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in archivio dal 25 feb 2017

Fabio Avena

22 marzo 1976, Palermo - Italia
Segni particolari: Scrivo di me, tra poesia e prosa. Vivo di attimi, emozioni, pensieri, ispirazioni che ho dentro l'anima. Attento osservatore, pensatore ribelle, fuori dagli standard. Profondo ascoltatore di stati d’animo e nuove idee.
Scrittore autodidatta tra prosa, satira, poesia e sete di verità.
Mi descrivo così: Introspezioni, meditazioni, esperienze, semplici accadimenti quotidiani che trascrivo di getto, in quelle che amo definire 'le mie istantanee di momenti in divenire’. Credo in Dio. Amo il cinema, l'arte, la natura, la conoscenza in senso ampio. La mia passione di sempre è il ballo, la street dance.
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  • 25 febbraio alle ore 13:24
    Dolce alito d'amore

    Quel tuo cupo sospiro
    io vorrei affievolire;
    quella tua condanna ingiusta
    io vorrei lenire.

    Quei due occhi vispi e sorridenti
    io vorrei incontrare;
    quelle gote nivee ed espressive
    io vorrei scaldare.

    Quella bocca a cui vorrei
    solo donare
    non un sospiro di dolore...
    ma un dolce alito d'amore.

     
  • 25 febbraio alle ore 13:23
    Eternamente tuo

    Cara,
    mia dolcezza,
    mio sublime amore,
    anelo a te più d'ogni altra cosa.

    Mai nulla scioglierà
    i nostri amabili legami.
    Mai niente potrà intaccare
    la nostra armonia.

    Mai nessuno mi distoglierà
    dalla magnetica attrazione
    che verso te sola nutro.

    O, mia soave infatuazione.
    Io, eternamente tuo.

     
  • 25 febbraio alle ore 13:22
    Come un angelo

    Queste mie labbra
    d'un tratto
    si schiudono soavi,
    notando te,
    mio dolce angelo
    dalle ali tarpate.

    Angelo,
    dal viso un po' triste in fondo,
    e col cuore lacerato.

    Il tuo bellissimo sorriso
    ancor riesce a celare questo dolore,
    pur patendo silenziosamente
    tra le mura
    del tuo nido interiore.

    Quel tuo cuore coraggioso
    di piccola farfalla,
    a cui il destino,
    come un famelico ragno,
    ha invischiato un'ala.

    Ma, la tua anima
    di creatura libera e gioiosa,
    ha già spiccato il volo verso me:
    l'amore della tua vita.

     
  • 25 febbraio alle ore 13:21
    Mediterranea

    Ogni tuo battito di ciglia
    cela fluenti emozioni,
    che, gesti gentili
    e femminile armonia
    riflettono al meglio
    nel continuo evolversi
    di un elegante sensualità mediterranea.

    Valori saldi e spirito intraprendente
    scorrono nel tuo DNA.
    Alchemici sussurri
    di una preziosa e spontanea seduzione
    infatuano un interlocutore,
    un tempo inconsapevole
    della tua affabile e dolce presenza.

     
  • 25 febbraio alle ore 13:20
    Piacevole ossessione

    Ti penso spesso e volentieri,
    ti ho amata oggi come ieri,
    con quel tuo fare premuroso,
    col tuo bel viso sempre festoso
    e quelle gote rosee ed espressive
    che incantan chiunque a te si avvicini.

    Donna semplice,
    magicamente vera,
    sei tu una Venere sincera.

    Tramuti ogni malizia in semplicità,
    ogni sconforto in felicità
    donando alle mie tiepide mattine,
    alle sere spente e cupe
    quel bell'attimo di calma,
    quell'atmosfera accesa...
    ... la piacevole ossessione
    che per me fu dolce attesa.

     
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  • 04 agosto alle ore 2:33
    Il raccolto

    Come comincia: Alzandosi di buon ora, come ogni dì, il seminatore uscì per compiere il suo operato.
    Intento alla semina, con lena e vigore, sparse i semi in svariati punti del suo podere; distrattamente alcuni semini caddero sul muretto adiacente l’aia.

    A sera inoltrata, mentre il contadino riposava, stanco per l’intensa giornata lavorativa, alcuni vandali si introdussero di soqquatto nel podere, e, per sfregio appiccarono il fuoco al campo del seminatore e si diedero subito alla fuga.

    Verso notte fonda cominciò poi a piovere forte e il campo in fiamme venne invaso da tantissima acqua scrosciante, che spense del tutto le fiamme.

    L’indomani, di buon ora il contadino si alzò al canto del gallo e con suo immenso stupore vide ettari di steppa arsi, successivamente spenti dalla pioggia intensa della nottata.

    Disperato per l’accaduto, cercò di racimolare i semi rimasti, ma, ispezionando con lo sguardo il terreno si accorse a malincuore che i pochi semi residui erano andati a male bruciacchiandosi per il forte calore emanato dall’infame vampa. Fortunatamente, gli unici semi precedentemente rimasti sul muricciolo, scorti all’improvviso vennero accuratamente colti dal seminatore, il quale li controllò singolarmente con pazienza e diligenza da certosino.

    Contento, decise di aspettare qualche altro mese per seminare nuovamente il campo.

    Purtroppo, lo sfortunato contadino di lì a poco si ammalò, contagiato da un virus che aleggiava in quel periodo nella sua contea.
    Pieno di sconforto, decise quindi di abbandonare il lavoro e i progetti rurali.

    Come se non bastasse, i semini precedentemente scampati al rogo vennero divorati da alcune fameliche locuste in migrazione verso paesi più caldi, le quali entrando da uno spiraglio lasciato aperto per sbaglio dal contadino, si intrufolarono così nel magazzino dove giacevano i semini superstiti.

    Irato, e al contempo demoralizzato, il povero fattore non avendo né amici con cui aprirsi, né alcun appoggio materiale o morale, all’apice dell’esasperazione e al culmine dello sconforto, decise tristemente di togliersi la vita, che Dio gratuitamente gli aveva donato.

    Preso ormai dal panico e dall’afflizione, irruppe dunque con risolutezza e veemenza in cantina.
    Preso un cappio, decise di farla finita con quell’esistenza scellerata e sventurata.
    Si recò lestamente alla più vicina quercia dove avrebbe consumato il gesto letale.

    Miracolosamente, mentre ormai era deciso sulla sua sorte, con un colpo d’occhio scorse su di un ramo della quercia un qualcosa, un oggetto che lo avrebbe distolto dal gesto folle.
    Quell'oggetto, era una splendida Corona del Rosario, il cui legno simile al tronco rimembrò al seminatore il colore del suo podere, e, i grani stessi del Rosario vennero da lui associati mentalmente ai semini.
    Pazzo di gioia, il contadino afferrò la fortuita Corona, e baciandola cominciò a lodare, ringraziare Dio per quel dono che indubbiamente veniva dal Cielo.

    Sgranando ogni singolo grano del Rosario, cadde in profonda e ardente preghiera. Iniziò una meticolosa, spontanea contemplazione della sua vita passata, piena di rimorsi, ipocrisie, omissioni, odi e profondi rancori.

    Piangendo con contrizione e dolore, rendendosi conto che aveva sfiorato la morte col suo insensato gesto, decise che da quel momento in poi avrebbe rivoluzionato la sua vita.
    Difatti, l’indomani, a mente serena scelse di recarsi in chiesa.

    Dopo aver assistito alla celebrazione, e dopo aver fatto un attento esame di coscienza, decise di confessarsi.Si sentì ritemprato, finalmente libero, e, il Signore in breve tempo gli fece percepire nell’animo la sua nuova vocazione.
    Infatti, da quel momento in poi non sarebbe stato solo un semplice seminatore, ma anche un operaio celeste mandato da Dio a testimoniare la propria conversione e il suo miracolo personale ai fratelli, spargendo così nei solchi palpitanti dei loro cuori la Grazia che viene dall’Alto, con semi che sarebbero poi germogliati per chi li avrebbe accolti, in frutti d’Amore e Salvezza.

