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in archivio dal 16 set 2011

Aurora Prestini

18 aprile 1953, Milano - Italia
Segni particolari: Callo della scrivana
Mi descrivo così: Sono nata a Milano il 18 aprile 1953. Dopo la Maturità classica nel 1972,  laurea in Filosofia nel 1984 con una tesi su "L'estasi sciamanica". Dal 1978 iscritta all'Ordine dei Giornalisti, come pubblicista, ho collaborato con la RAI Regionale del Veneto...
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  • 09 giugno 2014 alle ore 10:43
    25 aprile 1797

    Come comincia: 25 Aprile

    Prologo

    Il 25 aprile 1797 S. Marco decise che era ora di intervenire nella storia della sua protetta, la Serenissima Repubblica di Venezia. Contrariamente all'opinione di molti anche tra i suoi amici, ch'egli d'altronde non aveva mai apertamente contestata, Marco non era particolarmente affezionato alla città. Quell'infantile pretesa d'essere sorta sull'isola da lui sognata, idea assurda, che nessuna persona dotata non necessariamente di fede, ma di buon senso, avrebbe sostenuto per più d'un giorno e che Venezia invece andava ammantando d'una sua storicità, completamente inventata, lo indisponeva. Quell'isola era un'immagine materializzata della gloria futura, un'anticipazione del regno promesso apparsogli nell'estasi dopo una vita di rigorosa, ascetica dedizione alla parola... e parola non è abbastanza "Logos sceso a dimorare fra noi" diceva, con felice intuizione, Giovanni! Ed ora quel popolo di pastori o naviganti che fossero, s'arrogava il privilegio di essere quella dimora!

    Non era proprio il caso di sentirsi onorato, niente affatto. Come se non bastasse gli erano stati fatti altri torti. Intanto il suo nome era Giovanni, anzi, Johanan; non che gli dispiacesse, in vita, essere chiamato col gentilizio romano, che era stato motivo d'infantile, ma legittimo orgoglio per la sua famiglia, anzi, dato che il maestro aveva cambiato il nome di Simone in Pietro e quello di Saulo in Paolo gli era parso naturale, iniziando a professare la nuova fede, rispondere ad un nome nuovo, astratto, romano, che tagliasse i ponti con un'infanzia troppo felice a cui il pensiero poteva tornare spesso, distraendolo dalla preghiera.

    Per i contemporanei dunque era Marco e basta.

    Ma questa città che si pretendeva sua patria, con Dogi che affermavano d'avergli parlato, avrebbe potuto informarsi un po' meglio ed invocarlo, almeno una volta, col suo nome: "Johanan prega per noi..." sentiva che un'evocazione così lo avrebbe davvero commosso.

    Nessuno ci aveva mai pensato.

    Preferivano inventarsi storie esorbitanti e strane, passi per le pretese vittorie a lui attribuite, ma quell'idea che fosse stato lui a colorar le rose di rosso... curioso intervento davvero, da parte d'un santo, modificare il colore dei fiori, che già Dio ha creato appunto variopinti! E comunque, se davvero lo avesse fatto, le avrebbe colorate d'azzurro o d'oro... le rose rosse sono le più comuni del mondo!

    In ogni caso la Serenissima, pur affermando d'essere la sua repubblica, se la cavava benissimo senza di lui, non soltanto perché, come tutti i paesi del mondo, godeva dell'inalienabile sostegno di Dio, ma perché qualcuno che avesse un debole per la città in Paradiso c'era eccome... ed era la Vergine Maria!

    Nessuno avrebbe potuto spiegare il motivo di tale preferenza e, naturalmente, nessuno aveva mai avuto l'ardire di chiederglielo! Il 7 ottobre 1571, addirittura, la Vergine aveva fatto cadere il vento all'improvviso per favorire la flotta cristiana contro i Turchi, ottenendo una vittoria che aveva sorpreso persino il Maestro.

    - Donna - aveva chiesto allora con la sua voce dolcissima, ma non per questo meno autoritaria, - perché intervieni in una realtà che non ci riguarda? La caduta di Bisanzio è la giusta punizione per i peccati d'orgoglio... - Non aveva potuto terminare la frase, perché la Vergine, con un gesto arditissimo che solo una madre poteva permettersi, gli aveva chiuso la bocca con una mano, sorridendo tristemente. - Povera piccola Venezia - aveva osservato - nata dal fango di una palude e sola in lotta contro un nemico tanto spietato... gli altri stati cristiani, forse, peccano d'orgoglio. La piccola Venezia cerca solo di chiudere gli occhi davanti alla nera voragine che minaccia d'inghiottirla, non hai forse insegnato tu stesso, caro, che è peccato cedere alle tentazioni? Non è prova di grande virtù, da parte sua, mantenersi "Serenissima" nonostante i ripetuti assalti del maligno? In ogni caso non sono stata io sola a mutare il corso degli eventi... sai bene che non sono così potente... Sua Santità Pio V ha sognato che una corona di rosario stringeva in un nodo di fuoco la flotta turca ed il sogno è piaciuto al Nostro Padre Celeste, senza l'intervento del quale io non potrei fare nulla! -

    Non c'era possibile risposta di fronte a tanta luminosa umiltà.

    Comunque permaneva il fatto che la Vergine guardasse alla città con un'indulgenza, certo non si può dire eccessiva... tutto è misura ed armonia nel cuore d'una donna amata da Dio... ma insomma, questa passione nessuno avrebbe potuto spiegarla.

    Non poteva essere dovuta al fatto che Venezia festeggiasse insieme la propria fondazione e l'annuncio fatto alla Vergine. Lo sapevano tutti, in Paradiso, che le date che fiorivano il calendario religioso cristiano non avevano niente a che vedere con la realtà. Anzi, a rigore, la Vergine avrebbe dovuto offendersi a quel parallelo assurdo, ne' più ne' meno come Marco s'offendeva giustamente all'idea che Venezia pretendesse d'essere la sua patria.

    Forse però le donne, anche quando sono sante, conservano un modo d'agire e d'amare diverso da quello degli uomini e la Vergine continuava a prediligere la città ed a intercedere per lei anche quando Marco pareva dimenticarsene.

    I Patti di Leoben, comunque, gli fecero mettere da parte i vecchi dissensi.

    Il fatto che Napoleone disponesse della città prima ancora d'averla vinta e si preparasse, non già ad esercitare un potere su di essa, ma a cederla addirittura ad una potenza nemica, come se fosse una moneta di scambio, gli fece d'un tratto cambiare parere sulla Serenissima. La vide all'improvviso fragile e precaria in mezzo a mostri demoniaci, come da secoli predicava la Vergine. L'idea che l'ufficiale corso, invece di ringraziare umilmente Dio della fortuna grande che gli era toccata, osasse posare gli occhi sulla "sua" Repubblica gli divenne intollerabile.

    Allora divenne sensibile alle invocazioni di quel popolo che continuava a chiamarlo Marco, tanto che il suo spirito si materializzò durante la "Messa granda" che la mattina del 25 aprile la città gli dedicò per festeggiarlo, ancora completamente ignara dei disegni tramati alle sue spalle e dei terribili editti di maggio, che avrebbero posto fine, di fatto, alla sua vita politica, nonostante qualcuno si illudesse ancora del contrario; solo un po' turbata dalla rivoluzione, questo sì. La Rivoluzione aveva spaventato tutti, in Europa, anche più delle guerre precedenti.

