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Luca Gamberini

30 maggio 1967, Bologna - Italia
Segni particolari: Mi sono fatto da me, raramente in compagnia.
Mi descrivo così: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
Mi trovi anche su:

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  • 05 febbraio alle ore 10:31
    Suffragio

    Sempre ritorni al mattino
    come una barba
    che nemmeno più so 
    i tuoi anni
    quando fumo distratto
    davanti a un bel culo
    che il cielo è già morto 
    da un sorso 
    di carne e di vino
    più buono del sangue
    che non ti soddisfa
    quanto questa fatica
    di barba come erba
    come radice quadrata
    di un silenzio che acquieta
    il desiderio 
    di vita senza epilogo
    che per te sono morto
    da un pezzo
    di giorni e di notti
    quando vieni a trovarmi
    è come portassi 
    i fiori al defunto
    che poi te ne torni
    alla vita serena
    mentre immagino già
    il mio funerale
    della prossima vita.

     
  • 16 gennaio alle ore 19:43
    Bugiardino

    Fu un amore fatto di carta e inchiostro a ridurmi tutto pelle e ossa, sognavo l'aria respirando immagini a sfondo perduto. Il cuore, ridotto a ragione, al ritorno dai brevi viaggi - all'abbeveratoio - divenne prima cieco di speranza e poi sordo, di delusione, per difendersi da silenziose bolle di sapone a rendere ignifuga la paglia. I ricordi non hanno una data di scadenza, tra la pelle e le ossa è rimasta la voce del tempo che non lava l'inchiostro e stropiccia la carta, come il vento fa con il ramo all'insaputa del tronco.

     

     
  • 09 dicembre 2016 alle ore 10:57
    Il collezionista di rifiuti

    Il cielo è scomposto, ad un’ora in cui le voci non fanno ancora rumore, il morale è alle stelle che son sparite, la luna è in vacanza da due vite. Manifesto a pubblicizzare un saggio di danza, scalzo mi destreggio per le strade specchiandomi tra la solita mattanza, di rifiuti. Il treno è già passato e nessuno se ne è accorto, non potrei mai darti torto, in fondo non è che un altro giorno andato storto. Ci siamo abituati a comprendere senza ascoltare, tu lo facevi bene, io te ne volevo da morire, ed ora non hai nulla di cui rimproverarti, sbagliano sempre e solo gli altri. L’eccesso di egoismo è una pratica simile al buddismo, perdona il parossismo, una sorta intercalare di bullismo. Proverbio del giorno, oroscopo della settimana, solitudine somministrata attraverso endecasillabi faleci, prospettive di individualità a spiccare sul senso comune di una ragione, che mai ebbi se non per i trascorsi greci. La legge è uguale solamente per tutti coloro che la rispettano, non può esistere altro Dio al di fuori di chi un Dio non ce l’ha. La mia faccia non è da Coop, le mie mani non sono luoghi comuni per raccolte punti di momenti inopportuni, il mio feretro è scomposto, quanto questo cielo scalzo, sorridente all'attesa di un treno, già passato, che mi ha dimenticato.

     
  • 28 ottobre 2016 alle ore 15:06
    La nostra stagione

    Ci siamo mangiati l'estate a piccoli morsi,
    le briciole di mare consumate a brevi sorsi.
    Non avevamo occhi da dedicare alle stelle,
    non avevamo tempo da dedicare a finestre sbalordite.

    Ogni stilla rigenerata tra gli abissi della privazione,
    al di là di ogni sogno bambino la sabbia,
    i brividi a roccia,
    i piaceri alla schiuma,
    il medio erborinato al tatto.

    Basta una tiepida luce all'autunno per dire chi siamo,
    ad ogni richiamo un incasso,
    lesto a ingrandire il presepe dei giorni privati alla stalla.

    L'inverno sta tutto in una busta di plastica,
    dai maglioni vergini e dal cielo tinto di lacca,
    col sangue avvinghiato,
    a una voce incupita nella camera buia,
    si logora anche chi gela
    - forse più in fretta -
    tra la luce turbata.

    Primavera,
    il manicomio di tutti i propositi alla cifra,
    col respiro delle case a sapere il gelsomino
    ed un fiume incerto a dividere il tuo sole dalla mia nebbia.

    I fantasmi aggrappati agli specchi simpatici,
    l'odore della tua voce
    - svanito -
    riecheggia in quel
    - tuo -
    non aver bisogno di nessuno.
    La nostra stagione è l'oblio.

     
  • 15 ottobre 2016 alle ore 2:32
    Tramonti

    Le mie vacanze sono un solitario fico ingobbito dal sole, non cadi mai dagli occhi, nemmeno quando il sole acceca, le mie mani hanno ancora la forma di abbracci promessi che il fico non disdegna. Al calare del sole una nuova primavera volge lo sguardo all'apparire della tua assenza, questa luna priva di luogo pare lo specchio del mio divano che muore ogni sera soffocato dal tuo distacco, un ruggito di vento a indicarmi la strada delle calcagna, il diavolo sa tremare all'occorrenza dell'orfano, ti invita alla preghiera quando il sole affonda e il bosco si addormenta, che pare senza vita e sembra offrirmene quasi una.

     
  • 15 settembre 2016 alle ore 21:09
    Fuori da questo non so dove

    Solo il canto delle cicale rimette in equilibrio un cuore, l'istinto è per il giovane che non giova alla milza, fuori da questo non so dove si muovono mosche all'insaputa del ragno, l'uomo solo ascolta quel canto come fosse l'ultima voce udita prima del vibrare dei vermi, a terra ancor secca e priva di luce. Un paio di vite altrove anche il giovane sapeva l'istinto e il rincorrere mosche oltre la tenda che divide il giardino dal mondo. Ma un mondo termina sempre prima o poi e anche questo mondo è finito, così come l'altro e il precedente ancora, i risvolti bagnati son l'unico segno che induce la morte all'assenza di tatto. Anche l'uomo sapeva toccare la donna, che lei non capiva se erano dita o labbra, o qualcosa di nuovo, meglio di uomini che non sapevano fare più dello sguainare lo sfogo e rendersi medesimi al ricordo. Entrare in una donna è come traversare una strada che puoi farlo mille volte e il pericolo è sempre imminente, anche se attraversi sempre la stessa. Mai domo, mai sazio, l'uomo solo ricorda ne usciva ogni volta più forte e più vivo, che un sol culo val più di una esposizione di quadri e per capir le cicale basta ammirarlo quando è proibito, quando non devi, quando non puoi, quando non sei.

     
  • 20 marzo 2016 alle ore 14:49
    Microsistema

    Tu devi compiere i giorni, che i compleanni non sanno la fatica del tuo corpo al sole. L’aroma dell’erba medica tritata non può deperire di attesa, tu devi compiere i giorni da cui fioriscono attimi dal sapore di cose scaldate dal sole, non è più tempo di rinnovarsi a scadenza, l’arcano cielo non compete al tuo sguardo, tu sei plusvalenza di tutti i miei sospiri bagnati che il sole ha asciugato, lasciando smarrire l’odore di labbra già usate, un attempato sussulto non sa convincere il cuore crepato. Nei mausolei della tristezza regnano le lacrime più docili, ipocondriaca trama il morso di ciò che fu, farfalle posano sul tuo corpo al sole, tu devi compiere i giorni per lasciarmi scrivere l’occorrenza di una eventuale assenza, la bazzecola di luce sgranata dai tuoi occhi è la falciatura dell’infermo io che si approvvigiona di ogni tua lontananza. Tu devi compiere i giorni, armonioso sarà così tacere al tuo sguardo, fare durare un silenzio per ciò che è e non per ciò che non siamo.

     
  • 14 marzo 2016 alle ore 18:04
    Ontologia

    La gente che ha studiato non capisce, si è applicata, ha imparato e sa ripetere, ma non capisce. Come il caffè del mattino, che vuoi ne sappia lui di te, desideriamo tanto un amico non tanto per potergli parlare, quanto per nascondergli le cose, le confidenze le affidiamo agli sconosciuti, così come i sogni sono sempre dedicati a personaggi non vissuti. Il mondo è morto e tu continui a cercare di elargire il torto, regge il metafisico segnale di non appartenenza all'ornamento, parlami di te, di ogni giorno che ancora devi compiere, a Socrate, Euripide e Platone ti risponderò con Sergio Endrigo, Paolo Conte e Fred Buscaglione. Mimetizzati tra le pagine, vivisezionati la cartilagine, penuria d'ombra, tuffo a bomba, ai dialoghi del Simposio preferisco dirti Io che amo solo te, ad Ifigenia in Aulide offrirò un Gelato al limon, al Conosci te stesso glisserò con un Pensa ai fatti tuoi. Siamo la primavera di due lucertole che fumano in disparte, come le stagioni ripetiamo in sequenza i medesimi errori, l'incapacità di tramutarli in orrori ci salverà.

     
  • 10 marzo 2016 alle ore 12:01
    Siccità

    Questa è una donna che non piove mai, e mai l'erba ci cresce attorno. Ha la voce roca, di campagna e di fumo, l'odore che emana non è da signora, ma è pur sempre una donna, avrà le sue voglie, taciute a se stessa. I suoi gesti paiono non tacere neppure la notte, conosce la strada per accompagnare il freddo fuori dall'uscio. Questa è una donna che vive a riva da tutta una vita, scoglio e radura, non sa di essere sola poiché sulla roccia, l'erba, di rado vi cresce.

     
  • 10 marzo 2016 alle ore 11:38
    La luce di Dio

    C'è un mare anche dove non si vede e ci sono colline, ricoperte di sogni, al fresco crepuscolo. C'è un sole anche dove non si vede, riposa oltre il volo dei corvi a mietitura finita. La primavera è diversa, canta, balla e si muove anche la notte mentre dorme, al transitare dei sogni sulla cima di una pianura che ci vedi il mare, le colline, il sole. 

     
  • 10 marzo 2016 alle ore 11:22
    Fugacità

    Domani dovremo fare 
    tante cose, 
    oggi no, 
    lo sai che non sono 
    fatto per lavarmi,
    son più abile a levarmi,
    di torno,
    dal tempo.

     
  • 18 febbraio 2016 alle ore 11:40
    L'attesa di un visionario

    Tra poco arriverà,
    mi sembra di vederla già apparire,
    sento i suoi passi
    bagnare il lungomare.
    Tra poco arriverà
    Natale,
    lontano il giorno in cui ho smesso di obbedire,
    le accarezzerò i capelli come solo io so fare.
    E se poi la tocco 
    dove non posso?
    Ci sono cani che non mollano mai l'osso,
    il cielo si fa mestruo
    ed io tremo al pensiero
    mi potrà baciare.
    Crepi l'avarizia
    ma non l'avaro,
    teniamocelo stretto
    goccia che precipita
    da un'attempata nuvola
    inferma al passaggio
    di ogni nuovo progetto.
    Tra poco arriverà
    il fiore dell'inverno
    se cercherà la carne
    troverà le gaie ossa.

     
  • 01 dicembre 2015 alle ore 13:47
    Assenza

    Vorrei ma non posso,
    vorrei che fosse adesso,
    ma dopo, 
    tra un po'.
    Vorrei ma non posso,
    forse l'ho già detto,
    detto tutto ciò che avrei voluto
    e non ho fatto,
    ma dicendolo è come fosse già successo,
    è che non posso, adesso,
    ma sarà
    domani.
    Vorrei ma non riesco,
    magari adesso esco
    e mi butto giù da un ponte
    ma un fiume non ha onde,
    magari lo farò domani:
    adesso salto dai gradini
    come facevamo da bambini,
    stringimi le mani,
    come solo tu sai dire,
    più forte, 
    come fosse adesso, 
    ma dopo,
    tra un po'.

     
  • 09 ottobre 2015 alle ore 18:25
    Vieni a vedere come muore un fiore

    Vieni a vedere come vive un fiore,

    abbonda l'acqua, tra le radici in divenire,

    vieni a vedere, cerca la carne nello stelo,

    scrivi col suo sangue, prima che arrivi il gelo.

    Vieni a vedere come vive un fiore,

    tra tutti quanti scegli prima dall'odore,

    vieni a vedere, fiuta ogni particolare,

    se usi il cuore non sbaglierai colore.

    Vieni a vedere come muore un fiore,

    abbonda l'acqua che tu lasci svanire,

    vieni a vedere come cambia umore,

    gambo inconsistente, evitato dal tuo sole.

    Vieni a vedere come muore un fiore,

    passano gli anni mentre tu conti le ore,

    vieni a vedere, non c'è da farsi male,

    niente dolore se giochi a non capire.

     
  • 05 giugno 2015 alle ore 12:23
    Prove di volo

    Resta ancora un poco qui con me, puoi dormire se vuoi, ma non andare via. Rimani tra onde di lino e cespugli di legno, rimani a distrarre i sudati vetri. Resta ancora un poco qui con me, a cantare insieme le canzoni che imparammo soli, rimani a colorare lo spasmo, trattieniti per un bacio che io non possa più dimenticare, è quasi ora e devi andare, ma resta ancora un attimo, non obbligare il tempo a esistere per non dimenticare. Resta ancora un poco, pur di intrattenerti potrei fare il clown, il playboy, il cuoco; ma tu resta, proteggi questo amore e sarà sempre festa. Chiedimi di me e ti dirò chi non sono stato mai, resta ancora un poco qui con me, a stupefarti del mondo che non c'è mai stato in tutti gli anni che finora hai vissuto, resta ancora un poco qui con me, ad ascoltare il rumore degli oggetti infermi, non andare via proprio ora che in te ho trovato casa mia. Rimani nell'unico bicchiere che ci beve, nell'unica posata che ci imbocca, resta ancora un poco qui con me, rimani nei sogni che scorrono lungo le sponde di un sangue modesto, rimani nell'abito bianco che protegge le ossa dalla luna calante, resta ancora un poco qui con me, anche solo per un infinito istante, rimani a riassestare l'impalcatura dello scheletro, a rammendare l'inaffidabilità del muscolo. Resta ancora un poco qui con me, a restituirmi l'impossibilità di dimenticare, donami la magnificente imprecisione della bellezza, accordi, voce, tempo, e un'unica certezza: credevo fossi la solita canzone, invece sei un'inedita poesia.

     
  • 30 gennaio 2015 alle ore 18:58
    C'è una valigia vuota che aspetta la tua voce.

    C'è una valigia vuota che aspetta la tua voce,
    il verso taumaturgico del fruttivendolo non abita più la strada,
    denutrite alchimie bizantine fingono orgasmi letterati,
    quadricipiti in esposizione sui davanzali decorati di retorica.
    C'è un giradischi spento che aspetta le tue mani,
    proiettori di buio crocifissi ai muri ingrigiti dai ricordi,
    posate di legno rivestite d'olio di gomito,
    bandi di concorso ad annunciare l'abitudine alla sconfitta.
    C'è un cassetto chiuso che aspetta il tuo sorriso, 
    chiave di cera, una volta, arrugginita da saliva bollente,
    archetipo in disuso ostentare familiarità con l'inesplorato,
    ciclamini di velluto sbocciano su tele di seta dai capelli cotonati.
    C'è un dolce profumo di occhi bagnati che illuminano,
    i giorni felici sono gli attimi trascorsi con te,
    tra le cose dimenticate dalla vita
    c'è una valigia vuota che aspetta la tua voce.

