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in archivio dal 28 mag 2001

Giacomo Leopardi

29 giugno 1798, Recanati
14 giugno 1837, Napoli
Segni particolari: Precoce: a 15 anni avevo già scritto due tragedie, versi e prose.
Mi descrivo così: Predisposto alla malinconia.
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  • 23 marzo 2012 alle ore 18:10
    Il primo amore

    Tornami a mente il dì che la battaglia
    d'amor sentii la prima volta, e dissi:
    Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
    Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi
    io mirava colei ch'a questo core
    primiera il varco ed innocente aprissi.
    Ahi come mal mi governasti, amore!
    Perchè seco dovea sì dolce affetto
    recar tanto desio, tanto dolore?
    E non sereno, e non intero e schietto,
    anzi pien di travaglio e di lamento
    al cor mi discendea tanto diletto?
    Dimmi, tenero core, or che spavento,
    che angoscia era la tua fra quel pensiero
    presso al qual t'era noia ogni contento?
    Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
    ti si offeriva nella notte, quando
    tutto queto parea nell'emisfero:
    tu inquieto, e felice e miserando,
    m'affaticavi in su le piume il fianco
    ad ogni or fortemente palpitando.
    E dove io tristo ed affannato e stanco
    gli occhi al sonno chiudea, come per febre
    rotto e deliro il sonno venia manco.
    Oh come viva in mezzo alle tenebre
    sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
    la contemplavan sotto alle palpebre!
    Oh come soavissimi diffusi
    molti per l'ossa mi serpeano, oh come
    mille nell'alma instabili, confusi
    pensieri si volgean! qual tra le chiome
    d'antica selva zefiro scorrendo,
    un lungo, incerto mormorar ne prome.
    E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
    che dicevi, o mio cor, che si partia
    quella per che penando ivi e battendo?
    Il cuocer non più tosto io mi sentia
    della vampa d'amor, che il venticello
    che l'aleggiava, volossene via.
    Senza sonno io giacea sul dì novello,
    e i destrier che dovean farmi deserto,
    battean la zampa sotto al patrio ostello.
    Ed io timido e cheto ed inesperto,
    ver lo balcone al buio protendea
    l'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,
    la voce ad ascoltar, se ne dovea
    di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;
    la voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.
    Quante volte plebea voce percosse
    il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
    il core in forse a palpitar si mosse'
    e poi che finalmente mi discese
    a cara voce al core, e de' cavai
    delle rote il romorio s'intese;
    orbo rimaso allor, mi rannicchiai
    palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
    strinsi il cor con la mano, e sospirai.
    Poscia traendo i tremuli ginocchi
    stupidamente per la muta stanza,
    ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
    Amarissima allor la ricordanza
    locommisi nel petto, e mi serrava
    ad ogni voce il core, a ogni sembianza.
    E lunga doglia il sen mi ricercava,
    com'è quando a distesa Olimpo piove
    malinconicamente e i campi lava.
    Ned io ti conoscea, garzon di nove
    e nove Soli, in questo a pianger nato
    quando facevi, amor, le prime prove.
    Quando in ispregio ogni piacer, nè grato
    m'era degli astri il riso, o dell'aurora
    queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.
    Anche di gloria amor taceami allora
    nel petto, cui scaldar tanto solea,
    che di beltade amor vi fea dimora.
    Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,
    e quelli m'apparian vani per cui
    vano ogni altro desir creduto avea.
    Deh come mai da me sì vario fui,
    e tanto amor mi tolse un altro amore?
    Deh quanto, in verità, vani siam nui!
    Solo il mio cor piaceami, e col mio core
    in un perenne ragionar sepolto,
    alla guardia seder del mio dolore.
    E l'occhio a terra chino o in se raccolto,
    di riscontrarsi fuggitivo e vago
    nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:
    che la illibata, la candida imago
    turbare egli temea pinta nel seno,
    come all'aure si turba onda di lago.
    E quel di non aver goduto appieno
    pentimento, che l'anima ci grava,
    e il piacer che passò cangia in veleno,
    per li fuggiti dì mi stimolava
    tuttora il sen: che la vergogna il duro
    suo morso in questo cor già non oprava.
    Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
    che voglia non m'entrò bassa nel petto,
    ch'arsi di foco intaminato e puro.
    Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
    spira nel pensier mio la bella imago,
    da cui, se non celeste, altro diletto
    giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.

     
  • 28 marzo 2006
    L'Infinito

    Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
    e questa siepe, che da tanta parte
    dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
    Ma sedendo e mirando, interminati
    spazi di là da quella, e sovrumani
    silenzi, e profondissima quiete
    io nel pensier mi fingo; ove per poco
    il cor non si spaura. E come il vento
    odo stormir tra queste piante, io quello
    infinito silenzio a questa voce
    vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
    e le morte stagioni, e la presente
    e viva, e il suon di lei. Così tra questa
    immensità s'annega il pensier mio:
    e il naufragar m'è dolce in questo mare.

     
  • 28 marzo 2006
    A Silvia

    Silvia, rimembri ancora
    quel tempo della tua vita mortale,
    quando beltà splendea
    negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
    e tu, lieta e pensosa, il limitare
    di gioventù salivi?

    Sonavan le quiete
    stanze, e le vie dintorno,
    al tuo perpetuo canto,
    allor che all'opre femminili intenta
    sedevi, assai contenta
    di quel vago avvenir che in mente avevi.
    Era il maggio odoroso: e tu solevi
    così menare il giorno.

    Io gli studi leggiadri
    talor lasciando e le sudate carte,
    ove il tempo mio primo
    e di me si spendea la miglior parte,
    d'in su i veroni del paterno ostello
    porgea gli orecchi al suon della tua voce,
    ed alla man veloce
    che percorrea la faticosa tela.
    Mirava il ciel sereno,
    le vie dorate e gli orti,
    e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
    Lingua mortal non dice
    quel ch'io sentiva in seno.

    Che pensieri soavi,
    che speranze, che cori, o Silvia mia!
    Quale allor ci apparia
    la vita umana e il fato!
    Quando sovviemmi di cotanta speme,
    un affetto mi preme
    acerbo e sconsolato,
    e tornami a doler di mia sventura.
    O natura, o natura,
    perché non rendi poi
    quel che prometti allor? perché di tanto
    inganni i figli tuoi?

    Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
    da chiuso morbo combattuta e vinta,
    perivi, o tenerella. E non vedevi
    il fior degli anni tuoi;
    non ti molceva il core
    la dolce lode or delle negre chiome,
    or degli sguardi innamorati e schivi;
    né teco le compagne ai dì festivi
    ragionavan d'amore.

    Anche peria tra poco
    la speranza mia dolce: agli anni miei
    anche negaro i fati
    la giovanezza. Ahi come,
    come passata sei,
    cara compagna dell'età mia nova,
    mia lacrimata speme!
    Questo è quel mondo? questi
    i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
    onde cotanto ragionammo insieme?
    questa la sorte dell'umane genti?
    All'apparir del vero
    tu, misera, cadesti: e con la mano
    la fredda morte ed una tomba ignuda
    mostravi di lontano.

     
  • 28 marzo 2006
    Alla Luna

    O graziosa luna, io mi rammento
    Che, or volge l'anno, sovra questo colle
    Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
    E tu pendevi allor su quella selva
    Siccome or fai, che tutta la rischiari.
    Ma nebuloso e tremulo dal pianto
    Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
    Il tuo volto apparia, che travagliosa
    Era mia vita: ed è, nè cangia stile
    O mia diletta luna. E pur mi giova
    La ricordanza, e il noverar l'etate
    Del mio dolore. Oh come grato occorre
    Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
    La speme e breve ha la memoria il corso
    Il rimembrar delle passate cose,
    Ancor che triste, e che l'affanno duri!