     
  • 21 settembre 2011 alle ore 14:21
    Storia di Adrion

    Come comincia: Stavrovouni, solstizio d’estate, 648 
     
     
    Il monte Stavrovouni s’ergeva seicentoottantotto metri sulla campagna piatta e sabbiosa, come fosse in contatto col cielo. Peccato che i monaci passassero tutto il loro tempo prostrati in preghiera, perché da lassù la vista spaziava incontrastata su tramonti superbi, albe rosate sul mare... e si sarebbe anche potuto svolgere un efficace servizio di sorveglianza, ora che i pirati infestavano le rive cristiane in cerca di giovani schiavi. Ma a loro non importava prendere parte attiva alla lotta: ritenevano le incursioni diretta conseguenza del peccato e la grazia divina l’unica difesa possibile.
    Quando le prime luci dell’alba arrossarono le pietre, una folla d'uccelli s’avventò su una piccola sporgenza della roccia, dove un giovanetto a piedi nudi aveva messo del cibo: «Mangiate miei cari!» mormorava dolcemente «e ricordate che Adrion vi ama!».
    Ma un urlo agghiacciante proveniente dalla spiaggia li fece volare via; il ragazzo guardò istintivamente giù, verso il mare e vide una piccola donna bruna che cercava invano di resistere, mentre i pirati la trascinavano verso una barca. Alle sue grida erano accorsi due uomini, ma furono subito immobilizzati dai complici.
    Certo sarebbe stato suo dovere dare l’allarme, ma qualche cosa glielo impedì.
    Così era scomparsa sua madre.
    Adrion era stato preparato a quest'eventualità fin dalla prima infanzia, quando vivevano soli: «Non hai mai conosciuto tuo padre!» diceva dolcemente lei «perché s'è lasciato uccidere dai pirati per darmi tempo di porci in salvo. Quella volta è stata una necessità, tesoro, perché io ti portavo in grembo ed era indispensabile per me non partorirti in terra straniera, ma ora, ricordalo bene, non ha più senso fare gli eroi. Tuo padre è morto e per me non fa differenza vivere qui o nell'harem d'uno straniero! Ma tu, amore mio, devi salvarti ad ogni costo. Quando vedrai le navi nemiche venire dal mare, corri a metterti in salvo al convento e non pensare a me, promettilo!».
    No, Adrion non voleva promettere.
    Gli piaceva vivere con la mamma.
    Abitavano in una casetta di calce bianca, che faceva tutt’uno con la spiaggia assolata. Pescavano ogni mattina le preziose conchiglie da cui si ricavava la porpora e lei era abilissima ad estrarre il fiore colorato, quasi senza sciuparle. Sedevano ore ed ore, intenti a quel lavoro, ammucchiando i gusci vuoti da una parte e la sostanza colorante nei vasi di rame. Poi Adrion portava tutto ai monaci, che in cambio gli davano grano ed olio. Quando pioveva ricamava i paramenti sacri con quelle sue dita macchiate di rosso, che non tornavano più pulite. E ricordava i viaggi di suo padre, un ricco mercante di reliquie: foreste di cedri, palazzi coi giardini lussureggianti, chiese e conventi di città, ricchi di marmi, di mosaici e d'icone miracolose. Sua madre non solo le conosceva tutte, ma gli narrava anche le storie dei santi cui erano appartenute e le circostanze del loro ritrovamento: la più importante era quella della vera croce, custodita appunto nel convento di Stavrovouni, per questo voleva che, rimasto solo, si rifugiasse là.
    Su quel punto si mostrava ostinata.
    «No, caro, tu non cadere vivo in mano agli infedeli, non devono neppure sospettare la tua esistenza. Se per caso giungessero mentre siamo in casa e tu non avessi il tempo di fuggire, nasconditi in una cesta e lascia che la mamma si occupi di loro, stai nascosto e non fiatare, finché non riuscirò a portarli lontano ed a salire sulle navi. Non cedere alla curiosità di seguirmi, amore, e neppure di guardare, o il mio sacrificio e prima ancora quello di tuo padre, saranno vani,. Promettilo Adrion, prometti!».
    Alla fine aveva ceduto.
    Tanto questi Mussulmani non s'erano mai più visti. Al mercato assicuravano che se li era inventati, perché era stata abbandonata col piccolo in grembo, ma Adrion sapeva che parlavano solo per invidia. No, no, i pirati c'erano davvero, ma forse avevano dimenticato il villaggio.
    Invece erano tornati.
    Un giorno avevano visto le navi sul mare e sua madre gli aveva ordinato di fuggire senza voltarsi. Non aveva obbedito fino in fondo: arrivato alla porta del convento non aveva saputo resistere alla tentazione di girarsi un attimo e l'aveva vista, piccola piccola, su una di quelle barche. La stavano portando via. Al mercato ora si raccontava che non fosse stata rapita, ma che lo avesse abbandonato apposta, per darsi alla bella vita tra gli infedeli, dove le bionde formose come lei erano molto apprezzate e richieste. Adrion si vergognava di non averla difesa... ma era vincolato dalla promessa!
    Questa volta no.
    Poteva guardare.
    Così poté verificare che sua madre aveva ragione e la gente torto.
    Se quella stupida donna fosse stata zitta ed avesse almeno finto di rassegnarsi, i due uomini avrebbero potuto fuggire e chiamare aiuto, così invece... gli ci volle un po' di tempo per capire che li stavano uccidendo.
    Ancora di più per decidersi ad interrompere la funzione dell’aurora. I monaci avevano escogitato uno speciale suono di campane, che diede l'allarme a tutto il paese.
    Adrion, rimasto solo nella gran chiesa buia, si prostrò davanti all’icona della Vergine, accanto alla quale ardeva sempre una lampada... ma era distratto. Aveva un solo pensiero in capo: sua madre aveva ragione e gli altri torto. Così invece di pregare, fu colto da una specie di sonno inquieto, popolato di ricordi.
    Era sempre allegra, la mamma.
    Gli aveva insegnato ad amare l'isola: raccontava che, aldilà dei monti e delle foreste di cedri, c’era una terra completamente diversa, il mare bagnava le rose di roccia fiorite sugli scogli, che erano ancora più profumate delle erbe aromatiche. Qui, in tempi lontani, si venerava la dea dell'amore e della vita. A Paphos, dove si diceva che fosse nata, l’acqua era perennemente agitata da piccole onde di spuma, anche se non c'era vento e le fanciulle erano le più belle del mondo. In memoria di A quei tempi l'isola era la più pescosa del Mediterraneo. Nel luogo in cui si adorava l'antica dea ora c'era la Madonna miracolosa di Katholiki cui si poteva chiedere qualsiasi grazia, perché la Vergine è più comprensiva di Dio stesso e non smette mai d'intercedere per gli uomini.
    «Mamma, ma c'è Dio?» aveva chiesto un giorno.
    «Certo, Adrion!» aveva risposto «non devi mai dubitarne!».
    «E allora perché non ha aiutato papà ad uccidere i Mussulmani?».
    «Gli Arabi vanno a pesca d’uomini come noi di pesci: te lo figureresti un pesce che dice "non voglio essere mangiato"?».
    Adrion rideva: «Ma mamma, i pesci non parlano!».
    Allora si faceva seria: «Credi, tesoro, c'è meno distanza tra un uomo ed un pesce che fra noi e Dio!».
    «Ma se papà avesse pregato la Vergine di Katholiki...» s'ostinava Adrion.
    «Non si può discutere di quel che è stato» concludeva lei «si può solo far meglio per il futuro...».
    Si alzò e, sforzandosi d’allontanare le distrazioni e di pregare per gli stranieri, tornò a fissare lo sguardo sull’icona mariana: il fumo della lampada perennemente accesa l’aveva un po’ scurita. Il mantello aveva cupi riflessi sanguigni; producevano tutti i colori in convento: il viola ed il rosso con la porpora, il bianco, dato dai gusci ben pestati, gli azzurri e le varie tonalità di giallo ricavati dalle erbe dell’orto, il nero, per cui si raccoglievano, subito dopo la potatura, tutti i sarmenti di vite dei dintorni, che erano poi carbonizzati e polverizzati con cura, come l’oro e l’argento. Amava l’incarico di produrre colori, perché gli scarti erano la principale parte del cibo che dava agli uccelli, ma non gli piacevano affatto le immagini dipinte e non riusciva a concentrarsi e pregare. Chi diceva che servisse? Forse appunto, come gli uomini sono indifferenti al destino dei pesci, anche a Dio, che stava nei cieli, non importava che l'isola di Cipro fosse cristiana od islamica.
    Alla fine uscì dalla chiesa e s’accinse a raggiungere la spiaggia: «Che fai, Andrea?» lo chiamò padre Crisostomo. Non lo chiamavano col suo vero nome, perché non c’era un santo corrispondente.
    «Ho messo l’esca per le conchiglie» spiegò «e vorrei controllare le ceste!».
    «Ma figliolo» gli fece notare il monaco «ci sono i pirati, tu stesso hai dato l’allarme! Se vuoi renderti utile vai invece in infermeria e in cucina: prima di sera arriveranno i feriti!».
    Ad essere sinceri non aveva particolarmente voglia d’aiutare: amava la pesca proprio perché era una scusa per uscire; tuttavia, senza conchiglie, veniva a perdere il principale nutrimento per i suoi beneamati uccelli. Da quando era giunto in convento li nutriva in segreto, alimentando di propria iniziativa la semplice idea dei monaci di buttare i rifiuti in un posto dove gli animali selvatici potessero cibarsene, per non sprecare nulla: nessuno era più attento di lui quando spazzava i magazzini e ripuliva le piante aromatiche una per una, liberandole dai parassiti. Aveva ammantato questa norma igienica d’un profondo contenuto affettivo ed il lungo e paziente esercizio gli aveva permesso di giungere sempre esattamente al sorgere del sole, che l’investiva sfavillante coi propri raggi. Era il suo rito mattutino, poiché non era tenuto a partecipare alla preghiera comunitaria. Amava negli uccelli la possibilità di volare liberi ed ogni volta chiedeva in segreto se avessero visto sua madre, arrivando all'assurda speranza che, almeno loro, lo riconoscessero come Adrion.
    Lavorò dunque, coscienziosamente, alle cucine, riuscendo a far sparire un po’ di grano e raccogliendo con scrupolosa cura ogni briciola caduta a terra.
    «Sei gentile ad aiutarmi» diceva Giuseppe, l’unico novizio, profondamente turbato dagli avvenimenti.
    «Dio può sempre fare un miracolo e concederci la vittoria!» il giovane scosse il capo tristemente, era rimasto orfano e non aveva particolare fiducia nell’intervento divino.
    Effettivamente non accaddero prodigi.
    Tutto ciò che riuscirono a riportare a casa al tramonto fu il cadavere d'un uomo ed i miseri resti d'un altro, che si lamentava.
    Erano due latini.
    Adrion ne mirò sbigottito i corpi giganteschi e le barbe bionde, perché gli avevano detto che suo padre veniva dal nord come loro. Al confronto gli altri uomini sembravano bambini.
    Avrebbero seppellito il morto nel cimitero del paese, perché solo i monaci avevano il diritto d’occupare l’ossario del convento, ma ricoverarono l'altro nella foresteria, dove avrebbe potuto esser curato direttamente dalle taumaturgiche mani di padre Belisario.
    Durante la compieta, Adrion lo raggiunse.
    Ora si sentiva un po' in colpa nei confronti degli stranieri, per non aver dato l'allarme in tempo: l’uomo giaceva immobile nel lettino di salice, avvolto nelle bende di lino, che parevano azzurre alla luce del crepuscolo. I grandi bracieri di rame diffondevano nell'aria l'odore di legno aromatico e d'incenso con cui i monaci cercavano invano d'allontanare le zanzare, attirate dal sangue. Ne allontanò delicatamente una e sentì il calore della febbre che lo divorava.
    «Devo confidarti un segreto!» gli sussurrò.
    «C’era una volta una grande città che s’affacciava proprio a questo mare e le sue mura erano state costruite direttamente da Dio! Ma il re s’inorgoglì della sua potenza ed osò sfidare il cielo, così scoppiò una grande guerra e tutti gli eroi accorsi da entrambe le parti morirono, perché nessuno aveva ragione o torto, tutti erano egualmente colpevoli di superbia. Il loro sangue cadde nel mare ed impregnò le conchiglie d’un colore purpureo...» fin qui ripeteva una delle leggende antiche raccontate da sua madre, ma improvvisamente la sofferenza dell’uomo che gli stava davanti e la frustrazione di quella giornata passata in solitudine, gli suggerirono una diversa conclusione: «noi abbiamo il compito di ripulire il mare da tutto quel sangue. Dobbiamo dimenticare tutte le altre occupazioni, raccogliere le conchiglie, liberarle dal fiore e rigettarle vive in acqua...».
