio la coperta fatta all’uncinetto, con le rose e le pagode cinesi. La stende sul materasso con cura, e già le mani le tremano. Spruzza del profumo di colonia che ha trovato sul cassettone mangiato dai tarli. Il buon odore quasi la consola, assieme a quello dei fiori, così struggente e diverso. Chissà perché, apre le rose con le mani, premendo sui petali finché non cedono. Li sparge sul letto con un’indolenza spaventata e muta, poi vi si sdraia sopra, ancora con le scarpe ai piedi. ‘Così non va bene’, pensa. Ha messo in borsa una camicia da notte di seta, la tira fuori, a lungo ne accarezza la consistenza. Dopotutto, si tratta delle ultime cose da fare. Allora si spoglia, la pelle tremante, sentendo il freddo dell’appartamento chiuso da mesi. La pelle delle sue spalle è liscia, senza macchie. Francesca è bella. Si guarda nello specchio della toletta di fronte al letto e si vede. E’ stata sempre una donna desiderabile. Agli uomini piacciono le irregolari come lei, che non calcolano. Sono donne comode e scomode allo stesso tempo, perché non sanno mettere radici. Fanno domande che riguardano la vita, ignorano le querimonie quotidiane, girano le pagine, non restano attaccate. Non ce l’ha col Partito, Francesca. Non più. Hanno detto di lei che era macchiata. Tutti quei figli, la fatica per tenere assieme i fatti, le fughe da casa: queste non sono che piacciono agli uomini del P.C.I. Perciò Renzo meritava di più, più di una come lei, di quella misera esistenza. Gliel’hanno sempre fatto capire. Riprende coraggio, si sdraia sul letto. Accanto a sé ha la copia del libro di Rilke. Non lascia altro, a Renzo. Ma sa che lui capirà.

    E’ quasi fatta. Prende il flacone con mani tremanti, versa l’acqua nel bicchiere. Coordina i gesti con calma, lei che è sempre stata famosa per i suoi scatti d’ira. Due, tre, sette pillole. Hanno un sapore amarissimo. Inizia con uno stordimento, un giramento di testa, quella cosa. Adesso sa cos’è. Il cervello pare spostarsi più in là del cranio, delle mani, del seno. Bene. Dunque è così. Poi avverte un dolore lancinante allo stomaco, e sudori freddi lungo la schiena, la fronte. I volti, certe frasi, s’accavallano dentro la sua mente. Se non fosse tanto doloroso. Stringe i pugni così forte da tagliarsi i palmi delle mani. Non durerà a lungo. Non lo vuole quel dolore che la lega al corpo, a tratti. Il corpo non c’entra niente, non vuole star lì, e inizia a contorcersi. Stende le gambe in un crampo che la taglia in due, prova a scendere dal letto, ma i piedi non riescono a toccare terra. Guarda la stanza con gli occhi chiusi, adesso, in una smorfia che immagina orribile. “Torna presto”, le aveva detto, perentoria, sua figlia, sulla soglia di casa, la bocca imbronciata. Nel momento in cui le appare quel piccolo volto, Francesca smette di pensarlo. E’ solo un attimo, l’ultimo respiro.
     

     
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  • Delphine De Vigan ha dato alle stampe il suo nuovo romanzo, "Da una storia vera", centrando ancora una volta il bersaglio. La trama del libro verte su un blocco creativo e su un incontro inquietante, alla stregua di quello narrato da Stephen King nel suo 'Misery'. Ma l'incontro di cui dicevamo, e il susseguirsi di eventi, affidati a uno stile incalzante e mirabile, è solo un pretesto - il lettore se ne accorgerà in corso d'opera - per raccontare la fatica di scrivere e di narrare la verità.
    Hemingway diceva che un bravo scrittore deve raccontare solo 'la cosa più vera che sa'. Partendo da qui, Delphine racconta se stessa, la sua vita, i suoi inciampi, il suo rapporto col compagno Francois, la sua timidezza patologica. Mentre racconta, però, inizia l'inversione del vero, nonostante (o forse secondo) le intenzioni dell'autrice. Ma questo il lettore non lo sa, nè può saperlo. Egli è, in fondo, solo un avventore distratto, che cerca indizi ma non vere risposte, poiché sente che una luce troppo netta toglierebbe incanto alle cose.
    E, dunque, nello snodarsi della vicenda - che è avvincente , ottimamente narrata e tiene col fiato sospeso - chi legge si perde, smarrisce il filo, crede a ciò che viene descritto, fino all'epilogo, che è un capolavoro di inganno, auto-inganno e redenzione attraverso il narrato.
    Cosa voleva dire, la De Vigan, si chiede il lettore a testo finito, quale messaggio sul busillis della letteratura ha voluto lanciare, servendosi di me? Fino a che punto, infatti, uno scrittore può essere autobiografico, nell'era del Grande Fratello, del privato rivelato e svilito sui social network e perfino nelle fiction?
    Grande opera, 'Da una storia vera' analizza la scrittura al tempo di facebook, le difficoltà di chi si cimenta col romanzo e l'incapacità di dirsi che la realtà non esiste, che, come diceva il fisico Heisenberg, l'osservazione modifica il suo stesso oggetto e lo distorce.
    "Il reale, ammesso che esista e che sia possibile restituirlo", scrive la nostra autrice, "ha bisogno di essere incarnato, trasformato, interpretato. E questo lavoro, qualunque sia il materiale di partenza, è sempre una forma di fiction".
    L'inganno, la rivisitazione, la riparazione fanno parte dell'attività dello scrivere.
    E gli scrittori sono figli della vergogna, del dolore, del segreto,della disperazione.
    "Venite da terre misteriose (...), siete dei sopravvissuti, ecco cosa siete, ognuno a modo suo e tutti allo stesso modo".