     
  • 04 agosto alle ore 1:56
    Il killer del chicco nero

    Come comincia: Ore 7:30
    L'aroma inconfondibile che proveniva dalla cucina, svegliò il detective Cromwell, che destandosi, si diresse celermente verso la fonte di quel profumo unico ed inebriante.
    Entrando in cucina il detective venne accolto dalla moglie e dal suo unico figlio, Scott, il quale era intento ad assaporare la sua tazzona di caffelatte.

    La signora Cromwell servì al marito il caffè ancora caldo, mentre il piccolo Scott osservava beato in Tv le movenze del suo idolo, Jack Morel, il quale si stava esibendo in scatenati passi di stepping al ritmo delle hit più quotate dell'ultimo decennio.

    <<Scott! Scott! Sei sordo per caso? Non senti che la Tv ha un volume troppo alto? Abbassalo, o stacco io stessa la spina!>> esordì Martha.
    <<Cara, non fa niente! A me non dà fastidio la Tv; non rimproverare nostro figlio Scott in quel modo!>> disse il detective.
    <<Ma, caro, dobbiamo insegnargli le buone maniere, o no? Io dico di sì, David!>> ribattè la moglie.
    <<Ok...Ok! Non adirarti mamma, rimedio subito!>> esclamò il piccolo Scott, il quale, obbediente decise di spegnere la televisione per prepararsi ad andare alla gita organizzata dalla scuola che frequentava.
    L'istituto, aveva prescelto come meta domenicale una rinomata piantagione di caffè.

    David e Martha si scambiarono uno sguardo fugace, e, il piccolo Scott con il sorriso stampato in volto, corse su per le scale diretto alla sua stanzetta, dove cominciò lesto a preparare lo zainetto per la gita scolastica.

    David decise di accompagnare personalmente il figlio alla vicina fermata dello scuolabus, ed entrambi salutarono affettuosamente Martha, che era occupata a rassettare la camera da letto.

    Ore 8:15
    Lo scuolabus di Scott riparte, mentre David manda saluti al figlioletto, che dal finestrino ricambia calorosamente il saluto, e gioioso si unisce alle discussioni dei suoi compagnetti.

    David prima di tornare a casa, passa dall'edicolante di fiducia, il buon vecchio Joe, per acquistare la sua copia del quotidiano locale.

    In prima pagina, accompagnato da titoloni e foto, David nota subito un articolo interessante e al tempo stesso raccapricciante:
    "Misteriosi omicidi, casi irrisolti. Il killer del chicco nero colpisce ancora".

    Da buon detective, David cerca di tracciare mentalmente un possibile profilo dell'insolito killer, ma si rende conto di non avere molte informazioni al riguardo se non delle foto in bianco e nero, e poche righe stampate sul quotidiano. Decide quindi di abbandonare momentaneamente la sua breve analisi.

    Ore 9:00
    Martha e il marito sono a Messa, ma, David è pensieroso, non riesce a partecipare spiritualmente al solenne rito domenicale.
    Ripensa ossessivamente alle due foto delle vittime viste sul quotidiano, al loro squallido assassinio; entrambi deturpati in viso, con un chicco nero al centro della fronte, un chicco di caffè.

    Martha si accorge dello stato di disagio del marito, ma decide di non disturbarlo per il momento.

    Ore 11:00
    I due coniugi sono adesso a casa.
    David, sulla poltrona, con gli occhi strabuzzati e la mente altrove; Martha intenta a preparare il pranzo.

    Martha, aspettando il momento opportuno, decide quindi di chiedere al marito il perché di quel suo stato di assenza e stranezza, e, con la scusa di dare un'occhiata al quotidiano ancora tra le mani del consorte, nota inebetita le foto in prima pagina, e caccia un urlo agghiacciante.
    David balza in aria, come destatosi da un coma. Guarda il volto terrorizzato della moglie.
    Martha, dal canto suo, cerca di darsi un controllo, ma la paura è palese, e il marito per tranquillizzarla la stringe a sé con dolcezza, le bacia le gote, pallide per lo spavento.

    Ore 13:00
    La gita domenicale di Scott si svolge tranquilla, tra giochi di gruppo, cori, cenni sulla coltura e lavorazione del caffè, che gli insegnanti illustrano con maestria ai giovani.

    Intanto, tra le verdi macchie, una figura misteriosa si nasconde camaleonticamente, spia le mosse dei bimbi in festa e dei rispettivi insegnanti.
    Il malintenzionato indossa astutamente una tuta mimetica, che lo cela perfettamente in quell'habitat.
    Attende paziente il momento più idoneo per agire e uscire così allo scoperto.

    Ore 13:40
    Un manipolo di contadini, è dedito alla paziente e certosina raccolta di caffè in un'immensa piantagione, a circa un miglio di distanza dal possibile killer e delle sue probabili vittime, le quali, all'insaputa del pericolo in agguato ascoltano con attenzione gli insegnamenti sui metodi di lavorazione della pianta del caffè in quella regione soleggiante e rurale, dove il "culto" per il caffè è un consolidato stile di vita, che permette ai contadini di guadagnare dignitosamente, senza più vivere di espedienti.

    Ore 14:10
    Il silenzioso killer, ben camuffato, nota che il piccolo Scott si è allontanato dal gruppo, mentre il resto della scolaresca gioca ancora a nascondino.

    Il piccolo, si trova a pochi metri dal killer, ignaro del pericolo incombente.

    Con passo felpato, il killer si avvicina rapido alla vittima, e, senza fare il minimo rumore rapisce il bambino serrandogli la bocca, e, trattenendolo con forza corre via portandolo con sé.

    Ore 14:30
    David e Martha intanto sorseggiano dopo il pasto un rigenerante e fumante caffè.

    Il detective si accende una sigaretta, e, ormai rasserenatosi, scruta nuovamente la prima pagina del quotidiano.

    <<David, a che ora andrai a prendere nostro figlio?>> dice Martha.
    <<Non preoccuparti cara, gli insegnanti hanno comunicato che il rientro dalla gita è previsto per le 18:00>> risponde David.

    Ore 15:10
    i contadini intanto si riposano dal lavoro nella piantagione, concedendosi una meritata pausa.

    Jimmy, uno di loro, esclama:
    <<Ragazzi, è trascorso appena un mese da quando lavoro con voi, e già siete per me come una seconda famiglia! Amo questo impiego!
    Ho deciso di festeggiare questo mio primo mese di lavoro; siete tutti invitati a casa mia per sorseggiare un caldo cappuccino preparato da mia moglie, che è anche un'ottima cuoca!>>.

    <<Wow! Jimmy ci invita tutti da lui!
    Ragazzi, andiamo a fare gli onori di casa!>> dice Donald rivolgendosi agli altri compagni di lavoro.

    Ore 16:20
    Scott si ritrova bendato, con la bocca coperta, legato ad una seggiola.

    Sente dei rumori non precisati.

    Annusando l'aria, crede di capire in che posto si trovi: una fabbrica di caffè.

    L'odore forte che permea l'aria lo desta dal torpore, ma, il piccolo imbavagliato, non può fare la minima mossa falsa o attirerebbe l'attenzione del suo non ancora identificato rapitore.

    Il killer misterioso intanto si bea tra i macchinari del "suo piccolo regno", e macina sapientemente del buon caffè tostato.

    Ore 16:40
    Donald e gli altri contadini, dopo aver assaporato le prelibatezze della moglie di Jimmy, elogiano la donna per la sua cucina, cominciano quindi ad intonare un ritornello in onore di Jimmy e del suo primo mese lavorativo con loro.

    Passato un po' di tempo, tutti i lavoranti si dirigono nuovamente verso la piantagione e tornano al proprio operato, tra canti e letizia.