     
  • 28 marzo 2006
    Il sabato del villaggio

    La donzelletta vien dalla campagna,
    In sul calar del sole,
    Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
    Un mazzolin di rose e di viole,
    Onde, siccome suole,
    Ornare ella si appresta
    Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
    Siede con le vicine
    Su la scala a filar la vecchierella,
    Incontro là dove si perde il giorno;
    E novellando vien del suo buon tempo,
    Quando ai dì della festa ella si ornava,
    Ed ancor sana e snella
    Solea danzar la sera intra di quei
    Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
    Già tutta l'aria imbruna,
    Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
    Giù da' colli e da' tetti,
    Al biancheggiar della recente luna.
    Or la squilla dà segno
    Della festa che viene;
    Ed a quel suon diresti
    Che il cor si riconforta.
    I fanciulli gridando
    Su la piazzuola in frotta,
    E qua e là saltando,
    Fanno un lieto romore:
    E intanto riede alla sua parca mensa,
    Fischiando, il zappatore,
    E seco pensa al dì del suo riposo.
    Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
    E tutto l'altro tace,
    Odi il martel picchiare, odi la sega
    Del legnaiuol, che veglia
    Nella chiusa bottega alla lucerna,
    E s'affretta, e s'adopra
    Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
    Questo di sette è il più gradito giorno,
    Pien di speme e di gioia:
    Diman tristezza e noia
    Recheran l'ore, ed al travaglio usato
    Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
    Garzoncello scherzoso,
    Cotesta età fiorita
    È come un giorno d'allegrezza pieno,
    Giorno chiaro, sereno,
    Che precorre alla festa di tua vita.
    Godi, fanciullo mio; stato soave,
    Stagion lieta è cotesta.
    Altro dirti non vo'; ma la tua festa
    Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

     
  • 28 marzo 2006
    A se stesso

    Or poserai per sempre,
    Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
    Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
    In noi di cari inganni,
    Non che la speme, il desiderio è spento.
    Posa per sempre. Assai
    Palpitasti. Non val cosa nessuna
    I moti tuoi, nè di sospiri è degna
    La terra. Amaro e noia
    La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
    T'acqueta omai. Dispera
    L'ultima volta. Al gener nostro il fato
    Non donò che il morire. Omai disprezza
    Te, la natura, il brutto
    Poter che, ascoso, a comun danno impera,
    E l'infinita vanità del tutto.

     
  • 28 marzo 2006
    Alla sua donna

    Cara beltà che amore
    Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
    Fuor se nel sonno il core
    Ombra diva mi scuoti,
    O ne' campi ove splenda
    Più vago il giorno e di natura il riso;
    Forse tu l'innocente
    Secol beasti che dall'oro ha nome,
    Or leve intra la gente
    Anima voli? o te la sorte avara
    Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
    Viva mirarti omai
    Nulla spene m'avanza;
    S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
    Per novo calle a peregrina stanza
    Verrà lo spirto mio. Già sul novello
    Aprir di mia giornata incerta e bruna,
    Te viatrice in questo arido suolo
    Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
    Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
    Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
    Saria, così conforme, assai men bella.
    Fra cotanto dolore
    Quanto all'umana età propose il fato,
    Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
    Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
    Questo viver beato:
    E ben chiaro vegg'io siccome ancora
    Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni
    L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
    Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
    E teco la mortal vita saria
    Simile a quella che nel cielo india.
    Per le valli, ove suona
    Del faticoso agricoltore il canto,
    Ed io seggo e mi lagno
    Del giovanile error che m'abbandona;
    E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
    I perduti desiri, e la perduta
    Speme de' giorni miei; di te pensando,
    A palpitar mi sveglio. E potess'io,
    Nel secol tetro e in questo aer nefando,
    L'alta specie serbar; che dell'imago,
    Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
    Se dell'eterne idee
    L'una sei tu, cui di sensibil forma
    Sdegni l'eterno senno esser vestita,
    E fra caduche spoglie
    Provar gli affanni di funerea vita;
    O s'altra terra ne' superni giri
    Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
    E più vaga del Sol prossima stella
    T'irraggia, e più benigno etere spiri;
    Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
    Questo d'ignoto amante inno ricevi.

     
  • Di gloria il viso e la gioconda voce,
    Garzon bennato, apprendi,
    E quanto al femminile ozio sovrasti
    La sudata virtude. Attendi attendi,
    Magnanimo campion (s'alla veloce
    Piena degli anni il tuo valor contrasti
    La spoglia di tuo nome), attendi e il core
    Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
    Arena e il circo, e te fremendo appella
    Ai fatti illustri il popolar favore;
    Te rigoglioso dell'età novella
    Oggi la patria cara
    Gli antichi esempi a rinnovar prepara.
    Del barbarico sangue in Maratona
    Non colorò la destra
    Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
    Che stupido mirò l'ardua palestra,
    Né la palma beata e la corona
    D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
    Forse le chiome polverose e i fianchi
    Delle cavalle vincitrici asterse
    Tal che le greche insegne e il greco acciaro
    Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi
    Nelle pallide torme; onde sonaro
    Di sconsolato grido
    L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.
    Vano dirai quel che disserra e scote
    Della virtù nativa
    Le riposte faville? e che del fioco
    Spirto vital negli egri petti avviva
    Il caduco fervor? Le meste rote
    Da poi che Febo instiga, altro che gioco
    Son l'opre de' mortali? ed è men vano
    Della menzogna il vero? A noi di lieti
    Inganni e di felici ombre soccorse
    Natura stessa: e là dove l'insano
    Costume ai forti errori esca non porse,
    Negli ozi oscuri e nudi
    Mutò la gente i gloriosi studi.
    Tempo forse verrà ch'alle ruine
    Delle italiche moli
    Insultino gli armenti, e che l'aratro
    Sentano i sette colli; e pochi Soli
    Forse fien volti, e le città latine
    Abiterà la cauta volpe, e l'atro
    Bosco mormorerà fra le alte mura;
    Se la funesta delle patrie cose
    Obblivion dalle perverse menti
    Non isgombrano i fati, e la matura
    Clade non torce dalle abbiette genti
    Il ciel fatto cortese
    Dal rimembrar delle passate imprese.
    Alla patria infelice, o buon garzone,
    Sopravviver ti doglia.
    Chiaro per lei stato saresti allora
    Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
    Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
    Che nullo di tal madre oggi s'onora:
    Ma per te stesso al polo ergi la mente.
    Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
    Beata allor che ne' perigli avvolta,
    Se stessa obblia, né delle putri e lente
    Ore il danno misura e il flutto ascolta;
    Beata allor che il piede
    Spinto al varco leteo, più grata riede.

     
  • 28 marzo 2006
    Alla primavera

    Perché i celesti danni
    Ristori il sole, e perché l'aure inferme
    Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
    Delle nubi la grave ombra s'avvalla;
    Credano il petto inerme
    Gli augelli al vento, e la diurna luce
    Novo d'amor desio, nova speranza
    Ne' penetrati boschi e fra le sciolte
    Pruine induca alle commosse belve;
    Forse alle stanche e nel dolor sepolte
    Umane menti riede
    La bella età, cui la sciagura e l'atra
    Face del ver consunse
    Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
    Di febo i raggi al misero non sono
    In sempiterno? ed anco,
    Primavera odorata, inspiri e tenti
    Questo gelido cor, questo ch'amara
    Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?
    Vivi tu, vivi, o santa
    Natura? vivi e il dissueto orecchio
    Della materna voce il suono accoglie?
    Già di candide ninfe i rivi albergo,
    Placido albergo e specchio
    Furo i liquidi fonti. Arcane danze
    D'immortal piede i ruinosi gioghi
    Scossero e l'ardue selve (oggi romito
    Nido de' venti): e il pastorel ch'all'ombre
    Meridiane incerte ed al fiorito
    Margo adducea de' fiumi
    Le sitibonde agnelle, arguto carme
    Sonar d'agresti Pani
    Udì lungo le ripe; e tremar l'onda
    Vide, e stupì, che non palese al guardo
    La faretrata Diva
    Scendea ne' caldi flutti, e dall'immonda
    Polve tergea della sanguigna caccia
    Il niveo lato e le verginee braccia.
    Vissero i fiori e l'erbe,
    Vissero i boschi un dì. Conscie le molli
    Aure, le nubi e la titania lampa
    Fur dell'umana gente, allor che ignuda
    Te per le piagge e i colli,
    Ciprigna luce, alla deserta notte
    Con gli occhi intenti il viator seguendo,
    Te compagna alla via, te de' mortali
    Pensosa immaginò. Che se gl'impuri
    Cittadini consorzi e le fatali
    Ire fuggendo e l'onte,
    Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime
    Selve remoto accolse,
    Viva fiamma agitar l'esangui vene,
    Spirar le foglie, e palpitar segreta
    Nel doloroso amplesso