    [... continua]

  • "Le ultime diciotto ore di Gesù", di Corrado Augias, è un capolavoro di introspezione, affidato a pochi, determinanti personaggi e alle loro vivide testimonianze. Al centro del racconto - chiuso in uno struggente silenzio - c'è Joshua Ha Nozri, nato in Galilea e destinato a riformare il mondo. Bambino ribelle, carattere tenace, sensibilissimo, Joshua sarà protagonista del dramma che tutti conosciamo. La sua cattura e messa a morte si svolgeranno in poche, concise ore, trascorse le quali nulla sarà più come prima.
    Augias ripercorre con maestria le strade religiose e politiche che portarono all'arresto del profeta. Da Pilato a sua moglie Claudia Procula, donna tormentata e dal passato diffcile; da Caifa a Joseph, il vecchio padre di Gesù, fino a Caio Quinto Lucilio, la vicenda viene analizzata da un punto di vista inusitato, quello strettamente processuale. Tenendo conto, però, delle reali motivazioni che - passando per l'incapacità e l'inettitudine dei protagonisti - portarono alla messa a morte di un illuminato riformatore.
    Lo stile è perfetto, elegantissimo, nella descrizione dei protagonisti e del paesaggio. Lo stridìo delle ruote dei carri, le grida della folla, la polvere delle strade di Gerusalemme, il belare delle bestie, il sudore, il sangue. Un mondo che sta per esplodere, mai abbastanza pronto alla vera rivoluzione dei cuori.
    Il personaggio meglio riuscito del romanzo è proprio quello di Caio Quinto Lucilio, intellettuale deluso che ormai "non crede più" e che, però, rimane abbagliato dalla figura di Cristo. A lui, nella conclusione del libro, viene affidato - crediamo - il pensiero dell'autore. Nel rispetto dell'altro, nella gentilezza, nella rinuncia all'egoismo, c'è la sola salvezza possibile, la possibilità di vivere il solo tempo che c'è dato, "ora e qui".
     

    [... continua]

  • Un romanzo sulla gentilezza. Sul darsi senza chiedere nulla in cambio. Sul ‘donarsi’ quale strumento di felicità. Questo, ma anche tanto altro, c’è dentro a ‘Un uomo temporaneo’, l’ultima pubblicazione di Simone Perotti per i tipi di Frassinelli (maggio 2015).
    Gregorio è un impiegato modello. Tutti i giorni, per raggiungere l’azienda dove lavora,  attraversa ciò che resta di una campagna urbana. E’ felice, centrato, ama cucinare; è un figlio attento, amorevole, capace di considerazione esterna.
    Eppure, un bel mattino, si ritrova sulla scrivania una lettera di sospensione. I motivi sono nebulosi, si capisce che, dietro a tutto questo, c’è una manovra di ridimensionamento del personale da parte dell’azienda. Ma Gregorio – che viene prontamente preso d’occhio dai sindacati, pronti a strumentalizzare la sua situazione – è capace di reinventarsi un ruolo, libero come in fondo è diventato (gli viene tolto ogni incarico, viene privato anche della sua scrivania) o come, in sostanza, è sempre stato.
    La sua presenza, il suo carisma, la sua libertà interiore - quel suo essere capace di non appartenere - fanno di lui un punto di riferimento per tutti gli altri colleghi mobbizzati, maltrattati, relegati al ruolo di semplici esecutori. Si tratta, in definitiva, di una rivoluzione dal basso, che muove i suoi passi da dentro al sistema, che non vuole distruggere completamente, ma risanare e trasformare: ed è una rivolgimento che parte dalla percezione chiarissima che Gregorio ha di se stesso, del futuro che verrà.
    Ci sono tanti tipi psicologici, nel romanzo di Perotti: nell’ottusità vuota dei superiori di Gregorio - carrieristi e sciocchi - c’è, in primis, la tendenza a delegare. Che è, poi, il male di sempre: dietro la delega al mercato c’è la nostra incapacità di porci nel mondo come persone consapevoli.
    Dunque come potrà fare Gregorio - unico risvegliato in un Getsemani di persone addormentate – a vincere la sua battaglia contro i mulini al vento e a salvare la sua anima?
    E se Gregorio fosse, in realtà, il Gregor Samsa di Kafkiana memoria, che parte dalla sua trasformazione per ridisegnare, stavolta, i confini possibili di una nuova felicità?
    L’unica via, sembra dirci Perotti, è il risveglio: lo scarafaggio alieno a una realtà omologante che fagocita i nostri destini di uomini.
     
     
     

    [... continua]

  • "Ho iniziato a scrivere per cercarmi quando non mi trovo", ha detto di sé Luca Gamberini, nel corso di un'intervista rilasciata non molto tempo fa, che abbiamo letto dopo aver divorato la sua ultima raccolta poetica, "Mi sgridi i piedi" (Ed.Youcanprint, aprile 2016).
    Bolognese di nascita ma centese di adozione, dichiara anche che: "Scrivere è la mia medicina". Ci sembra di capirlo, Luca. In fondo, vuoi o non vuoi, è sempre questo il giro che si fa: si torna da dove si è partiti, nel luogo del delitto, lì dove abbiamo tentato di scavallare il rimosso. La scrittura - dicono - può essere riparazione, tentativo di dar forma e ordine alle cose, anche perché: "Il mondo è breve e le nuvole ritornano". Si scrive pure per rendere meno amara e insostenibile la vita. Perché 'quel che appare' non basta. Ma i poeti sono sempre individui nudi tra altri individui vestiti. Scoperti più di altri, trasparenti. "La leggerezza è la condanna più pesante da scontare", recita un aforisma di Luca.
    La sua ultima raccolta poetica è un libretto geniale e toccante che, a leggerlo, ci ha turbati. Il suo poetare può essere apparentato ad altri autori che apprezzo: penso alla levità grave di Franco Arminio, paesologo dallo sguardo illuminato. Nei versi Di Luca Gamberini le cose non sono mai dove dovrebbero stare: le persone come le parole, e forse anche gli endecasillabi. Perché, in fondo, Luca lo sa: niente è come appare, la realtà è una nostra proiezione, un gioco di specchi, di bugie e di rimandi. I folli sono i soli ad esser sani, a saper vedere dentro agli occhi dell'avversario. E, in quegli occhi, si perdono, confondono i segni, rimescolano le carte della loro stessa esistenza. "Mangiare, essere mangiati", scriveva Clarice Lispector: i visionari sanno che la dolorosa strada è questa, se si vuol toccare il cuore delle cose, e raccontarle. Luca Gamberini non ha paura. Vede, come dietro una porta discosta, il gioco delle parti. Ride delle fatalità, ma il suo è un riso amaro, consapevole. Conosce smarrimenti e inciampi; ma pure delusioni, illusioni, silenzi. E, ancora, paradigmi, scorciatoie, labirinti. Infine, conosce l'amore.