    <<Jimmy!>>, esclama Donald <<Non ti ho ancora portato alla fabbrica abbandonata!
    Si trova a poche miglia da qui; è un vero peccato che il proprietario abbia chiuso i battenti. Ma, avrei una mezza idea!
    Potremmo riaprirla e allestirla a nuovo, noi stessi! Credo che ci siano buone possibilità di farla rifiorire come ai vecchi fasti!>>.

    <<Beh! È un'idea da prendere in considerazione, Donald! Intanto portami lì, sono curioso di vedere questa fabbrica!>> risponde Jimmy.

    Ore 17:30
    <<David, credo che tra un po' dovresti cominciare ad andare per prendere nostro figlio. E' quasi l'ora del rientro!>> dice Martha.

    <<Sì, stavo giusto per prepararmi ad andare, cara. Allora a dopo, ciao amore!>> esclama David, e bacia con passione la moglie.

    Ore 18:00
    David è alla fermata dello scuolabus.

    Il pullmino arriva, e David vede con sorpresa che suo figlio non è tra i presenti.

    Uno degli insegnanti accorre verso lui, e gli dice: <<Signor Cromwell sono mortificato! L'abbiamo cercato per ore, in lungo e in largo! Oh, Dio mio, che disastro! Scott, il piccolo Scott, abbiamo perso le sue tracce! Giocavano a nascondino, ma poi si è fatto tardi..e lui è...e lui è..svanito nel nulla! Signor Cromwell, non so come possa essere accaduto!>>.
    <<Co-come!? Io vi lascio il mio bambino, e voi...! Ma come avete po-potuto!?>>
    urla furioso David.

    Ma, David, non si vuole dare per vinto.

    Dopo aver imprecato verso gli insegnanti e la scolaresca, si precipita verso il luogo della scomparsa, rubando agli occhi di tutti il pullmino della scuola, ormai vuoto.

    Una volta giunto nella piantagione, corre per ore a perdifiato gemendo, urlando il nome del suo piccolo, ma, niente.
    Nessun segno, nessuna pista da seguire per il detective.

    Ore 18:15
    Jimmy e Donald giungono alla vecchia fabbrica.

    Intanto Scott ode in lontananza dei vocii e uno scricchiolio; è la porta del fabbricato che si spalanca, e i due contadini si accingono a varcarne la soglia.

    Il killer accortosi di nuovi "ospiti" nel "suo regno", afferra di peso il bambino ancora attaccato alla sedia, e lo scaraventa nel ripostiglio.
    Dopo ciò, con nonchalance va ad accogliere i suoi due nuovi "ospiti", e, con fare dannatamente cordiale e falso, li riceve come due vecchi conoscenti.

    Li fa accomodare nella "sua" magione, mostrandogli orgoglioso quanto egli si prodighi per reggere da solo il fabbricato ormai in disuso.

    I contadini entusiasti e stupiti, ascoltano con estrema sollecitudine l'uomo, ignari di chi costui sia veramente.

    Donald si allontana un attimo, e stranito sente dei sordi tonfi giungere dal ripostiglio.

    E' Scott, che, come un forsennato si agita imbavagliato sulla seggiola, cercando di attirare l'attenzione dei nuovi arrivati.

    <<Cavolo! Che diamine...!?>> esclama Donald, vedendo Scott nel ripostiglio, e subito provvede a slegarlo.

    Intanto il killer, con i suoi panegirici intrattiene Jimmy; ma, non appena l'uomo si distrae un attimo, il killer lo colpisce con forza alla nuca con un oggetto contundente stordendolo.

    Ore 18:20
    David, in preda al panico, è ancora in cerca del piccolo.
    Ormai stremato e senza voce, decide di avvisare telefonicamente qualche suo collega ispettore della scomparsa del figlio.
    Ma, ahimè, in quella maledetta campagna non c'è campo, e David in piena crisi isterica scaglia il cellulare lontano da sé.

    Si accascia con le ginocchia in terra, frigolando come un bambino.

    Ore 18:30
    Il killer ha perso le tracce del piccolo Scott e di Donald, il quale, capendo la situazione di estremo pericolo è fuggito via in cerca di aiuto.

    Ma, il killer ha preso adesso in ostaggio Jimmy e vuole divertirsi a torturarlo con i suoi modi bruti.

    Jimmy, ancora stordito, tenta di reagire; prova a rialzarsi.

    Scopre con sgomento di essere stato incatenato a un pilastro arrugginito.

    L'uomo tenta di liberarsi, da' potenti strattoni, ma non ha scampo.

    Il killer gli si avvicina, e, in preda al suo malato delirio, lo tagliuzza con sadismo deturpandogli il viso con una scheggia lunga e aguzza, per poi dargli il colpo di grazia con un affilatissimo stiletto dritto al cuore.

    Una volta ucciso l'uomo, il truce killer compie ancora una volta il suo macabro rituale, mettendo sulla fronte del defunto un nero chicco di caffè.

    L'astuto assassino fugge poi come nulla fosse, orgoglioso di aver mietuto la sua terza vittima con il suo rituale orrendo.

    Ore 19:00
    Ancora in fuga a rotta di collo, Donald e Scott cercano aiuto e soccorso nei paraggi, per denunciare l'accaduto.

    Poco dopo, si imbattono in David, ancora sgomento, lacrimante ed accasciato al suolo per la perdita del figlio.

    Scott, vedendo il padre con le lacrime agli occhi, subito gli si butta tra le braccia, e Donald gli spiega l'accaduto.
    Ma nessuno sa ancora della tragica fine toccata al povero Jimmy.

    Ore 19:10
    Il killer è in fuga tra la piantagione; nella corsa, addenta alcuni steli d'erba con voracità, sghignazzando nel suo delirio.

    Un passo falso; l'omicida inciampando sul terreno, cozza la testa su un grosso masso e cade tramortito.

    Ore 19:15
    Donald, David e Scott giunti al fabbricato, vengono a conoscenza della brutale uccisione di Jimmy, e ripartono alla ricerca dell'assassino.

    Ore 19:25
    Il killer, con il sangue che gli scorre ancora dalla ferita alla fronte dovuta alla caduta tenta di rialzarsi e vacilla, ma viene improvvisamente assalito dagli istinti feroci scatenati in Donald e David, i quali lo tartassano con colpi decisi fino a porre fine alla sua insulsa esistenza.

    David, in particolare, riversa sull'assassino tutta la sua giusta rabbia e odio primordiale.

    L'indomani, dopo che la polizia ha rinvenuto il corpo di Jimmy e del killer, uno degli ispettori decide di accusare David e Donald della barbara uccisione commessa nei confronti dell'assassino del chicco nero, e, nonostante sappia che abbiano agito per una giusta motivazione, ordina ad alcuni subalterni di metterli in manette conducendoli poi alla prigione più vicina.

    Fortunatamente, passato qualche mese, sia Donald che David vengono quindi scagionati durante un'udienza in tribunale tenutasi dopo un periodo trascorso in cella.

    Intanto, la stampa locale e tutti i mass-media si incentrano a lungo sulla vicenda, che fece poi molto scalpore anche negli anni successivi all'accaduto.

    Trascorso qualche tempo, Donald, dal canto suo decide di contattare David, proponendo di riaprire insieme il vecchio fabbricato, in memoria della promessa fatta un tempo all'amico Jimmy.

    Dopo circa due anni di sodo lavoro, la fabbrica di caffè dei due divenne nota.
    Acclamata da tutti come la più produttiva e proficua dell'intero Stato.

    David, avendo ormai abbandonato i panni del detective, dedicò la sua restante vita all'industria di caffè insieme alla moglie, al figlio e all'amico Donald.

    Le loro vite cambiarono in meglio, e tutto prese una nuova svolta.

