Ombre Cap 11 - 13

Capitolo 11‐ L'ultimo rintocco della campana

Non parlo con nessuno da giorni, forse settimane.

Per me non è un problema, sto semplicemente ricambiando la stessa cortesia a cui sono abituata.

Se l'intero ospedale vuole vedermi come una persona strana, perché deluderle?

Tutto sembra aver perso di valore, importanza e significato. Tutto ha il sapore amaro di una bugia.

Stiamo solo apparentemente prendendoci cura di persone malate di mente, ma siamo cieche o, peggio ancora, nel mio caso, consapevoli ma indifese contro qualcosa che ruba non solo la salute e la vita dei nostri pazienti ‐ la morte stessa fa parte della vita, l'ho imparato fin dall'inizio del mio lavoro ad Abbey Hill ‐ ma la loro stessa anima, la loro cosa più sacra.

Qualcosa che dovrei essere in grado di proteggere sia come infermiera che come suora.

Ma sembra più semplice fare solo ciò che è possibile e ragionevole. Sento altre suore affermare che possiamo solo condurre i nostri pazienti al limitare della vita. "Il passo successivo e ciò che accade dopo non sono responsabilità nostra, sono già nelle mani del Signore".

Vorrei tanto che lo fossero.

Ascoltando espressioni di tale saggezza, i miei compiti diventano ancora più insopportabili da portare a termine. Parlando con i miei pazienti, ho la dolorosa sensazione di star loro mentendo, promettendo che staranno meglio, mentre so che c'è la concreta possibilità che nessuno di loro starà meglio, nemmeno dopo la morte, in questo posto. E questo sta accadendo qui, sotto gli occhi di tutte, ma nessuno lo vede.

Quando sono in giro, non volendo fingere di sentirmi meglio, con la coda dell'occhio riesco a vedere i loro volti passare dal disappunto alla pietà mentre mi osservano fingendo di non vedermi, con la stessa espressione di inevitabilità che vedo sui loro volti ogni volta che uno dei nostri pazienti è vicino alla fine.

Nemmeno piangere mi aiuta più. Mi sembra di arrendermi e non voglio. Provo solo rabbia, così tanta rabbia come non ho mai provato prima in vita mia.

Nel profondo, so che sbaglio a sentirmi così, Suor Sophia non sarebbe felice di sentirmi parlare così, ma non posso farci niente.

Probabilmente a causa di tutto quello che è successo, mi sento come fossi chiusa in una stanza senza porte ne’ finestre per far entrare la luce.

Trovo conforto solo quassù, seduta per ore sul tetto dell'ospedale, passando dalla finestra della stanza quadrata sotto il campanile, quella con le croci alle vetrate.

Visto da quassù, tutto sembra piccolo, lontano, un po' meno banale e più sopportabile. Ma la mia rabbia è ancora con me, quieta per un momento, ma ancora lì.

Cercando di ricordarmi chi sono e perché sono venuta qui, non posso fare a meno di sentirmi come una povera piccola creatura nelle mani di qualcosa di enorme e completamente fuori dal mio controllo, come la piccola pietra che ho in mano in questo momento.

Dovrei essere in grado di appoggiarmi sulla mia fede e confidare negli eventi, ma non riesco a trovarne traccia.

E...

E poi la campana suona di nuovo.

È così forte e inaspettato il rintocco, qui vicino al campanile, che la pietra salta dal palmo della mia mano e inebetita la guardo saltare e rotolare, saltare e rotolare finché finisce oltre il bordo del tetto.

All'improvviso, un'altra campana inizia a suonare, dentro di me. Mi confonde, è assordante, ma suona, ancora e ancora...

Cos’ho visto? Non riesco a capire, ma qualcosa mi scuote improvvisamente da dentro.

Non sono sicura di cosa stia succedendo, raccolgo un'altra piccola pietra tra le tegole del tetto e provo a ripetere lo stesso movimento. E di nuovo la guardo saltare e rotolare, saltare e rotolare finché non finisce oltre il bordo del tetto.