     
  • 04 dicembre 2014 alle ore 11:57
    La canzone degli amanti distratti

    Questa è una canzone priva di musica,

    omaggio a Cupido, a Kama, a Nausica.

    Una canzone per gli amanti distratti,

    fatti a pezzi da lettere d'amore comprensibili solo a tratti.

    Una canzone per gli amanti che non sanno amare,

    spero avrai il buonsenso di non farmi gli auguri per Natale,

    si, lo so che ogni scherzo vale

    ma c'è un limite anche nell'esagerare.

    Sai, non era novembre ma Aprile il mese che andavi cercando

    non era maggio il mese che ti avrebbe donato il coraggio

    di vedere chi sei. 

    Gli amanti distratti, dalle date dei nuovi arrivati,

    dimenticano in fretta da dove erano partiti, 

    rifiutano a se stessi l'idea di essere in fondo solo rifiuti riciclati,

    non smaltibili, progetti cumulabili con migliori offerte,

    rimessi in circolo con la devozione data in dono solo ai parolieri più esperti.

    Dal cielo cade il fischio di un merlo,

    stravagante melodia, troppo allegra per chi si crogiola nell'oblio di un cielo terso,

    questa è la canzone degli amanti distratti

    da rime più confacenti a smussarne i loro anfratti, 

    melodia pura, vergine incantevole bisognosa di ogni premura,

    ascendente scorpione, distratto pure lui dalle solite parole.

    Questa è la canzone degli amanti,

    coro di cicale a frinire tra ulivi giganti,

    incompatibilità al tramonto recata da chi

    contro il veleno ha un siero sempre pronto,

    squilli a fondo perduto resuscitano quando 

    l'abitudine non è un dono, bensì un rifiuto.

    Ciao come stai? Come stanno i tuoi guai?

    Li ho dimenticati ad aspettarti.

     

     
  • 20 novembre 2014 alle ore 10:34
    Vento di costiera

    Vento che porta sale, vento che spezza il cuore,

    vento che sale le scale di fretta mentre l'onda muore,

    vento che ammazza il tempo a un aquilone

    di capelli visibile fino all'infinito del mio tormento.

    Vento chiuso in prigione all'angolo di villa Cimbrone,

    vento che perquisisce crepe e cambia la voce,

    vento che sposta le reti impigliandosi 

    agli ami di tutti gli amori taciuti.

    Vento discreto, che a passo di danza 

    entra nella stanza dove non sono stato accettato, 

    vento che ammala le chiavi di casa,

    vento che non consola, vento che graffia la sera.

    Vento che rimbalza dal muro di una chiesa

    agli occhi di una donna che si sente parte lesa,

    per non aver osato, per non aver voluto,

    vento che ripulisce tramite il silenzio chi ha mentito.

    Vento che spacca il sole, vento di libagione,

    vento che bagna gli scogli con il proprio odore,

    vento che fugge via da chi si è scelto un bel mestiere,

    vento che affonda nell'ombra il proprio dolore.

    Vento che parte e poi torna sui propri passi, 

    vento codardo dissimulato sotto una pelliccia di ghepardo,

    vento che impavido sfreccia tra alti e bassi,

    vento che non t'aspetti esibisca tutti i tuoi difetti.

    Vento che cambia forma, vento che porta il profumo

    di un uomo abbandonato al proprio destino,

    vento che fa ballare bandiere di letti, vento da fotografare

    quando non resta altro che rimpiangerne il suo colore.

     
  • 12 settembre 2014 alle ore 21:17
    Costellazioni familiari

    L'uva bianca è verde, 

    incomunicabilità tra acini,

    graspo spettinato,

    vite a perdere.

    Brindiamo alla leggerezza,

    dislessie infantili,

    buoni del tesoro,

    cefalee misteriose.

    Generazioni di mimose,

    applicazioni non convenzionali,

    che senso ha tirare il freno

    mentre pedali?

    Ospiti indesiderati,

    cognizioni irresponsabili,

    posti a tavola variabili,

    vietato morire prima di sparecchiare.

    Suggestioni biodegradabili,

    inverni afoni,

    prospettive ereditarie,

    dolori articolari forfettari.

    Pausa di riflessione,

    casa o prigione?

    L'unica bestia che parla

    non fa mai l'uovo.

     
  • 20 agosto 2014 alle ore 10:10
    Fumo invisibile

    Ora, che non ci sei più,
    non andartene via.
    Trattieni respiri e lacrime,
    dimentica il genio del tempo,
    perduto.
    Del mio paese ho smarrito le tracce,
    temo il tuo odore si accosti al mio fianco,
    inebriante assenza,
    doglie di miseria a nutrirmi del mancato raccolto
    non coperto.
    Il mio sguardo rivolto al cielo
    disperde gabbiani,
    i miei occhi non sono preghiera,
    le mie mani non sono salmo.
    Ora, che non ci sei più,
    non andartene via,
    consumata la cena
    rimani,
    accesa.
    Colpo di vento,
    lampo di genio del tempo,
    perduto.
    Erompi su di me,
    finiscimi di sublimità.

     

     
  • 19 giugno 2014 alle ore 12:45
    In fondo a te, di me.

    In fondo a te, di me,
    vivono repliche 
    di riciclati pensieri
    in atto unico.
    In fondo a te, di me,
    si organizzano corsi
    di sopravvivenza
    alla realtà.
    In fondo a te, di me,
    legami di parole
    trapassate 
    a miglior morte.
    In fondo a te, di me,
    iniziazioni al dolore,
    compulsivi privilegi
    di superficialità.
    In fondo a te, di me,
    lieti presagi 
    di sventure
    mai annunciate.
    In fondo a te, di me,
    accoppiamenti
    di addii in calore
    più soli di noi.
    In fondo a te, di me,
    non
    importa
    nulla.

     
  • 02 giugno 2014 alle ore 23:38
    Lentamente voli

    Di norma le situazioni precipitano

    al salire  delle aspettative,

    quando credi mi sia dimenticato di te

    ti accorgi non sono mai andato via.

    Sono pazzo di te, ma pazzo proprio,

    pazzo che di più non saprei, come fare,

    a dire cose che non hanno bisogno

    di parole.

    Mi dolgono gli occhi a forza di guardarti 

    dove non sei,

    un paio d'ali nuove è ciò che manca

    al nostro sogno, 

    lentamente voli, come l'onda

    che il bambino crede di afferrare,

    per ritrovarsi poi fatto di mani bagnate

    e denti che battono il freddo di un non ritorno.

    Fantasmi capricciosi contemplano

    i colori della mia tristezza,

    sono l'oggetto del desiderio 

    di chi non desidera nulla più, 

    di ciò che ha già:

    tutto è così talmente breve

    che il tempo non passa mai

    così veloce, come sei passata tu.

     
  • 15 maggio 2014 alle ore 23:43
    Raviello (Ravello)

    Raviello è una terrazza affacciata sul mare, 

    vive racchiusa dentro a due occhi azzurri

    nei quali è impossibile non precipitare.

    Raviello è un'ape Regina elegante

    posata sui suoi cento altari di fiori,

    opera d'arte dal sorriso cangiante.

    Raviello è sambuco e castagno,

    anima gotica, polmone barocco,

    bacchetta magica della Campania.

    Raviello è ripida quanto un'emozione,

    Festival del vento, torrente Dragone,

    Villa Rufolo, Villa Cimbrone.

    Raviello è una poesia, il cielo è la sua pagina, 

    finestre dagli occhi sempre aperti 

    leggono di misteri mai scoperti.

    Raviello è un uomo lungo lungo 

    dalla spina dorsale in corallo

    vestito d'alba e tramonto.

    Raviello è i palazzi, convertiti in alberghi,

    come realtà tramutate in sogni,

    giorno scalda notte che bagna il cuscino dei desideri.

    Raviello è una musica che batte dolcemente,

    quanto il cuore di una fanciulla silente 

    che tutti guardano ma nessuno la sente.

     
  • 06 maggio 2014 alle ore 1:00
    Ieraticità

    Fatalità di un attimo:

    così gli adulti chiamano il gioco delle

    parti,

    ma poi torni,

    torni sempre.

    Lumi di candele

    sui quali ci soffi,

    cera,

    una volta 

    all'anno.

    L'ora di religione:

    fecondatrice di disattenzione,

    profanatori sacerrimi 

    di coscienze

    incontaminate.

    Fatalità di un attimo:

    l'attività di un bambino,

    il lavoro nero di un adulto.

     
  • 06 maggio 2014 alle ore 0:53
    Incomprensioni

    Il fulmine è la stampella del tuono,
    nubifragi d'odio,
    schizzechea di perdono.
    Morire d'amore è disoccupazione,
    tris di donne, senza cuori,
    full di vagabondi davanti a una stazione.
    Piedistalli divaricati, a calpestare
    equilibri modificati
    dall'insostenibile leggerezza
    del masticare.
    Proprietà privata,
    serenate di gatti
    dinnanzi all'uscio di una vedova
    dimenticata.
    Quotidiani del giorno dopo
    a predire un passato
    privo di qualsiasi scopo,
    rami depredati
    dall'autunno in calore,
    fogli posseduti
    dall'incapacità di comunicare.

     
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  • giovedì alle ore 19:25
    Poeti e non

    Come comincia: Leggo Pavese una volta al mese, Pirandello se non vola l'uccello, Calvino quando riposo nel mio giardino, cerco rifugio in Alfonso Gatto quando mi dicono che sono matto e provo a immaginarmi un'altra vita sognando tra le positive note dei Negrita. Non esiste orario nelle giornate di un visionario, mi appassiona Sepulveda perché mi fa sperare che tu ancora ci creda, Saramago lo leggo nei periodi di stato brado, Nice quando finisce la centrifuga della lavatrice, Sossio Giametta quando non ho fretta, Eckhart Tolle se mi sento molle, i poeti minori quando resto chiuso dentro con il mondo fuori, Amelia Rosselli quando penso ai tuoi capelli, Catalano quando tutto l'universo sta racchiuso in una mano, Montale quando sto veramente male, Leopardi quando fatico a incrociare sguardi, di Quasimodo, Cardarelli, Ungaretti, ho ricordi vaghi, pensieri ristretti. Beppe Salvia mi fa compagnia mentre si essicca la malva, Pasolini lo leggo quando rivedo il film Uccellacci, uccellini, Bufalino quando indosso il parrucchino, Betocchi lo leggo se mi si chiudono gli occhi, Fortini se non devo cambiare pannolini, Pascoli se mi fermo ad Ascoli, Sanguineti quando spruzzano fertilizzanti nei frutteti, Corazzini e la Merini quando piangono i bambini, Zanzotto quando indosso il cappotto, Cappello quando mi dicono che sono bello, Impastato se mi fermo a pensare in che condizioni è ridotto questo Stato, Malaspina se sono carente di serotonina. Ascolto De Andrè mentre pedalo sul pavè e se invece cammino su dei prati, tra fontane e ruscelli, leggo Bruno, Telesio e Machiavelli, perché ritengo sia sempre meglio prendere la vita con filosofia, me lo hanno insegnato Lino Banfi, Totò e tu quando te ne sei andata via.

     
  • 09 febbraio alle ore 12:49
    Assolo

    Come comincia: Ogni alba è una liberazione, non esiste uno spazio di fuga tra la paura del tormento e il tormento, la luce del buio acceca la speranza, l'aurora è utopia. Solamente l'alba riesce a trasmettere la dolce sofferenza di un pianoforte. L'estrema unzione di tutte le cose è la casa, una città a ferragosto con ogni cosa al suo posto e nessuno che transita, un delirio di onnimpotenza, nessun avamposto, terribile voler essere qualcuno ad ogni costo. Immagini deglutite a colazione, i ponti riprendono a sostenere la fretta, mostrano gli umidi muscoli come cavalli tra i nastri, raccordo tra ceti asociali, ogni goccia a quest'ora va persa, che sia d'acqua, di sudore o di vino. Dal fondo di un fumo incornato emerge il viso di una donna che parla col vento, l'incapacità di ascoltare traduce ombre vaghe di similitudini, essere giovani e non sapere di esserlo, accorgersi soltanto di esserlo stati, come quando di un fuoco rimangono solo le braci. La paura, che torna, annuncia la fine della primavera, a breve mancherà l'aria sotto il salice che non piange più, che non ride più. Ci sono sere in cui ti illudi di aver avuto tra le mani cose che non ti sono mai appartenute, tipo il riverbero del pomeriggio o il suono acustico di una chitarra all'equinozio, ma tua era solo la voce che ora tace. E il basso, sempre più in basso, suono cupo a introdurre versi di denominazione di origine incontrollata, pavimenti in bilico sotto i piedi, vibrazioni di suppellettili in disuso, frammenti di vapore a congestionare l'assenza, chi è fuori è fuori, chi è senza è senza, futile parvenza una grancassa in astinenza. Torneranno a brillare le stelle, sopra gli occhi di chi non ha palle per guardare il buio, dentro le città murate si spalancheranno i silenzi, cantine ormai svuotate a emulare periferie abbandonate, tornerà a fiorire la vigna e sarà di nuovo un piacere distendersi sotto un sole elegante, quanto un sassofono soprano, quel sole gentile che non fa male, non inquina la mente e che non lascia appassire un cuore.

     
  • 27 gennaio alle ore 11:52
    L'ora della merenda

    Come comincia: Sbuccio una mela raccolta nel giardino dell'illusione, il suo sapore è un misto tra inezia e disperazione. Dicono levi il medico di torno, ma si dicono tante cose, ricordo si diceva tua la Prinz senza ritorno. Il cielo pare una trappola per topi, nuvole di lattice, se c'è la goccia è Gin, senza lemon, due cubetti di ghiaccio per sentirsi meno soli dentro all'addiaccio, polverine magiche avvallano fantasie lisergiche, sogni nel cassonetto, parola differenziata, paga tu che offro io, il potere logora gli esseri più scrupolosi, perfino Dio. Volta pagina, bianco Natale, farmacia chiusa per turno, mensa che profuma d'ospedale, vietato fumare all'interno di una cassa da morto, a maggior ragione trovandoti, da solo, potresti pure avere torto, ma anche ragione nel caso tu non sia avvezzo a praticare la libagione. Prima che la morte mi porti via vorrei fare una confessione geroglifica, terminandola con l'augurio a tutti di una vita più prolifica, meno incerta, roba da applausi a scena aperta; ho visto uomini umiliati e sconfitti aspettare, in silenzio, donne intente a lottare per la parità dei propri diritti, ho visto smemorati rievocare giorni mai vissuti senza accorgersi  minimamente di chi gli esplodeva accanto, adoperando la stessa dinamica con la quale il contadino si libera dei rifiuti, giustificandosi poi con l'enfasi del momento. Ho visto banconote muoversi come foglie e terminare ammassate, una sopra l'altra, che neppure il proprietario stesso era a conoscenza di averle mai possedute, ho visto pulcini asciutti con la bronchite, galline adolescenti fare buon brodo a cattiva sorte, ho visto volpi vendere il proprio corpo e orsi ricomprarsi la pelle, con il ricavato delle foche, dopo giorni e giorni di lavoro senza mai veder le stelle, ho visto rubare in casa del ladro prima che se ne andassero tutti quanti fuori a cena, ho visto scarpe mai indossate volare giù da un'altalena, ho visto spicchi di mela, come quello che mi è rimasto ora in mano, sostituire lune senza cruna ad interrompere il filo dei ricordi, ho visto un matrimonio tra due cani e prima di impartire loro la benedizione nessuno che sentì il bisogno di purificarsi le mani. Alla cerimonia ero il padre della sposa, giardiniere di quel piccolo lembo di terra dove ora la sua anima riposa, rosso di sera un desiderio non si avvera, a meno che non sia tu a dire te l'avevo detto. Allora sì che otterrai onore, ragione e rispetto.