     
  • 04 agosto alle ore 1:53
    L'Alchymien

    Come comincia: Così comincia la storia di Gilbert Kassinski, giovane sognatore dotato di gran perspicacia e genialità oltremisura, il quale cercava la formula perfetta per la sua nuova invenzione, l’Alchymien....

    L’Alchymien era un grosso mosaico mobile, una macchina rotante i cui ingranaggi erano tasselli dalla forma prismica, che, per mezzo di giochi di luce e spostamenti molecolari variava vorticosamente il corso del suo movimento in asincroni sbalzi e flussi di materia sospesa e fluttuante. Gilbert aveva ideato questo stranissimo congegno, dedicando ad esso studi e test approfonditi e lavorando interi giorni e intere notti alla sua creazione; il fine ultimo del congegno doveva essere quello del teletrasporto; ma, ancora il macchinario doveva essere perfezionato a dovere e Gilbert era persino pronto ad usare se stesso come cavia per l’esperimento, e presto l’avrebbe fatto di sicuro. Gilbert era un tipo solitario, il suo unico vero “amico” era il suo fido maggiordomo androide, Rod (modello 3-omicron).
    Rod era anche il suo insostituibile mentore, la sua balia, il suo factotum. Difatti Rod aveva assistito sin da piccolo Gilbert, il quale si rivolgeva a lui come se fosse un vero umano, pur sapendo che Rod non poteva mai eguagliare una creatura umana in sentimenti e stati d’animo; si trattava pur sempre di un automa, una macchina tecnologicamente avanzata progettata dal defunto padre di Gilbert. La casa in cui viveva (e lavorava) Gilbert, era più simile ad un laboratorio-officina piuttosto che ad una vera abitazione, e le pareti erano tappezzate di formule complesse e labirintici schemi di progettazione. La dimora di Gilbert sorgeva isolata, su una collinetta alle falde di Monte Titanium, ma il panorama da lì era maestoso e si poteva dominare con lo sguardo l’intero complesso residenziale di Nova City, colonia e costola della fiorente Vega. Al calar delle tenebre si udivano gemiti sinistri e ululati da far accapponare la pelle. Si trattava dell’ennesima faida tra le gang dei bassifondi: i nosferatu e gli uomini lupo, creature mutanti orrende, che, a causa di esperimenti genetici militari erano diventati dei mostri senza pace e vivevano nascosti nei meandri più squallidi di Nova City, celati nell’oscurità e in continuo conflitto tra la loro natura bestiale e il loro lato umano. I nosferatu erano del tutto simili a dei vampiri, con canini spropositatamente sviluppati, artigli affilati e corpi scheletrici e deformi. Gli uomini lupo erano dei freak denutriti e colpiti da ipertricosi, il cui corpo era orridamente cosparso di ispidi peli simili ad aculei. La lotta senza sosta tra le due gang nasceva dal loro bisogno primordiale, il cibo. I capoclan delle due fazioni un tempo erano alleati, ma da quando venne proclamato ufficialmente il coprifuoco notturno dal sindaco di Vega City a causa dei continui raid cannibalistici delle due gang, il cibo venne a scarseggiare per le orrende creature e nacquero così scontri per la sopravvivenza, ed i due clan da allora non si danno più pace, attaccandosi e depredando a vicenda i bottini ed i trofei dei loro rivali. Dunque, Vega City e la sua costola abitata erano costantemente in all’erta nel cuore della notte, mentre di giorno la vita degli abitanti era salvaguardata e protetta dai Borg, androidi armati e corazzati, il cui sistema di rilevamento di minacce ostili era infallibile di giorno, ma di notte nemmeno loro potevano dominare la furia distruttiva e i continui assalti dei mostri mutanti, dotati di agilità e poteri telepatici, i quali sfruttavano l’oscurità per attaccare senza tregua in cerca di cibo, razziando e devastando la qualunque.

    <<Mister Gilbert>> esclamò con alcuna inflessione vocale Rod <<è già l’una di notte; è ora che lei vada a riposare>>.
    <<Preferisco rimanere ancora un po’>> rispose Gilbert << piuttosto preparami un po’ di thè caldo, Rod!>>.
    <<Come desidera signore>> e Rod si allontanò.

    Gilbert andò a controllare nuovamente le serrature del portone di casa, poi tornò al suo meticoloso operato.

    Una scintilla di genio si sprigionò in Gilbert, e immediatamente ebbe come una rivelazione. <<Credo d'aver capito…finalmente, era così semplice, ed io invece….!!>> e provò a posizionare due prismi alla volta in senso opposto nel congegno, fino a quando non ottenne la combinazione perfetta e l’Alchymien improvvisamente cominciò ad emettere strani ronzii simili all’oscillare di onde magnetiche.

    Rod intanto tornò con la caraffa di thè caldo, e rimase abbagliato da una luce caldissima ma piacevole.

    L’Alchymien proiettava fasci di luce in ogni angolo della stanza ed un portale cominciò a materializzarsi dal suo nucleo.
    Gilbert, in preda alla frenesia e alla contentezza, cominciò a saltellare di gioia stringendo a sé l’inamovibile Rod.
    In men che non si dica vennero entrambi risucchiati nel gorgo del portale luminoso; ma qualcosa andò storto, e i due dopo una rapidissima scomposizione molecolare si ritrovarono esattamente al di fuori dell’abitazione di Gilbert.

    Sinistri ringhi e risa sguaiate si sovrapposero, ed un nugolo di uomini lupo circondò i due. D’improvviso una decina di nosferatu apparve dal buio, e si lanciò sugli ignari uomini lupo; scoppiò così una zuffa furiosa e bestiale per accaparrarsi le due prede.

    Gilbert e Rod si fissarono per alcuni istanti, e lestamente si allontanarono dalla ressa in atto. Magicamente a pochi metri da lì un nuovo portale di luce apparve dal nulla, e i due si lanciarono a capofitto e senza tentennamenti in quel globo luminoso.

    Dopo circa tre secondi il portale si chiuse, e Gilbert si ritrovò in una celletta buia e squallida, ma non c’era nessuna traccia del fido Rod.

    <<Rod! Rod, dove sei?!?>> esclamò Gilbert <<Dove mi trovo? Ma che posto è mai questo..??>>.

    Gilbert, in preda al panico, si scaraventò contro le fredde grate della celletta spingendo con tutte le sue energie, ma nulla. Le sbarre erano solide e impossibili da forzare, e gli occhi di Gilbert cominciarono a lacrimare per lo sconforto e la paura.

    Dopo un tempo indefinito Gilbert cominciò ad udire dei passi; la porta della celletta venne aperta con forza dall'esterno.
    Una mano gelida enorme afferrò dall’oscurità della cella Gilbert, e, dopo averlo strattonato con violenza lo tramortì e lo portò a spalla.

    In un altro luogo lontano nel tempo apparve una luce abbagliante e Rod si ritrovò catapultato dall’alto per una decina di metri, rovinando con un tonfo al suolo.

    Si rialzò di colpo, osservandosi subito intorno con diffidenza e sospetto.
    <<Prego, identificarsi!>> trillò alle sue spalle una voce robotica e tonante. <<Mi fornisca le sue generalità!>>.

    Rod, ancora intontito per via della caduta, notò che l’alba stava sorgendo, e, tentando di rispondere al Borg, si accorse però di non poter emettere alcun suono, a causa di una avaria al suo sistema vocale provocata dalla forte caduta.
    <<Signore, lei è un intruso!>> squillò la voce del Borg. <<La dichiaro in arresto, mi segua o sarò costretto a spararle!>> e, gli puntò all’altezza del volto una fiocina a raggi stordenti, costringendo Rod ad avanzare.

    Rod venne condotto alle porte di Vega City.
    Con stupore, comprese che la situazione cominciava a peggiorare e non c’era la benché minima traccia di Gilbert.

