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in archivio dal 08 feb 2012

Fernanda Raineri

Massa
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  • 09 febbraio 2012 alle ore 18:24
    La goccia d'acqua

    Odorosi giardini di glicini e gelsomini,
    adornano i viali della Primavera,
    mentre il cuor già palpita di luce di sole e di caldo tepore,
    solitaria goccia di rugiada,
    che tiene ancora in serbo i colori dell’arcobaleno,
    scende, lenta… lenta, simile ad una lacrima,
    dal petalo di un fiore, quasi soffrisse nello staccarsene,
    e nel suo lacrimevole cader, penso…
    a quanta vita si raccoglie in una goccia d’acqua caduta
    dal cielo sulla terra,
    la nutre, si trasforma in fiume, in mare, in lago, scava la roccia,
    arriva sotto le roventi sabbie di aridi deserti,
    si infonde in noi,
    esprimendosi in mille diversi modi,
    dal primo vagito del neonato,
    alle lacrime di troppa felicità o troppo dolore,
    o nel sudore delle nostre fatiche;
    gocce d’acqua che evaporano dalla terra per ricadere di nuovo
    dal cielo,
    copiose, a bagnare i prati della nostra vita, alcune rimangono sospese nell’aria per farci ammirare i colori dell’arcobaleno.

     
  • 08 febbraio 2012 alle ore 21:59
    La bellezza dell'attimo perfetto

    Non parlerò della bellezza
    intrinseca o estrinseca
    di umane fattezze,
    o di altre effimere cose,
    ma di un luogo e di un tempo,
    di un prezioso momento,
    che mi vide seduta nell’umida erba,
    sulla cima di un colle silente,
    a chiedermi di questa caduca vita e del suo misterioso percorso.
    Sopra il capo
    le stelle della volta celeste,
    bagliore di quarto di luna, riflesso nello specchio del mare,
    schiarito dal tenue chiarore.
    Sentii penetrar l’infinito nei miei occhi sognanti,
    e avvolse il mio cuore
    un cosmico abbraccio, facendomi parte di un respiro di eterno.
    Una stella cadente tracciò il suo cammino spedito,
    mentre il mio desiderio era già stato esaudito,
    la vera bellezza non è nell’aspetto,
    ma in un attimo
    perfetto

     
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  • 08 febbraio 2012 alle ore 21:56
    Ignazio e il mare