     
  • 10 marzo 2016 alle ore 20:58
    Liliaceae

    Come comincia: E' paradossale pensare che ci si annoia più da vivi che da morti, sfuggire alla morte è roba da giovani, poi col tempo si impara a fuggire dai desideri. Quando si basta a se stessi niente è più abbastanza, miliardi di secondi per ricreare quel punto privo di difetti e di bellezza. Un futuro privo di significato vale solo per il bambino che gioca, un cuore morto di fame ambisce a sfamarsi di sonno, si può vivere di mancanza e la mancanza può aiutare a farti sentire vivo, l'isola destinata a non divenire arcipelago ha sempre un punto di attracco protetto e protettivo. Nessuno ti ha mai detto che l'anno finisce ad Agosto, che il solstizio è una rendita ad usufrutto, che siamo il sogno di chi dorme ad occhi aperti, che piuttosto di ammettere una verità scriviamo una poesia. Incespicare in una persona buona, ecco cosa ci frega, che di persone giuste è vuoto il mondo e la giustizia non sempre è verità. Come può meravigliarti, ora, che per capire chi sei devi sfuggirti e per capire gli altri devi fuggire da loro ? Forse siamo solo l'ombra di una aspidistra.

     
  • 10 marzo 2016 alle ore 11:30
    Diversamente cane

    Come comincia: Tu eri un cane diverso. Forse mi scegliesti per l'ombra breve riflessa dal mio scheletro, adatta alla tua forma e al tuo passo. Lanciarti un bastone era inutile, non ne riportasti mai indietro uno, schivavi il mare ma non le spiagge, specie quelle di roccia, a volte parevi una capra nel tuo arrampicarti. Nata libera, ti inventavi battaglie ogni giorno per voler affermare la tua superiorità, mi guardavi sempre fissa negli occhi senza abbassare mai lo sguardo, poi d'incanto, come fa il mare, ti placavi e tornavi la bambina che di tutto ha bisogno. L'estate è la stagione nella quale più manchi, la potatura ti faceva apparire più esile, cucciola indifesa e bisognosa di cure e attenzioni, ma bastava una scintilla di coda di lucertola per farti spiccare il volo. La mia incapacità a gestirmi da solo mi rendeva dipendente da ogni tuo gesto, da ogni tua empatica richiesta, guardavamo per ore il mare, quel mare che io amavo e che tu non capivi. Abbiamo vissuto reciprocamente coinvolti nei pensieri l'uno dell'altra, un uomo e un cane, indistinguibili, separati da un respiro andato a male sul quale ogni giorno ritorno, come fa il cane quando non ritorna più il padrone. Perché scegliesti me? Non avevi bisogno di nessuno.

     
  • Come comincia: Franco è confuso da quando Eros è diventato un trans e Felice per via di tutto ciò è disperato, di conseguenza Allegra non sorride più. Urbano fa ancora il vigile di professione, il suo fidanzamento con Luna illumina i gossip nel paese, nonostante la precedente passione per Stella abbia smesso di brillare. Emilia si sta riprendendo, ancora trema ogni tanto, ma la cinica Italia non fa una piega, quasi fosse una questione di stato. Regina pulisce i bagni di un supermercato, Salvo è colui che è emigrato da questo paese, tutti lo ricordano per questo, perfino Natale, sebbene lo si veda una volta l'anno e io, non so perché, rimango sempre pervaso da un senso di tristezza quando arriva. Fortunata si è fidanzata con Gastone, le regalerà un Diamante ha promesso, per via di questo fatto Fausto è caduto in depressione e Abbondanza si è ammalata di anoressia. Casto ha sposato Immacolata e tutto, tra loro, è finito quel giorno, così che Beata è divorata dai sensi di colpa e Innocenza non è più lei, fino a prova contraria. Modesto soffre di solitudine, gli manca l'amico Egeo ricoverato per eccesso di inquinamento, Iride era una falsa invalida e Angelo per risarcire i truffati si è venduto le ali. Mansueto è intrattabile poiché Maddalena non si pente più di nulla ma Concetto, un tipo dall'aspetto inspiegabile, ripete lui che tutto finirà in Gloria. Massimo è ai minimi storici da quando Onesta lo ha abbandonato e ripete che Giusto non è uguale con tutti, ora pare sia diventato vegetariano e viva con una certa Eva, persona ambigua che sta sempre sulla bocca di tutti. Tiffany non riesce più a fare colazione perché Carolina produce un latte acido, di questo incolpa Germano, reo di inquinare l'erba da pascolare con i propri escrementi. Donato lo scartano a priori, lui è innamorato del profumo di Flora, ad ogni stagione ci prova ma con poca fortuna. Sauro, senza Dino, dice di aver perso la parte migliore di sé, insieme sarebbe tutta un'altra vita ripete all'amica Messalina, l'unica che in questo paese abbia un lavoro sicuro. Già, perché Assunta è stata licenziata, Libero rimane prigioniero delle proprie paure e Speranza si sta lasciando morire a poco a poco.

     
  • 26 gennaio 2015 alle ore 15:04
    Cantico della solitudine

    Come comincia: Vorrei che, quando verrai  a prendermi per portarmi via, non me lo dicessi, così, di stupore in stupore scoprire il respiro, il sangue delle nuvole, l'eleganza dello zucchero di canna, l'ignoto sguardo degli anfratti. Come colonna sonora vorrei "Free love" dei Depeche Mode, sentirla piovere dal cielo come piovono i coriandoli quando è festa, io, cosi organicamente debilitato, sentirmi all'improvviso come il frugolo impegnato a guardare fuori dal finestrino durante il suo primo lungo viaggio in automobile. Devo ricostruirmi una memoria, il coma dell'esistenza è una foschia di percezioni allusive, sentinella del sentimento è la ragione che non cede il passo fino a intimidire le gocce che cadono disperdendosi nella babele di dolore accumulato dalle preghiere a fondo perduto. Vorrei che, se quando verrai a prendermi per portarmi via, non me lo dicessi neppure con gli occhi, così, di stupore in stupore scoprire che i tronchi portati dal mare hanno un volto, come farfalle sbocciate tra i sassi vederli apparire e dissolversi tra le onde e poi ancora, sorgere in nuovi barlumi. Così, di sguardo in sguardo lasciarmi portare incontro al Natale mai visto, del quale conosco solo l'odore del muschio nei freddi cortili dopo un giorno di scuola. Dai soffitti delle case si scorgono eclissi di realtà, nessuno è nudo tra quattro mura e se ci si sente prova vergogna, mentre è l'uomo vestito a provare vergogna dinnanzi a un uomo nudo sotto le stelle. Vorrei che, se non verrai a prendermi per portarmi via con te, aspettassi un minuto prima di dirmelo, tracce di leggerezza avvolte in disincantati foulard dagli echi dipinti col sangue delle nuvole, fili di vapore zigzagano incerti di bocca in bocca, l'avanzato stato di decomposizione del raziocinio dei tolleranti, cuscini lasciati ad appassire sotto lampade soffocate, olive ricamate nell'ingorgo del velopendulo, così, mano nella mano, in punta di sonno appoggiarmi al tuo seno mischiato a labbra di luna. Ora sai che valgo così poco, di stupore in stupore la vita ha svelato il prodigio dell'incapacità che nutre l'inezia, è precipitato il cielo in un batter di ciglia, singhiozzio di pedali senza via d'uscita, tante piccole crepe a deformare un'idea, pochi spiccioli e un chicco di caffè annegato nel trasparente sorriso di un bicchiere.

     
  • 03 gennaio 2015 alle ore 18:22
    Notte

    Come comincia: A volte mi prende nostalgia della notte, di una notte della quale conoscevo tutti i passi, nostalgia del suo profumo barricato, una notte giovane e amica di tutti i disorientati dalla luce. Notte che sapevo cavalcare, sulla quale ora strisciano i miei dolori, i miei affanni, le mie angosce pettinate a festa. I miei fogli sparsi non luccicano più, notte nella quale ora lievitano lacrime consunte dall'indifferenza di chi prometteva oro ed ha arrugginito fegato e cervello. Invidio alla notte lo spirito di sopravvivenza, quel suo saper vegliare giorni taciuti, quel saper placare il via e vai nei condomini, quel suo accompagnarti discreta ai distributori automatici di felicità, quel suo trattenere il tempo un poco più del dovuto, del donato. Notte passata a chiacchierare seduti sui bordi del marciapiede della vuota piazza, notte incatenata a lampioni saturi di zanzare, notte flagellata dall'aurora in quella voglia di non tornarsene più a casa, notte fatta per noi abitanti della strada e del buio, notte dall'odore del fumo impregnato sui giubbotti, notte spezzata in due dal rumore di un motore disincantato, notte della quale sono stato un arredo, un piccolo oggetto, una particella di vento microfiltrata, un sussulto di porfido illeso. Mi vergogno di mostrare alla notte ciò che ora sono, lei ancora così giovane e impavida, io rinchiuso tra quattro mura di barba, dipinto da luci finte, intento parlare di giorni mai esistiti con chi si rifiuta di essere ciò che è, continuando testardamente a dirsi per ciò che vorrebbe essere. Notte a quattro zampe e coda alta, notte che non ho mai baciato, notte traslocata da un letto d'amore a un letto d'ospedale.  Vecchio Frac e Bombo Due, tanfo di zuccherificio e vetri da sbrinare dopo un congedo, ne sento ancora l'odore al ricordo, immagini indelebili che mi sorridono, colonne sonore emanate da nastri usurati mai stanchi, mai riavvolti.  

     
  • 11 ottobre 2013 alle ore 14:04
    Macchie rosse d'asfalto

    Come comincia: L'ultima volta che ho attraversato la strada era un giorno d'ottobre. Ero già anziano, il passo lento, gli aculei ingrigiti ma il muso ancora umido umido, non ci vedevo più bene come quando l'attraversai la prima volta in cui avevo perso la mamma da pochi giorni, sbranata da un mostro a motore di quelli che ci appaiono in sonno nelle giornate in cui abbiamo gli incubi. Mi sono messo sulle zampe di buona ora, appena fattosi buio, e arrivato alla fine del campo ho spalancato gli occhietti e cercato di udire se l'asfalto tremasse più di me. L'età mi ha reso quasi un miracolato, in questi anni ho visto tanti miei simili finire schiacciati come sardine, passati e ripassati, resi a irriconoscibili macchie d'asfalto. Stavolta è toccato a me, devo dire non mi sono accorto quasi di nulla, se non di una luce accecante che mi ha abbagliato, ho provato ad accelerare il vecchio passo ma è stato tutto inutile, un rumore sordo di come quando un umano in cucina strizza una spugna imbevuta di acqua: quell'acqua era il mio sangue, schizzato fuori come una rigogliosa fontana a dipingere il grigio. Dolore? Non lo so cosa ho provato, so solo che all'improvviso mi sono guardato attorno e mi sono visto li, i miei resti avvolti da una cornice di silenzio, giacevo a quasi tre metri dal punto di arrivo, dall'altro campo, dalla libertà: un'eternità. Mentre mi guardavo d'improvviso ho udito un rumore sempre più ravvicinato, poi una luce che non abbagliava più, ed ecco un nuovo mostro di ferro a schiacciare i miei resti inermi, spargendo chiazze di colore anche sul bianco delle strisce di mezza via. Sono rimasto non so quanto tempo a osservarmi, a osservarvi, abbiamo giocato a guardarci, anche se voi non vedevate me, ma le mie briciole, i miei miseri resti della vostra misera esistenza, poi me ne sono andato, lasciandomi lì sull'asfalto: una macchia rossa, tipo lo schizzo di un quadro o una dissanguata poesia. I miei brandelli sparsi dal vento qua e là, tra l'erba ed il fosso. Infezioni? Malattie? Sono semplicemente diventato un fiore di campo destinato a venire diserbato, o che magari qualcuno, un giorno, raccoglierà.

     
  • 10 ottobre 2013 alle ore 12:16
    Cuore di cane, cane di cuore.

    Come comincia: Mi manchi. Stasera di più. Stasera ero in un posto dove non ti ho mai portata con me e all'improvviso ci ho pensato a questo, pensavo che ti sarebbe piaciuto stare sulla verandina a osservare il passaggio, tra una carezza e l'altra dei ragazzi. Con la tua ciotola piena d'acqua da svuotare, da vera cliente a cui tutto è permesso. Pensavo che nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, stava tutto muto negli occhi, negli sguardi, nei gesti. Le tue zampe erano il mio bastone, la tua coda il mio timone, il tuo pelo era il maglione che indossavo meglio, il tuo viso era una calamita per le mie mani, tenerti stretto a me era il più bel sentire del mondo, io non ti toccavo, ti stringevo sempre a me. Da quando te ne sei andata sono passate tre primavere e poche migliaia di chilometri, farti vedere il mondo penso sia stato il regalo più grande che ti abbia potuto donare, eri felice e portavi felicità nelle persone, come solo i bambini sanno fare. Ricordo i bambini che venivano apposta a vederti in negozio, c'era quella bimbetta bionda con gli occhi colore del cielo che ora sarà già una signorina, arrivava sempre di sabato pomeriggio accompagnata dalla mamma e chiedeva di poter stare qualche minuto con te. Tu eri bravissima, ci sapevi fare con i bambini, riuscivi a importi anche a loro e credimi non è facile. Quel qualche minuto diventava sempre una mezzora, a volte un'ora, una volta ricordo che successe il finimondo quando arrivarono in contemporanea due bambini per stare con te e uno si mise a piangere perché reclamava l'esclusiva e tu mi guardavi come a chiedere cosa stesse succedendo. La nostra complicità era assoluta, la nostra intimità speciale, eppure nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, parlavamo di musica, di ragù, dei problemi di ogni giorno e quando rimanemmo soli ti mostrasti matura, responsabile, avevi capito e sapevi che io avevo bisogno di te per guarire, per sentirmi utile, per non mollare. E' l'età che ci frega amore di papà, penso, a quando mi guarderai adesso, cosa penserai nel vedermi ridotto così, con questi giorni privi di slanci che paiono contati e scritti da un’analfabeta, giorni buoni per metterci una ics sopra a ogni lampeggiar di stelle. Tutte le tue cose sono ancora qui, come se tu dovessi tornare da un giorno all'altro, niente è stato spostato, i tuoi teli tutti piegati al loro posto, tutti tranne quello che ti ha avvolto il giorno che te ne sei andata via. E' che stasera ho avuto l'impressione per un istante che tu fossi li con me, mi sono voltato lentamente di scatto per cercarti, forse c'eri davvero, sei passata a trovarmi nel luogo dove vado a rifugiarmi quando tutto mi sembra perduto. Sai che ora lo capisco di cosa noi parlavamo veramente.