    Tacque. Se davvero fosse stato possibile vivere in quel modo: pescare il pesce senza nutrirsene, coltivare i fiori senza servirsene, ricamare begli abiti senza indossarli, allora forse Dio, quello strano Padre lontano ed assente che aveva addirittura permesso la crocifissione di suo figlio, si sarebbe accorto che gli uomini erano buoni ed avrebbe offerto loro un sostentamento che non passasse attraverso la violenza ed il sangue... ma come spiegarlo?
    «Nezia!» si lamentò l'uomo.
    Quel suono lo riportò alla realtà: «Devi rassegnarti, fratello» gli sussurrò con quanta più dolcezza poteva  «è stata rapita dagli arabi, ma mia madre...».
    «Andrea, in nome di Dio, chi ti ha dato il permesso d'entrare?» lo interruppe concitato padre Belisario e, molto prima che rispondesse, lo mise alla porta.
    Restò nascosto nell'ombra finché il monaco non uscì e poi entrò di soppiatto ad assistere il ferito. C'era qualche cosa in lui che lo attirava segretamente: i capelli biondi, il fatto di sentirsi responsabile della sua vita, ma più ancora quello strano nome di donna... Nezia… era sicuro che non ci fossero sante con quel nome, come non s'erano trovati santi Adrion.
    «Ho sete!» disse l'uomo quando lo sentì tornare.
    «È una fortuna che tu parli il greco, fratello» disse incoraggiante, poi si guardò attorno.
    La luce della luna piena pioveva liquida sulla brocca di rame, versò un po’ d'acqua in una ciotola e gliel'accostò alle labbra riarse, ma lo sconosciuto non riusciva a muoversi e fu necessario bagnare una pezza e mettergliela direttamente sulla bocca. Per un po’ lambì golosamente le gocce che cadevano, poi riprese a lamentare l'assenza di Nezia.
    «Ti capisco più di chiunque altro, fratello» disse dolcemente Adrion «anche mia madre è stata rapita...» e pian piano raccontò tutta la sua vita, con le bellezze ed i misteri dell'isola, persino le storie degli Dei... narrò la guerra di Troia e la vicenda di sant’Elena, che era sbarcata a Cipro per miracolo. E se la bellissima Elena, per cui s’era combattuto, e la santa fossero in realtà la stessa persona? Descriveva allo straniero la regina, ammantata nella porpora imperiale, con un piccolo gatto dagli occhi d’oro fra le braccia... lo invitava ad affidarsi tutto al potere della fede, che cancella ogni peccato e risana le ferite… finché quel richiamo, Nezia, si fece sempre meno disperato, come l’ora pro nobis che risponde alle litanie.
    L’indomani, all’alba, offrì agli uccelli un pasto di solo grano ed avanzi vegetali, chiedendo anche a loro un parere sulla sua idea di vivere senza uccidere, per non insanguinare il mare. Naturalmente non risposero, ma ebbe l’impressione che gradissero il cibo nuovo... certo puzzava meno. Quel mattino erano anche più numerosi del solito: persino una grande aquila volteggiava in cielo, sovrintendendo a tutta l’operazione, cosciente della propria supremazia.
    Tornò rasserenato alle occupazioni abituali.
    Neppure quel giorno poté raggiungere la spiaggia, anzi gli abitanti di Larnaca decisero di rifugiarsi sul monte e, dato che non si poteva né respingerli, né ospitarli in terra consacrata, costruirono insieme un piccolo rifugio nascosto alla vista del mare. Adrion e Giuseppe furono incaricati di far la spola tra il convento ed i profughi, tra cui c’erano anche numerose fanciulle, molto informate sugli stranieri. La donna rapita era la madre del ferito e l'uomo suo padre, un ricco mercante che ogni anno andava in Siria con legname pregiato e pelli e ne ripartiva carico di grano e di spezie. Questa volta la famiglia lo aveva seguito, per fare un pellegrinaggio a Gerusalemme: pareva che la donna dovesse sciogliere un voto particolare... così era successa la tragedia.
    Ebbe l’impressione di percepire una sostanziale diffidenza nei confronti dei cristiani d’Occidente diretti al Santo Sepolcro! All’isola non s’usava niente del genere: i monaci erano legati da un voto specifico al proprio convento e gli altri non avevano certo i mezzi per far pellegrinaggi… e poi a che scopo? «Non da Oriente, non da Occidente, ma da Dio viene la salvezza!» affermò solennemente Giuseppe, interrogato sull’argomento. Si stava copiando i Sacri Testi e li sapeva in gran parte a memoria, ma non seppe spiegargli meglio quelle oscure parole.
    «Se sant’Elena fosse stata di questo parere» gli fece pacatamente notare Adrion «non avremmo nè la reliquia della Santa Croce, né i gatti!».
    «Santo Cielo, Andrea!» esclamò scandalizzato «non crederai a queste sciocche superstizioni!».
    Così Adrion, cresciuto ascoltando storie di viaggi e terre misteriose, si trovò a far causa comune col ferito, contro tutti gli altri e tornò di nascosto ad assisterlo.
    «Nezia!» chiamò di nuovo quella notte.
    «Devi rassegnarti fratello» ripeté Adrion «tua madre è stata rapita...».
    Inaspettatamente lo straniero rispose: «Nezia non è mia madre!».
    Per un attimo Adrion rimase ammutolito e l'altro riprese faticosamente: «Mia sorella è una bambina… come te! Era partita da casa con noi, ma arrivata a Paphos s'è ammalata e le suore di Katholiki ci hanno convinto a lasciarla con loro. La mamma voleva assolutamente portare a termine il suo pellegrinaggio e Nezia non era in grado di seguirci...».
    Per quella notte non fu possibile sapere altro.
    Forse non occorreva altro: era già innamorato della bionda Nezia, in salvo a Paphos, bisognava ringraziare! Con gioiosa meraviglia dei monaci, partecipò alla funzione notturna e pregò con particolare intensità. Gli pareva benaugurante che si fosse fermata presso il quadro miracoloso. Forse la Madonna stessa aveva voluto proteggerla.
    Se solo fosse riuscito a comunicare questo difficile pensiero al fratello!
    Così decise di fargli anche una visita diurna: fra l’ora di sesta e la nona, mentre gli altri riposavano, ciascuno nella propria cella. Il sole pioveva a picco sul giardino, come se volesse incendiarlo, gli aromi di lavanda, mirto e rose esalavano asciutti nell’aria calda ed immobile, le cicale gridavano forte, con una nota di sofferenza. Nell’infermeria, per un attimo, pensò d’essere completamente cieco e sbatté un po’ le palpebre abbagliate, prima di poter vedere il malato: aveva il volto completamente scoperto, senza cicatrici visibili ed i grandi occhi chiari spalancati sul soffitto. Quando lo sentì entrare, pur non riuscendo a muoversi, sorrise: «Tu devi essere il ragazzo che sa parlare con gli uccelli» lo salutò.
    «Chi te lo ha detto?» si schermì vergognoso Adrion.
    «I monaci!» rispose faticosamente lo straniero «e mi han anche messo un po’ in guardia dalle tue chiacchiere... ma io credo che siano l'unica cosa che mi ha tenuto vivo! Però la capacità di parlare agli uccelli non è tutto merito tuo… devi sapere, infatti, che questo monte era un tempo consacrato al dio del cielo… ed in suo onore si nutrivano numerosi volatili, che non si sono neppure accorti del cambiamento della nostra religione: l’aquila stessa vola spesso sopra di noi, senza farci alcun male».
    «Non vedo come tu possa aver osservato queste cose, immobile qui!» osservò stupito.
    «Non sono stato sempre infermo!» rise il ferito e poi spiegò: «Non fraintendermi, non volevo turbare la tua fede… al contrario! L’idea d’estrarre il fiore senza sciupare le conchiglie è molto interessante! Non è un caso il naufragio di sant’Elena a quest’isola! Ve l’ha attirata un potere antico, forse lo stesso che lega questo monte agli uccelli ed all’osservazione del cielo…».
    C’era qualcosa d’affascinante e strano in quel che diceva quest’uomo, ma ne aveva paura, si pentì d’avergli svelato i più sacri ricordi della propria infanzia e fuggì spaventato, come di fronte ad un pericolo, via, via, fino al luogo dove di solito nutriva gli uccelli. Era la prima volta che saliva lassù alla luce del giorno: il sole lo investì del suo calore, in uno spaventoso silenzio. Il mare era inghiottito da una caligine dorata che saliva fino al cielo, completamente deserto. Ogni creatura viva sembrava scomparsa, per la prima volta il luogo gli parve piccolo e maleodorante e la vampa calda gli tolse il respiro. Chiuse gli occhi: anche le sue palpebre erano rosse, anzi, se non porpora. Non era possibile estrarre il fiore senza uccidere, così come non c’era salvezza senza il sangue della croce! Per la prima volta da quando viveva sulla cima del monte, il grido dell’aquila lo atterrì. Non aveva un posto dove andare. Il lettuccio accanto al laboratorio lo schiacciava col peso dei ricordi: si rese confusamente conto che la sua vita era stata accettabile finché la pesca delle conchiglie ed il mercato gli avevano offerto occasione d’evadere. Adesso, col pericolo dei pirati mussulmani, avrebbe dovuto adattarsi a fare il novizio, come Giuseppe, imparare a scrivere, copiare i testi sacri, fabbricarsi un rosario su cui pregare in segreto ed alla fine del lungo tirocinio pronunciare i voti e tagliarsi i capelli.
    Fu la prospettiva della tonsura a deciderlo: doveva riconciliarsi a tutti i costi col ferito, perché, una volta guarito, lo portasse con sé.
    La voce di padre Belisario l’arrestò appena in tempo, s’appiattì nell’ombra, dietro ai grandi vasi d’olio, nell’attesa che la medicazione terminasse… no, non si trattava di questo: lo straniero stava confessandosi… sarebbe dovuto uscire, ma un solo movimento avrebbe palesato la sua presenza. Così attese e non poté fare a meno di sentire che il monaco cercava di convincere lo straniero a pronunciare i voti per morire in santità.
    «La vostra vita mi affascina molto» rispondeva questi «ma sono preoccupato per mia sorella».
    «Le buone suore avranno cura di lei…».
    «Fino a quando?» lamentò il ferito. «L’abbiamo affidata loro assicurando che si sarebbe trattato di poche settimane… dovevamo tornare a prenderla ricchi di regali…».
    «Fai torto a quelle sante donne, non agivano certo per interesse!».
    «Com’escluderlo completamente? I tempi son tanto difficili! Senza contare che la nostra nave è partita senza di noi… chi può impedire ai nostri stessi uomini di tradirci, tornando indietro a farsi dare la bambina e poi vendendola come schiava?».
    «Che vergogna, pensare queste cose! Le monache non la consegnerebbero! Guarda il nostro caso: forse ricorderai il fanciullo che ho sorpreso accanto al tuo letto il primo giorno… è un ragazzo senza padre, la madre raccontava che l’avessero ucciso i pirati ed un bel giorno è sparita a sua volta, forse rapita, ma t’assicuro che nessuno l’ha sentita chiamare aiuto! Eppure noi ci occupiamo del piccolo e, quando avrà l’età, se lo vorrà, l’accoglieremo tra noi…».
    «Scusa se te lo dico, ma è una cosa ben diversa! Sappiamo bene che rischi corre una donna…».
    «Ora la preoccupazione ti fa diventare ingiusto: l’ultima delle sgualdrine è più fortunata di un eunuco e può sempre contare sulle gioie della maternità. No! I nostri fanciulli corrono tutti gli stessi rischi e l’unico modo per proteggerli è pregare pazientemente e fiduciosamente Iddio di farlo, senza stancarci mai…».
    «Mi dispiace padre» concluse tristemente lo straniero «non posso pronunciare i voti prima di veder mia sorella sana e salva…» e lasciò che se n’andasse, scuotendo il capo.
    Anche Adrion attese che s’allontanasse, poi uscì dal nascondiglio e s’accostò al lettuccio d’ammalato: «Sai scrivere, fratello?» propose.
    Gli occhi color del cielo lo guardarono: «A che serve?» chiese.
    «Conosco il convento di Katholiki» mentì «perché la mamma era devota alla Madonna e m’accompagnava sempre, ma le suore non mi daranno la bambina se non saranno certissime che sei tu a chiederla, perciò devi far scrivere un documento con qualche cosa che mi faccia riconoscere. Poi prometterai a Dio di farti monaco non appena la vedrai sana e salva e sarai esaudito, perché questo è il suo monte santo!».
    «Ma tu non puoi arrivare fin là da solo…».
    «I monaci mi affideranno a qualche mercante!».
    «E tu correresti questo rischio per me?».
    «No, non per te, per lei… sento che assomiglia alla mia mamma!».
    Lo straniero tornò a sorridere: «Assomiglia a te» disse.
    «Ti prego, chiama padre Belisario e assicuragli che ho deciso!».
    Però è strano.
    Fino a quel giorno non aveva mai mentito e nessuno gli aveva creduto ed ora, con questa bugia grossa, non ebbe nessuna difficoltà. Prima del tramonto fu tutto pronto: affidò a Giuseppe gli uccelli e regalò alle ragazze le conchiglie, poi prese congedo dallo straniero e partì libero.
    Nezia lo stava aspettando.
     