    "Tu sei l'amore
    sgorgato dal margine di struttura primario,
    tu sei l'amore
    aggrappato ad un silenzio epigono
    (...)
    tu sei l'amore
    dagli occhi del gatto, che sai
    arriverà il giorno in cui non ritorna".

    In Luca Gamberini vive e brilla il paradigma di Rimbaud, secondo cui 'io è un altro'. Il vero poeta è un veggente che va oltre se stesso, che conosce l'arte in senso oggettivo e sa farsi memoria concreta di ciò che è la vita.
     

    [... continua]

  • Recensire un libro di poesie richiede una certa presunzione. Quella, innanzitutto, di riuscire a entrare nell'anima del poeta. Che, per sua natura, rifugge ad ogni definizione, rifuta di adattarsi alla realtà, gioca con le parole per non farsi vulnerare. Eppure, i poeti, lasciano sempre indizi, desiderano che qualcuno si metta sulle loro tracce. Attendono, infine di essere 'scoperti'.
    Con questo convincimento mi sono avvicinata al testo poetico di Francesca Lo Bue, "Il libro errante", edito da 'Nuova Cultura'. Da subito, si intuisce cosa sia, per Francesca, la 'parola': essa è radice di eternità, ma pure scoperta, continua ripartenza. Nel momento in cui la parola diventa 'verità', insomma, viene negata una parte della realtà. Cosa inaccettabile, questa, per 'colui che cerca' (der suchende).
    Lo stile di Francesca Lo Bue è netto, senza patetico. La cifra di lettura del suo libro è certamente, come il titolo svela, l'erranza. E in fondo cosa siamo, noi tutti, se non esseri che anelano a una possibile evoluzione, per niente stanziali, costretti in un quotidiano di continue ripetizioni?
    Ci sono versi davvero folgoranti, in questo libro. Quasi che, forse, solo essi siano capaci di andare realmente 'oltre', spezzare il filo, consegnarci a un destino pieno. La parola può ricomporre il senso, diventare spinta verso la ricerca,  perchè ci offre una 'terza vita'.
    "Una parola che s'avvicini alle viscere della notte/
    e ai disegni vermigli delle nuvole,/
    agli incavi immobili delle muraglie di brace".
    E' un'eterna frantumazione che cerca di ricomporsi. Forse, la sintesi poetica di francesca Lo Bue (se una sintesi può essere possibile) è nella splendida 'Il navigante':
    "(...) Il padre aspetta fra i cigli abbaglianti delle strade/
    il ritorno del figlio/
    il miele fervido della sua allegria smarrita nei viali lontani./
    Cuore cristallino che vuole bussole, chiavi e timoni/
    per andare verso la pace dei nomi".
    Il poeta, illuso errabondo o sognatore tenace, cerca comunque un nome e una casa, una meta esatta per il suo errare, come un rabdomante che voglia imprigionare l'aria "in un canto perlaceo", con i suoi "occhi di pietra" e le sue "mani di orefice".

    [... continua]

  • È il secondo romanzo del grande autore francese, edito in Italia da Bompiani nel 1999. Quest'opera lo consacrò al grande successo di pubblico, indicandolo come scrittore aderente al transumanesimo (i limiti dell'umanità si superano attraverso una modificazione 'genetica' dell'uomo, che vada oltre la sua finitezza e meschinità).
    "Una grande scrittura, costruita sul vuoto di tutto il resto", ha detto di lui più di un critico. E, in effetti, è proprio il vuoto del'esistenza che Houellebcq prova a descrivere in questo romanzo con effetti sorprendenti. Incapacità di amare, dipendenza dal sesso, impossibilità di rifare l'esistente: questi sono i veri protagonisti de 'Le particelle elementari', oltre ai due fratelli, Bruno e Michel. Che sono, dopotutto, gli alter-ego dello scrittore. Sessuomane il primo; chiuso al mondo, come una monade, il secondo. Perno della vicenda, anche se sembra restare solo sullo sfondo, una madre edonista e assente, libertina ante litteram, insofferente riguardo ai propri figli. C'è una scena in cui l'erotomane Bruno fa l'amore con una delle sue tante amanti e, per un attimo, il protagonista rivede sua madre a gambe aperte davanti a un ragazzo. C'è molto di autobiografico in questa storia abbandonica e disperante, se è vero che, in più di un'intervista, lo scrittore ha definito 'cagna' sua madre, che lo aveva abbandonato quando era piccolo. Grande 'nichilista' letterario, Houellebecq affida al freddo Michel, biologo molecolare, l'unica speranza possibile: mutare il genere umano perchè possa avverarsi un miglioramento del destino dell'uomo, strappato - finalmente - alla fredda logica degli ormoni e della riproduzione.

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  • In una Parigi non così lontana nel tempo, abitata da solitudini e insoddisfazione, un professore universitario di circa quarant'anni conduce un'esistenza grigia, segnata da rapporti familiari inesistenti e da incontri sessuali senza futuro. Intanto, mentre lo osserva, il mondo di cui fa parte cambia repentinamente, soprattutto dal punto di vista politico. La Francia viene infatti sconvolta da una serie di attentati che consolideranno la salita al potere della fazione musulmana, pronta ad accordi di ogni tipo col governo, pur di mantenere il monopolio delle politiche familiari e della cultura. Romanzo arcinoto al grande pubblico, uscito a ridosso della strage alla redazione del "Charlie Hebdo", "Sottomissione" è l'ennesima, ottima prova di un magnifico scrittore, già autore di opere di grande successo. Lo stile è fluido, crudo, scarno, anche nelle diffuse scene di sesso e disperazione urbana; capace di creare tensione fino all'ultima pagina. Il romanzo peraltro non ha, a nostro avviso, alcuna caratteristica islamofoba. È, piuttosto, una critica all'Occidente, al suo lassismo, alla triste perdita dei valori. Né è, tanto meno, un romanzo misogino: la descrizione di una certa solitudine - tutta declinata a femminile - è solo la constatazione di quanto si possa essere stanchi di una falsa, illusoria libertà e di quanto le donne fatichino, oggi, a trovare una dimensione di autentica felicità.