     
  • 23 maggio 2013 alle ore 2:04
    Monumento all'ovvio

    Come comincia: L'amore c'è chi lo vive, c'è chi lo uccide, c'è chi vorrebbe ma non si decide.
    L'amore che si presenta con un mazzo di rose, sangue che affluisce in vene varicose, tormento e gioia che sbrana la mente di chi mai la riposa.
    L'amore, unguento miracoloso che ti fa dire stavolta mi sposo, che vorresti durasse fino a domani o almeno fino a che non te ne lavi le mani. L'amore rubato, l'amore comprato, svezzato, spalmato su lenzuola bianche di lino o dietro al cespuglio più nascosto di un grande giardino.
    L'amore a intermittenza, quello di cui non si riesce mai a far senza, l'amore fra ceti disuguali che comunque lo giri non sarà mai pari, l'amore tra due pettirossi in inverno con la neve lungo i viali. L’amore taciuto, forse perché in fondo non ci hai mai creduto, l’amore sbandierato ai quattro venti che non sarà mai quello dell’e vissero tutti felici e contenti. L'amore di un cane che adotta un uomo abbandonato, l'amore di chi tra un insulto e l'altro alla fine si è sempre perdonato, l'amore all'interno di un'automobile dai vetri appannati, l'amore come lo fanno i soldati una volta disarmati, l'amore per carte di credito e oggetti preziosi, l'amore che si riproduce e si immortala dosando bene effetti speciali e luce. L'amore di un padre, l’amore di una madre, l’amore di un figlio diviso tra due case, l'amore fatto di lotta e di sopravvivenza, l'amore l'unica cosa della quale il pensiero non riesce a far senza, parola magica che sfocia in gesti ridicoli e sopportazione per chi sa sopportare, l'amore che muore sotto i colpi dell'indifferenza e che trasforma il corpo di chi crede essersi abituato a farne senza. L'amore per inerzia, l'amore che cade da una nuvola, che fa finta di nulla e che poi all'improvviso si licenzia. L'amore chino a un capezzale, l'amore inquieto e speranzoso a bada di un letto d'ospedale, l'amore nel sorriso, nel pianto, l'amore fatto con il guanto, l'amore che lascia libero l'amore di trovarsi un altro amore ma che solo se ne conosce il segreto lo può fare, l'amore che non ha nulla da chiedere e tanto da dare. L’amore che non ha età, privo di qualsiasi velleità, l’amore per la musica,  per gli interni in radica, l'amore per l'orto, l'amore che non conosce torto, l'amore che ti fa sentire sempre per la prima volta coinvolto. L’amore di chi poi dice che sei cambiato senza rendersi conto che ti aveva solamente idealizzato, l'amore per la bugia detta a fin di bene che è forse l'amore più fedele, irriducibile, il patriarca di tutte le future pene. L'Amore per il quale si è disposti a morire pare il solo destinato a non finire, l'unico degno ti tale nome, per l'altro amore ci sono lacrime da versare in attesa che un nuovo pensiero arrivi ad asciugare. L'amore spontaneo verso chi non conosci, l'amore tra un cane e un elefante, tra un gatto e una lumaca, tra un corpo ed un'amaca, l'amore per la squadra del cuore, per i vigili del fuoco, la Crocerossa e la protezione civile.
    L’amore sconfinato per il mare quando il sole brucia e quello cucinatoti dal cuoco di fiducia, l’amore per Baudelaire, l’amore pieno di segreti e scheletri nascosti nell’armadio, l’amore che ti tiene a digiuno di tutto tranne che del cioccolato, l’amore letto negli occhi di un uomo che nel momento del bisogno non si è mai tirato indietro, l’amore silenzioso di una donna che subisce di tutto con contegno dignitoso. L'amore sopravvissuto a un'eredità, la quale non coincide con ciò che ti aspettavi da chi ti sogghigna dall’aldilà, l'amore tramandato nelle lettere scritte a mano dai tuoi avi, l'amore al guinzaglio, l'amore masochista nato da un colpo di sbadiglio, l'amore che chiede permesso temendo di sentirsi rispondere divieto d'accesso, l'amore che nessuno sa cos'è ma tutti invocano, evocano, ricordano, rimpiangono, accusano, tradiscono, per poi ritrovarsi sempre soli, sfiniti, svuotati, abbandonati. L'amore verso se stessi, l'unico amore che possa concepirne un altro, in quel fare le cose con amore e non per amore: forse questo ci salverà.

     
  • 20 maggio 2013 alle ore 12:52
    Aspettando il passato

    Come comincia: Questa notte mentre dormivo ho realizzato di non essermi ancora addormentato, così mi sono alzato di lena ho acceso una luce ed ho guardato istintivamente l'orologio: erano le 3.42 . Ho bevuto un bicchiere d'acqua e ho fatto la pipì da in piedi, di solito mi siedo come fanno le donne ma solo per motivi igienici, ma questa notte era come se non mi sentissi al sicuro, ero inquieto, così mi sono chiesto quanti come me si fossero svegliati nel cuore di questa fredda notte silenziosa. Mi sono poi lavato i denti, senza motivo, ed ho acceso il televisore senza guardarlo per poi stendermi di nuovo sul divano e fissare il lampadario che pende proprio sopra la mia testa. Dopo qualche minuto mi sono alzato di nuovo, ho aperto la porta ed ho preso posto in veranda. Nessuna automobile circolava, nessuno in strada, nessun cane abbaiava, nessun uccello si agitava, il rumore del molino era l'unico segnale che riconduceva alla vita. Il vento, che per tutta la giornata di domenica aveva infastidito e distratto i pensieri, mostrava un encefalogramma completamente piatto e in questo oceano di aria muta mi sono lasciato cullare per un po', non so quanto perché l'orologio non l'ho più guardato, ricordo solo un flashback di un boato, poi le grida, gli occhi spalancati, l'aurora, le prime notizie, la prima luce, il vai e torna della casa sotto i piedi, le linee telefoniche assenti, i bar stracolmi come fossero l'unico ambiente sicuro. Nel rientrare in casa mi sono osservato attraverso il lungo specchio posto all'ingresso e mi sono visto in mutande e dolcevita, come un anno prima quando scesi in strada di corsa senza pensare. Che mondo è quello nel quale viviamo? A volte ho l'impressione come di vivere in differita, ci sono attimi di diretta e tutto il resto è come se fosse registrato e immaginato già dalla nostra mente prima. Di tutto questo dolore che ci si porta dentro quanto è reale e quanto è immaginato? L'unica risposta sta nel non pensiero.

     
  • 28 febbraio 2013 alle ore 15:19
    La pianura

    Come comincia: La pianura è complicata. Non vedi mai una fine se guardi l'orizzonte da una pianura, non ti addormenti, ti spegni a occhi aperti e labbra che si abbracciano ai denti. I silenzi sono accesi, privi di eco ma costanti, senza soluzione di continuità. La notte pare di sentire rantolare le stelle o di udire sbadigliare la luna, il giorno non puoi nemmeno aggrapparti alla terra o, a quel che è rimasto di essa, difficile trovare terra che non abbia detriti di vizi umani sparsi sul corpo o conficcati nel cuore. Anche la terra ha una voce e quando parla fa danni, diciamo che è atroce, ci sballotta a piacimento, ci sposta le cose, ci toglie il respiro. Chi l'ha avvertita gridare ne porta ancora il rumore negli occhi quando ne parla, son parole sudate che ancora vibrano e sussultano. Eppure la terra sa attendere senza proferire parola, l'acqua è il suo sangue che scorre, a volte deviato, a volte fluttuante. Io non somiglio alla terra, neppure so se ho un sangue che scorre e se mai ce l'avessi mi sorge il dubbio di non aver mai dipinto nulla con esso. Sono un pittore mancato, un poeta inventato, un musicista scordato, uno scultore abbronzato, un uomo finito mai cominciato. Eterno bambino alla prima esperienza, soffocato dall'adolescenza, succedaneo di sconosciuta forma, sono un'ombra che non segue la propria orma. La pianura è complicata, inghiotte luce e buio, ti copre di nebbia, su una distesa pianura non sei mai al sicuro, papaveri e girasoli, barbabietole e pomodori e poi peri innestati, campi di soia geneticamente modificati, vigneti dai grappoli pianificati, terreni, infiltrati da flebo, i quali giocano a fare i morti resuscitati. La pianura è un film comico, dal messaggio tragico. E' un "Amici miei", un "Radiofreccia", un "Compagni di scuola", è una risata con la morte in gola, è fredda, afosa, umida, scontrosa. La pianura non finisce mai di non stupire, se chiudi gli occhi continui a vederla, piena di spigoli d'aria che torcono la speranza. Io sono pianura, complicato, senza fine e senza inizio, aggrappato sull'orlo di un precipizio che non esiste, se non nello sguardo di un bambino quando è triste.

     
  • 09 novembre 2012 alle ore 17:23
    Campo 3 / 50

    Come comincia: Nel breve ritorno mi lascio incantare dal luccichio dei prati di asfalto, che quasi mi commuovo restando fermo a uno stop, sul quale la linea bianca grande pare una siepe insormontabile, Non cade più nulla dal cielo, è cessato anche quel vento bagnato che si intrufola ovunque, la notte dicono porti consiglio con quei suoi rumori muti, molto più trasparenti del vetro di una spenta finestra. Stappo una Becks con la scusa di baciare un bicchiere e sentirne il suo sapore di schiuma, la sua saliva di malto. L'orologio che veglia la porta d'ingresso si è addormentato, per fortuna non russa. Pensavo deve essere difficile la vita di un orologio che vive con chi non ha orario, pochi sguardi e poi l'estate è finita, non può mica più dirmi che non arriva mai sera, mai buio, mai notte. Mi specchio nelle vuote sedie, nessuna ha il mio volto, ci sono sere che ci si sente inutili quanto un confetto, inutili per tradizione, per abitudine, per mania. Una nuova alba mi aspetta, pronta a spuntare sulla testa della grande fabbrica dai portoni di ferro, i quali ancora tremano di terremoto. Mancherò di nuovo l'appuntamento col sorgere di tutte le cose che il buio nasconde, allergico alla luce fredda mi son scelto un dignitoso declino tipo oggetto da mercatino dell'antiquariato. Al campo 3, numero 50, c'è la foto di un uomo che sorride timido: mi sono accorto di assomigliarli mentre riempivo le mie unghie di terra e gli chiedevo perdono per ciò che non son diventato, stato. Chi può meglio capire di un muto che ascolta? Il rumore di una lavatrice in centrifuga mi ricorda che l'acqua fa sempre il suo corso, di fiume, di fosso, di torrente, di viso.

     
  • 25 luglio 2012 alle ore 12:39
    Dopo scena

    Come comincia: Finisco di ruminare la cena per poi stravaccarmi sull'amaca ad apparecchiare il cielo. L'estate è come un dolore, portato da una notizia, il suo crepuscolo ne è il messaggero. Da ragazzo mi dicevano che ho occhi grandi abbastanza per sopportare il dolore, per riconoscere perfino la foglia che non si muove, mi dicevano che più buia è la terra e più stelle stanno nel cielo. Le osservo, le stelle, mentre ostentano il loro brillare che è solo illusione per i miei occhi grandi di cui uno più piccolo. Ci stanno tutti i miei sogni ad imbandire quel cielo lungo quanto un buffet dove il dolce si mischia al salato. Ci sono vassoi di stelle scondite, caraffe di lacrime che mai arrivarono a toccare pelle, ossa di satelliti dimenticate, mai strette, abbracciate, avvinghiate. All'improvviso un gregge di nubi chiude il sipario, lo spettacolo dovrà proseguire senza il cielo, la terra ha smesso di tremare, solo qualche brivido, di miseria. Se provo a chiudere gli occhi grandi si accenderà una luce, la quale giace negli occhi di un mare che in lei si riflette. La natura costruisce demolendo, l'uomo demolisce costruendo. Forse è per questo che di quando uno muore si dice vada in cielo, solo le anime delle bestie sono di questa terra, della terra. L'uomo crede di essersi talmente elevato che perfino il cielo non lo è abbastanza e pensa in cuor suo che la propria anima andrà ancora più su, che gli spetterà di più, una volta pentito.

     
  • 13 maggio 2012 alle ore 3:22
    Le nuvole di Maggio

    Come comincia: Maggio è un mese interminabile, che poi ti accorgi, al fine, che pareva appena cominciato. A Maggio fioriscono i pensieri seminati durante le giornate più corte, a Maggio difficilmente si ha paura, Maggio è un Settembre pieno di speranza, è il mese in cui tutto è cominciato, è un pretesto in cui recita bene perfino chi non conosce il testo. Fragole, asparagi, gerbere, un disco per l'estate che si ascolterà tre volte , la scelta del costume per andare alla spiaggia dei nudisti, il doposole controvento, i tramonti mozzafiato al cinguettar dei merli, le notti che si allungano accorciandole, il Roland Garros di Panatta , la Lotteria di Agnano di Varenne, il giro d'Italia di Battaglin. A Maggio puoi essere felice anche solo guardando un cane che salta un fosso spiccando il volo da un cespuglietto di erba stella per planare con dolcezza sul cerfoglio appena fiorito. A Maggio, ai bordi delle strade, fitti raduni di erbe selvatiche che fanno compagnia ai Rosari in quell'aspettar la sera, bici da gonfiare,si intensificano le orme in riva al mare e poi la festa del lavoro, vendo, anzi compro oro. A Maggio pare un peccato perfino inquinare, resti calmo anche se non sai dove andare, poca voglia di guidare, di nitrire, di abbaiare. Chi miagola in giardino? Forse è il gatto del vicino pronto a far la festa ai topolini di campagna o intento a rubare gli avanzi del rancio lasciati dalla cagna. E le nuvole, così veloci, guarda, guarda! Quella è Ayrton, quella è Gilles, simboli di fiori recisi a Maggio, uomini che hanno vinto le proprie paure finendo vinti dal proprio coraggio, caduti fino in cielo ed ora inarrestabili ricordi che rombano perfino nel cuore di chi ancora non aveva regali da scartare a Natale, giorno in cui non riesci a distinguere cosa è bene e cosa è male. Maggio è un ossimoro, è il mese di chi fa senza sebbene non possa farne a meno, è veloce come un treno, profumato come il fieno, è lento anche se nemmeno sfiori il freno. Maggio è un cantiere aperto, è il mese del primo concerto, è la fine della scuola e non te ne frega niente se poi dopo la maestra per tre mesi resta sola. Sono nato di Maggio in un giorno di sole, all'una del mattino, ho camminato tanto, forse troppo, o troppo poco. Ma si dai, in fondo anche Maggio è un gioco, non sta con April, Giugno e Settembre, quello è il mese di Novembre e di ventotto ce ne è uno, fuori i secondi, dentro gli attimi.