Oltre il bordo... A chi appartenevano queste parole? Dove le ho sentite? Di chi è la voce che sento improvvisamente parlare dentro di me?

No, non c’entra nulla la pietra. È qualcosa che la mia memoria sta cercando di dirmi, di ricordarmi... E non ha niente a che fare nemmeno con il tetto... È solo quella parola... Oltre...

Sono certa che troverai la risposta che stai cercando se oserai guardare oltre te stessa...

Oh, mio... Suor Sophia... Sei tu...

Mi siedo sul tetto, piangendo di nuovo dopo giorni in cui i miei occhi sono stati aridi come il mio cuore, inalando e sentendo il mio petto aprirsi dopo tanto tempo a ogni singhiozzo.

La mia gola non pare larga abbastanza da lasciar passare tutte queste lacrime, eppure, mi sento come se respirassi per la prima volta, come un neonato al primo vagito.

Quando il mio respiro affannoso si placa un po', mi alzo e lentamente, con attenzione, cammino verso il bordo del tetto. Quando ci arrivo, provo vertigini e un improvviso leggero capogiro, guardando laggiù. È così in alto...

Penso di aver sentito qualcuno urlare laggiù, ma a causa della distanza, è improbabile che possano riconoscermi. Forse possono indovinare, ma questo non mi disturba. C'è qualcosa che devo capire.

Sai che non puoi farlo perché hai dei limiti.

Sì, ora riesco a vedere, alla fine. La paura è il mio limite. Paura di fallire, paura di cadere, paura di morire.

Ora immagina la tua volontà senza limiti.

E capisco. I miei limiti sono solo nella mia mente. L'unico ostacolo che mi impedisce di fare ciò che so di dover fare sono io stessa.

All'improvviso un dubbio angosciante, come se una mano mi afferrasse la camicia da dietro. E se mi fossi semplicemente ingannata? E se le mie consorelle avessero ragione a limitarsi ai loro doveri ragionevoli? Pensavano che Suor Sophia fosse impazzita. E se avessi seguito le sue orme nella follia?

Ma se n'è andata. Ora è al sicuro... O forse no?

Per un momento sento il tetto scomparire sotto i miei piedi. Forse essere ragionevoli è giusto, dopotutto, e non sono costretta ad affrontare un compito impossibile.

Abbasso lo sguardo sui miei piedi, cercando un fondamento per il mio pensiero, e lo sguardo mi cade sul piccolo crocifisso che tutte portiamo appeso ad una catenina.

Se osi guardare oltre te stessa

E mi inginocchio, di nuovo, piangendo e ridendo allo stesso tempo.

"Perdonami", prego, ridendo ancora con le lacrime che mi scorrono sul viso, "perdonami, Madre. Sono davvero una povera piccola cosa"

Il pensiero nella mia mente ora è molto chiaro e molto ragionevole...

E se Cristo fosse stato ragionevole quando i soldati vennero ad arrestarlo? E se fosse stato ragionevole quando Pilato gli chiese se fosse o meno il Figlio di Dio? Quante volte avrebbe potuto essere abbastanza ragionevole da sfuggire al Suo destino e salvarsi la vita? Forse oggi avrei il simbolo di un uomo più ragionevole appeso alla mia collana invece di Lui sulla croce.

Nonostante i miei sciocchi dubbi, sento il perdono scendere sulla mia testa e accarezzarla come una mano premurosa. Immagino che anche Suor Sophia stia ridendo, di me e con me.

Alla fine, mi alzo. Allungo la mano verso la finestra per rientrare e scendo nella mia cella nel dormitorio dove finisco di scrivere queste note.

Sono qui da ore ormai. Il polso mi fa male. Gli occhi mi bruciano.

Ma il mio cuore è calmo ora, dopo non ricordo quanto tempo. Sento che ogni evento della mia vita, ogni passo che ho fatto da quando ero bambina era destinato a condurmi a questo momento.