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  • Una storia d'amore - quello intenso di una madre per sua figlia - ma pure di tenebra, che arriva al lettore sin dal suo titolo, così dolorosamente sospeso. Un racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia, questo di Daniela Rindi, che tiene in ansia il lettore e lo trascina fino alla sua conclusione. L'ho letto d'un fiato e lo recensisco con piacere, anche se non sono un'amante del genere 'noir'. Ma, in questa pagine, devo dire, c'è davvero di più. Protagonista è, infatti, la fredda solitudine di Irene e Marta, una 'solitudine urbana', disamorata, tipica del nostro tempo liquido. Il loro destino - che pare segnato - si snoderà tra le pareti di un piccolo appartamento mal arredato, chiuso come una monade al mondo esterno, che dovrebbe proteggerle e che, invece, si trasformeà nella loro prigione.
    In giornate come tante altre, che scorrono tra tenerezze e mortificazioni, una madre e una figlia cercano l'equilibrio possibile all'interno dell'affetto che le lega. Nelle piccole querimonie quotidiane (fare la spesa, preparare la cena, lavarsi, dormire l'una accanto all'altra), provano a rifare il proprio mondo e cercano una rinascita possibile. Sono pagine di una sfinita dolcezza, che la Rindi traccia con nitore e malcelata compassione. Il quartiere che fa da sfondo alla vicenda è uno tra i tanti: periferico, grigio, affogato nel cemento, imbruttito da palazzi orribili, abitato da fantasmi in cerca di sopravvivenza. Non sveleremo, qui, la trama del racconto, peraltro molto ben costruito. Diremo, piuttosto, di ciò che la storia sottende, di quanto la vita possa sottrarre alle persone. A Irene e Marta è negato l'affetto, il calore, la minima comprensione umana: si pensi, tra le altre, alla figura della nonna, alla sua durezza e incapacità di amare. Davvero nessuno si salva da solo, questo credo sia il senso dell'opera di Daniela Rindi. Nel nostro tempo nichilista, che non riconosce spazio ai sentimenti profondi e ai sogni, non può esservi che il deserto, un deserto assoluto e senza speranza, a cui solo qualcosa di tremendo - quasi un ultimo atto d'amore - può sottrarci.

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  • La domanda che muove le pagine de “Nelle case della gente”, di Mirko Tondi, è: si può realmente sfuggire a ciò che si è?
    Fiorentino, classe ’77, Tondi ha dalla sua una scrittura profonda, matura. Capace, soprattutto, di grande sottigliezza psicologica.
    Si può, dunque, inventare per se stessi un anti-destino? O tutto è già scritto in quegli anni (i primi) che ci formano e ci segnano per sempre?
    Il romanzo si fonda su questo dilemma e avvolge, cattura il lettore, tanto che riesce difficile allontanarsene. Mentre lo si legge, turba a lungo e tiene sospesi in un dubbio, come se ci cogliesse il sospetto che, quella che stiamo leggendo, sia anche la nostra storia.
    Le case di cui Tondi parla ci rappresentano: sono come anime che accolgono avvenimenti, proteggono, feriscono per sempre.
    Un’effrazione antica che non si rimargina, legata alla figura paterna, condiziona le scelte del protagonista, che non ha nome, o che potrebbe forse chiamarsi K., come il grande scrittore ceco de la “Lettera al padre”.
    In un gioco di coincidenze, che Tondi richiama e rimuove con distacco solo apparente, balugina una possibile risposta. Che, però, non soddisfa. Non bastano i  sogni di gloria, le amicizie, un lavoro che aiuta a vivere. Non basta la scrittura, che sempre ripara e fa da approdo momentaneo: bisogna cercare una verità più profonda, che appare e scompare di là dalle rivelazioni, dei fatti concreti, dei segreti svelati.
    Una verità che si manifesta soprattutto nell’incapacità di radicarsi, di scegliere per sé strade rassicuranti, quelle che tutti percorrono: una famiglia, un figlio.
    Ma c’è pure una risposta che trapela, disperatamente, dalle pagine dei libri che si amano, in cui ci si è imbattuti per caso o per scelta. “Tutto ciò che so della mia vita, mi sembra di averlo appreso dai libri”, scriveva Sartre, e così il protagonista del romanzo cerca, nonostante tutto, una possibile chiarificazione nelle storie già pensate, nella vita già raccontata da altri.
    “Nelle case della gente” è un romanzo doloroso, lucido, ricco di tensione narrativa. Un lungo racconto senza finale, sospeso come tutto quello che non può essere risolto. Dobbiamo imparare a convivere con le domande: questo chiede la vita, ogni vita.
    Eppure, di là dal dolore e di ogni possibile ricerca, oltre ogni comprensione, di là dalla ferita che non guarisce, c’è una strada salvifica, che non è rinuncia né debolezza. Mirko Tondi la indica al lettore solo nel finale, delicatamente.
    Un bel libro, che ci fa amare il suo autore, scritto in modo fluido, seppur ricco di rimandi, nel gioco di citazioni che vuol confondere la realtà con la finzione narrativa. Cosa, questa, che è sempre la cifra della buona scrittura.

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  • Due sorelle. Due caratteri agli antipodi. Due destini apparentemente diversi. Un unico mondo, il primo, quello dei genitori, le accomuna. Per il resto, Alessandra è quadrata, pignola, aggressiva e rancorosa. Marinella no, appare fragile, si stupisce della vita e delle persone come farebbe una adolescente, eppure ha quarantotto anni. Sono gemelle, Alessandra e Marinella. Il padre le ha lasciate che avevano solo otto anni, ma il tempo è passato senza che le ferite si siano rimarginate, per loro. In un appartamento spettrale, abitato da suoni e antiche paure, le due sorelle proveranno a fare i conti con se stesse, senza riuscirci. Il romanzo di Marcello Fois prende allo stomaco, che è poi esattamente quello che l'autore vuole, e snuda le ferite di ognuno di noi. Le nostre due metà, i nostri modi di essere, ciò che abbiamo rinnegato e quello che siamo stati, talvolta. Il nostro doppio, insomma. La fragile Marinella (che perde tutte le battaglie ma vince la guerra), è meno indifesa di come vuol sembrare. Come tutte le persone "toste", può permettersi di mostrarsi meno forte di ciò che realmente è. Alessandra non vuol credere nemmeno a ciò che vede, invece, e finirà per perdere di vista l'evidenza. Alla fine, quanto inutile dolore nell'incapacità di perdonarsi...