     
  • 31 marzo 2012 alle ore 2:54
    I cinque sensi formano il sesto

    Come comincia: Stamattina respiravo il profumo del caprifoglio a pieni polmoni. Che soddisfazione.
    Cosa altro si potrebbe aggiungere?
    I papaveri?
    Bene, rendiamo giustizia alla vista oltre che all'olfatto e ammiriamo i campi di papaveri in fiore,
    in questi giorni colorano l'anima e distolgono dai pensieri chi non è schiavo di essi.
    Ma l'udito resterà deluso se non si prova ad ascoltare all'aurora o al tramonto il canto felice, deciso, convinto, quasi supponente delle svariate specie di volatili che vivono in condomini a forma di quercia o di pioppo, o in soffitte di acero o acacia, oppure, come i pettirossi, anche dentro oggetti in disuso o in piccoli bunker derivati dal terreno. E' così semplice la vita? Il gusto non è forse l'essere capaci di assaporare tutto questo? Intanto il barista al mattino, dopo la terza, tossisce incolpando il tempo e le polveri sottili. Si sta bene senza far nulla quando non si ha nulla da chiedere alla vita, in fondo io sono qui e non sogno di stare in nessun altro posto, ma se domani dovessi partire sarei felice comunque, non mi mancherebbe nulla dal momento che mi sono già gustato tutto. Ed ho toccato, con mano e non solo, quando la curiosità era una risposta e non una domanda. Mi sono liberato di tutto ciò che cercavo, che volevo, che mi faceva sentire uguale. Un lento smantellare ciò che dentro non ci si può portare, ed ora si è creato tanto spazio. Ho imparato che il silenzio non arrugginisce ed ora rido da solo quando penso a quanto ho corso, senza immaginare che non è l'automobile a farti correre e mi derido se penso a quando credevo di volare senza immaginare che non è l'aereo a farti decollare. E così un giorno smisi di votare, una delle mie più grandi sconfitte a livello morale e una delle più grandi mancanze di rispetto nei confronti di chi non lo può fare. Mi dicevo: -sono stato costretto dal sistema- E ci credevo alle mie parole, uniche attenuanti al mio annaspare. Beh non ho capito bene dove voglio arrivare ma la natura mi ha insegnato ad andare più veloce stando fermo, cioè non sono mai in ritardo e l'anticipo non esiste. Se consideri il vento un alleato, non avrai mai perso tempo, in fondo non ha tempo chi del tempo non sa che farsene.
    Se mi sarà proibita la fragola aspetterò la prugna, se non arriverò a cogliere la prugna ci saranno le more e i meloni e la stagione delle pere nelle ore più calde mi darà una mano a sopravvivere. Recupererò le forze all'ombra del salice gustando i fichi e respirando il profumo dell'hibiscus e della bluddeja festeggiata da decolli e planate di miriadi di farfalle felici come me, poi sarà il tempo delle mele e del sorgere dei colori più belli da ammirare tra un velo di nebbia e un soffio di umida tramontana. Si, è vita semplice, già vissuta, ma non dal me che sono oggi. E allora mi chiedo quanti occhi ho, quante mani ho, quante orecchie ho, quanti nasi ho e quanta voglia ho di gustarmi ancora la vita per quello che è e non per quello che voglio?  Respirando gli ultimi respiri di un cane ho scoperto di essere io il mio tempo , parlando con i merli, gli usignoli, i pettirossi, le gazze, ho scoperto di saper ascoltare, accarezzando tartarughe e ricci ho imparato a"toccare", mangiando ogni frutto, nel momento in cui lui si vuol dare, ho imparato a gustare. Specchiandomi ogni giorno con i tanti me ho scoperto che sto imparando a vivere, il mestiere più difficile.

     
  • 11 novembre 2011 alle ore 19:01
    Calabroleso

    Come comincia: Ci sono tanti cani abbandonati qui, come me, forse abbandonati in maniera vile, come è successo a me. Questi cani fuggono di fronte all’uomo, per cui mi chiedo cosa sono io se accettano la mia presenza, se nel breve volgere di tre mattini sono riuscito ad avvicinarli tutti.
    Tutti tranne uno, il più piccolo, che scappa come una lepre se tento di accarezzarlo.
    Noto che è giovane dal suo salterellare, che ha un non so che di giocoso ma diffidente.
    Ancor prima dello spuntare del sole, da oltre questi monti privi di energia, ci raduniamo al bidone sul lungomare. Arriviamo alla spicciolata, posizionandoci in ordine sparso, e in silenzio ci chiediamo perché. Sui loro volti, così come sul mio muso, i segni delle umiliazioni bianche, dei sorrisi che promettevano cucce di rovere e hanno portato pini seccati da sole e fiamme, le cicatrici delle buone maniere che celarono torbidi inganni. Eppure regna un silenzio composto, nessuno che abbaia, che muove la coda, che prova a guaire. Tutti fissiamo un punto indefinito, ognuno il proprio, nessuno volge lo sguardo verso il mare, tra pochi minuti sorgerà il sole, che pure lui diverrà violento, e ci sarà da aspettare che se ne vada, cullandosi in quel dolce far nulla che non è proprio del mio vivere.
    Oggi siamo uno in meno al bidone sul lungomare, il più piccolo ha trovato una casa, o per meglio dire una spiaggia con tanto di famiglia. Ha capito quando quel ragazzo è arrivato e si è lasciato afferrare, è salito sul mezzo con un docile balzo che ne ho sentito l’oplà di gaudiosa esclamazione. Mi chiedo se tornerà a trovarci prima che me ne vada, che non so bene quando sarà, poiché sono cane anch’io e aspetto, come loro, chi mi ha abbandonato.
    Prima di abbandonarmi hanno tentato di uccidermi, ma non ci sono riusciti, addirittura il mio assassino ha lasciato l’autografo su questi fogli. La osservavo, tronfia nello scrivere, che ad ogni movimento delle dita udivo un colpo partire, indirizzato al mio cuore. “Al cuore Ramon!!! Se devi uccidere un uomo devi sparargli al cuore!!!” Quante volte ho udito questa frase, quante volte ho guardato questo film, ed ora lo stavo vivendo, subendo… Il “mio” Ramon indossava i miei calzoncini preferiti mentre sparava un colpo d’inchiostro dietro l’altro, successe tutto in pochi attimi, la fine di un per sempre, durato meno di un adesso, veniva così consacrata.
    Chissà se anche questi cani prima di venire abbandonati abbiano subito brutalità simili, degne di menti disturbate prive di qualsiasi scrupolo, chissà se anche loro sono stati giudicati, cancellati, abbandonati per via di un episodio, chissà se chi li aveva scelti fosse consapevole di cosa si va a toccare quando si decide di vivere con un cane. La risposta alla mia domanda sta tutta nelle loro espressioni.
    Nulla stupisce e meraviglia più della normalità di un gesto affettuoso, ma l’uomo vuole ben altro, avido di apparenza com’è, sempre in competizione, sempre pronto a confrontarsi nell’ambizione, nell’esibizione, sempre bisognoso di un nemico da combattere e non di un amico da coltivare, desideroso di stupirsi col pensiero, deludendosi poi ad ogni impatto con la realtà.
    Ho già dato loro un nome, il più grande che è un meticcio bianco e beige l’ho chiamato Iperbole, il suo omonimo, solo più piccolo di taglia, Isoscele. Poi c’è Pomicione, tutto nero e marrone, il quale dorme sotto una vecchia barca abbandonata, come lui, alla deriva tra sassi di pomice. Troverò un nome anche agli altri tre se ne avrò il tempo e l’ispirazione. Che strano, mi sembra di amare questo posto, nonostante tutto il male che ho ricevuto, forse perché ho trovato tra questi compagni il mio mondo, quello che cerco. Mi hanno rubato la mia solitudine lasciandomi senza neanche più quella, ma non sono riusciti a rubarmi l’anima. I ladri di polli non conoscono il significato di tale parola, ne fanno solo scempio, un po’ come i guerrieri più beceri fanno scempio dei cadaveri maleodoranti inneggiando alla pace e alla libertà.
    Saranno le palme i fichi i geki, saranno gli ulivi, la russalia, i gelsi, ma non riesco ad odiare nemmeno questo mare cattivo, che se provo a farmi cullare dalla sua agitazione, invece di trascinarmi al largo e finirmi, mi scaraventa contro sassi meno duri e testardi di me.
    Le nuvole, che riversano la loro disperazione sulla Sila, sono bianchissime a Luglio, la notte emanano luce, le vedi passare veloci, come quando sei al ristorante e noti passare portate odorose in vassoi affascinanti, con te seduto che aspetti il tuo turno, e quegli odori che accarezzano l’aria ti fanno quasi pentire di quello che hai scelto a scatola chiusa. Allora forse io sono una nuvola, e sono transitato di qua così velocemente da non aver lasciato traccia, o sono la scatola chiusa immediatamente cestinata dopo essere stata aperta senza nemmeno troppa cura. Non ho piovuto, non ho fatto piovere, son solo passato a fare un po’ d’ombra ma le nuvole attese eran ben altre.
    Ogni cane di questi, compreso me, avrà una sua storia che nessuno racconterà, pagine che saranno consumate dal vento, corrose dall’umidità, dimenticate dall’indifferenza.
    Eppure il cane ricorda quanto era bello passeggiare al fianco della propria vita, scelta, che pure un guinzaglio lo rendeva più libero di adesso. Torneranno le nuvole su questo paese che mi ha reso calabroleso, ne passeranno tante, più o meno veloci, più o meno cariche, ma nessuna saprà mangiarsi il sole, perché il vento è solo un pensiero che ti spinge più in la.
    Oggi è l’ultima alba che trascorro sul lungomare, sono arrivato per primo, che ancora l’aurora è padrona del mondo, mi siedo sulla umida roccia e aspetto.
    Non torna mai a riprenderti chi ti ha abbandonato, non può tornare chi non esiste.

     
  • 20 ottobre 2011 alle ore 17:24
    Il mio amico Friedrich Wilhelm

    Come comincia: Pensavo che l'autunno, la pioggia, la nebbia, il freddo mi aiutassero, invece no.
    Oggi diluvia ed io sto annegando tra i pensieri.
    Rinuncio ad alzarmi, sono le 7,47 quando con un movimento unico del corpo mi rigiro verso sinistra, trascinandomi panno e lenzuolo, i quali non sono più combacianti, segno evidente di una notte trascorsa in preda a sogni turbolenti.
    Che mica poi mi ricordo in quale stato mi addormentai, non di certo in Polinesia e nemmeno alle Maldive, forse contavo le pecore nel basso Molise o fuggivo dalle corna di un Toro, proteso al mio inseguimento, nel far west Calabro. Fatto sta che questo cielo grondante di lacrime mi angoscia a tal punto da farmi rifiutare qualsiasi contatto col mondo esterno, fosse anche solo infilarmi le lenti. Friedrich Wilhelm mi osserva restandosene chiuso in se stesso, ah ecco, ora ricordo trascorsi in sua compagnia gli ultimi spiccioli di una serata da tressette con gli amici di mai. Mi massacrò ieri sera il mio amico Friedrich, che a dire il vero al principio lo facevo dalla mia parte, le sue parole parevano accondiscendermi, parevano fatte apposta per esaltare le mie frustrazioni demagogicamente orchestrate dal mio spirito dissacrato. Invece no, il suo dissenso era rivolto proprio a quelli come me, incapaci di imporsi e di architettare basi difensive volte a sopprimere. Più lo decantavo e più mi irrideva, e più mi irrigavo, tanto che ora mi veste perfino il senso di colpa di essere io la causa di quel lago di fango e rusco che invade la strada e sporca le scarpette e gli scarponi di chi sta imprecando contro il Dio Inverno dopo aver insultato ogni forma di calura estiva. Eppure le crepe, che disegnavano i percorsi alternativi di chi non sa affrontare la società che lo comprende, non erano offensive, si disponevano si a zona, ma non le vedevi protese a cercare di ingoiare chissà quale mondo. Ho freddo, e pensare mi fa male, certo avessi trascorso la serata con Eckhart mi sarei svegliato meditabondo, probabilmente avrei già fatto colazione, addirittura mi sarei rasato barba e capelli, e avrei optato per una passeggiata tra pozzanghere e foglie, a testa vuota. Ma era di Friedrich che avevo bisogno, di una scossa, di sentirmi dire che io faccio schifo al mondo poiché il mondo fa schifo a me. Avrebbe dovuto insultarmi pesantemente e invece ha fatto ancora di peggio, mi ha deriso,  smontandomi pezzo per pezzo, illudendomi prima e denigrandomi poi. Fossi cresciuto su un’isola deserta composta di cattedre e banchi non lo avrei mai incontrato, e allora penso a cosa me ne sarei fatto di un amico come Dante o come il Manzoni?
    Chi avrebbe avuto il coraggio di prendermi per il bavero e cappottarmi, non certo uno che si inventa un personaggio scontato quanto un prete che non adempie ai suoi compiti, o un altro che parla di inferno paradiso e purgatorio quando fuori ad attendermi c’è ben di peggio tutte le mattine.
    Mi son così goduto il mio inferno, da cui non riesco a uscire se non per ripetere gli stessi errori ai quali ormai sono affezionato più che al ricordo di chi non c’è più. Mi chiamano artista, ma di questa ideologia di persone sono uno degli ultimi della lista, propago dolore e speranza con la stessa dose con la quale un chimico prepara il farmaco che ti fa star così bene da non poterne fare più senza. Quando mi prendono slanci è perché colo a picco, e dire che tutti pensano che io dentro sia molto, troppo, ricco. Il non saper riempire i miei vuoti mi ha trascinato fino a me, tanto da farmi perdere fede e stima. No, non ho bisogno di un preventivo per ricostruirmi, e non esiste impresa che possa ai miei occhi riabilitarmi. Sono pietra, e per quanto preziosa tu mi possa vedere, sono pietra. E bene che mi vada sarò indossato, seppur per indole preferirei fare mucchio di solitudine in qualche fondale di affluente, così da esser umido e cocente a seconda delle più umane esigenze. Ogni mio respiro è un atto di cospirazione contro me stesso, ora mi alzo da questo letto e mi dirigo dritto dritto al cesso. Troverò ad attendermi lo specchio che non mi guarda più. Mi ha lasciato solo pure lui. Mi sono allontanato troppo dal prossimo per potermi sentire vicino a me stesso. Eh Friedrich, tu ascolti, mi guardi e non ti esprimi, e se ti contraddico basta una sola riga e mi deprimi, mi reprimi, mi costringi, mi comprimi, mi sveli, mi riveli. Forse mi vuoi bene?