     
  • 28 marzo 2006
    All'Italia

    O patria mia, vedo le mura e gli archi
    E le colonne e i simulacri e l'erme
    Torri degli avi nostri,
    Ma la la gloria non vedo,
    Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
    I nostri padri antichi. Or fatta inerme
    Nuda la fronte e nudo il petto mostri,
    Oimè quante ferite,
    Che lívidor, che sangue! oh qual ti veggio,
    Formesissima donna!
    Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;
    Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
    Che di catene ha carche ambe le braccia,
    Sì che sparte le chiome e senza velo
    Siede in terra negletta e sconsolata,
    Nascondendo la faccia
    Tra le ginocchia, e piange.
    Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
    Le genti a vincer nata
    E nella fausta sorte e nella ria.
    Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
    Mai non potrebbe il pianto
    Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
    Che fosti donna, or sei povera ancella.
    Chi di te parla o scrive,
    Che, rimembrando il tuo passato vanto,
    Non dica: già fu grande, or non è quella?
    Perchè, perchè? dov'è la forza antica?
    Dove l'armi e il valore e la costanza?
    Chi ti discinse il brando?
    Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
    0 qual tanta possanza,
    Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
    Come cadesti o quando
    Da tanta altezza in così basso loco?
    Nessun pugna per te? non ti difende
    Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: ío solo
    Combatterà, procomberò sol io.
    Dammi, o ciel, che sia foco
    Agl'italici petti il sangue mio.
    Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d'armi
    E di carri e di voci e di timballi
    In estranie contrade
    Pugnano i tuoi figliuoli.
    Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
    Un fluttuar di fanti e di cavalli,
    E fumo e polve, e luccicar di spade
    Come tra nebbia lampi.
    Nè ti conforti e i tremebondi lumi
    Piegar non soffri al dubitoso evento?
    A che pugna in quei campi
    L'itata gioventude? 0 numi, o numi
    Pugnan per altra terra itali acciari.
    Oh misero colui che in guerra è spento,
    Non per li patrii lidi e per la pia
    Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui
    Per altra gente, e non può dir morendo
    Alma terra natia,
    La vita che mi desti ecco ti rendo.
    Oh venturose e care e benedette
    L'antiche età, che a morte
    Per la patria correan le genti a squadre
    E voi sempre onorate e gloriose,
    0 tessaliche strette,
    Dove la Persia e il fato assai men forte
    Fu di poch'alme franche e generose!
    lo credo che le piante e i sassi e l'onda
    E le montagne vostre al passeggere
    Con indistinta voce
    Narrin siccome tutta quella sponda
    Coprir le invitte schiere
    De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
    Allor, vile e feroce,
    Serse per l'Ellesponto si fuggia,
    Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
    E sul colle d'Antela, ove morendo
    Si sottrasse da morte il santo stuolo,
    Simonide salia,
    Guardando l'etra e la marina e il suolo.
    E di lacrime sparso ambe le guance,
    E il petto ansante, e vacillante il piede,
    Toglicasi in man la lira:
    Beatissimi voi,
    Ch'offriste il petto alle nemiche lance
    Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
    Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira
    Nell'armi e ne' perigli
    Qual tanto amor le giovanette menti,
    Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
    Come si lieta, o figli,
    L'ora estrema vi parve, onde ridenti
    Correste al passo lacrimoso e, duro?
    Parea ch'a danza e non a morte andasse
    Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
    Ma v'attendea lo scuro
    Tartaro, e l'ond'a morta;
    Nè le spose vi foro o i figli accanto
    Quando su l'aspro lito
    Senza baci moriste e senza pianto.
    Ma non senza de' Persi orrida pena
    Ed immortale angoscia.
    Come lion di tori entro una mandra
    Or salta a quello in tergo e sì gli scava
    Con le zanne la schiena,
    Or questo fianco addenta or quella coscia;
    Tal fra le Perse torme infuriava
    L'ira de' greci petti e la virtute.
    Ve' cavalli supini e cavalieri;
    Vedi intralciare ai vinti
    La fuga i carri e le tende cadute,
    E correr fra' primieri
    Pallido e scapigliato esso tiranno;
    ve' come infusi e tintí
    Del barbarico sangue i greci eroi,
    Cagione ai Persi d'infinito affanno,
    A poco a poco vinti dalle piaghe,
    L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
    Beatissimi voi
    Mentre nel mondo si favelli o scriva.
    Prima divelte, in mar precipitando,
    Spente nell'imo strideran le stelle,
    Che la memoria e il vostro
    Amor trascorra o scemi.
    La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
    Verran le madri ai parvoli le belle
    Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,
    0 benedetti, al suolo,
    E bacio questi sassi e queste zolle,
    Che fien lodate e chiare eternamente
    Dall'uno all'altro polo.
    Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
    Fosse del sangue mio quest'alma terra.
    Che se il fato è diverso, e non consente
    Ch'io per la Grecia i mororibondi lumi
    Chiuda prostrato in guerra,
    Così la vereconda
    Fama del vostro vate appo i futuri
    Possa, volendo i numi,
    Tanto durar quanto la, vostra duri.

     
  • Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
    Silenziosa luna?
    Sorgi la sera, e vai,
    Contemplando i deserti; indi ti posi.
    Ancor non sei tu paga
    Di riandare i sempiterni calli?
    Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
    Di mirar queste valli?
    Somiglia alla tua vita
    La vita del pastore.
    Sorge in sul primo albore;
    Move la greggia oltre pel campo, e vede
    Greggi, fontane ed erbe;
    Poi stanco si riposa in su la sera:
    Altro mai non ispera.
    Dimmi, o luna: a che vale
    Al pastor la sua vita,
    La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
    Questo vagar mio breve,
    Il tuo corso immortale?
    Vecchierel bianco, infermo,
    Mezzo vestito e scalzo,
    Con gravissimo fascio in su le spalle,
    Per montagna e per valle,
    Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
    Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
    L'ora, e quando poi gela,
    Corre via, corre, anela,
    Varca torrenti e stagni,
    Cade, risorge, e più e più s'affretta,
    Senza posa o ristoro,
    Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
    Colà dove la via
    E dove il tanto affaticar fu volto:
    Abisso orrido, immenso,
    Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
    Vergine luna, tale
    È la vita mortale.
    Nasce l'uomo a fatica,
    Ed è rischio di morte il nascimento.
    Prova pena e tormento
    Per prima cosa; e in sul principio stesso
    La madre e il genitore
    Il prende a consolar dell'esser nato.
    Poi che crescendo viene,
    L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
    Con atti e con parole
    Studiasi fargli core,
    E consolarlo dell'umano stato:
    Altro ufficio più grato
    Non si fa da parenti alla lor prole.
    Ma perché dare al sole,
    Perché reggere in vita
    Chi poi di quella consolar convenga?
    Se la vita è sventura
    Perché da noi si dura?
    Intatta luna, tale
    E` lo stato mortale.
    Ma tu mortal non sei,
    E forse del mio dir poco ti cale.
    Pur tu, solinga, eterna peregrina,
    Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
    Questo viver terreno,
    Il patir nostro, il sospirar, che sia;
    Che sia questo morir, questo supremo
    Scolorar del sembiante,
    E perir dalla terra, e venir meno
    Ad ogni usata, amante compagnia.
    E tu certo comprendi
    Il perché delle cose, e vedi il frutto
    Del mattin, della sera,
    Del tacito, infinito andar del tempo.
    Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
    Rida la primavera,
    A chi giovi l'ardore, e che procacci
    Il verno co' suoi ghiacci.
    Mille cose sai tu, mille discopri,
    Che son celate al semplice pastore.
    Spesso quand'io ti miro
    Star così muta in sul deserto piano,
    Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
    Ovver con la mia greggia
    Seguirmi viaggiando a mano a mano;
    E quando miro in cielo arder le stelle;
    Dico fra me pensando:
    A che tante facelle?
    Che fa l'aria infinita, e quel profondo
    Infinito seren? che vuol dir questa
    Solitudine immensa? ed io che sono?
    Così meco ragiono: e della stanza
    Smisurata e superba,
    E dell'innumerabile famiglia;
    Poi di tanto adoprar, di tanti moti
    D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
    Girando senza posa,
    Per tornar sempre là donde son mosse;
    Uso alcuno, alcun frutto
    Indovinar non so. Ma tu per certo,
    Giovinetta immortal, conosci il tutto.
    Questo io conosco e sento,
    Che degli eterni giri,
    Che dell'esser mio frale,
    Qualche bene o contento
    Avrà fors'altri; a me la vita è male.
    O greggia mia che posi, oh te beata,
    Che la miseria tua, credo, non sai!
    Quanta invidia ti porto!
    Non sol perché d'affanno
    Quasi libera vai;
    Ch'ogni stento, ogni danno,
    Ogni estremo timor subito scordi;
    Ma più perché giammai tedio non provi.
    Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
    Tu se' queta e contenta;
    E gran parte dell'anno
    Senza noia consumi in quello stato.
    Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
    E un fastidio m'ingombra
    La mente, ed uno spron quasi mi punge
    Sì che, sedendo, più che mai son lunge
    Da trovar pace o loco.
    E pur nulla non bramo,
    E non ho fino a qui cagion di pianto.
    Quel che tu goda o quanto,
    Non so già dir; ma fortunata sei.
    Ed io godo ancor poco,
    O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
    Se tu parlar sapessi, io chiederei:
    Dimmi: perché giacendo
    A bell'agio, ozioso,
    S'appaga ogni animale;
    Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
    Forse s'avess'io l'ale
    Da volar su le nubi,
    E noverar le stelle ad una ad una,
    O come il tuono errar di giogo in giogo,
    Più felice sarei, dolce mia greggia,
    Più felice sarei, candida luna.
    O forse erra dal vero,
    Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
    Forse in qual forma, in quale
    Stato che sia, dentro covile o cuna,
    È funesto a chi nasce il dì natale.