    Tratto da: http://www.deastore.com/libro/adrion-cerca-nezia-una-storia-aurora-prestini-gruppo-albatros-il-filo/9788861858077.html
     
    Aurora Prestini
     

     
  • 18 settembre 2011 alle ore 20:59
    la storia di Clelia

    Come comincia: Altino, 452: Equinozio di primavera
    Era ancora notte nella villa del magistrato edile: i muri si levavano alti e scuri tutt’attorno, schermando la luce azzurrata dell'aurora, che a poco a poco faceva impallidir le stelle; l'acqua dell'impluvio era nera dentro il quadrato di mosaico policromo, che ora stemperava in silenzio un'infinita gamma di grigi e le colonne di pietra chiara, che sembrava quasi marmo, emergevano piano dall'ombra con un chiarore d'opale. Il rosmarino in fiore, invisibile, bagnato di rugiada, diffondeva nel buio il suo intenso profumo, i tralci di rose selvatiche, che non erano state potate, s'arrampicavano nere e tenaci sui loro sostegni, inarcando le spine aguzze e le piccole foglie nuove contro il cielo, solo le primule riuscivano ad emergere dall'ombra, disegnando una nuvola celeste fra il timo ed il prezzemolo.
    Eppure qualcuno era già desto ed in cuor suo s'univa ai gorgheggi delle allodole, mentre, con gesti aggraziati e veloci, si intrecciava i lunghi capelli corvini e li fissava sul capo con gli spilloni d'argento, preparandosi da sola ad uscire.
    Si chiamava Clelia ed era l'unica figlia che il magistrato avesse avuto dalla bellissima, ma fragile sposa bizantina conosciuta e perduta nello spazio di pochi anni, al suo primo incarico importante, come funzionario imperiale per la prevenzione agli incendi della provincia di Cipro; era stata riportata in patria ancora in fasce, con le cure attente riservate ad un bene prezioso ed era cresciuta sola nella grande villa d'Altino, affidata alla servitù: riuniva in se' la grazia orientale di sua madre e l'energia tutta romana di suo padre. Apparteneva con ardore a quell'impero che s'era da poco scoperto cristiano e voleva conquistare il mondo e da parte sua intendeva senz'altro consacrarsi a Dio. A differenza di molte fanciulle della sua età, contrastate dalle famiglie in questa vocazione santa, aveva tutto l'appoggio di suo padre, che, perduta l'adorata moglie a pochi giorni dal parto, vedeva nel sesso un vero mostro infernale divoratore di vergini, visione approvata ed incoraggiata dalla Chiesa.
    Dunque era solo questione di tempo.
    Pochi giorni ormai.
    La fanciulla aveva già le abitudini del convento: sapeva a memoria gran parte del Salterio e quasi ogni notte si destava spontaneamente per rendere grazie a Dio. Nel silenzio lo sentiva vivo ed operante accanto a se'.
    Quella mattina però non attendeva l'alba, come sempre, pregando da sola nella sua piccola cella: avevano fatto un piccolo voto tra amiche e si trovavano insieme a pregare nel bosco di pioppi e pini marittimi, appena fuori Altino. Dovevano chiedere grazia per una di loro che era stata destinata dai parenti al matrimonio ed invece, naturalmente, voleva restar vergine come le altre.
    Clelia aveva raccontato quanto sentiva presente Dio nel silenzio della notte, il predicatore inveiva contro la pigrizia che intorbida l'animo di chi indugia a letto fino a tardi... così era nato tra loro questo voto silvestre, che in realtà aveva un sapore più dionisiaco che cristiano. Naturalmente ne' Clelia ne' le sue undici compagne lo sapevano, perché l'educazione ricevuta le teneva completamente all'oscuro riguardo alle antiche superstizioni pagane.
    In un primo tempo avevano pensato addirittura di trovarsi dopo il vespro, per attendere il giorno in preghiera, ma come giustificare di fronte ai parenti un'assenza notturna? Così decisero che ciascuna avrebbe vegliato a casa propria ed il canto delle allodole le avrebbe riunite nella piazza della chiesa, che distava di poco dalle loro dimore.
    Ma c'era una cosa che Clelia doveva assolutamente portare a termine prima di trovarsi con le altre.
    La bambola.
    In realtà, che Dio la perdonasse, non si trattava affatto d'un giocattolo. Bianca, una sua schiava, s'era fatta fabbricare un idolo in onore d'una dea pagana della fecondità di cui Clelia, naturalmente, ignorava il nome. L'infelice era convinta che con quell'assurdo oggetto, una statuetta cava che avrebbe dovuto contenere aromi ed altri elementi magici sacri alla dea, avrebbe trovato più facilmente marito. La sciocca pratica era rigorosamente proibita dalla legge cristiana e Bianca, per quanto fosse giovanissima, era stata trascinata in tribunale senza che neppure il padrone tentasse un gesto per salvarla.
    Clelia ricordava ancora, con un brivido di giusto orgoglio, il coraggio con cui lei, bambina, aveva attraversato la folla vociante per prendere le difese della sua schiava: — Una dea! — aveva riso con una punta d'arroganza, stringendosi al seno la statuetta incriminata. — Qualcuno s'è preso gioco di voi, signori. Questa è la mia bambola, mia da quando sono nata. —
    Non fu creduta.
    Ma era figlia di un magistrato e nella sua piccola bugia riluceva un grande coraggio, che fece vergognare un poco chi aveva accusato Bianca.
    Bambola e schiava le furono restituite.
    Tenne sempre il giocattolo con se' per non destar sospetti su quell'anima inquieta che dopo pochi giorni si mise di nuovo contro la legge fuggendo con una buona parte delle ricchezze mobili di casa. Pare che certe anime siano predestinate alla dannazione... anche se certo non è lecito giudicarle anzitempo.
    Ora comunque era tempo di disfarsi della bambola e non era prudente regalarla: le manine indiscrete d'una bambina avrebbero rivelato presto che la statuetta, costruita interamente di biondo legno di noce, invece d'un innocuo ventre d'argilla, aveva una cavità pronta a custodire pericolosi elementi pagani!
    Bisognava approfittare dell'uscita per gettarla di nascosto in una discarica.
    Povera bambola, era tanto bella! Aveva lunghi capelli di seta dorata, sormontati da una specie di corona d'argento su cui era incisa una piccola falce di luna nuova, grandi occhi azzurri, con ciglia nere e sottili dipinte a raggiera che mimavano un eterno stupore, narici piccole ed una bocca rosso carminio. Che colpa ne aveva se una malintenzionata voleva servirsi di lei per offendere Dio? Parve a Clelia, nel prendere il corpicino dalla cassetta di cedro intagliato in cui la teneva riposta, che alla bambola sfuggisse un gemito, tanto che per un attimo la cullò.
    Poi si riscosse.
    Da diverse lune era diventata donna, fra pochi giorni avrebbe preso il velo e stava per concludere un'importante veglia di preghiera... come poteva perder tempo a giocare? Le sue compagne l'aspettavano! Sospese la bambola alla cintura che le cingeva la vita, si avvolse in un mantello di lana bianca, perché nonostante l'avanzar della primavera l'aria del mattino era ancora fredda, ed uscì dalla porta di servizio, per non destare i cani che dormivano nel vestibolo... e con loro tutta la casa.
    Nella strada i muri bianchi trasudavano la luce dell'aurora e lasciavano intravedere a tratti i rami di melo in fiore e quelli di vite tempestati di germogli purpurei, che s'arrampicavano avidi verso il sole nascente, gli uccelli cinguettavano forte e gli ultimi ricci s'affrettavano a guadagnare le loro tane nascoste.
    Era tardi!
    Clelia affrettò il passo nelle morbide scarpe di cuoio bianco filettate d'oro, recitando mentalmente il canto di Daniele e le pareva davvero che la rugiada lucente, gli animali tutti, selvaggi e domestici e i fiumi ed il mare che indovinava all'orizzonte, s'unissero al suo pensiero per lodare Dio, che ancora una volta disperdeva le tenebre della notte con la luce tersa d'un nuovo giorno.
    Giunta all'altezza di un vecchio canale d'irrigazione, che ora appunto serviva da discarica, stava per disfarsi della bambola, quando fu raggiunta da una voce amica. — Clelia, Clelia abbiamo quasi ottenuto il miracolo! — gridò alle sue spalle la piccola Maryam, figlia d’un ricco funzionario equestre e fidanzata contro il suo volere ad un anziano amico del padre.
    Clelia ricacciò indietro il primo involontario moto d'impazienza per l'interruzione e si volse sorridente ed incredula: — Davvero? — rispose solerte nascondendo la bambola nelle pieghe del mantello. — Lucio ha dunque rinunciato a te? —
    Maryam scosse il capo, facendo tintinnare gli orecchini d'oro a lunghi pendenti. — No, non proprio... ma vedi... sono riuscita a venire con voi! —
    Ora le seccava davvero essere stata disturbata per così poco. Avrebbe dovuto portare la bambola con se' alla preghiera, come una bambina piccola, solo perché questa sciocca l'aveva raggiunta anzitempo. — Questo non è un miracolo, mia cara amica, — la corresse un po' troppo severa — ma solo il frutto della buona volontà che tu dovevi mettere. Non potevamo certo pregare per te mentre tu oziavi tra le coltri! —
    L'altra fu visibilmente ferita dalla sua risposta. Era molto bella ed aveva grande cura del proprio corpo d'adolescente: Clelia non riusciva a far tacere del tutto il sospetto che se Lucio invece d'essere un maturo amico di suo padre, fosse stato un giovane avvenente, il chiostro non avrebbe esercitato alcuna attrazione su di lei. Sapeva che questo era un pensiero malvagio e se ne rimproverava, ma la figura dell'amica, vestita di seta rosa frusciante e profumata d'aloe, non era l'antidoto più adatto ai suoi cattivi pensieri. " Non ha fatto in tempo a cambiarsi da ieri sera " si diceva " i suoi l'avranno certo costretta ad ornarsi per una festa in onore del fidanzato ed io sono veramente diabolica a pensar male di lei... "
    Intanto Maryam atteggiava un gran broncio con la piccola bocca innegabilmente dipinta. — Certo, certo — osservò — per te son tutti doveri. Però tu ieri sera hai avuto il permesso di ritirarti presto e le tue schiave ti hanno preparato ad una notte di sonno prima ancora del tramontar del sole... oh! Non voglio togliere nulla alle tue veglie di preghiera, ma si sa che è facile, quando si è tranquilli... io sono stata costretta a partecipare ad un pranzo importante... non sai? Bisogna fornire i rinforzi agli assediati o Aquileia cadrà sotto le mani di quel flagello di Dio... Lucio ha chiesto a mio padre consiglio sui soccorsi da portare e sull’opportunità d’arruolare altri uomini ed hanno parlato fino a notte fonda. Mia madre mi ha costretto a servirgli portate spezziate e vino dolce di Cipro in calici di neve fresca ed egli voleva farmene assaggiare, ma io, naturalmente, ho rifiutato... — Una lunga pausa servì ad evocare il vino e non solo quello, perché i funzionari imperiali e le loro famiglie avevano la sgradevole tendenza a sentirsi sempre un po’ più importanti del padre di Clelia e non perdevano occasione di far notare il loro impegno, soprattutto militare e la loro disponibilità di merci pregiate, poi l'amica l'incalzò: — É stata una grande rinuncia, sai, così dolce e profumato... ma certo mi sarei addormentata se lo avessi bevuto e anche se mi fossi lasciata preparare per la notte dalle mie schiave, lo sai che prendo sempre sonno durante il massaggio! Non hai neppure idea delle bugie che ho dovuto inventare ed ora tu... —
    Clelia sentì un'onda amara di rimorso salirle dal cuore alla gola, come un fiume in piena. — Oh, povera piccola Maryam, scusami, scusami, mi viene da piangere, sono così impulsiva! Non sono degna di essere la vostra guida! —
    — Infatti non lo sei! — ribatté acida l'altra — Tra pochi giorni prenderemo il velo e saremo affidate alla madre badessa; prima di allora siamo tutte uguali e se tu hai qualche buona idea in più devi ringraziare Dio che ti ha permesso di vivere in una famiglia serena e piena di grazia e non insuperbirtene! —
    Clelia non percepì il veleno nascosto in quelle parole, si sentiva profondamente colpevole... e un po' a disagio per non aver potuto gettare la bambola. Quella risposta le parve un giusto ridimensionamento.
    Affrettarono il passo e giunsero quasi correndo alla piazza, dove le altre attendevano impazienti e presero la via del bosco di pioppi, salici e pini marittimi che s'affacciava al mare. Fin dall'aurora una brezza leggera portava in città un sentore salato a cui si mescolavano i profumi degli alberi, esaltati dalla rugiada notturna; le foglie erano ancora tenere e la luce le attraversava chiara e tersa, annunciando una giornata radiosa. Bisognava affrettarsi, perché presto la città si sarebbe destata e tutti avrebbero notato la loro assenza...
    Ma non pregarono.
    Il bosco era irto di guerrieri a cavallo, col capo rasato percorso da una spaventosa cresta e la bocca mascherata da lunghi baffi neri. Se ne stavano schierati perfettamente immobili: solo i piccoli occhi scintillarono di desiderio vedendo le dodici vergini che si erano gettate ignare tra le loro braccia; le ragazze si accorsero che l'aria era impregnata d'uno strano odore di bestiame e di sangue ed ostinatamente silenziosa, come se ogni animale vivente, anche il più piccolo, si fosse già messo in salvo. Certo era un gruppo degli assedianti che aveva deciso di spingersi fino alla nuova città... o forse la lunga resistenza d'Aquileia era stata alla fine fiaccata ed ora toccava ad Altino?
    L'ultimo ricordo di Clelia fu il brusco movimento della sua bambola, che si sciolse da sola dalla sua cinta e cadde nell'erba bagnata di rugiada, coi grandi occhi sbarrati verso il cielo.

    ***********

    Tratto da: 'Riflessi... una storia scritta sull'acqua' Filippi, 1997 di Aurora Prestini