     
  • 26 agosto 2011 alle ore 12:25
    L'Ernesto

    Come comincia: L’Ernesto a quarant’anni si sentiva ancora figlio, non per causa della sindrome da contrabbasso, dato che superava il metro e ottanta e non portava tacchi. Pesava 104 kg. «E per fortuna che ho il cervello fino» ripeteva sorridente a chi lo scherzava del
    suo peso, ma, se la matta non pescava, incupito lui esclamava: «Fino a dove non lo so.» Cervello intermittente e sciatalgia divampante, a lui piaceva essere figlio, di nessuno, essendo i suoi creatori “volati in cielo troppo presto”, come lui amava dire a chi gli chiedesse la giustificazione. Eppure l’Ernesto non aveva mai volato, nemmeno i
    suoi sogni sapevan decollare. Sogni pulcini, reminiscenza di quando veniva costretto a fare il dodicesimo. Ma all’Ernesto andava bene lo stesso e ripeteva a chi petava: «Ma sì, siam tutti figli di Dio». Tra i suoi amici non c’era un Riccardo, forse per questo motivo non aveva un cuore di leone, e le stecche le prendeva solo nel soffiare dentro a un flauto, senza lenza, che nemmeno di pescare era capace e si rammaricava di non aver mai vinto nessun premio alle lotterie di paese, sostenendo che lo fregava l’ora, perché le estrazioni avvenivano di sera e lui non possedeva la cultura dei giornali. Tra gli amici c’era chi lo prendeva anche sul serio, ma senza Orio visto che l’Ernesto non volava, per via di quel nome un po’ infelice, peggio di una cicatrice. Così che tutti lo rincuoravano felinamente, pensando sarebbe stato ancor più devastante si fosse chiamato Felice, come quel Pulici Paolino il goleador del ri grande Torino, di cui teneva a distanza di tre decadi una fotografia sul comodino. L’Ernesto nella vita non aveva combinato nulla per quattordicimilaseicento giorni, aveva gli occhi spenti e le luci dei fanali sempre accese. Aveva smesso di fumare perché il catarro non riusciva a digerire. Si divertivano gli amici a proporre lui una bionda, ma lui abbassando gli occhi rinnegava quel passato, ammirandosi, così facendo, le macchie di pomodoro sulla
    maglietta non stirata. «Io quella roba lì la fumavo da bambino per sentirmi un po’più grande, ora che son grande vorrei tornar bambino e non posso certo dire che ci guadagnai nel cambio, che i rapporti saltano sempre proprio in vista dell’ultima salita.» Le donne le guardava e portava anche rispetto, ma non sapeva cosa stessero poi a
    significare di preciso. Sì le donne fanno fare i figli, anche a un uomo circonciso, “ma a chi è figlio cosa importa?” lui pensava. Li aveva festeggiati lo stesso i compleanni, in compagnia della sua torta. L’Ernesto ricordava di una donna, e tornava con la mente a quando spendeva la sua vita, pur senza averci un soldo da investire, per comprarsi almeno il sorriso dell’amica sua più amata. La aspettava tutti i giorni all’uscita della scuola e non si capacitava che lei ci avesse sempre mal di gola e ancor oggi quando la pensava non riusciva a vederla per ciò che veramente era. Il suo esser taciturno lo escludeva dai giochi di Oratorio, frequentato solo per vedere lei cantare quando si riuniva la corale, e tra tutte quelle voci lui ne udiva solo una, che lo accompagnava nel ritorno verso casa, e sognava sol di amarla, ma neppure nei pensieri immaginava di baciarla. L’Ernesto proprio non sapeva come si facesse a dare un bacio, se non per quella pubblicità della televisione dove poi in fondo più del bacio pareva contassero solo le parole, quelle che egli non sapeva dire. Si vantava poi l’Ernesto, di aver preso parte a tutte le elezioni, «perché a scuola ero un somaro» proclamava, professando la
    sua fede per l’uomo dalla pipa sempre spenta, che troppo presto lo lasciò, in balia di garofani acerbi già marciti. Di consigli l’Ernesto ne aveva il frigo pieno, nessun ortolano poteva dire di averlo conosciuto, mentre il macellaio del paese, grazie a lui, sfoggiava ogni mese scarpe nuove. Nelle Domeniche di pioggia l’Ernesto preferiva stare in casa, a Natale e a Pasqua era solito far visita a una vecchia zia zitella, in campagna, che ci aveva galline buone per il brodo, la qual zia non disdegnava, alla sua età, di lanciare i dadi verso i cirri, che le gocce cadevano però solo da un altezza che per l’Ernesto era troppo bassa per capire. Il luogo che l’Ernesto preferiva frequentare era la pasticceria,
    sita nella zona del paese ed è lì che quel bimbo mai cresciuto visse il giorno assai diverso da tutti gli altri che lo avevano preceduto. Otello il pasticciere, soprannominato “palo”, avendo speso quasi tutti i suoi guadagni all’Arcoveggio, in piedi sulla linea
    dell’arrivo a ingoiare rospi molto amari, più di quelli che schiacciava col suo peso nelle notti in cui rincasava attraversando il suo giardino, per non farsi sentire dalla moglie, che neppure lo ascoltava, ormai persa a sognare un'altra vita, nella quale il dolce fosse solo l’ultimo delle sue voglie. Era un uomo mite, più bravo con le mani che col sedere e quel giorno, dopo un mese di vacanza su in collina, trascorso a depurarsi il sangue dalle scorie dei nitriti che facevano sobbalzare perfino le secche acque del Savio, era pronto a riprendere a sfornare le leccornie per le quali si faceva rispettare da tutti i golosi dei dintorni. Golosi che venivano anche da fuori del paese a fare colazione la mattina e a comprare cabaret farciti, di mancanze e scuse mute, nei giorni eletti a festa, quando tutti hanno una casa dove andare a trascorrere le ore più sole, anche se piove o c’è la nebbia. Quel mattino come ogni Uno Settembre fu l’Ernesto il primo dei
    clienti, anche se aveva una Punto, che il sole ancora non aveva asciugato l’umidità dei sellini delle bici parcheggiate fuori nei cortili, o lasciate incatenate a un palo della luce, che le bici poi non pensano al suicidio, stanno bene anche da sole e la ruggine per farle diventare vecchie ci mette solo il tempo che ci vuole, niente più niente di meno, e poi loro hanno buona educazione, non calpestano le aiuole. Aveste visto la faccia dell’Ernesto nel trovarsi innanzi a quel bancone, tutto crema e zabaione, con sfumature di cioccolato, c’era pure un panpepato, e l’odore del caffè era simil a un canto di sirena, all’Ernesto poi piaceva con la schiuma e un po’ di latte, ma non era proprio un cappuccino, era come i baci della mamma ricevuti da piccino e che tanto gli mancavano non avendo mai sostituito loro con qualsiasi altro additivo. Ma le sirene quel mattino le udì davvero, intonarono un buongiorno molto roco, quasi porno, e il caffelatte, che di solito rendeva lui il palato un po’ scottato, cascò giù tutto in un colpo e si sentì ghiacciato.
    «Mi presento son la Rosa, la maestra del paese, sono nuova qui del posto, arrivata a Ferragosto, quando tutti erano in ferie, a visitare un altro posto. Ho già preso le misure così quando inizierà la scuola sarò pronta e preparata e forse meno sola.» La
    Rosa era una donna che non si capiva bene quanti capelli avesse, parevano incollati e lasciavano cadere due treccine lunghe come redini, che il corpo che ci aveva le faceva prender forma di un calesse. Otello le sorrise e la invitò a servirsi, le porse un vassoio chiamandolo piattino, aveva già intuito che non si sarebbe saziata con un classico panino. Lì l’Ernesto, a quella vista buona, perse l’equilibrio, si appoggiò a una colonna che a stento resistette al suo sospiro, non aveva visto nulla di più bello in vi-
    ta sua e fattosi coraggio si presentò: «Buongiorno signora, io mi chiamo l’Ernesto e oggi è un giorno speciale per me che non so poi mica bene come posso farmi spiegare, cioè, io non so se c’ha presente quando si diventa tutti rossi e si vorrebbe scomparire, ma poi ci si ritrova che per la prima volta ti rendi conto che hai qualcosa da dire.» La Rosa, seduta sulla sedia che a stento conteneva le sue grazie, che dovevano essere almeno quattro, gli sorrise coi suoi denti bianco paglierino, aveva gli occhi buoni e le gote rosso brina, che tutte quelle paste in attesa di essere ingoiate non parevano così belle, dicendo in coro un po’ scocciate: «Ah che peccato non poter esser prima masticate.» «Si accomodi signor Ernesto, la mi faccia compagnia, o devo anticipare il suo nome con un titolo, chessò... Vossignoria?» «No signora maestra, non ho titoli di coda, anche se, per la prima volta in vita mia, me ne sento una.» E così parlarono quasi tre ore fitti, fitti, che occupavano lo spazio di tre tavolini. Da soli erano un ricevimento, lei sorrise quattro cinque anche sei volte, mentre l’Ernesto le parlava dei suoi trascorsi di bambino avvenuti anni fa e giorni prima. Si levarono dalle sedie, che quasi li incastravano, che il mattino era già adulto. Lui da gran signore le offrì la colazione, inaugurando il libretto degli assegni che giaceva impolverato nella tasca interna del gilet domenicale. La storia parve subito una cosa seria, che l’Otello all’ora del caffè, dopo mangiato, raccontava a tutti ci sarebbe stato un seguito: «Ho sentito la invitava a passeggiare lungo il viale, all’ora in cui il sole lascia il sud per dirigersi verso ovest, munitevi di bussola e non fatevi scappare l’occasione, poi mi raccontate tut-
    to eh! Devo essere informato, ma stasera c’ho le corse dei cavalli, la mia più grande tentazione.» E così dicendo accennò un diniego, ma sapeva che quello delle corse dei cavalli era il suo vero impiego, per niente al mondo avrebbe rinunciato alle riunioni, il forno per lui era diventato solo lo sfogo alle proprie frustrazioni. Ma tutti pensarono a una burla dell’Otello, che non era mai furioso, e neppure un po’ geloso, il suo Iago apparendo lo avrebbe anzi salvato, da ciò che lui non avrebbe mai osato: togliersi la fede e andarsela a giocare. Così quel pomeriggio che non era neanche troppo caldo l’Ernesto si vestì di tutto punto, ma andò a piedi perché non aveva esagerato nel voler esser troppo cavaliere e poi lui a quel Berlusconi, di cui sentiva sempre parlar male in ogni luogo, non voleva certo somigliare. Si incontrarono all’ombra di un olmo, cresciuto a dismisura in pochi anni, come lui. Rosa indossava una camicia color vino rosso
    ribaltato su tovaglia bianca, e pantaloni color traccia rimasta su tazzina di caffè non lavata bene, le sue trecce si eran sciolte e i tacchi che al mattino non aveva la facevan lievitare, al che L’Ernesto per un istante vacillò riflettendo: «Sarà mica quella Rosa della torta alla televisione? Ah no, ma quella faceva Rosa di cognome e Maria di nome...» Sollevato, ma anche un po’ dispiaciuto non fosse lei, guardandola nei seni
    esclamò: «Sei uno splendore», estraendo il meglio dal proprio dizionario di parole, e si rammaricò per un istante di non aver mai imparato quelle incise sulle carte dei cioccolatini . Bastò il sorriso di lei a scacciare il pensiero, anche perché nessun siciliano oscurava il loro orizzonte. Lei lo prese sotto braccio, gli arrivava fino al petto, e cominciò a parlare della propria vita e di tutto ciò che aveva fatto, per fortuna risparmiò lui ciò che aveva detto in quel passato già mangiato, e sempre attorniato da olive, acciughe, capperi, basilico e costolette di castrato. A vederli camminare, una a fianco delle ginocchia dell’altro, non parevan due novizi, sembrava avessero già fatto quel sentiero che conduce al cimitero mille volte, invece era la prima, e neppure ave-
    vano fatto mai le prove, che i cancelli a quell’ora sono ancora aperti e c’è gente che li supera e li incrocia, li incontra ma non saluta. Anche il gatto che fingeva di dormire lungo il fosso a quei due ha buttato l’occhio, ma appurato non avevano con sé il cestino del pic nic li aveva liquidati con un flebile tic tic, dei suoi occhi gialli. E per fortuna che non c’eran pappagalli, perché l’Ernesto era sì cicciottello, ma modesto, lo dimostrano queste pagine di vita senza grandi picchi, solo gazze nel suo cie-
    lo. Siamo giunti alla fine del racconto, essendo ormai arrivati al cimitero e alla fine del racconto ti aspetti che io ti narri come fu il loro e suo primo bacio. E ti piacerebbe sapere se fu anche l’ultimo, o se fu talmente bello da risultare come i maccheroni sotto al cacio... Beh, chiudi gli occhi e prova a immaginare come fu il tuo primo bacio, poi moltiplicalo per tutti i giorni nei quali l’Ernesto lo ha aspettato. La morale? Sai, non è che chiedi troppo? Non esiste la morale e non c’è favola più appagante di un bacio ricevuto. Semplicemente ad ogni bacio corrisponde una rinascita.

     

     
  • 17 agosto 2011 alle ore 19:19
    Titino

    Come comincia: Oggi è il giorno in cui devo partire, son stato bene se penso allo sguardo forte di chi sapeva entrami negli occhi, ma arriva per tutti il giorno in cui bisogna partire. A chi mi ha accudito e mi chiedeva dove fosse il mio amore, rispondevo è lontano, ha da arrivare, e l'ho atteso ad ogni alba nei ricordi di cucciolo, donando quel poco che avevo da dare a chi sapeva farsi capire. Oggi che il giorno è arrivato, non mi lamento, non voglio andar via sepolto da lacrime, voglio vivere in chi mi ha salvato la vita, e illuminarmi ad ogni albeggiar di stelle portando qualcosa, di tutti quelli che mi hanno donato un sorriso, con me. In un posto lontano ero diventato un pensiero, ora che son già partito lo so, non ce nè stato il tempo, come per tutte le cose da vivere ne ho avuto poco, troppo poco. In cielo mi chiameranno "un sorriso e una lacrima" quel sorriso e quella lacrima che strappai a un uomo solo che aveva sentito parlare di me. Sappia quell'uomo che piovendo ho sempre fatto splendere il sole negli occhi di chi ha avuto la fortuna di vedermi almeno una volta. Mi chiamo Titino, e non so perchè son dovuto partire, in un giorno dove tutti pensano al mare, ma chiedo a chi mi ha voluto bene di non avere nessun rimpianto, un sorriso e una lacrima posson bastare a elevarmi, aiutandomi ad attraversare il ponte dell'arcobaleno, dove ad attendermi qualcuno ci sarà. Io vi aspetto qui.

     
  • 09 giugno 2011 alle ore 20:01
    Diario di un uomo e del suo piccolo cuore

    Come comincia: RENAZZO 22 MAGGIO 2009
    Arriva l'estate e dovrei salutare, dire le solite cose, che non sono capace. Io so fare ad apparire o a scomparire, non ho mezze misure, non ho nulla da offrire, niente parole per stupire, non ho sogni da trasformare, ho solo voglia di andare nel niente dove c'è tutto ciò che è importante. Ho bisogno di tacere, come una cantina chiusa che attende lo sfiorire della vigna per farsi più profumata e attraente; e non esser più quell'umido fresco che ammuffisce i ricordi, bugiarda sensazione di stare bene.
    Avrò impronte addolcite da bambini che giocano ad essere meno grandi di quello che sono, in fondo occupo solo più spazio di allora, forse per questo cerco l'acqua del mare, che tutto si inghiotte mentre sembra dare. Ho sentito un profumo provenire da oltre quelle pianure, che tutte le genti, le case, le strade, parevano emanare, sarà quella la strada? Sarà quello il mio mare? Ho vestito persone di sogni che mi hanno ignorato, avevano un sangue diverso, non sapevano tremare, come faccio io quando le sento arrivare. E non è mai troppo presto, e non è mai troppo tardi per scoprirsi diversi o migliori, è, che se resti sospeso, la speranza sta muta. Ho sentito quel fiato in un colpo di vento e ne ho visto il brivido, specchiandomi nel ricordo di chi mi ha sorriso anche solo una volta, anche di chi, sciocca e feroce come l'estate , camminando, ridendo spalle al sole, il suo dolore tace.
    E’ inesorabile il male quando sai da dove proviene ma non lo vedi apparire, solo i suoi occhi dicono il vero, tutto il resto è speranza, o soltanto egoismo.

    LIDO DI DANTE 13 GIUGNO 2009

    Anche oggi le solite parole di tutte le mattine non diverse, quel tronco è ancora lì, senza posto definito ma immobile, come me, lei si va deformando, la sua brutta compagnia pare inesorabile, appare scheletrica, mi guarda, forse neppure mi vede più.
    Fatica persino a trovare l'acqua, per fortuna che è l'acqua a trovare lei. Oleandri in festa, canne che puntano dritto, verso un cielo coperto di nuvole taroccate, sedici giorni che non mi lavo eppure nessuno lo nota, odore di pini in questo luogo senza perché, qui non trovi nulla neppure se scavi, evita dunque fatica e mettiti a guardare come fanno tutti.

