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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 27 ottobre 2012 alle ore 9:19
    Una ricerca su Facebook

    Come comincia: Bonjour, Je ne connais pas cette personne. Bonne recherche.
    Mi trovo questo messaggio su Face Book. Un altro, la foto è quella di una bimba, mi dice che lei non è l'Hélène Auriach, che io cercavo. Poche parole nette, taglienti. Se avrà scorto la foto del mio profilo, confrontandola con la sua età, avrà pensato ad un approccio pedofilo nel web. Arrossisco interiormente. Tutti si cercano, con facilità e successo, su questo motore idilliaco di amicizia ed anch'io, vetusto essere, ci ho provato.
    L'equivoco è nato da un inganno della nostra psiche. Tutto invecchia con noi, nella vita, fuorché il volto di chi abbiamo conosciuto in gioventù e poi smarrito, per il corso della vita. Ci ribelliamo che possa essere accaduto questo assurdo misfatto.
    “ Hélène"?, una vecchiarella...stai sicuro!”- Mi sorride, la mia, più giovane, compagna. Ne resto infastidito e quasi offeso. Hélène aveva 17 anni, quando mi accompagnò, una sera, alla Gare de Marseille. In mattinata mi aveva fatto la sorpresa di farmi trovare un totem nero africano di pesante ebano. Era tra gli oggetti di un antiquario sotto casa. Mi ci fermavo, ogni volta che passavo. Mi sta guardando, ora, lassù, dall'ultimo piano della libreria. Solo una tacca, in un angolo, ricordo del terremoto di Napoli. La superficie, lucida, della vernice nera, crea lampi nell'incavo degli occhi. Da un senso di protezione, la figura. L'addio di quella sera, dei miei diciott'anni. Quando, solo, lente lettere univano gli amanti. Le telefonate? Era inimmaginabile chiederne il pagamento ai genitori.
    Hélène era stata una dei primi scambi studenteschi in famiglia, una cosa inconsueta, ardita per una donna. Una lunga corrispondenza, in liceo, tramite la professoressa di francese. Lei ,educanda di un collegio di Dreux, nell'Eure et Loire. Arrivò un pomeriggio a Genova, a Via Acquarone, dove abitavamo. Tutta la famiglia in attesa alla finestra. Una Peugeot ,enorme, per noi ,si fermò sotto casa. I genitori ci lasciarono questa ragazza “francese” e ripartirono dopo brevi convenevoli. Caschetto biondo, magrissima, calzoni attillati alla pescatore, ballerine ai piedi. 16 anni francesi, che ridevano dei miei 17 anni italiani. La mia famiglia ebbe difficoltà, a tavola, a star dietro alla sua preparazione collegiale, nel sapersi destreggiare tra le regole del Galateo. Io vi aggiunsi le mie arretratezze sessuali, tanto da esserne frequentemente beffeggiato. L'anno successivo, toccò a me raggiungerla a Aix. Mi arrampicavo su un mondo che non mi apparteneva. Si era nel 57. I ragazzi francesi erano entrati, da tempo, nel nostro futuro, 60. Le feste in casa, i genitori in vacanza. Sacchi a pelo, a notte, per terra. La droga non era arrivata, ne l'alcool. Non ne ho traccia.
    Si era discusso sulla vetustà del mio pigiama, alla partenza, con i miei genitori. Mia madre aveva risolto, brillantemente, il risparmio da un nuovo acquisto, col riprendere da un fondo di cassetto, il pigiama cinese di seta, che avevamo ereditato, alla morte di zio Enrico, navigante. Pur non convinto dal ricordo della mole dello zio e da quell'enorme drago variopinto, ricamato sulla schiena, accettai, ben sapendo che non avrei avuto altra scelta. Non potrò mai dimenticare quella sera. “Ci si vede sul terrazzo, appena i miei genitori, si addormentano”. Héléne mi aveva dato la mia prima occasione di sesso. Non potevo far altro che indossare il pigiama di seta di zio Enrico. I pantaloni erano enormi in vita e avevano una fettuccia di 2 metri, come cintura. Ci potevo fare due giri attorno alla mia vita, cosa che feci, nascondendo il tutto con un rabbocco. La giacca aveva il taschino ricamato con un drago, lo stesso, immenso che mi pesava sulla schiena. Le maniche, larghe ed abbondanti. La vergogna, sì, miei cari genitori, la vergogna, passò, anzi la dimenticai subito, grazie ad Hélène.