     
  • 28 marzo 2006
    Il Risorgimento

    Credei ch'al tutto fossero
    In me, sul fior degli anni,
    Mancati i dolci affanni
    Della mia prima età:
    I dolci affanni, i teneri
    Moti del cor profondo,
    Qualunque cosa al mondo
    Grato il sentir ci fa.

    Quante querele e lacrime
    Sparsi nel novo stato,
    Quando al mio cor gelato
    Prima il dolor mancò!
    Mancàr gli usati palpiti,
    L'amor mi venne meno,
    E irrigidito il seno
    Di sospirar cessò!

    Piansi spogliata, esanime
    Fatta per me la vita
    La terra inaridita,
    Chiusa in eterno gel;
    Deserto il dì; la tacita
    Notte più sola e bruna;
    Spenta per me la luna,
    Spente le stelle in ciel.

    Pur di quel pianto origine
    Era l'antico affetto:
    Nell'intimo del petto
    Ancor viveva il cor.
    Chiedea l'usate immagini
    La stanca fantasia;
    E la tristezza mia
    Era dolore ancor.

    Fra poco in me quell'ultimo
    Dolore anco fu spento,
    E di più far lamento
    Valor non mi restò.
    Giacqui: insensato, attonito,
    Non dimandai conforto:
    Quasi perduto e morto,
    Il cor s'abbandonò.

    Qual fui! quanto dissimile
    Da quel che tanto ardore,
    Che sì beato errore
    Nutrii nell'alma un dì!
    La rondinella vigile,
    Alle finestre intorno
    Cantando al novo giorno,
    Il cor non mi ferì:

    Non all'autunno pallido
    In solitaria villa,
    La vespertina squilla,
    Il fuggitivo Sol.
    Invan brillare il vespero
    Vidi per muto calle,
    Invan sonò la valle
    Del flebile usignol.

    E voi, pupille tenere,
    Sguardi furtivi, erranti,
    Voi de' gentili amanti
    Primo, immortale amor,
    Ed alla mano offertami
    Candida ignuda mano,
    Foste voi pure invano
    Al duro mio sopor.

    D'ogni dolcezza vedovo,
    Tristo; ma non turbato,
    Ma placido il mio stato,
    Il volto era seren.
    Desiderato il termine
    Avrei del viver mio;
    Ma spento era il desio
    Nello spossato sen.

    Qual dell'età decrepita
    L'avanzo ignudo e vile,
    Io conducea l'aprile
    Degli anni miei così:
    Così quegl'ineffabili
    Giorni, o mio cor, traevi,
    Che sì fugaci e brevi
    Il cielo a noi sortì.

    Chi dalla grave, immemore
    Quiete or mi ridesta?
    Che virtù nova è questa,
    Questa che sento in me?
    Moti soavi, immagini,
    Palpiti, error beato,
    Per sempre a voi negato
    Questo mio cor non è?

    Siete pur voi quell'unica
    Luce de' giorni miei?
    Gli affetti ch'io perdei
    Nella novella età?
    Se al ciel, s'ai verdi margini,
    Ovunque il guardo mira,
    Tutto un dolor mi spira,
    Tutto un piacer mi dà.

    Meco ritorna a vivere
    La piaggia, il bosco, il monte;
    Parla al mio core il fonte,
    Meco favella il mar.
    Chi mi ridona il piangere
    Dopo cotanto obblio?
    E come al guardo mio
    Cangiato il mondo appar?

    Forse la speme, o povero
    Mio cor, ti volse un riso?
    Ahi della speme il viso
    Io non vedrò mai più.
    Proprii mi diede i palpiti,
    Natura, e i dolci inganni.
    Sopiro in me gli affanni
    L'ingenita virtù;

    Non l'annullàr: non vinsela
    Il fato e la sventura;
    Non con la vista impura
    L'infausta verità.
    Dalle mie vaghe immagini
    So ben ch'ella discorda:
    So che natura è sorda,
    Che miserar non sa.

    Che non del ben sollecita
    Fu, ma dell'esser solo:
    Purché ci serbi al duolo,
    Or d'altro a lei non cal.
    So che pietà fra gli uomini
    Il misero non trova;
    Che lui, fuggendo, a prova
    Schernisce ogni mortal.

    Che ignora il tristo secolo
    Gl'ingegni e le virtudi;
    Che manca ai degni studi
    L'ignuda gloria ancor.
    E voi, pupille tremule,
    Voi, raggio sovrumano,
    So che splendete invano,
    Che in voi non brilla amor.

    Nessuno ignoto ed intimo
    Affetto in voi non brilla:
    Non chiude una favilla
    Quel bianco petto in sé.
    Anzi d'altrui le tenere
    Cure suol porre in gioco;
    E d'un celeste foco
    Disprezzo è la mercè.

    Pur sento in me rivivere
    Gl'inganni aperti e noti;
    E, de' suoi proprii moti
    Si maraviglia il sen.
    Da te, mio cor, quest'ultimo
    Spirto, e l'ardor natio,
    Ogni conforto mio
    Solo da te mi vien.

    Mancano, il sento, all'anima
    Alta, gentile e pura,
    La sorte, la natura,
    Il mondo e la beltà.
    Ma se tu vivi, o misero,
    Se non concedi al fato,
    Non chiamerò spietato
    Chi lo spirar mi dà.