     
  • 17 settembre 2011 alle ore 13:59
    I dubbi di Pietro

    Come comincia: I DUBBI DI PIETROLa luce purissima del crepuscolo ormai azzurro cupo annunciava inequivocabilmente la notte e Gerard l’aveva già avvertito due volte che ai forni tutto andava bene.Che i forni funzionassero Pietro lo sapeva perfettamente, anche a distanza, addormentato nel suo letto, si sarebbe svegliato all’improvviso se alla fornace qualche cosa fosse andato fuori posto, il fuoco dei forni, il lento gonfiarsi della pasta vitrea erano parte integrante del suo respiro.Quello che Gerard cercava di fargli capire, con infinita discrezione però, era che si faceva tardi.Già. Il Duca, che pure adorava il suo maestro vetraio, non aveva mai accettato completamente quella sua abitudine tutta italiana d’abitare per conto proprio in una minuscola abitazione con porte, balconi e finestre, invece d’accettare la convivenza al castello. Così, non potendo rifiutare l’unico favore che il fedele servitore gli aveva chiesto, cercava almeno di limitare al massimo i disagi, o meglio i cambiamenti, che il suo vivere isolato imponeva al castello. La sera dunque avevano una certa fretta di farlo tornare a casa per potersi chiudere all’interno delle mura ed al mattino, naturalmente, non gli aprivano prima dell’alba.A Pietro quelle precauzioni facevano ridere, come se un malintenzionato, volendo, non avesse potuto benissimo introdursi nel castello durante il giorno con un inganno qualsiasi. In definitiva questa piccola mania del Duca, che per il resto aveva un cuore nobile e generoso, gli lasciava molto tempo libero, soprattutto d’inverno. E per un padre di tre figli... uno come lui, con la fissazione dei bei mobili fatti con cura esatta di ogni particolare, il gusto della buona cucina alimentato da un orto stipato di frutti in ogni stagione, il tempo da passare in famiglia non era mai abbastanza. L’unico dispiacere, certo, era staccarsi dagli adorati forni proprio adesso che era considerato maestro a tutti gli effetti.Maestro.Non riusciva ad attraversare il cortile quadrato del castello senza ripensare al momento magico in cui era accaduto. La sua sorte, fino allora incerta, era maturata all’improvviso, in pochi istanti. A Venezia non era mai riuscito ad ottenere la qualifica che il suo lavoro meritava ed in Francia aveva addirittura dovuto accontentarsi di fare il manovale. Durante il viaggio che l’aveva condotto fin là, comunque, aveva visto tanti orrori e vissuto tante umiliazioni che aveva finito per ritenersi ben soddisfatto d’aver trovato un posto sicuro e privo di responsabilità. Stava caricando un peso dopo l’altro sulle larghe spalle quando gli passò davanti agli occhi una specie di lampadario destinato evidentemente al castello: aveva cinque portacandele di vetro opaco, d’un rosso cupo che pareva escogitato apposta per intorbidare la luce naturale della fiamma, pensò che al mondo c’era gente che si manteneva con un lavoro così mediocre e riarse di sdegno.Dopo tutto era all’estero e nessuno capiva la sua lingua... sfogò il suo malumore con una parolaccia ed aggiunse: «Hanno davvero un bel coraggio a consegnare questa robaccia!»Proprio in quell’istante, all’improvviso, fu raggiunto dalla punta d’un frustino, mentre la Duchessina, nell’italiano perfetto delle gentildonne colte, replicava: «Fin da piccola ho imparato che non è lecito criticare un lavoro se non si è in grado di farlo meglio... penso che a maggior ragione questo debba valere per un servo!» Parlava severamente dall’alto del suo cavallo scuro, Pietro rimase senza fiato.Nei tre mesi passati lavorando alla costruzione della grande mole quadrata destinata a nuova residenza, non aveva mai visto la Duchessina a piedi, né l’aveva udita pronunciare una parola, ad eccezione degli ordini brevi e decisi che impartiva ai cani ed ai cavalli... invece quell’amazzone intendeva e parlava un italiano perfetto che egli stesso aveva appreso soltanto frequentando le case patrizie e non avrebbe saputo pronunciare con altrettanta naturalezza.Fu un momento. Subito si riprese, rispondendo: «Mi permetta di confessare, Signora, che a Venezia ero maestro vetraio!»Una piccola esagerazione che in seguito giustificò a se stesso con la scusa dello stupore.La bella Marguerite scoppiò in una risata argentina e senza degnarlo d’una replica qualsiasi spronò il cavallo per raccontare a tutti la divertente novità: suo padre impiegava un maestro vetraio veneziano come manovale.Il Duca avrebbe tollerato qualsiasi cosa, soprattutto da parte della figlia prediletta, ma non un appunto alla propria amministrazione, che l’esperienza dimostrava piuttosto efficiente. Così volle subito rimediare alla trascuratezza iniziale, dovuta anche all’ostinato silenzio dell’Italiano o Veneziano che fosse, mettendogli a disposizione quanto di meglio offriva il mercato francese per la sua arte... il che parve un po’ poco a Pietro abituato al libero mercato della sua Patria ed alla collaborazione di alchimisti di prim’ordine.Presto però dovette accorgersi che, in compenso, la concorrenza era nulla ed il suo lavoro da esule, accurato, onesto, ma non sempre artisticamente valido, era super valutato.Sua moglie fu subito esentata dal filò collettivo, segno di riguardo che Luciène non gli aveva mai perdonato, poiché detestava rimanere a casa da sola. Ah, Luciène! Carattere strano, un modo del tutto diverso d’essere moglie che eclissava i suoi ricordi italiani. Dopo dieci anni l’adorava ancora come il primo giorno, tanto che pensando a lei con improvviso desiderio, quasi non vide che alle mura del castello, poco prima del ponte levatoio, era affisso un manifesto della Serenissima. Lo riconobbe dal leone, perché era lentissimo a leggere, né si sarebbe comunque fermato per guardar meglio.Gli avevano fatto capire che era in ritardo e poi... detestava Venezia. Ed ancor più detestava Murano, l’isola meschina e sorda in cui per vent’anni aveva dovuto lavorare sotto maestri che non sapevano niente di niente.Erano nati là.Bel merito davvero essere indigeni.Pensavano forse che fosse un titolo nobiliare? Gente che viveva di pesce salato anche da ricca: i più alti gli arrivavano alla spalla. E le loro belle mogli patrizie... e già la Serenissima permetteva ai ricchi vetrai di sposare fanciulle di grandi casate, che costrette a dimorar nell’isola si facevano inquiete ed avvizzivano presto sotto il peso dei gioielli e dei tessuti preziosi ostentati. Pietro poteva affermare che erano quasi tutte innamorate dei suoi occhi turchini. Ad onor del vero bisogna dire che erano dei begli occhi. Tanto era notte e questo pensiero superbo restava nascosto. Anche qui in Normandia, dove i biondi abbondavano, erano gente di pelo chiaro, con gli occhi appena celesti. Meravigliosi in una donna, Luciène, per esempio, non perché fosse sua moglie era praticamente perfetta. Però ogni volta che gli partoriva un figlio si svegliava in lui un po’ d’orgoglio di razza faticosamente sopito e si scopriva a cercare nel bambino qualche cosa che ricordasse il suo stampo. I suoi capelli neri, neanche adesso s’erano imbiancati, le sue spalle larghe, il colore strano e cupo dei suoi occhi erano per lui una specie di segreta eredità di sangue che avrebbe voluto con tutta l’anima trasmettere almeno ad uno dei suoi figli. Non che gli dispiacesse notare che invece erano ritratti vivi di Luciène, anzi lo trovava giusto sapendo bene quanta sofferenza un figlio costi a sua madre, però a volte gli capitava di pensare che la vita stava scorrendo via da lui senza lasciare traccia a questo mondo, dove aveva tanto faticato e sofferto.Certo era un pensiero sciocco, credeva fermamente alla risurrezione dei morti, come cantava ogni domenica in chiesa nel latino che gli ricordava un po’ la lingua materna, però a volte avrebbe voluto qualche cosa... oh, molto, molto meno della vita eterna. Poter dire, anche solo d’un calice di vetro opaco, questo è mio e decidere liberamente di lasciarlo ad un nipote che gli assomigliasse, che un domani potesse ricordare... che sciocchezza.Ricordare che cosa? A chi?Certo era molto infantile, da parte sua, indugiare in questi pensieri.Forse non si sarebbe sentito così se avesse avuto una bottega propria. Molto meno della fornace del castello, però completamente sua, nel bene e nel male, col diritto di passarci una notte intera se il lavoro lo richiedesse e la necessità di pagar di persona un affare sbagliato.Se avesse potuto trasmettere un’eredità del genere ai propri figli non gli sarebbe più importato molto del colore degli occhi.Non a Venezia. La odiava.Luciène gli aveva proposto spesso di tornarci, come tutti gli altri pensava che fosse emigrato per l’impossibilità d’aprire una bottega propria in patria, lui, non veneziano. Le cupe leggi della Serenissima dovevano essere note al mondo intero. Così sua moglie si era premurata d’avvertirlo che adesso, per via della peste che decimava la popolazione, la Repubblica aveva mutato regole ed egli avrebbe potuto realizzare il suo sogno. Mai parlato di sogni a Luciène che evidentemente, fra tante qualità, aveva anche quella di coglierli da sola.«E tu non hai paura della peste?» Aveva obbiettato un po’ stupito all’idea che Luciène fosse disposta ad abbandonare il posto dov’era nata e dove fino a prova contraria vivevano felici.«Sai bene qual è la mia unica paura!» Aveva replicato lei e subito dopo era arrossita vivamente, già era così, in contrasto coi più profondi istinti del suo sesso e con l’amore che indiscutibilmente li univa, Luciène non voleva altri figli. A giustificarla un poco era la sua salute malferma che era peggiorata ad ogni gravidanza. In definitiva gli aveva partorito tre bei maschi sani... però era strano da parte sua non desiderare almeno una figlia.Comunque Pietro non aveva mai con fidato a nessuno quanto gli dispiacesse il fatto che di tre ragazzi neppure uno gli somigliasse. Era come se un sottile diaframma li dividesse nonostante l’affetto, o forse proprio per quello talvolta Pietro pensava che se l’avesse amata meno avrebbe potuto imporsi con maggior fermezza per il suo stesso bene, le avrebbe imposto distrazioni al suo eterno languore, l’avrebbe costretta ad uscire ed a guardar bene la vita in faccia.Ogni cosa è bella, per chi sa vedere... Le notti normanne, per esempio. Non aveva ancora finito di stupirsi tanto erano piene di luce. I sassi bianchi rilucevano sul cammino come gigantesche perle. Gli sarebbe piaciuto prendere Luciène per mano e farle scoprire che in realtà il buio della notte non esiste. Solo una sfumatura più cupa d’azzurro per far sembrare più nitide le stelle, un avvicendarsi di occhi curiosi sgranati fra gli alberi, come grandi frutti gialli... Purtroppo Luciène non aveva nessun interesse per i colori e la notte non l’aveva mai affascinata, neppure quando la sua salute era migliore.Certo ora stava peggio. Forse per questo motivo si era appassionata all’idea di trasferirsi a Venezia, la gente del Nord la credeva una città da favola, rossa e d’oro, niente di strano che Luciène pensasse di riacquistarvi la salute.Purtroppo il motivo della sua fuga non era affatto quello che tutti credevano, neanche la migliore delle mogli può penetrare fino in fondo un segreto del genere. Soprattutto quando il marito continua a raccontare un’altra storia.No, non faceva affatto la fame a Venezia, anche se non aveva una bottega propria. Il suo aiuto era richiesto da molti ed aveva un bel giro di clienti che non si sarebbe mai sognato d’abbandonare... ma aveva ucciso un uomo. I primi tempi si sentiva in colpa nei confronti di Luciène per non averglielo mai confessato, ma non aveva mai imparato il francese abbastanza per poter raccontare una storia come quella.Forse nemmeno nel suo dialetto natio avrebbe mai trovato le parole giuste. L’uomo che aveva ucciso era il marito della sua amante. Si ripeteva spesso, a sua discolpa, che non si era trattato d’un vero e proprio delitto. Certo egli non sapeva tirar di scherma come i gran signori della sua nuova patria che risolvevano le proprie rivalità con prestigiosi duelli, ma proprio per questo era stato coraggioso ad affrontare un uomo così, all’improvviso... e se non fosse intervenuto a tempo quel pazzo avrebbe ucciso anche sua moglie.Una gran bella donna. Forse dal punto di vista estetico migliore di Luciène.Tuttavia col passar degli anni s’andava convincendo che non valeva certo la pena di passare tanti guai per lei. Certo appena successo il fatto l’aveva messo al riparo dai sicari, l’aveva protetto e fatto fuggire, ma adesso ormai aveva capito come