    Le enormi porte di Vega si spalancarono.
    Tra brusii e chiasso, Rod si ritrovò nel bel mezzo di una megalopoli assordante e caotica.

    L’androide venne poi portato con forza al Reparto Sospetti della giurisdizione locale, dove fu sottoposto a indicibili torture ed interrogatori, ma, il povero Rod non poté ribellarsi in alcun modo, né quantomeno proferire parola a causa dell’avaria al sistema vocale.

    Venne poi rinchiuso in una sala di quarantena ed isolamento, dove notò tutt’attorno scheletri in decomposizione avanzata, lordura e carcasse arrugginite di antiquati modelli androidi.

    Intanto, lontano da lì, Gilbert si destò.
    Con suo profondo sconcerto capì di trovarsi in un’altra epoca, in un maniero medioevale dove cavalieri, paggi, giullari di corte e monaci lo fissavano con meraviglia, ridendo sommessamente e confabulando tra loro sullo strano arrivato.
    Donzelle danzanti si contendevano ridacchiando la giubbetta anti-termica di Gilbert, piroettando allegre intorno allo strano ospite.

    Gilbert sentì stringersi i polsi e riconobbe la gelida mano del suo carceriere, un mastodontico energumeno dal volto coperto da un cappuccio nero in parte lacerato, che lasciava intravedere delle profonde cicatrici e dei segni di bruciatura sul volto.

    Il bestione condusse Gilbert in una stanza adiacente l’atrio del maniero, e lì venne spogliato da capo a piedi da alcuni nani, che lo rivestirono con una tunica accessoriata di svariate fibbie e cinghie.
    Posero sul suo capo un pesante copricapo bronzeo che a stento il povero Gilbert riusciva a sostenere. Poi gli venne messa con brutalità una grossa benda di grezza lana attorno alla bocca, che gli impediva quasi di respirare.

    L’energumeno, lo strattono' poi con forza conducendolo in un’arena dove una folla schiamazzante lo derideva e scherniva con parole a lui incomprensibili.

    Gilbert si ritrovò solo tra una folla in putiferio, quando tutto d’un tratto vennero chiuse le inferriate dell’arena con un tonfo metallico.

    Trascorsi pochi secondi, i due cancelli si spalancarono all’unisono, e, due feroci pantere imbizzarrite si diressero correndo verso Gilbert, il quale serrò gli occhi e si preparò al peggio.
    Due dardi avvelenati sibilarono d’improvviso nell’aria, e le due pantere si accasciarono a terra, in preda a convulsioni e ruggiti di dolore.

    Gilbert non ancora resosi conto di nulla, spalancò di colpo gli occhi e vide ciò che era accaduto. Tutti i presenti volsero lo sguardo verso l’artefice di quel gesto inconsulto, scorgendo un uomo tarchiato e robusto, abbigliato esoticamente, con la benda ad un occhio.

    <<Gra…grazie…chiunque tu sia, mi hai salvato da morte certa!>>, disse Gilbert con un groppo in gola. L’uomo, a sua volta, non degnò nemmeno di uno sguardo Gilbert, e, senza pronunciare alcuna parola si diresse velocemente verso una trave posta al di sopra degli spalti, e da lì si lanciò all’esterno dell’arena con un balzo felino.

    La folla sugli spalti cominciò a irritarsi, e tre guardie irruppero nell’arena cingendo Gilbert in modo bruto, trascinandolo fuori da lì.
    Gilbert, ancora esterrefatto per l’accaduto, venne ricondotto nella buia cella e venne lasciato lì per interi giorni senza acqua né cibo.

    Il poveretto, ormai allo stremo delle forze, urlò a voce sguaiata in cerca d’aiuto e comprensione, ma, per tutta risposta, udì solo il confuso vocio e le suppliche incomprensibili di altri carcerati.

    Trascorsero parecchie ore; Gilbert rimuginando e patendo pensava ancora al suo ignoto salvatore.

    L’uomo misterioso intanto era già a diverse miglia di distanza dalla cittadina. Si fermò per bere della limpida acqua da una sorgente e ritemprarsi. Dopo essersi dissetato, cominciò a prepararsi per la notte, rifugiandosi in una grotta naturale dove accese un bivacco nel quale arrostì della selvaggina che portava con sé. L’uomo aveva il corpo cosparso di strani tatuaggi, i suoi tratti esotici mettevano in evidenza una natura avventuriera e una indole nomade.

    Il mattino seguente, l’uomo si medicò con delle strane erbe l’occhio nascosto sotto la benda, per poi ripercorrere i passi del suo tragitto senza meta.

    Gilbert dal canto suo stentava ancora a credere di essere vivo e vegeto, anche se la mancanza di cibo ed acqua unita alla desolazione lo assalivano.

    Improvvisamente un bagliore fece capolino nel buio della cella. Un nuovo portale luminoso apparve ancora. Gilbert si precipitò a testa bassa verso il portale, e dopo pochi istanti venne scaraventato fuori ritrovandosi così tra una fitta e rigogliosa vegetazione.
    Si trovava ancora nel Medioevo, ma all’esterno del maniero; subito cominciò a correre a perdifiato sino a quando non giunse nei pressi di un ruscello, dove con suo stupore incontrò l’uomo misterioso che lo aveva salvato.

    <<Straniero, chiunque tu sia, mi sei debitore!>> disse l’uomo. << Il mio nome è Rudolph, sono un viaggiatore del tempo, e come te mi ritrovo qui a causa del portale>>.
    <<Qui.. quindi tu parli la mia lingua…grazie ancora d’avermi salvato, te ne sono infinitamente grato!>> replicò entusiasta Gilbert. << Mi chiamo Gilbert, sono un inventore e provengo dal futuro…ma tu, da che epoca provieni?...e cos’è un viaggiatore del tempo??>>.
    <<Bene, io appartengo alla dinastia dei Travellers, sono un nomade da sempre e non appartengo al vostro pianeta. La mia missione sulla terra è recuperare da varie epoche i sigilli del tempo, dei manufatti occulti che permettono ai signori del Maelstrom di viaggiare nel tempo per variare il corso delle cose, riducendo così la Terra ad una valle desolata e deserta dove gli unici padroni saranno loro. Questi signori devono essere assolutamente fermati, ed io sono stato inviato dal Consiglio per fermare le loro abominevoli mire>> spiegò Rudolph.
    <<Credo d’aver compreso; ti sono debitore, sono con te e ti aiuterò nella tua impresa se possibile…>> disse Gilbert con gli occhi pieni di gratitudine.
    <<Come preferisci Gilbert! Sarò ben lieto di ricevere un aiuto…intanto mangia qualcosa e dissetati, o non andrai da nessuna parte!>> rise sommessamente Rudolph.

    Dopo essersi rifocillato, Gilbert disse a Rudolph di essere pronto, e così un nuovo portale, generato dallo stesso Rudolph tramite un comando vocale apparve, ed entrambi si lanciarono verso la fonte di luce.

    Riapparvero in un battibaleno nel laboratorio di Gilbert.
    Rudolph sbottò: <<Mi manca adesso l’ultimo manufatto, e prima che possa essere preso dai signori del Maelstrom devo averlo!>>, e mostrò a Gilbert una serie di piccoli oggetti dalla forma prismica, ognuno preso in varie epoche.
    Gli oggetti somigliavano molto ai prismi del macchinario di Gilbert, avevano dei numeri stampigliati in lettere romane su ognuno di essi; erano i numeri relativi alla data storica di ogni epoca nella quale erano stati nascosti, e Gilbert comprese di trovarsi in una situazione di estrema urgenza per tutti gli abitanti del suo pianeta e sulle loro sorti.

    Rudolph inserì tutti i prismi nell’Alchymien.
    Un boato assordante seguito da vampate di luce si propagò nel laboratorio per brevissimi istanti.