     
  • 28 marzo 2006
    La ginestra

    Qui su l'arida schiena
    Del formidabil monte
    Sterminator Vesevo,
    La qual null'altro allegra arbor né fiore,
    Tuoi cespi solitari intorno spargi,
    Odorata ginestra,
    Contenta dei deserti. Anco ti vidi
    De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
    Che cingon la cittade
    La qual fu donna de' mortali un tempo,
    E del perduto impero
    Par che col grave e taciturno aspetto
    Faccian fede e ricordo al passeggero.
    Or ti riveggo in questo suol, di tristi
    Lochi e dal mondo abbandonati amante,
    E d'afflitte fortune ognor compagna.
    Questi campi cosparsi
    Di ceneri infeconde, e ricoperti
    Dell'impietrata lava,
    Che sotto i passi al peregrin risona;
    Dove s'annida e si contorce al sole
    La serpe, e dove al noto
    Cavernoso covil torna il coniglio;
    Fur liete ville e colti,
    E biondeggiàr di spiche, e risonaro
    Di muggito d'armenti;
    Fur giardini e palagi,
    Agli ozi de' potenti
    Gradito ospizio; e fur città famose
    Che coi torrenti suoi l'altero monte
    Dall'ignea bocca fulminando oppresse
    Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
    Una ruina involve,
    Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
    I danni altrui commiserando, al cielo
    Di dolcissimo odor mandi un profumo,
    Che il deserto consola. A queste piagge
    Venga colui che d'esaltar con lode
    Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
    È il gener nostro in cura
    All'amante natura. E la possanza
    Qui con giusta misura
    Anco estimar potrà dell'uman seme,
    Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
    Con lieve moto in un momento annulla
    In parte, e può con moti
    Poco men lievi ancor subitamente
    Annichilare in tutto.
    Dipinte in queste rive
    Son dell'umana gente
    Le magnifiche sorti e progressive .
    Qui mira e qui ti specchia,
    Secol superbo e sciocco,
    Che il calle insino allora
    Dal risorto pensier segnato innanti
    Abbandonasti, e volti addietro i passi,
    Del ritornar ti vanti,
    E procedere il chiami.
    Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
    Di cui lor sorte rea padre ti fece,
    Vanno adulando, ancora
    Ch'a ludibrio talora
    T'abbian fra sé. Non io
    Con tal vergogna scenderò sotterra;
    Ma il disprezzo piuttosto che si serra
    Di te nel petto mio,
    Mostrato avrò quanto si possa aperto:
    Ben ch'io sappia che obblio
    Preme chi troppo all'età propria increbbe.
    Di questo mal, che teco
    Mi fia comune, assai finor mi rido.
    Libertà vai sognando, e servo a un tempo
    Vuoi di novo il pensiero,
    Sol per cui risorgemmo
    Della barbarie in parte, e per cui solo
    Si cresce in civiltà, che sola in meglio
    Guida i pubblici fati.
    Così ti spiacque il vero
    Dell'aspra sorte e del depresso loco
    Che natura ci diè. Per questo il tergo
    Vigliaccamente rivolgesti al lume
    Che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli
    Vil chi lui segue, e solo
    Magnanimo colui
    Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
    Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
    Uom di povero stato e membra inferme
    Che sia dell'alma generoso ed alto,
    Non chiama sé né stima
    Ricco d'or né gagliardo,
    E di splendida vita o di valente
    Persona infra la gente
    Non fa risibil mostra;
    Ma sé di forza e di tesor mendico
    Lascia parer senza vergogna, e noma
    Parlando, apertamente, e di sue cose
    Fa stima al vero uguale.
    Magnanimo animale
    Non credo io già, ma stolto,
    Quel che nato a perir, nutrito in pene,
    Dice, a goder son fatto,
    E di fetido orgoglio
    Empie le carte, eccelsi fati e nove
    Felicità, quali il ciel tutto ignora,
    Non pur quest'orbe, promettendo in terra
    A popoli che un'onda
    Di mar commosso, un fiato
    D'aura maligna, un sotterraneo crollo
    Distrugge sì, che avanza
    A gran pena di lor la rimembranza.
    Nobil natura è quella
    Che a sollevar s'ardisce
    Gli occhi mortali incontra
    Al comun fato, e che con franca lingua,
    Nulla al ver detraendo,
    Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
    E il basso stato e frale;
    Quella che grande e forte
    Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
    Fraterne, ancor più gravi
    D'ogni altro danno, accresce
    Alle miserie sue, l'uomo incolpando
    Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
    Che veramente è rea, che de' mortali
    Madre è di parto e di voler matrigna.
    Costei chiama inimica; e incontro a questa
    Congiunta esser pensando,
    Siccome è il vero, ed ordinata in pria
    L'umana compagnia,
    Tutti fra sé confederati estima
    Gli uomini, e tutti abbraccia
    Con vero amor, porgendo
    Valida e pronta ed aspettando aita
    Negli alterni perigli e nelle angosce
    Della guerra comune. Ed alle offese
    Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
    Al vicino ed inciampo,
    Stolto crede così qual fora in campo
    Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
    Incalzar degli assalti,
    Gl'inimici obbliando, acerbe gare
    Imprender con gli amici,
    E sparger fuga e fulminar col brando
    Infra i propri guerrieri.
    Così fatti pensieri
    Quando fien, come fur, palesi al volgo,
    E quell'orror che primo
    Contra l'empia natura
    Strinse i mortali in social catena,
    Fia ricondotto in parte
    Da verace saper, l'onesto e il retto
    Conversar cittadino,
    E giustizia e pietade, altra radice
    Avranno allor che non superbe fole,
    Ove fondata probità del volgo
    Così star suole in piede
    Quale star può quel ch'ha in error la sede.
    Sovente in queste rive,
    Che, desolate, a bruno
    Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
    Seggo la notte; e su la mesta landa
    In purissimo azzurro
    Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
    Cui di lontan fa specchio
    Il mare, e tutto di scintille in giro
    Per lo vòto seren brillare il mondo.
    E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
    Ch'a lor sembrano un punto,
    E sono immense, in guisa
    Che un punto a petto a lor son terra e mare
    Veracemente; a cui
    L'uomo non pur, ma questo
    Globo ove l'uomo è nulla,
    Sconosciuto è del tutto; e quando miro
    Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
    Nodi quasi di stelle,
    Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
    E non la terra sol, ma tutte in uno,
    Del numero infinite e della mole,
    Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
    O sono ignote, o così paion come
    Essi alla terra, un punto
    Di luce nebulosa; al pensier mio
    Che sembri allora, o prole
    Dell'uomo? E rimembrando
    Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
    Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
    Che te signora e fine
    Credi tu data al Tutto, e quante volte
    Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
    Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
    Per tua cagion, dell'universe cose
    Scender gli autori, e conversar sovente
    Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi
    Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
    Fin la presente età, che in conoscenza
    Ed in civil costume
    Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
    Mortal prole infelice, o qual pensiero
    Verso te finalmente il cor m'assale?
    Non so se il riso o la pietà prevale.
    Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
    Cui là nel tardo autunno
    Maturità senz'altra forza atterra,
    D'un popol di formiche i dolci alberghi,
    Cavati in molle gleba
    Con gran lavoro, e l'opre
    E le ricchezze che adunate a prova
    Con lungo affaticar l'assidua gente
    Avea provvidamente al tempo estivo,
    Schiaccia, diserta e copre
    In un punto; così d'alto piombando,
    Dall'utero tonante
    Scagliata al ciel profondo,
    Di ceneri e di pomici e di sassi
    Notte e ruina, infusa
    Di bollenti ruscelli
    O pel montano fianco
    Furiosa tra l'erba
    Di liquefatti massi
    E di metalli e d'infocata arena
    Scendendo immensa piena,
    Le cittadi che il mar là su l'estremo
    Lido aspergea, confuse
    E infranse e ricoperse
    In pochi istanti: onde su quelle or pasce
    La capra, e città nove
    Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
    Son le sepolte, e le prostrate mura
    L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
    Non ha natura al seme
    Dell'uom più stima o cura
    Che alla formica: e se più rara in quello
    Che nell'altra è la strage,
    Non avvien ciò d'altronde
    Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
    Ben mille ed ottocento
    Anni varcàr poi che spariro, oppressi
    Dall'ignea forza, i popolati seggi,
    E il villanello intento
    Ai vigneti, che a stento in questi campi
    Nutre la morta zolla e incenerita,
    Ancor leva lo sguardo
    Sospettoso alla vetta
    Fatal, che nulla mai fatta più mite
    Ancor siede tremenda, ancor minaccia
    A lui strage ed ai figli ed agli averi
    Lor poverelli. E spesso
    Il meschino in sul tetto
    Dell'ostel villereccio, alla vagante
    Aura giacendo tutta notte insonne,
    E balzando più volte, esplora il corso
    Del temuto bollor, che si riversa
    Dall'inesausto grembo
    Su l'arenoso dorso, a cui riluce
    Di Capri la marina
    E di Napoli il porto e Mergellina.
    E se appressar lo vede, o se nel cupo
    Del domestico pozzo ode mai l'acqua
    Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
    Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
    Di lor cose rapir posson, fuggendo,
    Vede lontan l'usato
    Suo nido, e il picciol campo,
    Che gli fu dalla fame unico schermo,
    Preda al flutto rovente,
    Che crepitando giunge, e inesorato
    Durabilmente sovra quei si spiega.
    Torna al celeste raggio
    Dopo l'antica obblivion l'estinta
    Pompei, come sepolto
    Scheletro, cui di terra
    Avarizia o pietà rende all'aperto;
    E dal deserto foro
    Diritto infra le file
    Dei mozzi colonnati il peregrino
    Lunge contempla il bipartito giogo
    E la cresta fumante,
    Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
    E nell'orror della secreta notte
    Per li vacui teatri,
    Per li templi deformi e per le rotte
    Case, ove i parti il pipistrello asconde,
    Come sinistra face
    Che per vòti palagi atra s'aggiri,
    Corre il baglior della funerea lava,
    Che di lontan per l'ombre
    Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
    Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
    Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
    Dopo gli avi i nepoti,
    Sta natura ognor verde, anzi procede
    Per sì lungo cammino
    Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
    Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
    E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
    E tu, lenta ginestra,
    Che di selve odorate
    Queste campagne dispogliate adorni,
    Anche tu presto alla crudel possanza
    Soccomberai del sotterraneo foco,
    Che ritornando al loco
    Già noto, stenderà l'avaro lembo
    Su tue molli foreste. E piegherai
    Sotto il fascio mortal non renitente
    Il tuo capo innocente:
    Ma non piegato insino allora indarno
    Codardamente supplicando innanzi
    Al futuro oppressor; ma non eretto
    Con forsennato orgoglio inver le stelle,
    Né sul deserto, dove
    E la sede e i natali
    Non per voler ma per fortuna avesti;
    Ma più saggia, ma tanto
    Meno inferma dell'uom, quanto le frali
    Tue stirpi non credesti
    O dal fato o da te fatte immortali.