Preparerò l'olio per la lanterna e stasera scenderò per la scala sotto il campanile, nel seminterrato.

So che c'è una parte di esso, al di sotto della sala d’ingresso principale, giù nelle fondamenta, vietata a chiunque, persino alle Sorelle Anziane. Sono sicura che lì troverò il luogo che sto cercando, la Sala delle anime, anche se immagino che ora sia in rovina. Lei sarà li ad aspettarmi probabilmente...

Ma devo trovare un modo per aprirla e dare una degna sepoltura a quei poveri resti, e poi... E poi forse sarò in pace con me stessa e con le persone a cui tengo.

Quando tornerò...

No, devo considerare ogni possibilità.

Se tornerò, scriverò la fine di queste note.

Altrimenti, spero che qualcuno trovi questo diario nel buco nel muro dietro il crocifisso e porti a termine il compito ciò che io non sono riuscita ad affrontare.

Se questa è la Sua volontà.

Capitolo 12 ‐ Questo e' tutto... E ora?

"Questo è tutto", dice Lewis, chiudendo delicatamente la copertina posteriore.

"Il resto sono solo pagine bianche", poi, dopo un momento, come se si sentisse in colpa per qualcosa "Mi dispiace per la traduzione approssimativa. In circostanze diverse, avrei potuto..."

"Lewis..." lo interrompe Ben, dandogli un colpetto sulla spalla, "Va bene. È più che accettabile. Non vedi?"

Siamo ancora tutti seduti in cerchio nella camera quadrata aperta, ancora in attesa del resto della storia. Tutti guardano in basso. Qualcuno si soffia il naso. Nessuno parla per qualche istante.

"Non è mai tornata" Charlotte è la prima a rompere il doloroso silenzio.

"Forse l'ha trovato, però", Debbie cerca in qualche modo di mantenere viva la speranza.

"Temo di no", mi dispiace dire.

"Perché pensi questo?" chiede Ben.

"Perché Mater è ancora qui. E anche Sister Agnes, in un certo senso. Non è ancora finita"

Mi sento così strano a pronunciare il suo nome. La rende in un certo senso reale, tangibile, come se fosse presente qui con noi, proprio ora. Forse lo è. Chi può dirlo?

"Allora, cosa possiamo fare?", chiede Lewis, forse pensando ad alta voce, mentre continua a fissare il pavimento.

Non sono felice di dire "Possiamo finire il lavoro". A giudicare da come tutti mi guardano, non sono l'unico a non esserlo.

"Siamo noi ad aver trovato il diario" cerco di spiegare, "Immagino che ci abbiano appena investito di un compito".

"Perché non possiamo semplicemente dare il diario a qualcun altro?", Debbie cerca ancora di resistere a quello che sembra un destino inevitabile.

"Perché risolvere questo enigma è l'unico modo per uscire da qui"

Fred non dice una parola. Si alza e guarda il tetto fuori dalla finestra.

"Non credo che saltare giù sarebbe una grande idea", dico avvicinandomi a lui. A giudicare dalla sua espressione facciale non ho idea di cosa stia pensando.

"Non pensarci nemmeno, Fred" Debbie salta su, allarmata ed allarmante. "A volte puoi essere stupido, ma non così stupido!" sottolinea, come se avesse la mia stessa intuizione. Ma ci sbagliamo entrambi.

La voce di Fred suona stranamente calma e tranquilla. "Sono stato un idiota molte volte nella mia vita, sempre spaventato da qualcosa, lo so. Certo, questa è una di quelle circostanze, ma non preoccupatevi, non sto pensando di saltare o arrampicarmi sull'edificio. Sarebbe una via d'uscita facile, ma non sono sicuro che funzionerebbe".