    <<Adesso manca l’ultimo manufatto, si trova proprio nella tua epoca, Gilbert!>> disse Rudolph. <<Tu mi sarai d’aiuto come promesso…>>.
    <<Aspetta..!>> replicò Gilbert. <<Prima dovresti aiutarmi a trovare il mio amico Rod, è il mio maggiordomo androide…non so che fine abbia fatto!>>.
    <<Non c’è tempo adesso per altro! Dobbiamo assolutamente recuperare l’ultimo manufatto prima che finisca tra le grinfie dei signori del Maelstrom!>> ribattè Rudolph. <<Non appena avremo compiuto la nostra missione, stai pur certo che ti aiuterò a ritrovare il tuo amico androide>>.
    Gilbert scosse la testa in segno di approvazione, e i due uscirono quindi dall’abitazione.

    Intanto Rod era stato sottoposto dai Borg ad attente analisi, e, gli stessi per ordine di alcuni ufficiali avevano dissezionato l’androide col fine ultimo di esaminare ogni possibile sospetto, credendolo una minaccia per gli abitanti di Vega City.

    A diverse miglia da li un altro portale.
    Tre figure umanoidi emersero dal nulla.
    Si trattava dei famigerati signori del Maelstrom, degli alieni dalle fattezze umane, bramosi di scovare l’ultimo manufatto per i loro vili interessi. Questi alieni erano alti all’incirca due metri, con il volto umano, ma con il corpo ricoperto di squame e la pelle olivastra.
    Erano a torso nudo, ed indossavano soltanto degli ampi pantaloni biancastri e degli stranissimi stivali. Ai polsi portavano dei bracciali aurei, e brandivano delle lame dall’aspetto insolito.

    <<Gilbert!>> disse Rudolph. <<Il mio indicatore rileva delle strane presenze nei dintorni…credo proprio si tratti dei signori del Maelstrom! Presto dileguiamoci!>>.

    I due trovarono un rifugio tra le fronde di un maestoso albero secolare dove si arrampicarono freneticamente sino in cima.

    Trascorsi pochi minuti entrarono in scena i signori del Maelstrom, che farfugliando tra loro con versi gutturali, si diressero verso le porte di Vega City alla ricerca del manufatto prezioso.

    <<Dobbiamo agire.. fare qualcosa, Rudolph!>> esclamò con fermezza Gilbert.
    <<Aspetta amico!>> rispose subito Rudolph, <<Non possiamo affrontarli così a viso aperto, di sicuro ci ucciderebbero senza pensarci due volte!>>.

    Gilbert, nonostante i premurosi avvertimenti di Rudolph scese rapidamente dall’albero e cercò di attirare l’attenzione degli alieni che si girarono di scatto verso di lui.
    Gilbert cominciò a correre a gambe levate verso casa sua ed uno degli alieni lo inseguì immediatamente.

    Gli altri due alieni scorsero Rudolph, e con grida taglienti e terrificanti si avventarono contro lo stesso, che subito scagliò dei grossi dardi avvelenati contro i due umanoidi, i quali caddero al suolo contorcendosi con urla sovrumane.

    Sistemate le due creature, Rudolph corse in aiuto di Gilbert, e giunto sul posto afferrò alle spalle l’alieno e lo tempestò di colpi di machete, sino a stenderlo e finirlo con un secco e netto colpo alla gola.

    <<Rudolph! Rudolph!>> esclamò Gilbert <<Perdonami…non avrei dovuto disobbedirti…>>.
    <<Non importa mio giovane amico. Ormai ho sistemato una volta per tutte gli alieni. Adesso incamminiamoci prima che faccia buio!>> replicò Rudolph.

    Giunsero quindi alle porte di Vega City quando stavano già per calare le tenebre, ma, prima che potessero entrare nella metropoli due Borg dall’aria minacciosa gli intimarono di fermarsi. Rudolph sfoderò il machete e colpì con tutta la sua forza uno dei robot, ma, l’acciaio impenetrabile del Borg assorbì del tutto il colpo, ed il machete venne respinto a pochi metri da Gilbert.

    Il gigantesco portone a sensori digitali della metropoli stava per chiudersi, ma, prima che potesse serrarsi del tutto due ombre leste e minacciose si infiltrarono all’interno.
    Come un fulmine a ciel sereno uno dei cupi figuri si scagliò con veemenza su uno dei Borg disabilitando i suoi circuiti.
    Approfittando del buio, l’altro oscuro figuro assalì il secondo Borg alle spalle, dilaniando in pochi attimi il suo casco di metallo ed i suoi rilevatori ottici.

    Gilbert indietreggiò intimorito, ed uno sprazzo di luce lunare rivelò la natura dei due esseri oscuri; si trattava di un nosferatu e di un uomo lupo, che ringhiando e sbavando cominciarono ad osservarsi inferociti per il possesso delle due povere prede.
    Così Rudolph, approfittando del momentaneo scontro tra i due mostri, afferrò precipitosamente una delle sue granate scagliandola verso le orripilanti creature, che però balzarono distanti dalla deflagrazione prima di poter essere inceneriti, e si nascosero nell’ombra.

    Gilbert con coraggio e grande audacia prese da terra il machete del compagno, e stringendolo forte tra le mani tagliò l’aria in segno di sfida.

    <<No, Gilbert! No!>> gridò Rudolph, che fulmineo afferrò per la collottola l’intrepido amico, e lo portò lontano dall’imminente pericolo. <<Non possiamo affrontare adesso quelle belve… fuggiamo!>> e si diressero all’interno di una palazzina diroccata.

    Le mostruosità si lanciarono all’inseguimento dei due, sospendendo per il momento la loro lotta e le loro rivalità.

    Gilbert e Rudolph salirono di corsa per gli scalini della palazzina, finché giunsero in un attico all’aperto da dove si lanciarono nel vuoto, atterrando in modo brusco ma salvifico su un tendone sottostante. Le due orripilanti creature arrivarono anch’esse all’ultimo piano della palazzina in rovina, ma non trovarono le loro prede e ripresero così il loro feroce scontro azzannandosi vicendevolmente, ma, durante la colluttazione precipitarono inavvertitamente dall’alto, atterrando privi di vita su una cancellata appuntita.

    Rudolph vide il sangue che sgorgava a fiotti dai corpi esanimi delle due mostruosità, e coprì con una mano gli occhi del giovane Gilbert.

    <<Non guardare amico mio! E’ meglio che tu non assista a questa scena truculenta!>> e con fare paterno e protettivo portò per mano Gilbert lontano da quel posto macabro.

    Dopo una lunga marcia arrivarono pressappoco alla zona centrale di Vega City, i cui abitanti erano rintanati in casa come dettava il coprifuoco notturno. Gilbert si accorse fortuitamente di un luccichio proveniente da un angolo; quel bagliore era emanato da un talismano che Rod portava al collo, e Gilbert non faticò a riconoscerlo. Esultante per il ritrovamento, Gilbert fissò il talismano ed alzando lo sguardo si accorse di trovarsi dinanzi al palazzo della giurisdizione locale, e chiamando in aiuto Rudolph provò a scassinare le porte dell’ingresso con la punta acuminata del talismano stesso.

    Riuscirono nell’impresa e si infiltrarono nel palazzo muovendosi con cautela ed estrema lentezza per non fare il minimo rumore.
    Si ritrovarono in una sala immensa, dove una guardia appisolata di tanto in tanto osservava i monitor dello stabile.
    Fortuna volle che i due riuscirono a sgattaiolare inosservati, e dopo aver aperto varie porte ed esaminato con circospezione i vari locali trovarono finalmente Rod, il quale era in uno stato pietoso e i cui pezzi organici erano stati smontati in parte dal corpo, lasciando così scoperti fusibili, chip e parti meccaniche sotto la cute.

    <<Rod! Rod!>> singhiozzò Gilbert <<Cosa ti hanno fatto amico mio?!>>.
    Ma Rod non rispose. Era ormai inservibile, ed i suoi circuiti erano in tilt.