  • 26 ottobre 2012 alle ore 8:17
    Click

    Come comincia: Click! Vi capita mai di intuire che siete finiti dentro un quadro, che vi rimarrà in mente per tutta la vita? A me, sì, e sento anche questo avvertimento sonoro, quasi un click di una vecchia macchina fotografica. In realtà, in quel momento, elettroni impazziti scolpiscono DNA, in maniera irreversibile, in qualche cellula, sparsa nella mia memoria. Subito vi viene apposto un cartello: Indelebile. E lo ritrovo, per tutta la vita, questo quadro, con le sensazioni più fini, i particolari più sorprendenti. La visione appare e ricompare nel mio quotidiano, senza coerenza con i momenti che sto vivendo. E’ una specie di balsamo sulle mie ferite, un guizzo di endorfine, spruzzate sul mio cervello. Una beatitudine improvvisa, che avevo ben previsto, nello stesso momento che accadeva.
    -“Click! Ricorda questo momento.”- Mi rivolgo alla mia compagna. Lo dico, anche a me stesso. Click! Il quadro è fermo, ricuperato per sempre. Isola di Giava,un sobborgo. Notte. Si rientra da uno spettacolo di danze giavanesi; il suono della musica bambù, la varietà delle note degli xilofoni, trilli di campanelli e vibrazioni di piatti di ottone, aromi di balsami bruciati. I costumi dei suonatori, fuggiti da fiabe. Le movenze sensuali delle ballerine, il loro trucco accentuato, il guizzare degli occhi, le mani, unghie che paiono lame, il mio stupore fanciullesco. Ho osservato i loro piccoli piedi, nel contatto con le tavole. Sono sicuro che levitavano. All’uscita dal teatro, pensavo di non ritrovare il padrone del nostro risciò, tra tanti. Ma eccolo che mi fa segno. Sventola uno sporco asciugamano con cui si deterge il sudore. All’andata mi aveva impietosito il suo ansimare nel pedalare, su per la salita. Stavo per scendere.-“ Usiamo il loro brodo per curarci l’asma”- mi spiega, per prendere fiato. Enormi pipistrelli,quasi raffigurazioni bibliche di diavoli, sono in vendita, lungo i marciapiedi, appesi ad uncini, per le ali, ad una ringhiera. Non mi accerto se siano ancora vivi. Ho appena ripreso posto sul precario mezzo, è subito caos. Siamo una cinquantina di risciò, ammassati in poco spazio, ad un quadrivio, ai bordi della foresta. Prigionieri in un incastro non districabile. Qualche lanterna alle finestre di case, malmesse. Il resto è notte. Un vento freddo scende dalla collina ed entra tra i vestiti leggeri. Il suono dei campanelli delle biciclette diventa un unico trillo assordante. Sorrisi di dentature bianche, occhi, imprecazioni, risate sguaiate. Siamo fermi in un vortice di un tempo immobile. La luna, immensa, sulla destra, esce, tra palme scure, ed illumina la scena.
    -“ Click! Ricorda questo momento”-

  • 24 ottobre 2012 alle ore 23:20
    La mano

    Come comincia: Eri solo una mano, stamane. Una mano, che, a notte, forse aveva accarezzato un'amore, una mano, che all'alba aveva preparato un caffè, una mano, che aveva salutato un volto caro, ignara dell'addio. Eri solo una mano, stamane, eppure ti ho subito riconosciuta: “ Oggi esercitazione: evidenziare i muscoli flessori della mano”. Ricordo l'odore della sala anatomica, il talco dei guanti, le risa nostre per sopravvivere. Eri solo una mano, che sembrava aver abbandonato il corpo, coperto da un lenzuolo, buttato lì, sulla strada, frettolosamente, non per pietà, ma per orrore della morte. Il traffico impazzito era un boato di motori fermi, di clacson e di sirene. Sembrava che si fosse fermata la città. Tutto questo per una mano, che nonostante il suo colore giallo pallido, sembrava voler chiedere scusa di essere stata travolta, a pochi metri dalle strisce pedonali, creando il nostro disagio.
    -” Ma che è stato?”-
    -” Ce sta 'nu muorto”-
    -” 'O cazz..?”-