    Per chi non vuol sentire c'è il grecale, abile e scaltro, soffia con foga abusando di ogni feritoia ; qui la paura di esistere si dimentica di quelli come me. La capanna fatta coi legni portati dal mare protegge il mio piccolo cuore che solo all’ora della risacca si affaccia curiosa, chissà quanto male deve patire, ma fa finta di nulla, cammina a fatica, ma sa dove andare, vorrei che seguirla per sempre potesse essere il mio unico mestiere.
    A quest’ora il mare, dopo avermi a lungo ascoltato, mi parla. Mi fissa dritto negli occhi, sussurra che sto diventando mio padre. A me non piaceva mio padre, ma ora capisco il senso di quel televisore sempre acceso.

    VERNASCA 26 LUGLIO 2009
    Sono seduto su una panca di passaggio al belvedere dell'Antica Pieve, voci di cicale intente a dialogare, cosa avranno da dirsi non so, dovrei volare per capire le intenzioni del vento.
    Mi colpisce alle spalle un raggio di sole, imbevuto di freddo, come un suono di campane; da qui, ora, vedo l' Emilia al risveglio, da qui, stanotte, ho visto una stella lasciarsi cadere, in assenza di vento, lei che sta in cielo non sapeva volare, e mi sono aggrappato al pensiero che tutti gli inizi han da finire. Rilasciando un sorriso bagnato nel vedere la stella cadere, mi è scoppiato dentro un principio di incendio, erogato da un desiderio; ho chiesto che il suo piccolo cuore si spenga da solo come fanno le stelle nel cielo, che decidono loro quando è ora di andare, di lasciarsi cadere, di avere una fine dignitosa e composta, hanno dato la luce, che decidano loro quando è ora di basta. E si spenga magari di notte quel piccolo cuore, più grande del mare, più caldo del sole, e che corra felice in quel sonno infinito, su di un prato verde contornato da fiori di tutti i colori, e un ruscello di acqua corrente che la disseti all'ombra di querce giganti, annegandoci dentro tutti i miei postumi e sciocchi rimpianti.
    Qui, al belvedere, la sento in ogni rumore, è lei la foglia che cade, è lei il respiro di un fruscio del ramo, è lei il cauto percorso di una lucertola, ma ci sono solo io qui, e mi chiedo se sia lei a morire o non sia io ad avere una umana crisi di assenza.
    Io mi sento così, come tutte le cose che non portano a niente
    come un uccello che vorrebbe salpare,
    come un natante che vorrebbe volare,
    come il passato presente di un giorno
    in cui deve succedere tutto e non succede mai niente,
    come aceto di vino rovesciato sui frutti più dolci.
    Come è amaro il mattino,coi suoi occhi lontani,
    quel piccolo cuore che batte al cospetto dell'angelo biondo, che seppe incantarla in un giorno di maggio, quando tutte le foglie parevano felici, e in tutte le sere c'era la voglia di tornarsene a casa.
    Ora quell'angelo biondo tutto bellezza e coraggio, le sta leggendo il libro più bello, quello più saggio, quello che Candy conosce a memoria, perché  è stata la sua essenza a far si che la vita di un cane meticcio diventerà storia.
    Il passo dell'uomo col cane è un passo diverso, è il passo di un padre, che da bambino si è perso, e impara a gustarsi ogni momento sia fatto di gioia o di silenzio.
    La sua luce che affievolisce mi riempie del suo splendore, ho paura ma è lei che trema, piango ma è lei che soffre, non esiste giustizia a questo mondo, e quel piccolo cuore che ancora batte lo dimostra.

    RENAZZO 27 luglio 2009

    Alle ore 15,02 il piccolo cuore si è spento.
    Ora riposa dentro la cesta nel suo giardino, a sud ovest,
    con lo sguardo rivolto a sud-est, un telo turchese ,il suo e mio preferito, le fa da cornice.
    Ha gli occhi più belli che io abbia mai visto, le unghie tagliate e il pelo corto e profumato di borotalco. Nella sua nuova casa gli amici di sempre: la gattina Giusy e il somarino Gianni, una copia di un libro scritto per lei, un osso fatto di corda, il suo cappellino di jeans per le lunghe passeggiate nel cestino della bici che l'angelo biondo le costruì con amore e dedizione, il suo papillon rosso, ed il cuscino a forma di osso, altri doni d'amore dell'angelo biondo.

    MARINA DI RAVENNA 27 AGOSTO 2009
    Su un calendario arido di appuntamenti giace la scritta : ore 18.00 filaria. Vorrei scavare,per venirti a cercare, oggi è un giorno così, di stanca estate, estate che pare essere già finita, o che forse, non è mai incominciata. Ti ho adagiata in basso, eppure ti cerco sempre più in alto, dove ti sei elevata, dove certi giorni come oggi non ci arrivo. Mi mancano i tuoi occhi attenti, che premevano sul mio cuore, senza fare male. Mi mancano le nostre passeggiate, ora sono un uomo pigro, che siede al fianco della tua presenza, ti cerco perché di te non posso fare comunque senza, e ti parlo ancora, come ti parlavo in quei giorni di Giugno, soffocanti, dimagranti, pian piano ti rimpicciolivi, divorata dalla brutta malattia, che pareva non avere pietà del tuo corpo e del mio egoismo.
    Mi mancano i tuoi sospironi, quelli che includevano lo stirare le zampe fino a raggiungermi, fino a lasciarmi il segno. Mi manca la tua voglia di giocare, che era anche la mia, e che ora non ho più. Mi manca la tua voce,quella che imitavo e che tu sapevi essere tua, anche noi così come gli umani avevamo i nostri piccoli segreti da dividere, così come ci dividevamo il pranzo. Mi manca la tua compagnia, quell'essere al mio fianco come un tutore, accompagnarmi nei miei lunghi viaggi, o nelle mie lunghe attese, sempre con la voglia di rivederti, di stringerti, di respirarti, di spazzolarti, di svegliarmi la notte per venirti a cercare, per sentirti stare bene. Mi manca una parte di me che mi pare di aver perduto, o forse non ho mai avuto, tu che hai saputo donarmi perfino l'arte del pianto, quanto sale che ho perduto in questa estate che ancora deve cominciare. Mi manca la tua complicità, il tuo conoscere le mie intenzioni, non so più dove andare, non saprei neppure pronosticarmi un futuro. Io che vivo senza passato, mi ritrovo fermo immobile a guardare il cielo, dimostrando un attaccamento simbiotico, l'esatto contrario di ciò che tu mi hai insegnato. Sto diventando schiavo, parlo poco, non eccedo, smetterò di viaggiare perché senza la tua gioia niente mi emoziona più. Ho vissuto di ciò che adoravo, ma non so se sono mai stato capace di amare ciò che adoravo, non dovresti mancarmi, non dovrei mancarmi, io non ci sono più, non mi trovo, non ho più la certezza dell'incertezza del domani. Non ho più voglia,se non di scavare.

    CENTO 1 APRILE 2010

    Negli anni scorsi il primo di Aprile è sempre stato un giorno di festa.
    C ‘hai presente la torta con le candeline, le foto, il battere le mani, i baci baci, e tutto ciò che è festa? La torta era rigorosamente al cioccolato che mangiavamo noi, e alla crema che mangiava lei, la panna montata la dividevamo in parti uguali.
    Le candeline erano azzurre, a volte rosse, ogni anno sempre una in più, e per contenerle tutte avevamo patteggiato di fare ogni anno una torta più grande. Ricordo che l'ultimo primo aprile però, non venne mangiata tutta, e io spalleggiando il tuo non entusiasmo ti dissi : "il prossimo primo Aprile cambieremo pasticcere, faremo una torta di pesce, tutta sogliola e sarago", in fondo è o non è il giorno del pesce d'Aprile? “. Non volevo vedere ma sapevo che quello sarebbe stato l'ultimo primo d'aprile.
    Oggi è il “primo” primo aprile che non festeggio, e che passo da solo dopo tanto tempo, che poi almeno un gelato lo avrei potuto mangiare e la giornata non è finita, magari tra un po' sulla strada di casa potrei anche fermarmi, ma non lo so, chi lo può sapere? E’ che oggi dopo tanti anni non ho battuto le mani, non ho dato baci baci, niente foto se non a qualche stupido oggetto, niente festa. Mi sovviene, ora, che preparai una torta lo scorso autunno, proprio pensando a questo giorno, torta fatta con le mie mani.  Una torta di terra e terriccio, impastata poi con acqua e neve, dal profumo buono di primavera, e come candeline svettano germogli di tulipani, sotterrati a cinque centimetri, ormai pronti a sbocciare. E’ che speravo almeno uno sbocciasse oggi, noi bambini siamo così, ingenui, forse stupidi, pensiamo sempre alla cosa più bella, che anche quando tutto va male, pensiamo alla cosa che va meno male. Non è sbocciato il tulipano, ma son tutti lì pronti a farlo, e sapendoti pigra magari aspetterai ancora un poco a farti vedere coi nuovi colori. E’ sbocciato soltanto un bellissimo narciso giallo, che fa da cornice alla torta di terra, e poco importa se poi nel pomeriggio è piovuto. Perché oggi è piovuto col sole, come fosse un giorno di Marzo,  ma è pur sempre e per sempre il primo d'Aprile.

     
  • 25 febbraio 2011 alle ore 14:27
    Lettera di Dark I° imperatore delle isole Tremiti.

    Come comincia: Stasera ho trovato un riparo da questo vento che da tre giorni percuote il mio pelo arruffato e sporco. Non mi vogliono in casa  perchè puzzo come un animale maltenuto e, ora che poco o nulla ci vedo e più ci sento, nemmeno riconosco chi m'ingiuria se non dall'ombra della quale è vestito. Ho trovato un piccolo arbusto spezzato che incide la terra e quasi quasi mi viene da scrivere una memoria, che i giorni passano lenti, nemmeno la tramontana accelera il loro corso. Oggi con l'aiuto di un pallido sole ho ripercorso il sentiero, dove ho lasciato il mio cuore, che conduce ai Benedettini. Ho confuso il rumore di un mare nervoso col suono di quella canzone. Ricordo era, la fine di Giugno dell’anno 1997, uno degli anni più aridi climaticamente parlando. Era una di quelle sere dove il buio non arriva mai, dove sei pasto per le zanzare se ti attardi sugli scogli in attesa del precipitare di un sole che pare si muova in sincronia.  Eravamo lì a pescare dallo scoglio personale di Luca, scoglio a senso unico, quasi fosse uno specchio. Luca, Angela ed io  facevamo parte dell'arredamento di quell'insenatura che sta tra la cala degli Inglesi e la cala dei Benedettini. Io ero solito stendermi a fianco della sua canna,  pronto a disturbarlo proprio ogni volta che non se lo aspettava e lui subito pronto a sgridarmi con tono di scuse, quell’uomo silenzioso che parla a rate, più carezze che parole ho ricevuto da lui negli attimi di vita vissuta assieme. Quella sera di fine Giugno la ricordo come fosse adesso, fu un incanto. Arrivò un barcone di pescatori di tonnetti, molto presenti in quel periodo, una volta ancoratisi nel pressi dell’insenatura gettarono il palancaio fin quasi a ridosso degli scogli. Quell’anno erano ormai quasi due mesi consecutivi che la sera venivamo qua, in cerca di qualche sarago,occhiata o pinderrè, -E' il posto più bello del mondo- osava ripetere Luca ogni sera, -e poi ci sei tu- mi diceva con gli occhi mentre attendeva un sussulto dal filo di bava  che nemmeno il vento riusciva a fare oscillare. Ma fu tutto diverso, quella sera di Luglio, come facessimo parte di una favola che solo io posso ora scrivere su questo lembo di terra, mai ghiaccio, spesso crepa.  Ad un tratto dal mare si udì una musica e fu  come ritrovarsi su un palco. Una canzone mai udita prima avvolgeva il tramonto, la barca, la canna, le rocce, gli odori, i colori, e le nostre anime in unico abbraccio.  Perfino io, che di musica non ne sapevo mezza, rimasi incantato ad ascoltare il mare, io, incapace di star fermo per più di uno sguardo, io, violentato ogni giorno da chi si era impossessato di me succhiandomi sangue e energia, avevo trovato la pace in quel suono a cui tutti prestavano l’anima.  Notavo l’espressione di libertà mista inquietudine sul viso di Luca, che pure lui ascoltava più il suono del filo, pareva essersi arreso alla serenità. C’era l'arancione che colava sul mare , la menta e il rosmarino sembravano uscire dalla voce di Zucchero da sentirne l’odore, e le potevi scrutare, materializzarsi su quelle rocce dove solo qualche incosciente cappero osava stabilirsi. Non si è mai più ripetuto quell'incanto, fu come l’apice di una storia d’amore che lo sai solo dopo che è stato quell’attimo ad aver ucciso tutto, a far si che dopo sia solo discesa. Ecco, se potessi scegliere, vorrei essere sepolto dove quella musica è rimasta a fare da cornice ai miei inverni che trascorro solo, in attesa di un ritorno, in attesa del caldo,  in attesa di dare e ricevere amore.  Accipicchia, sto bagnando questo foglio,  perché sono solo a ricordare, ma non il solo, lo sento. E’ che  ormai ci vedo poco  e non ho neppure più la mia casa che per stupidi litigi umani è stata sigillata in attesa di essere contesa.  Ma la mia casa, in fondo, è quest'isola, me lo ripeteva sempre anche Luca. Secca e violenta d'estate, impietosa e salata di'inverno.  Tutte le volte che Luca parte non so mai se tornerà da me, so che non mi prenderebbe mai con sé, perché il suo desiderio sarebbe restare qui,  e mi ripete che sono fortunato ad essere l'imperatore dell’isola della libertà.  Eppure qui mi prendono a calci, mi considerano una bestia piena di zecche e pulci, indegna di avvicinarsi alle case, ai cortili,agli alberghi, a quella che loro chiamano vita. Ma è tra i pini, nel loro profumo intenso di resina, è nel perdermi ad ascoltare  le cicale, è a specchiarmi immerso nell’acqua di cala matana che io mi sento vivo, come potrei mai risalire il mare e accettare di aspettare la morte su una terra ferma, arida, indifferente? E’ qui che trovo vita, è nell’attesa del suo ritorno a primavera inoltrata che mi sento vivo... Già, però mi sento ormai affaticato, non ho più il passo di quando ero felice. Strano destino, il nostro, ci hanno tolto la casa a entrambi nello stesso spazio temporale, seppure in due luoghi diversi.  Ecco , io vorrei che Luca non tornasse più qui da me, nel caso non riuscissi a passare indenne l'inverno,  vorrei mi dimenticasse e vivesse nel ricordo di questa canzone ascoltata insieme. Una canzone che mi fa piangere lacrime salate talmente dense che nemmeno colano, incollandosi ai miei occhi ormai ciechi, talmente stanchi al punto che non riesco più neppure a scrivere.
    DARK I° riposa tra la cala degli inglesi e cala tonda , sotto un campo di elicriso . A chi passerà mai di là non gli sembrerà vero di sentire nel vento il ripetersi di una musica dolce che cade giù, come una lacrima al tramonto, come gocce di luce dagli occhi, nella notte cieca, è qui che a casa mia mai ritorno.