tanta cura fosse rivolta più al proprio onore di donna ed al patrimonio da conservare intatto che a lui.Non lo aveva mai raggiunto.Così, per quanto gli fosse costato, non aveva più aperto le sue lettere e non le aveva comunicato il proprio domicilio definitivo. Se solo avesse potuto restituirle il denaro fino all’ultimo centesimo. Non riusciva a perdonarsi d’aver ucciso un uomo per lei, che non aveva avuto neppure il coraggio di condividere la sua sorte. Tutto sommato era contento di non averla più accanto e certamente non valeva quanto Luciène... ma riteneva d’averlo scoperto nel modo peggiore.Per questo non poteva e non voleva tornare a Venezia.Nel buio, per un processo strano della sua memoria allenata a cogliere forme e colori sul nascere, il manifesto bianco gli si parò davanti agli occhi. Vide che era diverso da tutti gli altri. Le parole... erano allineate in modo diverso. Oh maledetta fretta. Non sarebbe caduto il mondo se gli avessero lasciato il tempo di leggerlo. Tornò a casa ripetendosi che non c’era nessun motivo di ritenere il manifesto diverso dagli altri, forse le nuove parole ripetevano vecchie cose e poi, comunque, non poteva tornare a Venezia a nessun patto. Però dato che Luciène dormiva profondamente, mentre a lui l’aria della notte aveva tolto il sonno, cosicché doveva respirar piano per non svegliarla... insomma, non fu certo per via del manifesto che non riuscì a dormire, ma dato che appunto era ancora sveglio e si sa che di notte, se non si dorme, i pensieri si fissano in modo strano, così alle prime luci dell’alba, sveglio per sveglio, tornò ad uscire. Tanto la primavera era avanzata e certamente i signori erano già usciti con i loro cavalli inaugurando il ponte levatoio e non avrebbe dovuto inventare qualche strana scusa per farsi aprire, come accadeva d’inverno. Già che passava tanto valeva che si fermasse finalmente a leggere quel manifesto e convincersi una volta per tutte che non era... oh, sì che lo era: una revoca di bando.Ebbe la precisa sensazione che il cuore gli si fermasse e per un attimo dimenticò che nessuno doveva sapere che i Signori di notte al criminal e al civil l’avevano bandito, che non era né decoroso né prudente far vedere che leggeva ancora con avidità notizie di casa, di quel genere poi... e neppure pensò che la Duchessina, che leggeva meglio di lui, fosse al corrente di quanto veniva annunziato e non del tutto estranea al ritardo con cui il manifesto era stato affisso.Tutte queste considerazioni gli vennero alla mente molto più tardi.Al momento tutte le sue energie erano assorbite dalla difficoltà di lettura, acuita dallo stranissimo linguaggio usato: quei maledetti patrizi veneziani si divertivano certamente a procurare tante difficoltà alla gente come lui.“Calafati, marangoni, operai dell’Arsenale, tessitori di lana e di seta...”Sì anche vetrai di Murano erano autorizzati a rientrare in patria, indipendentemente dal motivo per cui erano stati banditi, purché si presentassero entro sei mesi. Da quando? Faticosamente, con la fronte imperlata di sudore, percorse di nuovo il documento fino al fatidico “21 dicembre”. Non gli restava molto tempo, doveva raggiungere Venezia prima dell’estate. Quest’idea lo fece bruscamente tornare in sé come una doccia gelata: tornare a Venezia? Non ci pensava neppure. Semplicemente trovando scritto “sei mesi” gli era venuto spontaneo guardare la data d’edizione. Chiunque avrebbe fatto lo stesso. Si irritò con se stesso all’idea di provare ancora tanto interesse... ed emozione, forse era rabbia, perché d’affetto per quella città non ne aveva mai nutrito. Forse stava provando un po’ di gioia all’idea che la sua vecchia e superba nemica fosse in ginocchio. Certamente era così, perché non averci pensato prima? Non era amore, né nostalgia, che lo spingeva ad interessarsi, nonostante tutto, della sua vecchia patria. No, era un bel sentimento di vendetta pieno e virile. Forse non cristiano. Considerando però il fatto che la sua vendetta si consumava quieta nel suo petto, che non avrebbe mai umiliato la sua vecchia amante mostrandole la nuova, stupenda famiglia che si era fatto e che tornava a Venezia non per nuocere a qualcuno, ma al contrario ad offrire nobilmente il suo braccio per aiutarla a sollevarsi dalla peste... se la miglior vendetta è il perdono, egli, da buon cristiano, avrebbe perdonato. Non era per sé che tornava, ma per fare un regalo a sua moglie.Tornò a casa di corsa e trovandola finalmente desta la baciò.«Perdonami, amore!» Disse sommessa Luciène, ancor più diafana del solito: «Volevo attenderti sveglia...»Così pallida sembrava una statua d’opale, Pietro pensò che bisognava tentare qualsiasi cosa per renderla felice e gli tornò facile annunziarle: «Ho ripensato a Venezia... penso che ti farebbe bene vederla...»Gli occhi color dell’acqua s’accesero: «Potremmo raccontare al Duca che andiamo in pellegrinaggio e che passando dal tuo paese ci fermeremmo dai tuoi parenti... Ci sarà qualche santuario da nominare al posto della Serenissima, in modo da non perdere nulla qui e poter far ritorno se non ti offrono le condizioni adatte ad aprire una bottega!»Nonostante la sua malattia era riuscita ad elaborare un piano perfetto, Pietro ringraziò il Cielo d’avergli dato una moglie tanto provvida.«E così stai pensando di lasciarci!» Affermò solennemente il Duca, accarezzando la bella testa di levriero che stava mitemente appoggiato alle sue ginocchia.Non era esatto, Pietro stava guardando adorante la luce dorata che pioveva dai vetri e pensava che era tutto merito suo se l’antico maniero s’era trasformato in un luogo ameno in cui era dolce vivere. Solo per non fare attendere il suo Signore, che non parlava la sua lingua e non era famoso per la propria pazienza, recitò a memoria la storiella del parente malato che aveva inventato Luciène in mancanza d’un santuario adatto... nonostante i suoi sforzi non era abbastanza devoto per queste astuzie.Purtroppo l’idea d’un pellegrinaggio sarebbe stata molto più adatta a spostare l’intera famiglia. Un parente malato, invece, in un paese afflitto dalla peste... Il Duca fece qualche difficoltà: che bisogno c’era di correre ad assisterlo con moglie e figli? Non aveva pensato ai pericoli? Aveva un affetto speciale, quasi paterno, per la bella Luciène, tanto più delicata e fragile di Marguerite... si mormorava addirittura che fosse per l’appunto il frutto d’un amoretto di gioventù e per quanto non avesse mai potuto riconoscerla non la vedeva volentieri partire per sempre...Inaspettatamente fu proprio Marguerite a risolvere la faccenda, appena informata della decisione di Pietro se ne uscì con una languida ode alla malinconia per la patria lontana, di inequivocabile sapore petrarchesco poiché in questo modo aveva imparato l’Italiano, trangugiando voracemente tutto ciò che avesse un rapporto anche vago col poeta.Il Duca, che non capiva l’Italiano e tanto meno il Petrarca, era solito collegare ogni poesia alle follie d’amore che imperversavano tra i giovani, dunque cominciò a considerare con occhio diverso la selvatichezza della sua vivacissima figlia che mostrava di preferire i cavalli alle danze. Realizzò improvvisamente che era stata Marguerite a scoprire il talento del maestro vetraio sul quale, prima e dopo, erano circolate tante chiacchiere e si trovò d’un tratto convinto che gli occhi turchini ed i capelli neri dell’italiano potessero aver fatto breccia nel cuore della fanciulla, con pregiudizio grave dell’ormai imminente presentazione a corte e relativa legittimazione del contratto di nozze stipulato da anni con una delle più antiche famiglie normanne, anche una donna tre volte più fragile ed a avvenente di Luciène sarebbe passata in secondo piano di fronte a tale legittima ansia paterna.Dopotutto aveva sposato e di sua spontanea volontà per giunta, l’Italiano... suo preciso dovere seguirlo.Quasi a dispetto di tanta apprensione Luciène affrontò il viaggio benissimo, sostenuta da una forza di volontà e da un’energia felice che a Pietro sembrò super umana. Non solo il tratto fluviale l’entusiasmò, ma anche le mulattiere sulle Alpi che percorse ridendo e cantando come una bambina, senza nessuna paura o stanchezza.Il cambiamento di clima le giovò senz’altro, aveva le guance rosse ed i capelli più dorati che mai. Si era fatta bellissima, la grazia dei suoi sedici anni s’era conservata intatta nonostante l’arricchimento di tratti apportato dalla maturità ed una specie di brillante malizia, del tutto nuova in lei, le illuminava di tanto in tanto lo sguardo.Arrivati al paese natale non solo furono accolti da una grande festa, ma trovarono la casa stipata dai bauli che Luciène aveva spedito in segreto ai suoi parenti.Pietro era commosso: «Da quanto tempo preparavi questa fuga?» Chiese stupito.Si sentì rispondere: «Da quando ci siamo sposati, amore mio! Sapevo che bruciavi di malinconia ed ho sempre creduto che prima o poi sarei riuscita a portarti a casa!» Mentre diceva queste parole non era semplicemente bella, sembrava una creatura angelica, una fonte di salvezza.Certamente a Venezia avrebbe riacquistato, insieme alla salute, il gusto della maternità e gli avrebbe regalato un figlio che gli assomigliasse davvero, questa volta.Invece l’arrivo a Venezia fu tutt’altro che felice.Oh i piani di Luciène continuavano a funzionare benissimo, la Serenissima, per quanto malata, spalancò loro le braccia come lei sola sapeva fare, si trovarono alloggiati in un bel palazzetto a Murano, non troppo fastoso per non metterli in imbarazzo ma abbastanza comodo e spazioso perché Luciène finalmente governasse una vera casa. Se gli interni e gli arredi avevano bisogno di ritocchi, e Luciène era felice di mettersi subito al lavoro, il brolo era perfettamente tenuto e fin dalla prima sera poterono goderne gli squisiti frutti.Certo la fornace era un po’ antiquata, ma gli erano stati offerti i mezzi per riadattarla a proprio gusto... e soprattutto era davvero sua.Però appena tornato a Venezia, la prima volta che il sole gli fece brillare davanti agli occhi i caratteristici riflessi sull’acqua, si mosse dentro di lui il ricordo d’un male antico, dimenticato negli anni duri dell’esilio, che tornò ad amareggiarlo con forza del tutto nuova. Una colpa più nascosta del patrizio ucciso, certamente meno grave agli occhi del mondo ma anche più penosa per la memoria. D’un tratto ebbe l’impressione d’essere perseguitato da un’ombra crescente destinata ad estendersi su tutta la sua vita, una debolezza intima e segreta che precedeva tutti gli altri avvenimenti e certo li aveva provocati con la sua diabolica energia.Come aveva potuto dimenticare?Come liberarsene adesso che la salute stessa della sua adorata Luciène l’aveva ricondotto a Venezia, esponendo a quella forza oscura tutta la famiglia?Trovò dunque la forza di confessarsene, adesso non era più difficile come una volta, fin dal primo giorno in cui aveva messo piede sull’isola il parroco era venuto per primo a fargli visita, complimentandosi per la bella famiglia e garantendo personalmente che da un anno ormai non c’erano più casi di peste. Era un uomo piccolo, ben pasciuto, grigio d’occhi e di capelli, che ispirava una serena confidenza. Una persona istruita e preparata... e finalmente uno che capisse il suo dialetto.Era una splendida serata di maggio ed onestamente, per quanto abbia sempre amato il mio lavoro, mi seccava proprio dover passare la notte in fornace, soprattutto considerando il fatto che le cose importanti, in quella bottega, avvenivano al mattino e prevedevo di trovare soltanto qualche lavoretto mal riuscito da aggiustare alla bell’e meglio ed i fuochi da controllare, un garzone di dodici anni avrebbe potuto sostituirmi senza pregiudizio. Inutile dire che a me toccavano sempre i turni più noiosi, Messer Todaro mi odiava perché ero più in gamba di lui. Poi faceva caldo, spirava uno scirocco che avrebbe tolto a chiunque tutta la voglia di lavorare, tanto che la Serenissima vorrebbe i forni spenti durante l’estate, ma io sapevo già che il mio padrone si era fatto rilasciare un permesso speciale per continuare l’attività fino ad agosto, per superare la concorrenza proponeva lavori a condizioni impossibili, sia per quanto riguardava il tempo che i compensi, contando sul fatto che non potevo ritirarmi.Così camminavo imbronciato sulla riva, pensando che se faceva tanto caldo a maggio per metà luglio si poteva morire e tenevo la testa bassa per non guardare il rosso e l’oro del tramonto sull’acqua, quando udii il caratteristico richiamo delle cicogne ...