  • 19 ottobre 2012 alle ore 16:27
    Io e la Rossa

    Come comincia: “Lucio, è arrivato il tuo momento! Accensione….metti la prima, e portati lentamente sino al semaforo rosso. Al verde, sei autorizzato a entrare in pista.”. Sto abitando la favolosa, rossa, Ferrari!
    La voce di Marco, l’istruttore, mi giunge attraverso l’auricolare del casco. La vestizione è stata quanto mai accurata. La retina bianca, antifuoco, ha qualcosa di sacro a mettersi, incute timore. Il casco globoso rinnova la mia perenne claustrofobia. Mi sento prigioniero. Il penetrare nell’abitacolo ha messo a dura prova muscoli e articolazioni di un sessantenne. Alla fine ci sono riuscito. Altri colleghi medici, ben più giovani, hanno dovuto rinunciarci. Pur smontando il volante, la loro pancia non si addiceva alle dimensioni del posto. Un giorno è mezzo di motori, un ambiente inusitato per me, quello dell’Autodromo Varano De Melegari, se non mi fosse stato offerto da una ditta farmaceutica. Imparare gli elementi essenziali della guida sicura, correre sul bagnato, frenare, iniziare a girare in un turbine di schizzi d’acqua, prima di capire da quale parte controsterzare. “Lucio, no!” “Lucio, che cazzo fai?” “Lucio bene così”. Questa voce cattedratica mi ha accompagnato per tutti i test, durante tutta la mattinata. La consapevole colpevolezza dei miei anni, mi regalava il timore di sfigurare dinanzi a colleghi e colleghe della nuova generazione. Girare sulla pista di un autodromo per una persona che, al massimo, è arrivata ai 160, in autostrada, è un’esperienza esaltante. “Giù tutto l’acceleratore, giù tutto. Hai capito?” Il piede scende giù, pesante e tu diventi tutt’uno col motore, anzi pensi di essere tu, un motore. Per i test abbiamo usato solo macchine Alfa, preparate opportunamente.
    Oggi, alle ore 17, il clou del corso. Sono giunti, da poco, due rossi tir da Maranello, ne sono scese due rosse Ferrari. Siamo stati in silenziosa adorazione per molti minuti.  Ora ci tocca il premio del corso: cinque giri d’autodromo sulla favolosa Ferrari!
    Anche se Marco è a pochi centimetri da me, vivo una solitudine drammatica. Quel cambio a leve sul volante, mi è sconosciuto, ne, quei pochi giri di allenamento sull’Alfa predisposta, possono essere bastati a creare una migliore maneggevolezza. “Tenere il volante alle 9,15” Ordine imperituro. Mi accorgo del sudore che mi bagna la schiena. Accendo…eccolo il fantastico canto! Un colpo all’acceleratore e un miagolio diventa lacerante ruggito. Sul cruscotto si designa una grossa lettera uno, la prima marcia, che ho innestato. Il semaforo, all’entrata della pista, è ancora rosso. Sono in tachicardia, non avrei mai immaginato questo momento. “Verde! Dai Lucio, tocca a te” Mi sto muovendo. Seconda ..ecco la pista. Un nastro violaceo si fonde con l’azzurro del cielo. Accelero, i giri del motore impazziscono. –“ Sali, vai alla terza per tutto il rettilineo. In fondo, punta sul birillo rosso, all’entrata del curvone”- Sto volando..sono entrato in un filmato televisivo? Il piede sull’acceleratore varia i suoni del motore. Non sono in grado pienamente di recepire il mondo esterno, ne abituarmi alla singolarità del momento. Tengo d’occhio sul cruscotto quel grande numero tre, che, all’entrata della curva, lo dovrò far scendere a due, per la prima volta . Incomincio a intravedere il birillo rosso, infondo al rettilineo, sulla destra, a inizio della curva a sinistra. Scendo di marcia e un boato fa tremare la macchina. La velocità scende di colpo, cerco il freno inutilmente. – “ Non  frenare, la velocità è giusta.”- Il Birillo è davanti a me. Inizio a sterzare a sinistra, per la grande curva, a una velocità che non mi sarei mai permesso. -“ Giù tutto l’acceleratore” – La voce di Marco mi raggiunge a metà curva. Il miagolio-ruggito mi riprende le orecchie, volo in un turbine di note. Il lungo rettilineo mi viene incontro, quasi a consumarsi dentro l’abitacolo. A che velocità starò andando? Mi chiedo. Fantastico numeri. Nell’auricolare una voce dal controllore della pista: “ Lucio, spostati a destra, hai l’altra Ferrari dietro, in sorpasso, tra qualche secondo”- Un lampo rosso mi sfreccia a sinistra, quasi un proiettile…e dire che pensavo di correre follemente.