    Gilbert pianse amaramente, e disse:
    <<Non temere amico mio, verrò presto e ti riporterò con me appena posso…!>>.

    Ma, prima che Gilbert potesse terminare la frase, Rudolph lo scosse e gli ricordò della promessa fattagli, e della sua scelta di aiutarlo nel ritrovamento dell’ultimo manufatto.

    Dopo diverse ore cominciò a sorgere in cielo il sole, e la città riprese la sua quotidiana attività, ed ogni cittadino tornò alle proprie mansioni.

    Intanto Rudolph e Gilbert girovagavano in lungo e in largo per la metropoli, fino a quando il rilevatore di Rudolph captò un forte segnale provenire dal sottosuolo.

    Rudolph senza esitare scoperchiò un tombino e invitò l’amico a seguirlo nelle putride fogne.

    Il segnale si faceva mano a mano più forte, sino a quando Rudolph trovò il prezioso oggetto.

    <<Adesso non mi resta che portare a termine la missione per cui sono stato mandato qui!>> -disse Rudolph. <<E’ tempo che ogni possibile minaccia per il vostro pianeta termini!>>.

    E così i due si avviarono al laboratorio di Gilbert, dove Rudolph collocò nell’Alchymien il tassello mancante ed una forte luce invase la stanza come una supernova.

    Ma, non appena il bagliore cessò, Rudolph era svanito con esso, e Gilbert stupito sgranò gli occhi in cerca dell’uomo.
    Poi comprese, e notò con aria soddisfatta che l’Alchymien adesso brillava e baluginava di una nuova luce, fioca ma meravigliosa.

    Gilbert da quel giorno in poi decise che non avrebbe mai più utilizzato il suo macchinario e pensò di nasconderlo in un bunker sotterraneo, dove nessuno potesse più farne uso.

    L’indomani Gilbert si recò a Vega City in pieno giorno ed andò a riprendere Rod come promesso.

    Riportandolo poi al laboratorio lo rimise nuovamente in sesto, e l’androide tornò perfettamente in funzione.

    Fu così che tutto tornò alla sua giusta collocazione.

    Negli anni a venire Gilbert trovò una compagna. Ebbero quindi degli eredi.
    Tramandò ai figli, e poi ai nipoti la sua avvincente storia.

    Da allora, di generazione in generazione, un membro scelto della famiglia vigila sull’Alchymien, custodendo gelosamente la sua segretezza, fino alla fine dei tempi.

     
  • 25 febbraio alle ore 14:32
    Jolin e Rael

    Come comincia: Ore 11: 25 – Magazzini commerciali EUS
    Jolin, uno dei due vigilantes del settore Lambda osservava con meticolosità il via vai della gente intorno, analizzando ogni singolo gesto, ogni singola movenza dei passanti, cercando possibili anomalie in quel settore.
    Trascorsero parecchie ore.
    Nulla di strano o irregolare tra la folla.
    Jolin cominciò a sbadigliare, stiracchiandosi.
    Cadde inaspettatamente in un sonno profondo, dritto sulla scomoda poltroncina assegnatagli.
    Tutt'intorno l'atmosfera era calma, silenziosa, come se la gente avesse percepito che Jolin stesse dormendo.
    Si udiva infatti solo un lieve bisbiglìo, utile a non destare il vigilante dal sonno in cui era caduto.
    Dal canto suo, Jolin cominciò a ronfare vergognosamente.
    L'interfono, ancora acceso, trasmetteva indistintamente nell'etere quel continuo e sonoro russare per l'intero settore Lambda.
    La gente cominciò a sghignazzare in preda a interminabili e convulse risa.
    Rael, avvenente neo-direttrice dell'intero reparto, corse infuriata verso la postazione di controllo di Jolin.
    Sbraitando come un'ossessa, diede un sonante ceffone sulla nuca di Jolin, il quale ancora intontito dal torpore del sonno la osservò straniato sbadigliando a bocca spalancata.
    <<Bene! Vedo che lei è una personcina davvero attenta sul posto di lavoro!>>, esclamò sarcasticamente e con evidente irritazione Rael.
    <<Deve perdonarmi signorina direttrice...prometto che non accadrà più...non mi era mai accaduto prima... lei sa che ho lavorato sodo ultimamente...e penso sappia bene che lavoro qui da parecchio tempo ormai...Mi perdoni, mi perdoni ancora..sono veramente mortificato!>>, rispose con sincera umiltà Jolin, con tono basso, tra vergogna e scusa.
    Stranamente, lo sguardo della neo-direttrice in carica, aveva assunto improvvisamente un espressione più serena. I tratti somatici di quell'avvenente creatura, apparentemente gelidi, indecifrabili, adesso mostravano chiaramente palesi scorci d'umanità e comprensione, come se, nel giro di pochi secondi quel velo, quella patina che solo i 'superiori' riescono ad assumere alla perfezione per dissimulare i propri sentimenti ai dipendenti sul posto di lavoro, si era volatilizzata d'incanto.
    Effettivamente, l'autoritario 'pugno di ferro', la mordacità tipica di Rael erano state del tutto inaspettatamente allontanate.
    A volte, è strano. La nostra mente, seppur risoluta, tenace nei suoi propositi, ci porta stranamente a compiere delle 'inversioni di marcia', o, come in questo caso dei veri e propri capovolgimenti d'umore, che, solo la forza del caso ha il potere di istigare nei momenti 'meno opportuni', rendendoci chi più chi meno, dei perfetti lunatici soggiogati alla ruota della sorte.
    Ma, quello che realmente riusci ad accecare la corazza impenetrabile di Rael, fu proprio l'aver intravisto qualcosa di luccicante sul volto del povero Jolin.
    Sì, si trattava proprio di una lacrima, che, adesso cominciava a distinguersi nitidamente scendendo netta tra i frastagliati lineamenti del vigilante, giù, sino ad inumidirgli le ruvide labbra.
    Rael, come 'affetta' da improvviso istinto materno e protettivo, si chinò verso Jolin, genuflettendo la sua sinuosa figura.
    Lo osservò intensamente per diversi secondi, che sembravano interminabili, e gli lanciò un sorriso affettuoso, senza alcuna malizia.
    La neo-direttrice, adesso aveva la bocca a pochi centimetri da quella di Jolin.
    I due si fissarono ancora.
    Come se si conoscessero da sempre, si baciarono teneramente, ma con decisione.
    Chiunque avesse osservato quella scena dall'esterno, come in una visione d'insieme, non avrebbe affatto percepito che i due astanti erano dei perfetti estranei, e precisamente, un vigilante e il suo diretto superiore durante un turno lavorativo.
    Uno spettatore esterno avrebbe potuto solo vedere due esseri umani qualunque, che il cuore, la passione, avevano adesso deliberatamente e alla vista di tutti , tramutato in due amanti, che non nascondevano affatto i loro sentimenti reciproci, e trasmettevano anzi anche ai casuali osservatori una innata, energica voglia d'amarsi, di volersi bene per davvero, gettando via almeno per un po' asti, rancori, che purtroppo affliggono ogni coppia, anche quella che si reputi la più fortunata.
    Quello fu il più strano colpo di fulmine che mai Jolin e la stessa Rael avessero mai provato nell'arco della loro intera esistenza.
    Successivamente, pur sapendo entrambi a quali critiche sarebbero andati incontro, tra  colleghi e familiari stessi, a causa del loro diverso tenore di vita, dei loro rispettivi ruoli e gradi sul posto di lavoro, decisero all'unisono che non avrebbero mai più chiuso lo spiraglio ai sentimenti veri dopo quell'inaspettata occasione.
    Con coraggio avrebbero intrapreso quell'insolita relazione a testa alta, sapendo in cuor loro che ormai nessuno sarebbe stato loro d'intralcio.
    Le loro anime adesso, intrecciate in quella comune empatia avrebbero sempre camminato di pari passo.