     
  • 16 settembre 2011 alle ore 14:55
    Carola

    Come comincia: S. PIETRO DI CASTELLO: Marzo 965 Gli abitanti di San Pietro in Castello non avevano bisogno del canto del gallo per svegliarsi: alle prime luci dell'alba il notaio intonava il suo "mattutino". Era un uomo burbero, di sani principi, trovava sempre qualche cosa per cui rimproverare il giovane presbitero che gli faceva da segretario e talvolta, nelle mattine d'estate, quando tutte le finestre erano aperte, si sentiva anche la vocetta di quest'ultimo esporre ragioni che nessuno capiva. Allora tutti dicevano che non sarebbe mai diventato un notaio, perché non aveva abbastanza voce.Quel mattino le litanie erano iniziate particolarmente presto ed avevano rapidamente varcato la barriera delle imposte e degli usci chiusi, per diffondersi nella caligine azzurrata d'un marzo particolarmente rigido. Il motivo di tanto scontento era la presenza di un nuovo scriba che, a detta del padrone, lavorava malissimo.– Gli scrivani devono essere ignoranti – tuonava la voce baritonale – non possiamo certo rischiare che divulghi i fatti della gente ai quattro venti! –Il presbitero invece univa ad un innato orrore per la gente rozza, la convinzione che copiare segni sconosciuti fosse una fonte certa d'errori d'ogni tipo e citava San Benedetto: "Claustrum sine armario est quasi castrum sine armamentario", anzi, avrebbe ardentemente voluto farlo, ma la parola "claustrum", da sola, provocava un travaso di bile nel suo interlocutore: – Questo non è un convento! – strillava a pieni polmoni – Credi che non sarei più felice anch'io di miniare bei codici, invece di stendere questi maledettissimi contratti per gentaglia litigiosa? Ma vivo di questo, purtroppo! È la mia croce, che sopporto con serena fermezza! Il contratto ed il testamento richiedono buone lettere posate, chiare a tutti, non graffiate in qualche modo da un intellettuale distratto! Guarda, guarda il lavoro del "tuo" Basilio... –A dire il vero l'apprendista in questione dipendeva dal notaio, ma diventava proprietà personale del segretario ogni volta che faceva qualche malefatta. – Sembrano appunti su tavolette di cera, non scritti su pergamena! Queste lettere sono... sono anitre spaventate! –A questa similitudine Nicolò, che da un pezzo se ne stava immobile sulla porta, scoppiò in una franca risata, palesando la sua presenza.I due uomini considerarono con stupita attenzione la sua figura alta e magra ed i capelli lisci e corvini, poi il notaio chiese con aria critica: – Tu sai scrivere? –– Solo in greco. – rispose compunto Nicolò, provocando una nuova crisi nel suo collerico interlocutore.– A che cosa pensi che serva qui il "tuo" greco? – iniziò, ma fu presto interrotto dal segretario, che tirandolo per la manica, gli fece notare che non si trattava affatto d'un nuovo apprendista, ma di un cliente: il figlio di Caloianne.– Il suo bastardo, per l'esattezza. – replicò con impietosa fermezza Nicolò.A questo termine il notaio si calmò di colpo, come se avesse inteso, al contrario, un titolo onorifico dei più rari e s'inchinò con umiltà eccessiva al nuovo venuto: – Permettimi di correggere il tuo errore! – disse con grande deferenza – Le nozze di tuo padre con la nobile greca tua madre erano perfettamente legittime e solo perché la tua povera genitrice è morta nel darti alla luce, tuo padre ha deciso, col cuore straziato, di prendere di nuovo moglie. –Teneva molto a questa versione dei fatti, perché l'aveva inventata egli stesso, anche se preferiva usare la formula notarile "completata e corroborata".Vent'anni prima, quando Caloianne era tornato a Venezia con questo figlio naturale a cui, inspiegabilmente, teneva tanto più degli altri, aveva pensato, come tutti, che fosse proprio una sciocchezza portare quella piccola vipera nel nido dei biondi, quieti figli della bella Sërinde, ma, contrariamente al resto della città, era del parere che l'unica che avesse un debole diritto di protesta fosse appunto Sërinde, che invece aveva accolto il bimbo a braccia aperte.Dunque s'era inventato questa storia decente per ammantare il tutto d'una certa ortodossia, scrivendo di suo pugno un contratto nuziale risalente più o meno alla data del concepimento. Aveva la coscienza pulita, perché era convinto che la piccola bugia non avesse danneggiato nessuno ed ora non capiva proprio che cos'avesse la gente da chiacchierare tanto.Nicolò era un uomo ormai e gli stava davanti, indomito e fiero com'era stato suo padre, sempre attivo e sempre in lotta contro qualcuno, ma con una componente di sofisticata furbizia che Caloianne, certo, non aveva.Doveva essere il sangue greco.In ogni caso non era certo un uomo da inimicarsi a cuor leggero.– Mio padre – replicò duro il ragazzo – ha saputo della morte di mia madre quando io avevo sei anni e decise allora di portarmi qui con se'. Ma a quel tempo era già sposato con Sërinde, che gli aveva generato la piccola Carola. –Che cosa voleva da lui quel giovane pazzo? Gettare lo scandalo sul genitore che lo aveva adorato e che era morto da prode in uno scontro coi Saraceni/Normentani?Nonostante si fosse imposto la calma, il notaio ebbe un moto di disappunto: – Niente affatto! – esclamò con calore – Tuo padre ha deciso di portarti con se' quando hai avuto l'età d'intraprendere il viaggio... ma la notizia del lutto gli era pervenuta prima, molto prima... lo so bene, perché... sono stato io a leggergli la lettera... –Negli occhi neri di Nicolò sfavillò una scintilla di ridente malizia: – Leggi il greco, notaio? –L'altro si confuse ed il segretario, fino allora muto e spaurito, intervenne pronto: – Veramente è stato il sacerdote che aveva assistito la tua povera madre a darcene notizia... tra sacerdoti, come sai, si usa sempre il latino! –Notaio e segretario erano infatti sacerdoti.Nicolò mirò per un attimo le loro lunghe vesti nere con cuore gonfio di obiezioni, ma preferì sorridere amaramente, mentre osservava: – Non a me, ma ai miei fratelli dovreste dire queste cose! –Il notaio sorrise, sinceramente sollevato.Il giovane non aveva perso dunque il rispetto per suo padre, ma era stato accusato dai fratelli di secondo letto... questo era tanto più naturale! E provava inoltre l'eccellenza del suo ministero! – Io posso provarti tutto ciò che ho detto! – esclamò trionfante e non mancò d'aggiungere, rivolto al segretario: – Vedi a che serve una scrittura posata e ben fatta! "Hæc cartula in perpetuum permaneat"! –La sua voce s'era fatta solenne ed il segretario approvò commosso, ma Nicolò scosse la testa: – Grazie – rispose educatamente – non occorre! Non è per questo che sono qui. – e davanti allo sguardo allibito dei due uomini s'affrettò ad aggiungere: – Non mi interessa dimostrare più niente ai miei fratelli... io parto. Ho intenzione di tornare nella mia terra d'origine e di prendervi moglie. – Sottolineò con straordinaria enfasi quest'affermazione, come se qualcuno avesse affermato la sua incapacità di consumar matrimonio.I due sacerdoti si scambiarono un'occhiata perplessa: le chiacchiere che circolavano erano esattamente volte in senso opposto: e d'altra parte assomigliava a suo padre... ma queste considerazioni furono fugate dall'incalzare del discorso di Nicolò: – Prima di partire, tuttavia, intendo trasmettere a Carola tutti i beni ereditati. –Fu proprio un fulmine a ciel sereno, tanto più improbabile in quanto fuori, traslucida e perlata, si levava la tenue aurora di marzo, preludio ad una giornata forse un po' uggiosa, ma certo non di temporali. Evidentemente il giovane greco covava una tempesta cupa dentro di se' e ne aveva portato i foschi umori nella povera stanza.– Signore – belò paziente il segretario – non è possibile che una donna sia l'intestataria di tanti beni... se solo la dolce Carola ci accordasse la grazia di sposarsi... –A quest'ipotesi Nicolò trasalì, impallidendo, come se gli fosse stato proposto un sacrilegio – Mia sorella intende farsi monaca! – esclamò vivamente – Solo la necessità di provvedere ai suoi fratelli minori la tiene ancora legata a questo mondo... e d'altra parte era il motivo per cui io stesso rimandavo la partenza, questo – sottolineò di nuovo – dovere e nient'altro! D'altra parte ho capito che i fratelli di Carola non mi amano. Chissà... forse è naturale per loro considerarmi un estraneo... ma io non reggo più la convivenza, voglio partire... e non mi fido assolutamente di loro. Essi spoglierebbero Carola ed anche la piccola Cecilia... no, no, dovete dare tutto in mano a lei. È il vostro mestiere, no? Siete pagati per questo! Ci deve essere un modo... – nel dire queste ultime parole la voce gli si incrinò appena, come se fosse sul punto di piangere, nonostante la sicurezza ostentata fino allora.Per la seconda volta il segretario intervenne: – Forse un modo c'è! – suggerì con un sorriso amichevole, attirato da quella sofferenza nascosta e sopportata fermamente – Chiedi a tua sorella in quale convento desidera prendere il velo e fai una donazione dei tuoi beni ad esso. Certificheremo, in cambio, l'impegno di provvedere ai tuoi fratelli in tutte le loro necessità e di dare una dote conveniente alla piccola Cecilia. –Nicolò non era soddisfatto, ma parve placato da quest'ipotesi: – Pensate bene – disse – forse questa può essere la strada, ma dovete percorrerla fino in fondo. Carola dev'essere la padrona assoluta della casa, finché dovrà restarvi... –Il notaio s'illuminò d'un tratto: – Non hai forse una zia materna nel convento di Santa Cecilia, a S. Cassiano*? – chiese ispirato.Il fatto che il giovane non ne sapesse nulla non lo turbò affatto. Era anche fin troppo evidente che una sorella della seconda moglie di suo padre non aveva un legame di sangue con lui e certamente aveva preso il velo prima che Nicolò arrivasse in città, ma egli sapeva bene di che cosa stesse parlando: – Non è certo per caso, – insisté – che la vostra matrigna ha deciso di chiamare Cecilia l'ultima nata... ora una donazione come quella che tu sei disposto ad elargire, farà salire di molto la fama della virtù di questa vostra parente... –Ora il ragazzo sorrise, sereno: – Benissimo – concluse – dono ogni mio avere al convento di S. Cecilia a patto che la sorella di Sërinde sia subito nominata badessa! –I due sacerdoti impallidirono.– Figliolo – intervenne pronto il notaio – questo è peccato grave di simonia... nessuno a nessun prezzo può imporre ad un convento la scelta d'una badessa! –Gli occhi neri di Nicolò tornarono ad esprimere i più foschi sentimenti ed invano il segretario s'affannava a spiegare, con la sua vocetta fessa, decisamente inadatta ad un vero notaio, come una madre badessa dovesse esser dotata di virtù di natura esclusivamente spirituale, quando il notaio, con la sicurezza abituale, prese nuovamente la parola: – Virtù che certamente non mancano alla monaca in questione! – esclamò.A queste parole il segretario tacque confuso e restò in attesa, mentre il notaio, con voce al tempo stesso autoritaria e suadente, spiegava a Nicolò: – Una richiesta come quella che tu hai espresso non si può riferire in nessun modo, ma di solito, dopo un lascito di questo genere, la scelta cade del tutto spontanea sulla parente del donatore, che essendosi mostrata utile strumento della Provvidenza Divina, è certamente la persona più adatta al grande compito di formare le giovani novizie. D'altra parte, se ciò non dovesse accadere, sono personalmente molto amico del confessore di quelle buone monache e da uomo a uomo, anzi, da sacerdote a sacerdote, gli chiederò di far rifulgere le virtù che certamente tua zia possiede, in modo che le consorelle non possano non notarla. –Finalmente il volto magro di Nicolò s'illuminò d'un pallido sorriso: – Ho fatto bene a parlarne a voi! – osservò, finalmente soddisfatto e lasciò loro un sacchetto di monete d'oro, a puro titolo d'anticipo, promettendo di tornare presto.Uscì correndo come se fosse inseguito, balzò felino nella barca legata sotto alla casa del notaio, mollò la cima e, senza prendersi il disturbo di sollevare il remo che giaceva sul fondo, cominciò dar poderose spinte a pali, barche ferme, sporgenze della riva, tutto ciò che aveva l'avventura di costeggiare il canale, facendo scivolare velocemente l'imbarcazione verso l'uscita. Fin da piccolo, nella sua infanzia passata tutta sul mare, suo padre gli aveva insegnato a sfogare nel moto fisico i cattivi umori, che di tanto in tanto gli opprimevano il petto, cupi come i suoi capelli corvini. Forse qualche cosa del colore dei capelli penetra nello strato più superficiale della mente, perché Sërinde e Carola, al contrario, erano bionde e quiete!Uscendo dal canale la barca arrestò un poco la sua corsa e Nicolò fu costretto a porre il remo in acqua. Il suo sguardo percorse tutt'intorno quel paesaggio grigio di primavera in ritardo, in cui persino il verde tenero dell'erba nuova e delle prime gemme acquistava una nota argentata ed incolore, come se gli alberi non avessero un'esistenza propria, ma sorgessero dall'acqua, insieme alla nebbia. Cielo e mare erano bianchi, d'un chiarore appena ombreggiato da una nota di grigio... o forse di celeste. L'unica cosa che distingueva il cielo dall'acqua era il riflesso mobile del sole che s'affacciava a tratti dalla foschia; anche il sole era bianco ed i suoi riflessi sembravano argento liquido che avvampasse come un improvviso incendio sull'acqua, ma senza alcun calore.Nicolò trasse un profondo sospiro: non aveva mai pensato d'amare quella terra fredda ed ostile ed era stato felice ogni volta che s'era messo in viaggio, ma ora l'idea di partire per sempre toglieva alla terra greca tutto il suo fascino. Ecco, aveva l'impressione netta che la sua anima fosse ancorata a quelle isole per qualche arcano incantesimo e che non si sarebbe mai allontanato sul serio. O almeno non del tutto.I suoi ricordi, per esempio, arrivavano fino al giorno in cui era arrivato dal mare, con suo padre e non riuscivano a spingersi più lontano, nemmeno di un giorno.Nessuna immagine di sua madre o della sua prima casa era rimasta ferma nella sua memoria, come se la vita fosse iniziata soltanto allora...