    Come comincia: Sorge il sole a illuminare Portovenere, che si sveglia tra gli strilli dei gabbiani e il suono delle onde, che si infrangono sugli scogli e sulla spiaggia, come una tenace carezza. Mentre i gatti dal vecchio carruggio, si avvicinano al mare, dove i primi pescatori approdano al molo, dopo una notte di pesca.
    Nonno Ignazio, vecchio lupo di mare in pensione, mi ha promesso un’uscita in mare aperto, con la sua vecchia compagna di pesca: una pilotina di 4,5 metri.
    -“Molla la cima, Rachele!”- mi dice, indicandomi la grossa fune, che lega la barca alla banchina ed io sciolgo il nodo alla bitta d’ormeggio, liberando finalmente, la barca, che da troppo tempo, ormai, bivacca nel porticciolo. Ci allontaniamo lentamente e Portovenere diventa sempre più piccolo, adesso è uguale all’immagine  di una cartolina turistica, che ho visto in un  negozio di souvenir.
    L’aria è pulita e chiara come lo specchio del mare, che sussurra piano ai pesci di stare lontano perché questa è la barca del pescatore Ignazio. Ma forse non sa che Ignazio, ora, esce solo per ritrovare il suo mare, i suoi profumi, il suo respiro e ripensare a quei tempi in cui tornava a casa la sera, dopo una lunga giornata di pesca e raccontava alla sua nipotina,  storie incredibili, di pesci giganti, di mostri marini e di sirene, che nelle notti di luna cantavano  per incantare i pescatori.
    Mi ricordo di quando mi raccontò di quella volta, che la notte non aveva ancora lasciato posto al giorno e mentre tirava la rete sulla sua pilotina, sentendola molto pesante, si accorse che un bellissimo esemplare di pesce spada,  giovane all’aspetto,  vi  era rimasto imbrigliato.
    Anche se nella rete non vi erano altri pesci, era contentissimo, per lui era un ottima pesca, non si vedevano tutti i giorni simili fortune, l’avrebbe venduto bene quel pescione.
    Riuscì a tirarlo sulla barca e quando lo ebbe tolto dalla rete, notò una cicatrice sulla sua testa,  sicuramente lasciata dall’arpione di un altro pescatore, meno fortunato di lui. Rimase subito colpito dagli occhi di quel giovane pesce spada, che lo fissavano tristi, e avrebbe giurato di veder brillare in quello sguardo delle lacrime, ma ovviamente erano solo gocce di mare. Stranamente, in quel momento,  il mare smise di mormorare, la luna che ancora illuminava la barca e tutto il  mare intorno, si eclissò dietro una nuvola, che a dir suo era comparsa dal nulla, dato che il cielo era pulito come i miei occhi di bimba.
    Allora nonno Ignazio sentì una profonda tristezza prendergli il cuore e decise di lasciarlo libero, lo sollevò sulle braccia, mentre lui se ne stava inerme, e con uno sforzo sovrumano lo rigettò in mare.
    Il pesce si riprese subito e scivolò veloce nelle placide acque, per riprendere la sua strada e la sua vita, ma non prima di aver guardato ancora una volta negli occhi Ignazio, che salutandolo gli disse –“và, sei ancora giovane per morire”-.
    In quel momento il mare riprese a mormorare e la luna si ripresentò in tutto il suo splendore, della nuvola non v’era più  traccia alcuna nel cielo.
    Mio nonno, quella sera tornò a casa con la rete vuota, raccontando a me e a mamma questa storia, che pensammo fosse una delle sue solite leggende, che mi piacevano tanto.
    –“Vieni Rachele aiutami, vediamo se riusciamo ad avere del buon pesce fresco per pranzo”- la sua voce mi distoglie dai ricordi in cui mi ero assorta. Lo assecondo nei suoi movimenti stanchi e lenti, tirando insieme a lui la rete, le cui trame, assomigliano un po’ alle rughe del suo volto bruciato dal sale e dal vento marino.
    Passiamo un po’ di tempo a  parlare della mia vita a New York, dove oramai risiedo con i miei genitori, da quando avevo 12 anni. Mio padre dovette trasferirsi la per lavoro, ma io ho sempre rimpianto il paese dove sono nata e tutt’ora mi manca. Penso che manchi anche a mio padre e mia madre. Le loro radici, come le mie, sono rimaste qui insieme a nonno Ignazio. E’ come se questo mare scorresse anche dentro di me, a volte mi capita di sentire ancora il  sussurro della risacca del mare e il profumo del vento di Portovenere, quando sono dall’altra parte dell’ocenano.
    Poi tiriamo di nuovo la rete e con stupore ci accorgiamo di un piccolo pesce spada rimasto impigliato, non facciamo in tempo ad issarlo, che un’altro, con una stazza enorme, probabilmente una femmina, ci attacca, speronando la barca. Il violento rollio, fa finire Ignazio nell’acqua, proprio dentro la rete. Mi sento perduta, non so cosa fare, cerco di issare la rete, lo vedo divincolarsi in mezzo alle sue maglie, mentre il grosso pesce, infuriato, sta caricando di nuovo, poi succede qualcosa di incredibile, il pesce spada si ferma proprio a pochi metri da nonno Ignazio, mostrando una cicatrice sulla testa, mio nonno ha il tempo di liberarsi dalle maglie e così il piccolo pesce spada.
    Lo aiuto a risalire sulla barca, mentre i due pesci riprendono il largo, il vecchio lupo di mare è tremante e stupito come me, dice che una cosa simile nella sua vita non gli era mai capitata, mi sembra di vedere delle lacrime scendere dai suoi occhi, ma probabilmente sono solo gocce di mare.

     
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