     
  • Passata è la tempesta:
    Odo augelli far festa, e la gallina,
    Tornata in su la via,
    Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
    Rompe là da ponente, alla montagna;
    Sgombrasi la campagna,
    E chiaro nella valle il fiume appare.
    Ogni cor si rallegra, in ogni lato
    Risorge il romorio
    Torna il lavoro usato.
    L'artigiano a mirar l'umido cielo,
    Con l'opra in man, cantando,
    Fassi in su l'uscio; a prova
    Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
    Della novella piova;
    E l'erbaiuol rinnova
    Di sentiero in sentiero
    Il grido giornaliero.
    Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
    Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
    Apre terrazzi e logge la famiglia:
    E, dalla via corrente, odi lontano
    Tintinnio di sonagli; il carro stride
    Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
    Si rallegra ogni core.
    Sì dolce, sì gradita
    Quand'è, com'or, la vita?
    Quando con tanto amore
    L'uomo a' suoi studi intende?
    O torna all'opre? o cosa nova imprende?
    Quando de' mali suoi men si ricorda?
    Piacer figlio d'affanno;
    Gioia vana, ch'è frutto
    Del passato timore, onde si scosse
    E paventò la morte
    Chi la vita abborria;
    Onde in lungo tormento,
    Fredde, tacite, smorte,
    Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
    Mossi alle nostre offese
    Folgori, nembi e vento.
    O natura cortese,
    Son questi i doni tuoi,
    Questi i diletti sono
    Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
    È diletto fra noi.
    Pene tu spargi a larga mano; il duolo
    Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
    Che per mostro e miracolo talvolta
    Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
    Prole cara agli eterni! assai felice
    Se respirar ti lice
    D'alcun dolor: beata
    Se te d'ogni dolor morte risana.

     
  • 28 marzo 2006
    La sera del dì di festa

    Dolce e chiara è la notte e senza vento,
    E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
    Posa la luna, e di lontan rivela
    Serena ogni montagna. O donna mia,
    Già tace ogni sentiero, e pei balconi
    Rara traluce la notturna lampa:
    Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
    Nelle tue chete stanze; e non ti morde
    Cura nessuna; e già non sai né pensi
    Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
    Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
    Appare in vista, a salutar m'affaccio,
    E l'antica natura onnipossente,
    Che mi fece all'affanno. A te la speme
    Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
    Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
    Questo dì fu solenne: or da' trastulli
    Prendi riposo; e forse ti rimembra
    In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
    Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
    Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
    Quanto a viver mi resti, e qui per terra
    Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
    In così verde etate! Ahi, per la via
    Odo non lunge il solitario canto
    Dell'artigian, che riede a tarda notte,
    Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
    E fieramente mi si stringe il core,
    A pensar come tutto al mondo passa,
    E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
    Il dì festivo, ed al festivo il giorno
    Volgar succede, e se ne porta il tempo
    Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
    Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
    De' nostri avi famosi, e il grande impero
    Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
    Che n'andò per la terra e l'oceano?
    Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
    Il mondo, e più di lor non si ragiona.
    Nella mia prima età, quando s'aspetta
    Bramosamente il dì festivo, or poscia
    Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
    Premea le piume; ed alla tarda notte
    Un canto che s'udia per li sentieri
    Lontanando morire a poco a poco,
    Già similmente mi stringeva il core.

     
  • 28 marzo 2006
    La vita solitaria

    La mattutina pioggia, allor che l'ale
    Battendo esulta nella chiusa stanza
    La gallinella, ed al balcon s'affaccia
    L'abitator de' campi, e il Sol che nasce
    I suoi tremuli rai fra le cadenti
    Stille saetta, alla capanna mia
    Dolcemente picchiando, mi risveglia;
    E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
    Degli augelli susurro, e l'aura fresca,
    E le ridenti piagge benedico:
    Poiché voi, cittadine infauste mura,
    Vidi e conobbi assai, là dove segue
    Odio al dolor compagno; e doloroso
    Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
    Benché scarsa pietà pur mi dimostra
    Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
    Verso me più cortese! E tu pur volgi
    Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
    Le sciagure e gli affanni, alla reina
    Felicità servi, o natura. In cielo,
    In terra amico agl'infelici alcuno
    E rifugio non resta altro che il ferro.
    Talor m'assido in solitaria parte,
    Sovra un rialto, al margine d'un lago
    Di taciturne piante incoronato.
    Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
    La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
    Ed erba o foglia non si crolla al vento,
    E non onda incresparsi, e non cicala
    Strider, né batter penna augello in ramo,
    Né farfalla ronzar, né voce o moto
    Da presso né da lunge odi né vedi.
    Tien quelle rive altissima quiete;
    Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
    Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
    Giaccian le membra mie, né spirto o senso
    Più le commova, e lor quiete antica
    Co' silenzi del loco si confonda.
    Amore, amore, assai lungi volasti
    Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
    Anzi rovente. Con sua fredda mano
    Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
    Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
    Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
    E irrevocabil tempo, allor che s'apre
    Al guardo giovanil questa infelice
    Scena del mondo, e gli sorride in vista
    Di paradiso. Al garzoncello il core
    Di vergine speranza e di desio
    Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
    Di questa vita come a danza o gioco
    Il misero mortal. Ma non sì tosto,
    Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
    Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
    Non altro convenia che il pianger sempre.
    Pur se talvolta per le piagge apriche,
    Su la tacita aurora o quando al sole
    Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
    Scontro di vaga donzelletta il viso;
    O qualor nella placida quiete
    D'estiva notte, il vagabondo passo
    Di rincontro alle ville soffermando,
    L'erma terra contemplo, e di fanciulla
    Che all'opre di sua man la notte aggiunge
    Odo sonar nelle romite stanze
    L'arguto canto; a palpitar si move
    Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
    Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
    Ogni moto soave al petto mio.
    O cara luna, al cui tranquillo raggio
    Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
    Alla mattina il cacciator, che trova
    L'orme intricate e false, e dai covili
    Error vario lo svia; salve, o benigna
    Delle notti reina. Infesto scende
    Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
    A deserti edifici, in su l'acciaro
    Del pallido ladron ch'a teso orecchio
    Il fragor delle rote e de' cavalli
    Da lungi osserva o il calpestio de' piedi
    Su la tacita via; poscia improvviso
    Col suon dell'armi e con la rauca voce
    E col funereo ceffo il core agghiaccia
    Al passegger, cui semivivo e nudo
    Lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre
    Per le contrade cittadine il bianco
    Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
    Va radendo le mura e la secreta
    Ombra seguendo, e resta, e si spaura
    Delle ardenti lucerne e degli aperti
    Balconi. Infesto alle malvage menti,
    A me sempre benigno il tuo cospetto
    Sarà per queste piagge, ove non altro
    Che lieti colli e spaziosi campi
    M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
    Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
    Raggio accusar negli abitati lochi,
    Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
    Scopriva umani aspetti al guardo mio.
    Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
    Veleggiar tra le nubi, o che serena
    Dominatrice dell'etereo campo,
    Questa flebil riguardi umana sede.
    Me spesso rivedrai solingo e muto
    Errar pe' boschi e per le verdi rive,
    O seder sovra l'erbe, assai contento
    Se core e lena a sospirar m'avanza.