Poi guardando da qualche parte tra le tegole, "Stavo pensando a Suor Agnes. Anche lei era spaventata, probabilmente terrorizzata, ma non si è tirata indietro. Era seduta lì fuori, sullo stesso tetto che sto guardando ora, ed era una persona vera, come me e voi. Non una santa o una persona perfetta, solo una persona, come una di noi, non forte o debole. Forse entrambe le cose, a seconda dei momenti della sua vita"

"Vuoi dire che non hai più paura? Sei diventato improvvisamente coraggiosa?" Debbie sembra cercare di rompere lo strano incantesimo che sembra aver preso Fred.

"Oh no, tesoro" reagisce Fred voltandosi verso di lei con un sorriso, come se tornasse da un'altra dimensione, "Sono ancora terrorizzato. Solo che non voglio tirarmi indietro. Voglio affrontare questo "qualsiasi cosa sia" come ha fatto lei".

Forse Ben percepisce qualcosa che noi non possiamo, una specie di fumo nella stanza, mentre porge la mano a Fred e dice, "Ciao Fred, bentornato".

E qualcosa succede, non so bene cosa ma succede. Fred stringe la mano a Ben come se lo incontrasse per la prima volta e dice "piacere di vederti, amico".

Capitolo 13 ‐ Possessione

Siamo ancora seduti in cerchio nella stanza quadrata sotto le finestre in vetro e piombo raffiguranti la croce templare.

"Quindi sappiamo cosa dobbiamo fare e dove dobbiamo andare", cerco di riassumere, anche se nessuno sembra sentirsi pronto ad una tale sfida.

"Il diario è molto chiaro...", dice Ben, prendendolo delicatamente dalle mani di Lewis come se fosse un bambino, cercando delicatamente la pagina giusta che ha in mente.

"Qui" quasi grida quando la trova e legge "giù per la scala sotto il campanile, nel seminterrato... Un'area sotto la sala principale, vietata a chiunque... Lì troverò la camera che sto cercando..."

"Non sarà così facile, temo", detesto essere quello che raffredda gli entusiasmi ma mi sento comunque responsabile per queste persone e mandarle contro qualcosa di così sconosciuto ed evidentemente potente non mi rassicura "non solo perché la zona potrebbe essere in rovina in quanto appartiene all'ex abbazia..."

"Per che altro allora?", chiede Hannah, da sotto la sua corta frangia viola... Frangia viola? Da quando Hannah ha una frangia viola, mi chiedo, e all'improvviso mi rendo conto che ha sempre indossato un berretto sportivo fin da quando abbiamo lasciato il parcheggio della "Nuova Luce".

Sheldon, amico mio sei il re degli osservatori, penso tra me e me, mentre intuisco che Lewis dopo il lavoro sul diario, deve aver trovato un modo per farla aprire, dato che li vedo confabulare tra loro, come se stessero tramando qualcosa.

"Siamo al sicuro quassù, almeno finché è giorno", inizio a dire, non sapendo come esprimere a parole quello che voglio dire senza far andare tutti nel panico, "ma dobbiamo considerare che Mater è qui con noi, e se la Sala delle anime è la fonte del suo potere..."

"Più ci avvicineremo, più saremo soggetti alla sua presenza", mi interrompe Agatha, concisa ed acuta nel fare il punto.

"Esatto", invece di sentirmi interrotto, sono contento che qualcun altro condivida le proprie risorse.

"Non è difficile da immaginare..." Chiarisce, come se fosse ovvio, "lo stesso accade in qualsiasi buon videogioco", afferma mentre tira fuori un paio di occhiali con una montatura nera che la fanno somigliare a Welma di Scooby Doo, "più ti avvicini al boss finale, più pericoli incontri".

Forse è un modo un po’ nerd di dirlo, penso, ma ha ragione.

"Questo non è un gioco!" ribadisce con veemenza Debbie. Senza dubbio è ancora spaventata dopo la sua esperienza in bagno.