     
  • 25 febbraio alle ore 14:13
    Herbert

    Come comincia: Herbert, uomo sulla trentina, adagiato sulla sabbia fissava inquieto l'infinito orizzonte che si estendeva ben oltre la sua fervida immaginazione.
    L'uomo cominciò a volare, in alto con la fantasia, mischiando sogno a realtà, mentre le sue nude ossa toraciche erano a contatto con delle garze imbevute di una sostanza bluastra, il Placebo.
    Quello sì che era un toccasana per un sognatore come Herbert, il quale cercava assiduamente uno sprazzo di appagante illusione tra la realtà che lo circondava, suo malgrado.
    Dopo le prime applicazioni epidermiche di Placebo, egli si sentì come rinascere, o meglio come sgusciar fuori dal baccello crisalideo per tramutarsi in agile farfalla.
    Passati circa trenta secondi dall'applicazione di Placebo, Herbert cadde in un piacevole torpore.
    Come in dormiveglia, vide d'improvviso una luce verdognola avvicinarsi a sé.
    Questo strano bagliore lo accecò, creandogli degli stati confusionali che gli fecero balzare alla vista dapprima fiale variopinte, disposte ad arco, e subito dopo delle mani con lunghe dita affusolate di una tinta argentea, che sapientemente imbevevano tali fiale in strani fluidi giallognoli con l'esperienza, la saggezza arcaica di un vecchio sciamano.
    Mentre Herbert giaceva ancora supino sulla spiaggia, sotto l'effetto Placebo, due tizi gli si avventarono contro frugando nelle sue tasche vuote.
    Non trovando nulla di cui appropriarsi, i due decisero di darsela a gambe mollando il povero malcapitato, il quale, come un sacco di patate, ripiombò inerme a terra.
    Passarono diverse ore.
    Si fece buio, ma nessun passante notò il corpo accasciato di Herbert.
    Nel corso della notte, sinistri ululati fecero presagire che di lì a poco un violento temporale si sarebbe scagliato su tutto il litorale.
    In effetti, dopo qualche istante, un imponente nubifragio si scatenò inondando la costa orientale di Romville, creando non pochi ingorghi nella superstrada adiacente il lido Sundee, dove Herbert suo malgrado giaceva.
    Intanto, le palpebre di Herbert cominciarono a sussultare a contatto con la pioggia che le bagnava, quasi ad indicare a chiunque lo avesse visto, lì, sul lido che lui era ancora vivo.
    Difatti, Herbert si trovava in uno stato di piacevole dormiveglia, e nemmeno i morsi della fame lo avrebbero scomodato.
    Quando il temporale si fece più minaccioso, e la pioggia si tramutò in grandine, anche gli occhi socchiusi di Herbert si spalancarono, mostrando tutto lo stupore, l'angoscia di chi dopo un bel sogno si risveglia nell'incubo agghiacciante della dura realtà, in preda allo smarrimento più totale.
    Herbert gettò un possente urlo, che, nonostante i tuoni riecheggiò lungo il solitario lido, mentre gli squarci giallastri di un lampo illuminavano come in pieno giorno il suo volto tremante, i suoi occhi stralunati che imploravano aiuto.
    Le labbra del povero disgraziato erano del tutto screpolate, sanguinanti.
    I capelli arruffati, sudici di sabbia.
    Era a torso nudo.
    Sul torace recava ancora le garze incriminate, colpevoli di lì a poco della sua tragica e isolata fine.
    Sì, proprio quell'apparente toccasana, che altri non era se non il Placebo, consumò le sue logore carni, dapprima immobilizzando i suoi arti oramai gelidi, e poi, a poco a poco fagocitando i suoi neuroni, i centri pulsanti del cervello e del cuore, spazzando via in men che non si dica un'altra inconsapevole e giovane vittima dal lido Sundee, tristemente noto anche come Last Placebo.

     
  • 25 febbraio alle ore 13:59
    Uragano

    Come comincia: "Uragano in arrivo", esclamò Sam, mentre il capitano attraverso le sue opache lenti scrutava avidamente la sua personalissima copia della Monnalisa.
    Intanto, la nave cominciò a sobbalzare sulle onde.
    Il capitano non poté fare a meno di distogliere lo sguardo dalla sua 'amata del dipinto'. Immediatamente, fu dato l'ordine di cambiare rotta verso una zona più calma, ma l'uragano imperterrito continuava ad avvinghiare a sé la nave quasi a volerla inghiottire nelle sue invisibili ma letali fauci.
    L'equipaggio faceva il possibile per arginare l'ostacolo, ma dal canto suo il capitano si riteneva già spacciato, al punto da voler lanciare un ennesimo languido sguardo alla sua 'amata', prima di soccombere da eroe in mare.
    Sicuramente, gli unici veri eroi, in quel frangente temporale, erano i ragazzi dell'equipaggio, i quali, come forsennati cercavano di fare il possibile per salvare la pellaccia; mentre il capitano, forse stanco di un'esistenza grama e meschina, aveva trovato invece nell'uragano improvviso la giusta occasione per mettere fine ai suoi dolori esistenziali, ai patimenti morbosi che provava per l'unica 'donna' della sua vita, la Monnalisa.
    L'equipaggio, al limite della sopportazione umana, cercava in ogni modo di virare verso porti più sicuri, ma, la faccenda sembrava assumere una brutta piega.
    Il capitano, immerso nella contemplazione della sua 'amata', si sedette sul legnoso pavimento della cabina, abbandonato, come in estasi, ignorando la tormenta che dall'oblò dello stanzino sembrava voler risucchiare nel suo vortice letale ogni singola forma di vita in quella nave.
    D'improvviso, un lampo interno, una scintilla negli occhi del nostromo.
    Si alzò di colpo, corse verso l'esterno, prese un secchio ed iniziò furiosamente a spalar via tutta l'acqua che poté dal pontile dell'imbarcazione, ormai fradicio e allagato.
    Gli uomini dell'equipaggio, vedendo il loro capitano e la sua inaudita tenacia, come rinvigoriti da nuova energia, continuarono così con nuova lena a virare.
    L'uragano sembrava quasi essere cessato, dopo aver riversato tutta la sua furia temporalesca sull'imbarcazione, che, nonostante tutto, aveva resistito abbastanza bene al forte impatto burrascoso, senza riportare gravi perdite allo scafo.
    Il sole cominciò a brillare sul pontile.
    I volti spossati dei marinai, da terrorizzati che erano qualche istante prima, ora brillavano radiosi.
    Sam si avvicinò con perplessità al capitano, scrutandolo con riverenza e incertezza.
    Gli chiese quale fosse stata la 'molla' che lo aveva spinto ad andare avanti, a infondergli quell'inaspettata audacia che mai prima d'ora egli aveva mostrato ai suoi uomini.
    Il volto del nostromo assunse una nuova espressione, che lo fece sembrare più giovane, arzillo più che mai, e un magnifico sorriso da adolescente si stampò sui suoi zigomi.
    "Sam, ricordi quel famoso detto ? 'Finché c'è vita, c'è speranza'.  Ebbene, adesso questa speranza non mi abbandonerà più, almeno credo!"
    "Non capisco... cosa intendete dire, capitano ?"
    "È semplice, Sam! Ci sono momenti nei quali un uomo deve scegliere quale valore mettere al primo posto, a cosa più tenere realmente per andare avanti. Bene! Mentre mi trovavo lì sotto, in cabina, ho fatto una scelta decisiva. Il mio equipaggio è più importante di una 'donna'. E così è stato!"
    "Capitano, ma allora lei è... lei è... g-guaritooo!"
    "Direi proprio di sì! Sì, sto benone! Mi sento davvero rinato! Si torna a casa! Forza miei prodi!".