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  • Un romanzo complesso, come tutti queli di Oz. Ispirato certamente a sua madre, che morì suicida quando lui era anora un ragazzino. Sembra subito di conoscerla, questa Hannah che non ha alcun desiderio di pietrificarsi. Pare di vederla muoversi sotto il cielo della sua città, dove tutto è intossicato dall'ansia di un domani che non arriva. Si avverte, pagina dopo pagina, l'attesa e il dolore. Dall'incanto dell'innamoramento - stato nascente che rende tutto possibile - al lento adattarsi alle logiche matrimoniali. Perchè ci si sposa, alla fine? Forse per rinunciare all' individuazione? Pericoloso, tentare strade differenti ...
    Il mondo di Hannah è fatto di gesti quotidiani e di pensieri scomodi, perché resistono: trovano ovunque barriere e gli anni passano, vuoti. "Svegliati, Michael, svegliati, per l'amor di Dio. Io sono pronta, aspetto da sempre". Michael guarda al passato come a 'un mucchio di arance da buttare via'. Come a una cosa inutile, insomma. Hannah, invece, vi fruga dentro per trovare un senso alla propria vita. "Non riesco ad avere ragione del tempo. Non lo so attraversare con costanza, perseveranza, sforzo e ambizione". Il tempo è, per Hannah, rivendicare un ritmo interiore.
    In questa ricerca senza appigli concreti, la donna si ritrova sola. Eppure Michael è un brav'uomo, gran lavoratore, ligio ai suoi doveri. Fa il geologo, scruta le viscere della terra. Però l'incontro con Hannah non avviene: perché? Cosa chiedono gli uomini alle donne e viceversa? Oz se lo domanda senza osare una risposta definitiva. Hannah è come Madame Bovary: non sa rinunciare ai sogni. Si sente ingannata da Michael, che è sempre più stanco, lo sguardo arreso nel vuoto. "Non sono piu' con te", dice lei alla fine, "Siamo due persone, non una sola. E' finita. Una volta, molti anni fa, mi hai detto che sarebbe stato bello se i nostri genitori si fossero incontrati ... Ti prego, Michael, smettila di sorridere. Sforzati. Concentrati. Cerca di immaginare la scena: io e te, come fratello e sorella. Ci sono molteplicità di rapporti".
    Un romanzo difficile, che scruta l'animo delle donne, che invita a non rassegnarsi alla mediocrità e alla morte interiore.

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  • "Niente si oppone alla notte" è l'ultima pubblicazione in Italia della scrittrice francese Delphine de Vigan. All'inizio, quasi sconcerta.È il resoconto di una storia familiare, davvero tragica, ed è autobiografico, impudico.È la storia di Lucile, la madre della scrittrice che conosciamo da subito grazie all'immagine di copertina: una donna evidentemente bellissima. Lucile si è tolta la vita nel 2008, a poco più di sessant'anni, dopo vari internamenti in manicomio, cure per correggere il suo bipolarismo, un matrimonio fallito, due figlie messe al mondo che non ha potuto crescere. In questo libro si racconta di lei: di una ragazza che ha letto molti libri, che è colta, intelligente, finchè qualcosa si spezza dentro la sua testa, segnando irrimediabilmente anche la vita di chi l'ha amata e la ama. Un destino già scritto? La pazzia come malattia ereditaria? Oppure vicende familiari tenute nascoste?
    Chi legge avverte di stare entrando in una storia intima, privatissima: le estati nella casa di Pierremont, le giornate passate a cucinare e a fare conserve, i bisticci dei nipoti, le ansie, le incomprensioni. Ma, mentre procede attraverso le pagine, vede anche aprirsi un mondo che somiglia a mille altri. Le regole delle famiglie patriarcali, gli abusi, l'amore che non è mai come dovrebbe essere. Ecco cosa provoca il senso di rigetto che s'avverte appena s'inizia il libro: è che, quasi sempre, non vogliamo vedere, non vogliamo sapere. Ed ecco anche, quindi, la grande forza di questo testo, che s'impone malgrado tutto e che, sostanzialmente, ci obbliga a ricordare e a vedere anche nelle nostre storie.

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  • Questo libro si rifà al capolavoro di Edith Wharton, "L'età dell'innocenza". La grande scrittrice americana amava la Francia e spesso vi si recava per placare l'nquietudine, dedicandosi alla scrittura e al giardinaggio. "L’età dell’innocenza" (per il quale le fu conferito il Premio Pulitzer) fu, in parte, condizionato dal suo infelice matrimonio con il marito Teddy, peggiorato dalla malattia mentale di lui. L’incontro con Morton Fullerton, amico di Henry James e giornalista del The Times, nonché grande seduttore (bisessuale), fu subito passione e il desiderio. Di questo narra la Fields, rifacendosi al rapporto di amicizia e di stima che legò la Wharton alla sua segretaria, testimone silenziosa dell'impossible passione tra la grande autrice e quest'uomo seducente, inafferrabile, cinico.
    Nel romanzo si muovono personaggi ricreati mirabilmente: Edith, soprattutto. Abituata a dominarsi, a mostrarsi sempre all’altezza, affronterà l'irrompere della passione, alimentata dall’incostanza di Morton.
    Resta aperta la domanda: come mai la Wharton ebbe bisogno di perdersi? Era una donna ricca, autonoma, le veniva riconosciuta un immenso talento. Col tempo, comunque, seppe risalire la china e, come tutte le donne intelligenti, si liberò dall’inciampo. Assai generosamente definì il pur "instabile" Morton come "the ideal intellectual partner for me".

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  • "L'eliminazione" è un testo che parla della Cambogia negli anni tra il 1974 e il 1979 e del periodo della dittatura dei nove. Lo stile è filmico (Panh è un pluripremiato regista che vive da anni in Francia) e tocca il cuore. Scritto con la supervisione di Christophe Bataille, è la storia della sua famiglia, della deportazione nella giungla a partire dal 17 aprile 1974 e della nuova era voluta dalla Kampuchea di Pol Pot. Si vuole far sparire l’uomo nuovo che s’era affrancato dai campi di riso e che aveva studiato sui testi europei. Il disegno è inizialmente confuso, poi diviene sempre più chiaro. L’S21, che ripete il suo nome dalla radiofrequenza locale, è una ex scuola dove avvengono le torture e dove si confessano i reati contro l’ideale di purezza popolare, quello dei khmeri rossi scampati ai nascondigli e pronti a dettar legge. L’S21 è affidata a un uomo spietato: Kang Kek Iew, detto Duch. Sotto tortura, i prigionieri sono costretti a confessare crimini contro lo Stato mai commessi. Rithy Panh non era che un ragazzino, all'epoca. Suo padre era un insegnante stimato: leggeva e traduceva dal francese, portava maglie bianche sotto le camicie, come fanno i cambogiani appartenenti al nuovo ceto sociale. Non fece in tempo ad essere condotto alla tortura: morì di stenti e di fame. Con lui, tra violenze, malnutrizione e malattie, sparì un terzo della popolazione cambogiana, in soli quattro anni. Questo testo imperdibile è uno strumento utile per comprendere quegli anni e il ruolo svolto dalle superpotenze occidentali in terra asitica.