"Le sedie a rotelle che si muovono da sole, le voci che provengono dal nulla..." sottolinea, "quella cosa è reale, qualunque cosa sia"

"E i corridoi che cambiano aspetto in un attimo!" aggiunge Fred, con una chiara immagine in mente che fa eco alle sue parole. Poi volgendosi a me, "Hai detto di fidarci del gruppo, non dell'edificio e siamo giunti qui, ma cosa possiamo fare?"

"Forse posso aiutarvi", afferma una voce calma e strana, una voce che sono certo non appartenga a nessuno di noi.

Wendy è la prima a capire, nel suo modo peculiare

"Chi sei? Dov'è mia sorella?"

Tutti guardiamo Mandy, che ora ci guarda di nuovo con il suo insolito e caldo sguardo di occhi castani.

Salto in piedi per fermare Wendy. "Aspetta... fermati!" poi mi giro verso Mandy, che al momento non sembra più essere Mandy. E abbassandomi la fisso negli occhi. Mi sento un po’ folle, ma so esattamente cosa sto per dire

"Suor Agnes? Sei tu?"

"Non me ne frega niente di chi è!", urla Wendy arrabbiata, "dov'è mia sorella?"

Mandy la guarda in silenzio, e la rabbia di Wendy scompare, come se improvvisamente fosse stata placata da qualcos'altro...

"Tua sorella è al sicuro, hai la mia parola", dice una Wendy che nonostante abbia la stessa faccia sembra un'altra persona, "abbiamo parlato a lungo e lei ha accettato di aiutarmi così che io possa aiutare voi"

"Cosa intendi per a lungo", continua a ribattere Mandy, "siamo qui solo da poche ore!"

Questo è il primo momento in cui realizzo preoccupato che non sono sicuro da quanto tempo siamo dentro l'edificio. I nostri orologi hanno smesso di funzionare da quando siamo stati scagliati fuori dalla stanza delle anime vaganti. Guardo fuori e la luce del giorno sembra essere esattamente la stessa di quando siamo entrati, il che è impossibile perché sono sicuro che abbiamo trascorso almeno alcune ore a camminare per questi corridoi.

"Stai trattenendo lo scorrere del tempo?" Sembro pazzo a chiunque, me compreso, ma in una situazione surreale abbiamo bisogno di un pensiero surrealista e, onestamente, sento di non avere nulla da perdere, a parte la mia sanità mentale.

Wendy mi sorride e dice "no, non stai perdendo la testa", sorprendendomi e lasciandomi senza parole, "ne’ la tua fede se credi che io possa fare una cosa del genere". Poi aggiunge tristemente "la luce del sole tiene Mater lontana e voi al sicuro, almeno finché non discenderete nell'oscurità".

"Maria...", chiama Charlotte, forse cercando di connettersi con l'entità dentro Wendy, forse per rassicurarsi che non stiamo parlando con qualcun altro.

E Wendy si gira verso di lei come se avesse sempre saputo chi è Charlotte e dove si trovasse.

"Sì, quello era il mio nome, sono stata Maria e suor Agnes, e ricordo entrambe le mie vite. Vedo che sei un'infermiera com’ero io, finché..."

"Dov'è mia sorella?", la miglior virtù di Mandy non è sicuramente la pazienza.

"Tua sorella è al sicuro e lontana, tornerà quando avrò adempiuto al mio scopo, hai la mia parola"

"Qual è il tuo scopo?", Ben si avvicina per chiederle, con un'espressione che dice di percepire molto fumo nella stanza.

“Porre fine alle azioni malvage di Mater in questo mondo e condurla oltre, dove deve andare", dice Wendy sorridendo, ma con un tono che sembra incrollabile. "E voi mi aiuterete a realizzarlo".

C'è qualcosa di sacrale nel suo modo di parlare a tutti noi, qualcosa che mi fa pensare al modo in cui Gesù doveva parlare alle folle che andavano a sentirlo. Gentile ma fermo. Suor Agnes sta parlando di affrontare uno spirito malvagio come non ci fosse altra scelta possibile. E tuttavia non provo paura, anche se non ho idea di come faremo a combattere Mater.