     
  • 25 gennaio 2011 alle ore 12:36
    il colore del sangue

    Come comincia: Luca pedala accorciando gli ultimi minuti di un mattino d’estate, la strada è sempre quella, da sempre, sa di non aver  completato il lavoro quindi domani dovrà tornare a percorrerla, e in fondo questo non gli dispiace se non al pensiero che lei è lontana.
    Luca nemmeno più ricorda che da bambino aveva timore ad affrontare quella strada, perché, nel punto dove si restringe, abitava una famiglia di matti, i quali a volte risalivano il giardino fino alla strada e andavano a giocare sulla ghiaia, e avevano bastoni che parevano alberi, e Luca aveva paura, che perfino da adolescente inoltrato ci passava di rado, sebbene i matti non vi alloggiassero più, ed i pericoli si fossero trasformati in asfalto e la campagna è solo uno sbiadito ricordo in chi ha almeno 40 primavere da dimenticare.
    Non fa più caldo di tanti altri giorni, la strada ora conduce a un centro commerciale che giace appena fuori il grande paese. Il traffico è sempre elevato, quasi quanto la velocità delle auto e dei furgoni che però il sabato fanno solo da arredamento essendo diventata quella zona un insediamento artigianale, ma nulla si eleva quanto l’indifferenza delle persone.  A un certo punto nei pressi del grande deposito scorge in lontananza una figura distesa sull’asfalto, non pare niente di che dai centro metri che lo dividono da essa: -sarà un cartone- pensa distratto, sorpassato dalle ruote di un avvenente bionda al cellulare che lo accarezza col profumo, non solo dell’estate. -Ma quanto vado piano in bici, nemmeno riesco a starle dietro, cavolo quanto è bello!- . Nell’altra corsia, sdraiato su un fianco, non c’era un cartone o uno straccio, bensì un gatto, bellissimo, dal pelo lungo, all’apparenza senza nessun graffio. Pareva dormire, quei sonni belli che nessuno osa disturbare. Nel mentre lo guarda sfilano un paio di auto a velocità quasi moderata, evitano con cura l’ostacolo, poi passa perfino un suo ex datore di lavoro con la lambretta, ed anche lui evita che pare neppure si sia accorto di quell’ostacolo. E’ poi il turno di una coppia di ragazzi a passeggio  in bicicletta, loro con classe lo evitano passandoci di fianco,uno da una parte lei dall’altra, e arriva così un'auto che suona il clacson con rimprovero, poichè la ragazza nel suo fare si ritrova in mezzo alla strada. Luca è immobile sull’altro lato della strada, pare non voglia capire cosa è successo e soprattutto rimane inebetito da quel via e vai indifferente, ne rimane talmente coinvolto da tutta quell’indifferenza che quasi quasi riparte,una, due, tre pedalate e l’istinto lo porta a fare inversione. Ora la creatura è di fronte a lui, tutti e due immobili, mentre si susseguono automobili e passanti su due ruote. All’improvviso Luca si sveglia da quel torpore ansimante del via vai, scende dalla bicicletta e la poggia in strada a protezione della meravigliosa creatura. Si avvicina quasi con sospetto, è troppo bello il micio per credere a qualcosa di brutto, -e se lo tocco e si sveglia e mi graffia?- pensò tra se e se, ma ecco che un suono terribile di un clacson più agitato dell’autista di quel mezzo lo riporta alla realtà, il vento poi aveva smorzato le parole provenienti dal mezzo ed era risuonato nell’aria solo un …ficiente che chissà che si è portato con se quel vento di agosto così discreto nel suo soffiare…Luca ora si china ad ammirare tutta la bellezza della natura e spontaneamente accarezza sulla testa il micio, nel fare la testa si muove leggermente facendo uscire dalla bocca semichiusa, dalla quale si notano solo gli incisivi, un rigolo di sangue; un sangue di un colore bellissimo, regale, che al suo muoverlo sgorga impetuoso per finire la sua cascata sull’asfalto, caldo,ma non torrido.
    Luca non sapeva di esser capace di fare un dispetto alla morte, temeva i defunti, che perfino con suo papà fece fatica a fare una carezza come ultimo saluto,  poi l’aver vissuto la fase terminale del suo cane a tuttotondo fece nascere in lui quella serena accettazione dell’essere parte di qualcosa, di quell’energia che non muore e e si espande se tu la vivi.
    Tentò di sollevarlo facendo il più attenzione possibile, e capì subito che nella botta subita allo splendido micio si era spezzato l’osso del collo, ed era successo da pochi minuti poiché era morbido, di una morbidezza che Luca non voleva più staccarsi da lui, e a fatica lo depose sul ciglio della strada, e lo coprì con i depliant pubblicitari tolti il mattino dalla cassetta postale ed appoggiati nel cestino della bicicletta. Prima di coprirlo lo accarezzò ancora, e accarezzandolo cercava di capire se il cuore ancora battesse,dato che l’impatto con l’umanità non era successo da tanto,  quasi sperava in un repentino graffio con tanto di soffio e coda ingrossata, ma non fu così.
    Una volta coperto, il micio pareva pubblicizzare detersivi e stendini per la biancheria,il prezzo più basso recitava l’occhiello del depliant, già, il prezzo più basso giaceva su chi  aveva pagato il prezzo più alto… Oltre alla striscia di sangue che accompagnava il suo ultimo tragitto si potevano scorgere alcune gocce di sudore, e una,forse due, lacrime.
    Luca tolse la bicicletta, con fare lento, ma di una lentezza bella, non indisponente, che infatti tutte le auto passavano lente anche loro, e nessun passante a due ruote in quei pochi minuti pedalò in quegli spazi. Ora non restava che una cosa da fare, la più difficile, dolorosa.
    La villa datata che sorge a fianco del grande deposito aveva le finestre spalancate al piano di sopra e pareva sigillata da un ufficiale giudiziario al piano terra, Luca dopo aver premuto il campanello una prima volta e non aver ricevuto risposta, contrariamente alla sua indole suonò una seconda volta, e dopo qualche interminabile secondo ecco affacciarsi una signora anziana, forse 80 anni, forse di più; la signora dice qualcosa ma Luca non può sentire, il rumore della strada è infernale in quell’istante, la strada ora è pulita,perché quel sangue che l’ha verniciata è sangue pulito, e il sudore e le lacrime sono invisibili ai più. Avendo intuito che Luca non poteva sentire, la signora fa un gesto inconcepibile ma scambiato da Luca come positivo, per cui si appoggia all’ombra di un acero e aspetta. Dopo 3-4 minuti, ma forse 2, ecco arrivare una signora vestita da sabato mattina passato in casa a pulire, va incontro a Luca con fare annoiato, ma per poterlo sentire parlare deve fare tutto il sentiero che va dalla porta di casa al cancello. -Buongiorno- dice lui quasi a scusarsi di aver disturbato. –chi cerca? Sono tutti in ferie fino al 30 non trova nessuno-risponde lei con un fare poco pratico di avere relazione con il mondo esterno. - No signora è che le volevo chiedere, cioè,  io passo di qua spesso, e volevo chiederle se lei ha un gatto, tipo tigrato, ma col pelo lungo, magro tenuto bene, bellissimo e morbido- ;  -nooo- disse lei. – Guardi sarà a settanta metri da qui, se vuole lo vado prendere e glielo porto- . Sembrava che Luca non volesse staccarsi da quella creatura, come se avesse il timore che qualcuno potesse fargli ancora del male. – Vado a prendere un qualcosa per metterlo dentro e arrivo- esclamò la signora improvvisamente distaccata, in fondo non aveva ancora realizzato, e Luca pensò che lei in cuor suo sperasse che la creatura distesa su un fianco sul ciglio di una strada in un mattino di fine estate non fosse la sua. Dopo qualche minuto la signora arrivò con uno scatolone e un paio di guanti di gomma neri, uscì sulla strada e tutti e due si incamminarono verso la sagoma distesa,il vento aveva sollevato un depliant e arrivati a circa 20 metri lei esclamò!  -E' lui,è il mio- . Luca immediatamente le prese la scatola dalle mani e si avviò con passo veloce, quasi a voler non far vedere alla signora, ma una volta arrivato lì non potè fare a meno ancora una volta di accarezzarlo. -Che senso ha accarezzare una creatura senza vita?- si chiedeva tra se e se, -e se non è morto?- proferì la signora con una lucidità folle. –Non so, se vuole lo porto dal veterinario-, -posso toccarlo? Chiese la signora a Luca,quasi come se fosse lui il proprietario di cotanta bellezza. –Certo,è morbido morbido accennò lui sorridendo-, - è successo da poco- disse lei, - sa cosa faccio lo tengo qui dentro un paio d’ore prima di seppellirlo, che magari si sveglia, sa ne ho tre di gatti, ero arrivata ad averne dieci, li abbandonano qui nel deposito, li trovo in mezzo a tutto il materiale, una volta mi lasciarono anche sei cuccioli di cane, che ora son rimasti in due- .Aveva bisogno di parlare, non aveva ancora bene realizzato,ma il suo dispiacere era dignitoso, da chi ama gli animali, e li lascia liberi di scegliersi il proprio destino. In fondo l’attaccamento è solo egoismo e incapacità di accettare la vita…..-E’ stato molto gentile,non so come ringraziarla- -mi faccia un bel sorriso signora, magari non adesso,ma quando passerò davanti al suo cancello, passo spesso di qua,si vede che dovrò recuperare per tutte le volte che da bambino evitavo-. La signora, con lo sguardo perso dentro lo scatolone immobile, forse nemmeno sente ciò che Luca dice, ma accenna un sorriso al saluto di lui, che sale in sella e accompagnato da qualche lacrima si allontana da quella chiazza di asfalto, morbida, morbida, rosso porpora.

     
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  • La vera meta è il viaggio, la vera casa è la strada. Conoscevo un angelo è il terzogenito di Guido Mattioni, scrittore prezioso quanto la punteggiatura, che tra l’altro utilizza con padronanza assoluta, una storia ambientata nel vetusto angolo del cuore di un’America che oramai la si può trovare solo sbagliando strada, l’America degli obsoleti Diner, dei motel privi di wi-fi e pay tv, del menù sempre diverso per ogni uguale giorno. Protagonista è Howard Johnson, aka il rosso, il quale narra in prima persona la storia della propria vita di apolide, dall’infanzia trascorsa assieme ai genitori fino alla totale consapevolezza di sentirsi un miracolato, contornato da angeli più o meno atipici, i quali vengono descritti dal “rosso” con la dovuta eleganza e la piena facoltà di conoscenza dei luoghi che va riconosciuta al Mattioni. Howard Johnson racconta della sua allucinazione affettiva, di quel essere affascinato fin da bambino dalla ricerca del “prossimo tuo”, benevolmente contagiato da due genitori che lo renderanno epigono per scelta, racconta del suo rapporto con la scuola e della sua inclinazione ad eleggere il sogno come materia preferita, della sua prima volta con la morbida Zelda, degli occhi di Margie, capaci di leggere soltanto gli occhi delle persone, del vecchio Johnatan e di quel suo profumo emanato di sciroppo d’acero, una marmellata d’anime con un unico comune denominatore: gli odori. “Ci sono un sacco di informazioni negli odori” cita Mattioni, e chi ha letto i suoi precedenti lavori, “ Ascoltavo le maree” e “ Soltanto il cielo non ha confini”, non rimarrà stupito di ritrovare gli odori, i profumi, e di sentirseli dentro agli occhi nello scorrere delle pagine. La vera meta è il viaggio, la vera casa nella quale viviamo noi stessi è la strada, questo è il messaggio con il quale leggendo “Conoscevo un angelo” Guido Mattioni, uno dei rari Scrittori contemporanei italiani, vi conquisterà.

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  • Si dice che per un cantante, il cui primo disco abbia avuto successo, il secondo lavoro sia il più difficile: che venga preso dalla paura di non ripetersi finendo col ripetersi, una sorta di copia incolla per non scontentare nessuno. A maggior ragione questo detto vale per uno scrittore il cui primo libro lo ha consacrato di diritto nella nicchia della letteratura italiana. Perché dico questo? Tanti al giorno d'oggi possono vantarsi di avere pubblicato, pochi possono vantarsi del titolo di scrittori e Guido Mattioni è uno di questi, anzi oserei dire che l'autore va ben oltre questo titolo ormai abusato, a volte calpestato e umiliato dalla presunzione e dall'ignoranza. Mattioni lo definirei un pittore che dipinge tramite le parole.  Con "Soltanto il cielo non ha confini" , edito dalla casa editrice INK, Mattioni cambia letteralmente marcia, un romanzo intenso, giornalisticamente crudo, misericordiosamente appassionante, una penna capace di farci entrare in maniera sintetica nelle situazioni vissute dai personaggi, ma l'autore fa molto di più, dipinge le sfumature con un pizzico di giallo-nero che tiene avvinto il lettore fino all'ultimo punto colorato da un verde che inghiotte. America amara ma allo stesso tempo tenera, specie nella descrizione dei due principali protagonisti, e, inconsapevolmente ci ritroviamo ad avere pietà per quel Caino, suo malgrado, e tenerezza per Abele, per quel suo rifiutare ciò che la vita gli aveva restituito dopo tanta sofferenza. Il ritorno subitaneo e definitivo, ecco ciò che ognuno di noi vorrebbe poter scegliere per ricominciare da lì, una partenza sognata e voluta, ma al dunque rifiutata per poter ritrovare nelle origini la propria anima. Un merletto di parole e di immagini: come in un film i personaggi, gli ambienti, sono descritti in maniera visivamente viva e non a caso questa mia testimonianza, questo mio elogio a una piccola perla di letteratura italiana, inizia proprio mescolando la musica alle parole. Dopo averci fatto ascoltare le maree, Guido Mattioni ci offre in pasto al folk, sfumato da venature, soul, jazz, blues: l'America che ha fede poiché non ha alternativa, l'America dei sogni ad occhi aperti puntati dritti sulle rive di un fiume che può offrirti tutto e allo stesso tempo toglierti tutto, l'America in cui "A vent'anni i dubbi sono troppo giovani per diventare paure." Un altro pezzo d'America, molto diversa: più cinica, trasgressiva, istintiva, avvincente, ma ugualmente emozionante. Soltanto Guido non ha confini.

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  • Accettazione; questo il messaggio con il quale Guido Mattioni scolpisce un'opera d'arte a inchiostro. Definire "Ascoltavo le maree" un romanzo non rende giustizia all'autore, più appropriato definirlo un saggio, un percorso netto, come si usa dire in gergo ippico da concorso a ostacoli e l'ostacolo più arduo da superare, per il protagonista di questa favola, consiste nell'accettare il destino e cavalcarlo per come esso si è delineato, senza rimanere a crogiolarsi, in un pozzo senza fondo di nebbia inquinata, nel ricordo. Ciò che più colpisce è l'attenzione portata per le sfumature, fin dalle prime righe si riesce a percepire di trovarsi davanti a una fonte di ricchezza per lo spirito difficilmente rintracciabile ormai tra gli scaffali e le mensole di questo misero paese.
    Il trascorrere del tempo scandito dagli odori, la contemplazione del silenzio attraverso la compagnia di un gatto, una statua propensa, e portata, all'ascolto più dell'uomo, la devozione per l' acqua, divisa tra fiume e oceano, dolce e salata come queste duecentotredici pagine capaci di stupire quanto una marea. La consapevolezza di essere riuscito a comprendere che l'unica via di fuga dal dolore è quella di andarlo a scovare dove se ne sta rintanato e affrontarlo.

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