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    • Lacci
    • 13 febbraio 2015 alle ore 12:56

    Domenico Starnone non è nuovo a romanzi di grande tensione narrativa, ironici e folgoranti.Con "Lacci" supera se stesso.
    E' la storia di un uomo - raccontata da lui stesso e dalla figlia - che incontra i fantasmi della sua vita. Li mette in ordine, o almeno ci prova, li decifra con lucidità, inciampa in illuminanti istanti di consapevolezza.
    Ma c'è sempre qualcosa che - dietro l'ordine apparente che diamo alle cose - ci si rivela.
    E' possibile rinunciare alla propria libertà in cambio della pace della propria coscienza?
    Chi abbiamo vicino sa accontentarsi dei nostri sensi di colpa e della nostra riconoscenza?
    Per chi agiamo, per noi stessi o per l'altro e, in definitiva, chi stiamo davvero danneggiando?
    Sposatosi in giovane età, Aldo, il protagonista della storia, divide presto con la moglie un quotidiano fatto di piccole, meschine abitudini: due figli, uno dopo l'altro, la ripetizione costante dei gesti e delle parole, in quella oscura contabilità delle emozioni che presto diventa il rapporto a due.
    In questa soporifera relazione interviene Lidia: gentile, raffinata, dolcissima. Soprattutto, libera, nuda e abbagliante.
    Nasce un amore che trasforma Aldo, il protagonista, in ciò che non ha mai avuto il coraggio di essere. Un uomo entusiasta, forte, coraggioso, in grado di sovvertire l'ordine delle cose.
    Quello che accade dopo è ciò di cui tutti facciamo conoscenza, nella vita: sensi di colpa, sofferenza, ricatto morale.
    Arriva sempre l'istante della verità: qualcuno consegnerà il conto, e sarà amaro, anche se non potrà scombinare realmente equilibri sedimentati.
    "Non so dire con precisione quando comincia a temere Vanda. E del resto non me lo sono mai detto in modo così esplicito - io temo Vanda -, è la prima volta che cerco di dare a questo sentimento una grammatica e una sintassi. Ma è difficile. Anche il verbo che ho usato - temere - mi pare inadeguato. Me ne sto servendo per comodità, ma è stretto, lascia fuori molto. Comunque, a voler semplificare, le cose stanno proprio così. dal 1980 a oggi ho vissuto con una donna che, pur essendo piccola di statura, magrissima, fragile ormai nella sua stessa struttura ossea, sa come levarmi le parole e le forze, sa rendermi vile" (pag. 85).
    Dunque chi è Vanda, alla fine, se non il fantasma della vigliaccheria, della paura di amare del protagonista?
    Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, crudele, impietoso, che rivela molto sulla dialettica uomo-donna, e sui lacci che tengono in piedi le relazioni anche quando l'amore - se mai c'è stato - svanisce.

     

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  • L’eterna storia della coppia aperta. Stavolta la spiamo da vicino, questa coppia, attraverso i diari e le lettere che Simone scrisse a Nelson (perché le lettere di Nelson alla donna non sono mai state pubblicate e i suoi agenti non ne hanno mai autorizzato la divulgazione). Grazie a quest’amore – o questa passione – comprendiamo meglio (per converso) il legame che tenne assieme il padre dell’esistenzialismo e la francese che ragionava come un uomo. La scrittrice bretone Irène Frain, sulla vicenda dei tradimenti reciproci di Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre, ha imbastito un romanzo molto bello, intitolato "Beauvoir in love", che ha il grande merito di essere equidistante e impietoso nei confronti dei protagonisti. Siamo nel 1947, Sartre vive una passione ricambiata per una bella donna di origini algerine – ma trapiantata in America – di nome Dolores Vanetti, che Simone ribattezzerà "la maledetta". Non è il solito amore contingente, Sartre è preso, molto attratto dalla ragazza, e Simone sa che questa volta aspettare non sarà sufficiente. Sta in guardia, osserva, è più vigile che mai. Raccoglie i dati, ricorda a Sartre il patto, non invade, avanza con estrema scaltrezza per evitare che il suo uomo si senta oppresso. Naturalmente, si concede delle avventure: Nathalie, l’amica di sempre con cui va a letto di tanto in tanto; qualche amico che frequenta assieme a Jean Paul. Prova pure a proporsi a uomini sposati che, però, non se la sentono di tradire le proprie compagne. Sta male. Ha solo trentanove anni, ma si sente vecchia. Si vede brutta: ha un incisivo rotto e le sembra di non avere più un corpo. Non va a letto con Sartre da otto anni; li unisce quello che tutti e due definiscono un amore necessario, in realtà si tratta – a guardare freddamente la questione – di una funzionalità: il loro rapporto è utile al successo, alla carriera e alle ambizioni personali di entrambi. Simone viene invitata a New York per una serie di conferenze che poi si estenderanno anche ad altre città. Beve, dorme poco, prende amfetamine. C’è un ritornello, nella sua mente, che è sempre lo stesso: Sartre, Sartre, Sartre. Incontra anche Dolores; riesce a mantenersi fredda e calma. In lei c’è come un doppio: da una parte il Castoro, che distingue la mente dal corpo e non cade nel tranello delle emozioni. Dall’altro c’è Simone, che soffre le pene di qualunque donna e che non ce la fa ad andare avanti, immaginando il suo uomo tra le braccia di un’altra. Ma donne non si nasce, si diventa. Deve tener fede alle teorie che professa, deve resistere a dispetto di tutto. Non si accorge, nel far questo, di mentire a se stessa, di comportarsi come una femmina qualunque: una Penelope in attesa, silenziosa tessitrice di trappole. Che vuole sapere e, forse, anche vendicarsi. Così incontra Nelson Algren. E, volente o nolente, senza alcun rispetto, sfoderando tutto il suo fascino, lo strappa alla donna che glielo ha fatto conoscere. Nelson vive a Chicago, ed è bellissimo. Nulla a che vedere con quel rospo di Sartre. Simone ci va a letto, e Nelson si innamora. O almeno, si invaghisce di lei. Lei gli mente, gli nasconde le sue pene per Jean Paul, il fatto che lui frequenti un’altra donna. Non gli spiega che, tra lei e il filosofo, c’è un patto che fa riferimento all’amore necessario. Gli dice solo che sono anni che non hanno rapporti sessuali. Nicchia, prende tempo, è evasiva. Vuol tenersi la capra e i cavoli. Perché, con Nelson, ha avuto il primo orgasmo della sua vita.