**********San Marco, 7 settembre 956 Man mano che la nave abbandonava le acque azzurre del mare per addentrarsi in quelle verdi della laguna la sicurezza lieta di suo padre pareva scomparire, come nebbia al sole. Paragone quanto mai inadatto poiché la nebbia, al contrario, andava aumentando ed il cielo, da azzurro, s'era fatto d'un celestino pallido e lattiginoso: le isole, gialle per l'autunno imminente, affioravano immobili e mute come fantasmi e scivolavano lentamente accanto al dromone che procedeva inesorabile verso il porto sconosciuto.Nicolò spiava ogni cosa con grande attenzione, per scoprirvi la causa del malumore che aveva lentamente trasformato l'uomo allegro e vigoroso con cui era partito in un essere muto e torvo. Ma per quanto effettivamente l'atmosfera fosse plumbea e nebbiosa, non gli pareva proprio che valesse la pena di soffrire così. Di nuovo tirò suo padre per una manica e s'offrì di cantare qualche cosa, accompagnandosi col salterio d'argento che aveva ereditato da sua madre: uno strumento di squisita fattura che egli, per quanto ancora bambino, sapeva suonare egregiamente, ma ottenne solo un cortese, ma fermo rifiuto.Era cominciato tutto quel mattino, quando il capitano, distrattamente, aveva detto: – Caloianne! – tua moglie lo sa che torni con un figlio? –Per tutta risposta suo padre l'aveva stretto a se' dicendo: – Il mio piccolo cucciolo! Non sa neppure che cosa sia una moglie! –Egli se n'era giustamente risentito: – Se permetti, padre, – aveva risposto rispettoso, ma sicuro – so benissimo che una moglie è una donna! –I due uomini erano scoppiati a ridere ed il capitano aveva aggiunto: – Senti, Caloianne? Tuo figlio ne sa più di te! –Ripensandoci, il malumore di suo padre risaliva certamente a quel momento. Forse la sua risposta l'aveva mortificato. Probabilmente avrebbe avuto piacere di spiegargli di persona che cosa fosse una donna... già, anche in mare ci teneva tanto a saperne più di lui su tutto. Tuttavia, l'incidente pareva sproporzionato all'effetto.Avrebbe potuto, adesso, spiegargli qualche cosa di quella strana città, che sorgeva piano dall'acqua, con case di legno ferme sul mare come grandi barche e rive di paglia con le reti stese ad asciugare, invece di starsene isolato sul ponte in silenzio. Fu un marinaio ad avvicinarsi a lui: – Quella in bianco – disse indicando una donna velata che attendeva, insieme alle altre, sulla riva – È Sërinde, la moglie di tuo padre. –Nicolò sentì il cuore che batteva forte nel petto, mentre guardava – Ma veramente – osservò – le donne sono due! –Il marinaio rise forte: – Donna... quella marmocchia! Ne deve mangiare, di farinata, per diventare una donna! –Pensò che l'uomo avesse torto: le due figure sulla riva si differenziavano soltanto per la misura. La piccola aveva lo stesso atteggiamento, la stessa espressione, lo stesso mantello di lana drappeggiato morbidamente attorno al volto, come se fosse intessuto di nebbia... Quando si avvicinarono si perse in quegli occhi color dell'acqua, che non aveva mai visto prima e dimenticò completamente i malumori di suo padre e tutto quello che, fino ad un attimo prima, costituiva tutto il suo mondo.**********Da allora sempre, tornando, aveva ritrovato Carola ad aspettarlo, ferma sulla riva di paglia, ammantata d'azzurro o di verde, pallida, silenziosa ed immobile come se fosse sorta un attimo prima dal mare. I suoi grandi occhi rotondi avevano lo stesso colore dell'acqua. Ricordava il giorno in cui l'aveva vista con la piccola Cecilia, che non le somigliava affatto, perché, unica tra i figli che Sërinde aveva partorito, era bruna come suo padre. Eppure da lontano l'immagine era identica a quella del primo giorno e gli aveva dato l'impressione esatta dell'eterno fluire del tempo... quello che i preti chiamavano eternità.Effettivamente c'era qualche cosa di atemporale, se non proprio d'eterno, in quel continuo andare e venire per mare che, dalla morte di suo padre, aveva scandito i suoi giorni e non avrebbe mai pensato di cambiare la propria esistenza, fino ad allora.O meglio, volendo essere precisi, fino alla notte che era appena trascorsa... Aveva già consumato diverse candele, nel tentativo di riordinare i conti di casa, senza riuscirvi. Non che sospettasse di qualcuno tra i suoi fratelli, che erano tutti bravi ragazzi, ma li sapeva infantili e disordinati e poi tutta l'amministrazione in patria, per quanto gli seccasse doverlo ammettere, mancava di quel rigore che caratterizzava il mercato greco. Già, già, non gli sarebbe piaciuto vivere sotto il governo di una donna e sapeva che Niceforo Foca, a dispetto del gran valore dimostrato in battaglia, era una creatura dell’imperatrice Teofano, bellissima, intrigante e corrotta... ma per ciò che riguardava le finanze si aveva una chiarezza che qui mancava.Il sale, in pratica, non era ancora stato pagato. Chi aveva dato in pegno un gioiello di famiglia, chi un terreno arabile lontano, che era completamente impossibile mettere a frutto... in quel momento sentì una barca "attraccare" nella riva di casa. Non si scompose: Bastiano era un uomo fatto ed aveva tutto il diritto di passare la serata con chi volesse, tuttavia, poiché il fratello invece di ritirarsi in camera lo raggiunse, certamente invitato dalla luce fioca della candela, lo apostrofò con quella durezza che le vicende degli ultimi anni gli avevano reso abituale: – È ora di finirla, Bastiano, – esordì – non puoi accettare qualsiasi cosa in cambio del sale, perché ci sono beni di cui non possiamo pretendere l'usufrutto senza cadere in peccato grave! E non esagerare mai col grano, perché con l'umido dei nostri magazzini si deteriora facilmente, mentre se tu mi procuri delle pelli io posso tranquillamente rivenderle... – si interruppe sconcertato dal silenzio del fratello, che di solito lo interrompeva sempre. Alzò gli occhi sulla figura che si era seduta di fronte a lui, sullo sgabello che fronteggiava il tavolo e quasi non lo riconobbe, tanto era pallido e tirato: – Che succede? – chiese preoccupato.– Ursiola è gravida! – rispose torvo; egli realizzò che la ragazza in questione fosse la sua amante, ma non riuscì a capire bene chi fosse e si trovò a domandare: – Quale Ursiola? – Non poteva sortire effetto peggiore: suo fratello lo guardò esasperato: – In che mondo vivi? – inveì – Faccio l'amore con lei da più di un anno e suo padre, Filippo... –Ora Nicolò ricordava: una famiglia prosperosa e tranquilla, che abitava una bella dimora in mattoni cotti e candida pietra d’Istria, un po' lontana dall'acqua e pagava loro un diritto di transito per il rivo che scorreva sotto casa. In compenso avevano una bella vigna e magazzini asciutti dove spesso avevano conservato delle partite di grano anche per loro. I ragazzi erano cresciuti insieme ai suoi fratelli e non ricordava che Ursiola fosse andata sposa a nessuno, quindi non riusciva proprio a comprendere il problema: – Se la ragazza ti piace prendila in moglie. – propose allegramente – Carola e Cecilia saranno certo contente d'avere un'altra donna in casa. –Bastiano non pareva pensare in questo modo, perché lo guardò con un odio sincero: – Prendila! – ripeté ironicamente – Oh, sei generoso davvero! Credi che non ci abbia pensato anch'io? Credi che mi diverta a vederla di nascosto come un ladro? Ma non me la danno! –Questo fatto suscitò in Nicolò una certa meraviglia: – Davvero non mi spiego perché! – commentò con sincero stupore – Se vuoi parlerò io stesso con Filippo... –Ora l'odio che accendeva gli occhi di suo fratello non aveva più limiti: – Gli parlerai tu! – ripeté canzonatorio – Oh, povero innocente! Davvero non sai spiegarti perché non ci vogliono come parenti? E già, può essere! Tu non ti fermi abbastanza a lungo, perché le chiacchiere dei vicini possano ferirti! Tu fai i tuoi comodi e poi te ne vai! –Nicolò non era abituato a quel tono e per un attimo considerò attentamente la possibilità di chiudere la conversazione assestando un bel pugno sul naso di suo fratello, ma un senso di compassione per le sue  inspiegabili sfortune amorose lo trattenne, tanto che si limitò a rispondere: – Non capisco proprio a che cosa tu ti riferisca. –– Davvero? – lo rimproverò furente Bastiano – Credi forse di andar per mare con degli sconosciuti, credi forse che le tue avventure con le più belle donne greche non facciano il giro di tutta la città? –Al colmo dello stupore, Nicolò pensò che suo fratello fosse impazzito: – Non c'è nessuna legge, credo – osservò – che proibisca ad un marinaio, dopo mesi di mare... –Un riso convulso lo interruppe – No, no, la legge non lo proibisce, anzi, non conosco governo che non ci ricavi il proprio guadagno. I porti son pieni di donne facili! Ma gli altri, prima o poi, sposano anche una donna delle nostre o, se non possono fare a meno della schiava, ne comprano una e la portano a casa. Perché non è successo anche a te, fratello? Per quale strana magia, tornando a casa, diventi casto come un eremita? Il clima umido raffredda il tuo sangue greco? –Francamente Nicolò non s'era mai posto quel problema, ma visto che Bastiano ne parlava per primo, attribuendovi tanta importanza, rispose allegramente – Credo che sia perché qui sono in famiglia! –Si accorse subito d'aver dato la risposta sbagliata, ma non ne realizzò il motivo, finché Bastiano non sibilò: – Si certo, in famiglia! Come il buon Marcello! –Ricordò allora una vicenda che aveva fatto scalpore qualche anno prima: era la storia di due fratelli, Marcello e Nezia. Carola era molta amica della ragazza ed aveva pianto un fiume di lacrime alla sua morte, ma egli neppure allora era riuscito a capire chi fossero. Comunque correva voce che i due ragazzi fossero amanti e poiché Nezia era promessa sposa ad un uomo molto facoltoso, questi aveva minacciato un grande scandalo. Allora Marcello, per risparmiare questa vergogna a sua sorella, s'era fatto monaco, rinchiudendosi per sempre in un convento. Il suo sacrificio era veramente servito a poca cosa. Il matrimonio era stato celebrato con grande sfarzo, ma subito dopo la sposina era caduta ammalata e nessun medico era riuscita a salvarla. Aveva ancora nelle orecchie i singhiozzi di Carola: "Quelle chiacchiere l'hanno uccisa!" gridava disperata "Povera piccola Nezia! Immaginarla capace d'una cosa così mostruosa!"Possibile che quelle stesse chiacchiere corressero su di loro?Per la prima volta in tutta la sua vita, Nicolò non sapeva che cosa rispondere. Non pensava a se stesso e non gli importava nulla che suo fratello sposasse quella sciocca Ursiola, ma era sconvolto all'idea che qualcuno potesse pensare a Carola senza venerazione e stima. Già il fatto di parlar male di lei era inconcepibile, ma addirittura pensare che Nicolò fosse colpevole d'un peccato così ripugnante... – Tra me e Carola non c'è niente. – rispose alla fine, con un tono da vinto che gli fece male al cuore.Bastiano ebbe un ghigno cattivo, mentre rispondeva: – Lo credo bene! Non ti perdo d'occhio un solo momento quando sei a casa e se esco Cecili

     
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