     
  • 28 marzo 2006
    Le ricordanze

    Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
    Tornare ancor per uso a contemplarvi
    Sul paterno giardino scintillanti,
    E ragionar con voi dalle finestre
    Di questo albergo ove abitai fanciullo,
    E delle gioie mie vidi la fine.
    Quante immagini un tempo, e quante fole
    Creommi nel pensier l'aspetto vostro
    E delle luci a voi compagne! allora
    Che, tacito, seduto in verde zolla,
    Delle sere io solea passar gran parte
    Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
    Della rana rimota alla campagna!
    E la lucciola errava appo le siepi
    E in su l'aiuole, susurrando al vento
    I viali odorati, ed i cipressi
    Là nella selva; e sotto al patrio tetto
    Sonavan voci alterne, e le tranquille
    Opre de' servi. E che pensieri immensi,
    Che dolci sogni mi spirò la vista
    Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
    Che di qua scopro, e che varcare un giorno
    Io mi pensava, arcani mondi, arcana
    Felicità fingendo al viver mio!
    Ignaro del mio fato, e quante volte
    Questa mia vita dolorosa e nuda
    Volentier con la morte avrei cangiato.
    Né mi diceva il cor che l'età verde
    Sarei dannato a consumare in questo
    Natio borgo selvaggio, intra una gente
    Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
    Argomento di riso e di trastullo,
    Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
    Per invidia non già, che non mi tiene
    Maggior di sé, ma perché tale estima
    Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
    A persona giammai non ne fo segno.
    Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
    Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
    Tra lo stuol de' malevoli divengo:
    Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
    E sprezzator degli uomini mi rendo,
    Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
    Il caro tempo giovanil; più caro
    Che la fama e l'allor, più che la pura
    Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
    Senza un diletto, inutilmente, in questo
    Soggiorno disumano, intra gli affanni,
    O dell'arida vita unico fiore.
    Viene il vento recando il suon dell'ora
    Dalla torre del borgo. Era conforto
    Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
    Quando fanciullo, nella buia stanza,
    Per assidui terrori io vigilava,
    Sospirando il mattin. Qui non è cosa
    Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
    Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
    Dolce per sé; ma con dolor sottentra
    Il pensier del presente, un van desio
    Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
    Quella loggia colà, volta agli estremi
    Raggi del dì; queste dipinte mura,
    Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
    Su romita campagna, agli ozi miei
    Porser mille diletti allor che al fianco
    M'era, parlando, il mio possente errore
    Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
    Al chiaror delle nevi, intorno a queste
    Ampie finestre sibilando il vento,
    Rimbombaro i sollazzi e le festose
    Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
    Mistero delle cose a noi si mostra
    Pien di dolcezza; indelibata, intera
    Il garzoncel, come inesperto amante,
    La sua vita ingannevole vagheggia,
    E celeste beltà fingendo ammira.
    O speranze, speranze; ameni inganni
    Della mia prima età! sempre, parlando,
    Ritorno a voi; che per andar di tempo,
    Per variar d'affetti e di pensieri,
    Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
    Son la gloria e l'onor; diletti e beni
    Mero desio; non ha la vita un frutto,
    Inutile miseria. E sebben vòti
    Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
    Il mio stato mortal, poco mi toglie
    La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
    A voi ripenso, o mie speranze antiche,
    Ed a quel caro immaginar mio primo;
    Indi riguardo il viver mio sì vile
    E sì dolente, e che la morte è quello
    Che di cotanta speme oggi m'avanza;
    Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
    Consolarmi non so del mio destino.
    E quando pur questa invocata morte
    Sarammi allato, e sarà giunto il fine
    Della sventura mia; quando la terra
    Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
    Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
    Risovverrammi; e quell'imago ancora
    Sospirar mi farà, farammi acerbo
    L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
    Del dì fatal tempererà d'affanno.
    E già nel primo giovanil tumulto
    Di contenti, d'angosce e di desio,
    Morte chiamai più volte, e lungamente
    Mi sedetti colà su la fontana
    Pensoso di cessar dentro quell'acque
    La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
    Malor, condotto della vita in forse,
    Piansi la bella giovanezza, e il fiore
    De' miei poveri dì, che sì per tempo
    Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
    Sul conscio letto, dolorosamente
    Alla fioca lucerna poetando,
    Lamentai co' silenzi e con la notte
    Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
    In sul languir cantai funereo canto.
    Chi rimembrar vi può senza sospiri,
    O primo entrar di giovinezza, o giorni
    Vezzosi, inenarrabili, allor quando
    Al rapito mortal primieramente
    Sorridon le donzelle; a gara intorno
    Ogni cosa sorride; invidia tace,
    Non desta ancora ovver benigna; e quasi
    (Inusitata maraviglia!) il mondo
    La destra soccorrevole gli porge,
    Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
    Suo venir nella vita, ed inchinando
    Mostra che per signor l'accolga e chiami?
    Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
    Son dileguati. E qual mortale ignaro
    Di sventura esser può, se a lui già scorsa
    Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
    Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
    O Nerina! e di te forse non odo
    Questi luoghi parlar? caduta forse
    Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
    Che qui sola di te la ricordanza
    Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
    Questa Terra natal: quella finestra,
    Ond'eri usata favellarmi, ed onde
    Mesto riluce delle stelle il raggio,
    È deserta. Ove sei, che più non odo
    La tua voce sonar, siccome un giorno,
    Quando soleva ogni lontano accento
    Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
    Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
    Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
    Il passar per la terra oggi è sortito,
    E l'abitar questi odorati colli.
    Ma rapida passasti; e come un sogno
    Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
    La gioia ti splendea, splendea negli occhi
    Quel confidente immaginar, quel lume
    Di gioventù, quando spegneali il fato,
    E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
    L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
    Se a radunanze io movo, infra me stesso
    Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
    Tu non ti acconci più, tu più non movi.
    Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
    Van gli amanti recando alle fanciulle,
    Dico: Nerina mia, per te non torna
    Primavera giammai, non torna amore.
    Ogni giorno sereno, ogni fiorita
    Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
    Dico: Nerina or più non gode; i campi,
    L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
    Sospiro mio: passasti: e fia compagna
    D'ogni mio vago immaginar, di tutti
    I miei teneri sensi, i tristi e cari
    Moti del cor, la rimembranza acerba.

     
  • 28 marzo 2006
    L'ultimo canto di Saffo

    Placida notte, e verecondo raggio
    Della cadente luna; e tu che spunti
    Fra la tacita selva in su la rupe,
    Nunzio del giorno; oh dilettose e care
    Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
    Sembianze agli occhi miei; già non arride
    Spettacol molle ai disperati affetti.
    Noi l'insueto allor gaudio ravviva
    Quando per l'etra liquido si volve
    E per li campi trepidanti il flutto
    Polveroso de' Noti, e quando il carro,
    Grave carro di Giove a noi sul capo,
    Tonando, il tenebroso aere divide.
    Noi per le balze e le profonde valli
    Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
    Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
    Fiume alla dubbia sponda
    Il suono e la vittrice ira dell'onda.
    Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
    Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
    Infinita beltà parte nessuna
    Alla misera Saffo i numi e l'empia
    Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
    Vile, o natura, e grave ospite addetta,
    E dispregiata amante, alle vezzose
    Tue forme il core e le pupille invano
    Supplichevole intendo. A me non ride
    L'aprico margo, e dall'eterea porta
    Il mattutino albor; me non il canto
    De' colorati augelli, e non de' faggi
    Il murmure saluta: e dove all'ombra
    Degl'inchinati salici dispiega
    Candido rivo il puro seno, al mio
    Lubrico piè le flessuose linfe
    Disdegnando sottragge,
    E preme in fuga l'odorate spiagge.
    Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
    Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
    Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
    In che peccai bambina, allor che ignara
    Di misfatto è la vita, onde poi scemo
    Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
    Dell'indomita Parca si volvesse
    Il ferrigno mio stame? Incaute voci
    Spande il tuo labbro: i destinati eventi
    Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
    Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
    Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
    De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
    De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
    Alle amene sembianze eterno regno
    Diè nelle genti; e per virili imprese,
    Per dotta lira o canto,
    Virtù non luce in disadorno ammanto.
    Morremo. Il velo indegno a terra sparto
    Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
    E il crudo fallo emenderà del cieco
    Dispensator de' casi. E tu cui lungo
    Amore indarno, e lunga fede, e vano
    D'implacato desio furor mi strinse,
    Vivi felice, se felice in terra
    Visse nato mortal. Me non asperse
    Del soave licor del doglio avaro
    Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
    Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
    Giorno di nostra età primo s'invola.
    Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
    Della gelida morte. Ecco di tante
    Sperate palme e dilettosi errori,
    Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
    Han la tenaria Diva,
    E l'atra notte, e la silente riva.

     
  • 28 marzo 2006
    Passero solitario

    D'in su la vetta della torre antica,
    Passero solitario, alla campagna
    Cantando vai finché non more il giorno;
    Ed erra l'armonia per questa valle.
    Primavera dintorno
    Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
    Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
    Odi greggi belar, muggire armenti;
    Gli altri augelli contenti, a gara insieme
    Per lo libero ciel fan mille giri,
    Pur festeggiando il lor tempo migliore:
    Tu pensoso in disparte il tutto miri;
    Non compagni, non voli,
    Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
    Canti, e così trapassi
    Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
    Oimè, quanto somiglia
    Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
    Della novella età dolce famiglia,
    E te german di giovinezza, amore,
    Sospiro acerbo de' provetti giorni,
    Non curo, io non so come; anzi da loro
    Quasi fuggo lontano;
    Quasi romito, e strano
    Al mio loco natio,
    Passo del viver mio la primavera.
    Questo giorno ch'omai cede alla sera,
    Festeggiar si costuma al nostro borgo.
    Odi per lo sereno un suon di squilla,
    Odi spesso un tonar di ferree canne,
    Che rimbomba lontan di villa in villa.
    Tutta vestita a festa
    La gioventù del loco
    Lascia le case, e per le vie si spande;
    E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
    Io solitario in questa
    Rimota parte alla campagna uscendo,
    Ogni diletto e gioco
    Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
    Steso nell'aria aprica
    Mi fere il Sol che tra lontani monti,
    Dopo il giorno sereno,
    Cadendo si dilegua, e par che dica
    Che la beata gioventù vien meno.
    Tu, solingo augellin, venuto a sera
    Del viver che daranno a te le stelle,
    Certo del tuo costume
    Non ti dorrai; che di natura è frutto
    Ogni vostra vaghezza.
    A me, se di vecchiezza
    La detestata soglia
    Evitar non impetro,
    Quando muti questi occhi all'altrui core,
    E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
    Del dì presente più noioso e tetro,
    Che parrà di tal voglia?
    Che di quest'anni miei? che di me stesso?
    Ahi pentirommi, e spesso,
    Ma sconsolato, volgerommi indietro.