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    • Ishmael
    • 09 febbraio 2015 alle ore 13:14

    "Il problema dell'essere umano è che non sa come deve vivere".
    "Ishmael", di Daniel Quinn, è un libro (ormai quasi introvabile, ma reperibile on-line) che suscita molte emozioni.

    Va letto: perché guarda alle cose con occhi limpidi, senza patetico. E, in più, usa una scrittura semplice, capace di arrivare al dunque.
    "Ishmael" parla del mondo, dell'ambiente, dell'Uomo. È dolorosamente attuale, nonostante gli anni trascorsi dalla sua prima edizione: avanziamo a passi spediti verso il baratro, figli del progresso, incapaci di fermarci, dice Quinn.
    Madre Cultura ci ha mentito ("Vale di più un caffè con un amico che tutti i libri che ho letto nella mia vita", recitava il novello Cristo del film di Olmi, "Cento chiodi"),costringendoci in gabbie fatte di menzogne. Ci ha sradicati, consegnati al dio mercato. Ci ha voluti soli, sempre più incapaci di legami. Ha svilito ogni principio, eliminato il peso e il valore della saggezza antica; ha distrutto il nostro rapporto con la terra e, soprattutto, con le Leggi della Natura. Non è un caso che un testo come questo non verrà mai proposto tra i libri scolastici. Eppure avrebbe molto da insegnare ai ragazzi, senza avere la pretesa di proporre verità assolute. Come scriveva Albers, "Un buon insegnamento è più un dare giusti interrogativi che giuste risposte".
    Questo libro, in più, non mente. E non mente il suo autore quando ci dice, a lettura finita, che quello, per lui, è molto di più che un romanzo. Leggetelo, scaricatelo da internet, inviatelo alle persone a cui volete bene. Fatelo girare, commentatelo, discutetene.

    Quinn non è certo l'unico scrittore ad aver avuto uno sguardo lungo, capace di cogliere l'essenza di ciò che sta accadendo al mondo. Esiste un'ampia letteratura che si è occupata e si occupa di questioni simili; e molti film, cortometraggi, romanzi e saggi. Ma di Ishmael,e della sua "umanità", vi innamorerete come capita di rado, e solo con i grandi libri.

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  • Erano vent'anni che Alberto Angela si interessava all'argomento e, vuoi per lavoro, vuoi per passione, visitava Pompei. Ne è venuto fuori un bel libro, "I tre giorni di Pompei", edito da Rizzoli nel mese di novembre del 2014. L'argomento ha sempre appassionato anche me, da lettrice e turista curiosa. Ma chi può restare immune al fascino di certe storie? Non so quante volte sono andata a visitare gli scavi e, ogni volta, sono rimasta sorpresa dalla bellezza, dalla pace, dall'armonia che vi regna. Strano perché, come sappiamo, proprio in quei luoghi si svolse la più grande tragedia dell'antichità. Tre giorni, appunto, furono sufficienti a cancellare Pompei ed Ercolano, fare numerose vittime a Stabia, Oplontis, Capua e a radere al suolo le numerose masserie e imponenti domus che si sviluppavano nelle campagne e lungo la costa. La collina in lontananza non si era ancora trasformata nell'attuale Vesuvio, vi si facevano pascolare le greggi anche se, in certi tratti, il terreno appariva secco e la vegetazione brulla, quasi lunare; secoli prima dell'eruzione qualcuno aveva provato a fare ipotesi su vulcani spenti. Invece il peggio doveva ancora venire e, purtroppo, ci fu poco da fare. Molte sono le ipotesi che si accavallano sulla data dell'eruzione: Plinio il giovane fa riferimento al 24 agosto del 79 d.c. Ma molti elementi fanno pensare al mese di ottobre, in primis i dolia, i recipienti contenenti il vino prodotto in loco, trovati interrati e chiusi come solo dopo la vendemmia accadeva. Allora perché Plinio il giovane parla della fine dell'estate? Forse gli amanuensi, che hanno trascritto i testi antichi per riportarli fino ai giorni nostri, hanno commesso errori di traduzione che si sono trascinati di scrittura in riscrittura. In ogni caso, Angela propende per la tesi autunnale. E ci regala, col testo, tante piccole chicche e aneddoti sulla vita dei pompeiani. Sul modo di vivere, amare, mangiare; sulla lavorazione del pane, le abitudini femminili; sulla prostituzione nei lupanari, sulla maternità e sulle relazioni tra gli schiavi e i loro padroni. Ci racconta anche di Ercolano, la vicina città abitata da liberti arricchiti: più elitaria, pulita, elegante. Leggendo il testo, sembra di vedere ancora sagome passeggiare lungo le strade animate. La taverne dove si mangiava, o i dolia esposti a mò di moderni fast food per un pasto veloce lungo la strada; le Terme Stabiane, le case dei ricchi: la gioia di vivere che ancora traspare, nelle case, dagli affreschi, dai colori, dai locali aperti e decorati dai colonnati. Nella descrizione dei corpi ritrovati, Alberto Angela sa dire con efficacia il dramma che si consumò in pochi istanti. Chi non riuscì ad organizzare la fuga nelle due ore successive alla prima esplosione, scelse di aspettare in casa che la furia del vulcano svanisse. Ma i flussi piroclastici  - uno, devastante a Ercolano, prima della colata lavica, e ben tre a Pompei - non lasciarono scampo a nessuno. Ciò che accadde dopo è storia: l'intervento di Tito, l'imperatore, a tutela dei territori devastati; le ruberie e gli sciacallaggi, la volontà di dimenticare l'evento, lasciando sepolte le due città sotto le pomici e la lava. Ormai, soprattutto Pompei, non rendeva all'Impero, sempre assetato di gabelle, come un tempo. Se ne parlò fino al Medioevo, poi su Pompei ed Ercolano scese l'oblio, fino alla metà del Settecento, quando gli scavi iniziarono. Insomma, un testo da consigliare per chi è già appassionato.

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  • Si può scommettere ancora sul futuro?
    Secondo Simone Perotti, sì.
    Sì, se si investe sul consumo critico e  responsabile, sì, se si smette di aderire ai canoni della società liquida e al motto ‘vivi/consuma/crepa’.
    Il suo "Adesso Basta" ha un abbrivo a effetto, poi s’acquieta e dà il suo (profondo) affondo.
    L’ho letto davanti a un mare che ricordava vagamente quello di quando ero bambina, e l’acqua pareva si potesse bere.
    Invece così non è, non più: e non basta un depuratore a ricordarci che fare il bagno era bello, anche senza barca a vela e con nonna al seguito, con tutto quello che ne conseguiva.
    Oggi, il mare, te lo devi inventare. Devi cercare paradisi artificiali, oppure volare quattordicimila chilometri lontano da casa, prima che anche l’ultimo atollo sprofondi.
    Queste cose Simone Perotti le sa, e le scrive. Non ha la pretesa di aver capito tutto. Ma ha agito e può raccontare la sua esperienza (“l’uomo di conoscenza vive sempre agendo”, scriveva qualcuno).
    Un giorno, mentre era intrappolato nel traffico, con tutti i cellulari accesi, compreso quello aziendale, e odiava quelli che vedeva intorno a  sé (intrappolati, come lui, nel caos delle auto), si è fermato in un bar e si è messo comodo.
    "Fermato" è, credo, il termine giusto. Ha mollato il lavoro, non senza essersi fatto due conti e aver valutato le conseguenze, e ha detto addio alla sua avviatissima carriera di manager pluri-pagato.
    Ha comprato un rudere in campagna, lo ha ristrutturato a modo suo (la sua "casa barca", come ama dire): aveva già scelto il mare, una vita vera, la libertà.
    “Non è una passeggiata per buon temponi”, avverte.
    E’, piuttosto, una battaglia che va pianificata in modo lucido e razionale e che richiede un forte spirito di adattamento. Bisogna capire a cosa si può rinunciare in termini di comodità e come vivere "senza", ma con un sacco di cose (di valore) in più. Non due televisori, ma uno: non un cellulare nuovo ogni due mesi. Piuttosto: fare il pane in casa, curare un piccolo orto. Rallentare per avere il meglio, insomma.
    Oggi Simone Perotti (classe 1965, una buona annata) scrive – era il suo sogno nel cassetto - , pubblica e vende (parecchio). Quando non scrive, fitta barche, organizza corsi di vela, crea oggetti che poi mette sul mercato; intanto, diffonde a mezzo blog,  e non solo, la sua visione della vita (secondo la teoria del downshifting).  
    Per chi vuole saperne di più, consiglio la lettura del suo libro e di dare un’occhiata al suo sito: www.simoneperotti.com.

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  • Chi non conosce Madame Bovary?
    Emma è la nostra vicina di casa, è l'alter ego allo specchio. E' l'umorale, l'amorale, la volubile signora che tradisce suo marito, che non bada alla casa, che non ama sua figlia. Emma è tutto ciò che vi è di più disprezzabile in una donna. Eppure. Da sempre siamo attratti da lei, dal nulla che pare abitarla. 'Madame Bovary sono io', disse Gustave Flaubert, consapevole che tutto ciò che odiava in Emma era in realtà una proeizione di sé.
    Da sempre, lo scrittore sosteneva che nei romanzi non dovesse esserci nulla di 'puramente personale': essi dovevano solo riflettere la vita, attraverso le accurate parole dei loro autori. In 'Cercando Emma', edito quasi vent'anni fa da Rizzoli e mirabilmente scritto da Dacia Maraini, Emma è certamente Flaubert, a dispetto di quanto egli asseriva a proposito dello sguardo 'neutro' dello scrittore.
    Flaubert fu un disgustato amatore di donne, nonostante (e forse proprio) a causa del suo aspetto poco attraente; compensava con l'intelligenza e la seduttività le scarse doti fisiche, tanto da amare anche uomini, di tanto in tanto, così come racconta in certe lettere spedite nel corso dei suoi viaggi in Oriente. Era legato alla madre a doppio filo, tanto da non poter assumere altri impegni, di nessun genere, con nessuna donna. E forse sua madre fu il suo alibi più feroce, utile a dissimulare la sua incapacità di vivere fino in fondo i rapporti. Annoiato dalla sua stessa vita, da chiunque incontrasse, ogni cosa per lui finiva, si spegneva, conclusa la fase gratuita. Così anche con Louise Colet, in cui numerosissimi sono i tratti in comune con Emma Bovary: era sposata e Gustave fu uno dei suoi innumerevoli amanti. Aveva una figlia che portava con sé a ogni incontro galante, proprio come Emma.
    Dunque cosa desiderò in Louise, Flaubert? Ciò che di sé aborriva? E davvero, come sostiene la Maraini, la 'usò' per disegnare il personaggio della protagonista del suo romanzo più famoso? Gli serviva un altro Gustave, al femminile, da contemplare all'esterno, nell'ottica di quella neutralità sempre sbandierata? Meticoloso, preciso, volle solo un 'modello' per dipingere la mediocrità. Conclusa la stesura di 'Madame Bovary', salutò Louise dopo otto anni di ambivalente, altalenante amore, che sbollì, in un attimo, nel nulla.
    "Che atroce lavoro, che noia! Ah, la Bovary! Scrivere bene il mediocre e fare in modo che conservi nello stesso tempo il suo aspetto, il suo taglio, questo è veramente diabolico", confessò a Louise in una delle sue tante lettere. Perché, infine, la vituperata Emma altro non era che una donna banale, incapace di sentimenti profondi, annoiata dalla vita esattamente come il suo autore. Il quale, forse, tentava di sfuggire alle leggi generali scrivendo, viaggiando, evitando ogni relazione profonda e, soprattutto, quella parte di sé che vedeva così bene in Louise e che descrisse, disgustato, in Emma.

    [... continua]