     
  • 28 marzo 2006
    Il tramonto della luna

    Quale in notte solinga,
    Sovra campagne inargentate ed acque,
    Là 've zefiro aleggia,
    E mille vaghi aspetti
    E ingannevoli obbietti
    Fingon l'ombre lontane
    Infra l'onde tranquille
    E rami e siepi e collinette e ville;
    Giunta al confin del cielo,
    Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
    Nell'infinito seno
    Scende la luna; e si scolora il mondo;
    Spariscon l'ombre, ed una
    Oscurità la valle e il monte imbruna;
    Orba la notte resta,
    E cantando, con mesta melodia,
    L'estremo albor della fuggente luce,
    Che dianzi gli fu duce,
    Saluta il carrettier dalla sua via;
    Tal si dilegua, e tale
    Lascia l'età mortale
    La giovinezza. In fuga
    Van l'ombre e le sembianze
    Dei dilettosi inganni; e vengon meno
    Le lontane speranze,
    Ove s'appoggia la mortal natura.
    Abbandonata, oscura
    Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
    Cerca il confuso viatore invano
    Del cammin lungo che avanzar si sente
    Meta o ragione; e vede
    Che a sé l'umana sede,
    Esso a lei veramente è fatto estrano.
    Troppo felice e lieta
    Nostra misera sorte
    Parve lassù, se il giovanile stato,
    Dove ogni ben di mille pene è frutto,
    Durasse tutto della vita il corso.
    Troppo mite decreto
    Quel che sentenzia ogni animale a morte,
    S'anco mezza la via
    Lor non si desse in pria
    Della terribil morte assai più dura.
    D'intelletti immortali
    Degno trovato, estremo
    Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
    La vecchiezza, ove fosse
    Incolume il desio, la speme estinta,
    Secche le fonti del piacer, le pene
    Maggiori sempre, e non più dato il bene.
    Voi, collinette e piagge,
    Caduto lo splendor che all'occidente
    Inargentava della notte il velo,
    Orfane ancor gran tempo
    Non resterete; che dall'altra parte
    Tosto vedrete il cielo
    Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
    Alla qual poscia seguitando il sole,
    E folgorando intorno
    Con sue fiamme possenti,
    Di lucidi torrenti
    Inonderà con voi gli eterei campi.
    Ma la vita mortal, poi che la bella
    Giovinezza sparì, non si colora
    D'altra luce giammai, né d'altra aurora.
    Vedova è insino al fine; ed alla notte
    Che l'altre etadi oscura,
    Segno poser gli Dei la sepoltura.

     
  • 28 marzo 2006
    Il pensiero dominante

    Dolcissimo, possente
    Dominator di mia profonda mente;
    Terribile, ma caro
    Dono del ciel; consorte
    Ai lùgubri miei giorni,
    Pensier che innanzi a me sì spesso torni.
    Di tua natura arcana
    Chi non favella? il suo poter fra noi
    Chi non sentì? Pur sempre
    Che in dir gli effetti suoi
    Le umane lingue il sentir proprio sprona,
    Par novo ad ascoltar ciò ch'ei ragiona.
    Come solinga è fatta
    La mente mia d'allora
    Che tu quivi prendesti a far dimora!
    Ratto d'intorno intorno al par del lampo
    Gli altri pensieri miei
    Tutti si dileguàr. Siccome torre
    In solitario campo,
    Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.
    Che divenute son, fuor di te solo,
    Tutte l'opre terrene,
    Tutta intera la vita al guardo mio!
    Che intollerabil noia
    Gli ozi, i commerci usati,
    E di vano piacer la vana spene,
    Allato a quella gioia,
    Gioia celeste che da te mi viene!
    Come da' nudi sassi
    Dello scabro Apennino
    A un campo verde che lontan sorrida
    Volge gli occhi bramoso il pellegrino;
    Tal io dal secco ed aspro
    Mondano conversar vogliosamente,
    Quasi in lieto giardino, a te ritorno,
    E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.
    Quasi incredibil parmi
    Che la vita infelice e il mondo sciocco
    Già per gran tempo assai
    Senza te sopportai;
    Quasi intender non posso
    Come d'altri desiri,
    Fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.
    Giammai d'allor che in pria
    Questa vita che sia per prova intesi,
    Timor di morte non mi strinse il petto.
    Oggi mi pare un gioco
    Quella che il mondo inetto,
    Talor lodando, ognora abborre e trema,
    Necessitade estrema;
    E se periglio appar, con un sorriso
    Le sue minacce a contemplar m'affiso.
    Sempre i codardi, e l'alme
    Ingenerose, abbiette
    Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno
    Subito i sensi miei;
    Move l'alma ogni esempio
    Dell'umana viltà subito a sdegno.
    Di questa età superba,
    Che di vote speranze si nutrica,
    Vaga di ciance, e di virtù nemica;
    Stolta, che l'util chiede,
    E inutile la vita
    Quindi più sempre divenir non vede;
    Maggior mi sento. A scherno
    Ho gli umani giudizi; e il vario volgo
    A' bei pensieri infesto,
    E degno tuo disprezzator, calpesto.
    A quello onde tu movi,
    Quale affetto non cede?
    Anzi qual altro affetto
    Se non quell'uno intra i mortali ha sede?
    Avarizia, superbia, odio, disdegno,
    Studio d'onor, di regno,
    Che sono altro che voglie
    Al paragon di lui? Solo un affetto
    Vive tra noi: quest'uno,
    Prepotente signore,
    Dieder l'eterne leggi all'uman core.
    Pregio non ha, non ha ragion la vita
    Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;
    Sola discolpa al fato,
    Che noi mortali in terra
    Pose a tanto patir senz'altro frutto;
    Solo per cui talvolta,
    Non alla gente stolta, al cor non vile
    La vita della morte è più gentile.
    Per còr le gioie tue, dolce pensiero,
    Provar gli umani affanni,
    E sostener molt'anni
    Questa vita mortal, fu non indegno;
    Ed ancor tornerei,
    Così qual son de' nostri mali esperto,
    Verso un tal segno a incominciare il corso:
    Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
    Giammai finor sì stanco
    Per lo mortal deserto
    Non venni a te, che queste nostre pene
    Vincer non mi paresse un tanto bene.
    Che mondo mai, che nova
    Immensità, che paradiso è quello
    Là dove spesso il tuo stupendo incanto
    Parmi innalzar! dov'io,
    Sott'altra luce che l'usata errando,
    Il mio terreno stato
    E tutto quanto il ver pongo in obblio!
    Tali son, credo, i sogni
    Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno
    In molta parte onde s'abbella il vero
    Sei tu, dolce pensiero;
    Sogno e palese error. Ma di natura,
    Infra i leggiadri errori,
    Divina sei; perché sì viva e forte,
    Che incontro al ver tenacemente dura,
    E spesso al ver s'adegua,
    Né si dilegua pria, che in grembo a morte.
    E tu per certo, o mio pensier, tu solo
    Vitale ai giorni miei,
    Cagion diletta d'infiniti affanni,
    Meco sarai per morte a un tempo spento:
    Ch'a vivi segni dentro l'alma io sento
    Che in perpetuo signor dato mi sei.
    Altri gentili inganni
    Soleami il vero aspetto
    Più sempre infievolir. Quanto più torno
    A riveder colei
    Della qual teco ragionando io vivo,
    Cresce quel gran diletto,
    Cresce quel gran delirio, ond'io respiro.
    Angelica beltade!
    Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,
    Quasi una finta imago
    Il tuo volto imitar. Tu sola fonte
    D'ogni altra leggiadria,
    Sola vera beltà parmi che sia.
    Da che ti vidi pria,
    Di qual mia seria cura ultimo obbietto
    Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
    Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei
    La tua sovrana imago
    Quante volte mancò? Bella qual sogno,
    Angelica sembianza,
    Nella terrena stanza,
    Nell'alte vie dell'universo intero,
    Che chiedo io mai, che spero
    Altro che gli occhi tuoi veder più vago?
    Altro più dolce aver che il tuo pensiero?
     

     
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