    Anno 2001

  • 17 ottobre 2012 alle ore 17:15
    Il Garibaldino

    Come comincia: Ci sono brandelli di memoria, dentro di noi, che ci accompagnano nel quotidiano e riaffiorano senza che lo si voglia, con una forza di vita, che a volte, mi turba.
    L’antico, nostro, è rappresentato dai volti e dalle parole degli anziani che ci accolsero. Un legame tra noi, bimbi d’allora, e il passato. E’ pur vero che, per accendere la curiosità di un fanciullo, sono imponderabili i mezzi con cui riusciremo a fargli trattenere, per una vita intera, il ricordo di una frase, di un momento. Perché quella frase, quel volto, quel raggio di sole e non altri? Quale alchimia ha spostato elettroni nel nostro DNA, scolpendo un quadro indelebile, che amiamo rivedere negli anni?
    Un raggio di sole, forse entra da destra, da una finestra. Forse è inverno. Le parole servono a trattenere l’irruenza dei cinque, sei anni miei. Ma non è una fiaba. Il volto di mia nonna, chino su qualcosa che ha nel grembo, forse un ricamo, un cucito. Sorride appena, non mi guarda, parla sommessamente, come se inseguisse un ricordo, un amore sottaciuto. Infatti, recepisco il suo racconto come una confessione intima. La sensibilità del bimbo è vasta e senza limiti.
    -“..garibaldino…”- Mi resta solo questo frammento, pronunciato dalla sua voce dai toni romaneschi. Nella mia mente scorgo un volto giovane, biondo, dal fazzoletto rosso intorno al collo. Eppure altre parole deve aver detto, per catturare la mia immaginazione. Certo deve avermi parlato dei Mille, della loro impresa, per avvolgermi di quel tanto di epico, questo aggettivo: “garibaldino”. Ma questo ragazzo, rimasto nella sua memoria, chissà mai, chi sarà stato! Se sapesse che è vissuto, anonimo, con me, per altri cent’anni!

  • 17 ottobre 2012 alle ore 16:30
    Napoli tra antico e moderno

    Come comincia: Due lame di luce scendono dalla bifora gotica dell’abside. Sono entrato in S.Eligio, alle dieci di stamane, in fuga dalla selva di grattacieli del Centro Direzionale, il moderno d’autore a Napoli. La pietra nera del piperno, scalfita da un recupero aspro e, a volte, violento, incupisce l’atmosfera. Un fotografo cercava inquadrature professionali, vicino a una colonna di gotico angioino. Gli occhi di un prete, scostata la tenda del confessionale, non mi lasciavano. Avevo bisogno di questo rifugio nel passato, per ripararmi da quella vertigine che avevo provato, aggirandomi in una modernità di stili, inconsueta per questa città. Napoli non è una città passiva, una Barbie, da poterle cambiare il vestitino per piacere d’altri. Il moderno di Berlino o di Parigi, qui, è masticato e digerito. La trasformazione darà forma a una nuova creazione, che possiederà i caratteri della napoletanità, un insieme di attributi a volte positivi, a volte negativi, dettati dal costume, dalla cultura, dalla storia. E’ pur vero che stamane a quell’incontro col moderno, mi ero imbattuto nella parte più penosa della precedente definizione. Le ampie vie pedonali avevano le mattonelle divelte a tratti, lasciate lì, per incuria, a dar posto a ciuffi d’erba di prato. Così le piante ornamentali avevano ceduto il passo a grovigli di cespugli anonimi. Le vetrate d’ingresso erano crostose per una manutenzione omessa. Negli angoli, chiazze odorose di orina. I cartelli indicatori, sbiaditi e manomessi, contribuivano a creare masse di dispersi. In pochi minuti di permanenza non ho saputo aiutare alcuni di loro che mi chiedevano soccorso, smarriti. La visione più straordinaria in cui mi sono imbattuto, tanto da suscitarmi una primaria angoscia e sgomento: uno dei più alti grattacieli mostrava una scheletrica scala d’emergenza di ferro color ruggine. Uomini, piccoli come formiche, scendevano e salivano, in massa. Ho pensato a un’evenienza drammatica, poi, col trascorrere dei minuti, ne ho riscontrati i tratti della normalità. I quaranta piani erano invalicabili dalle lente e incapaci ascensori, per cui la gente si dava da fare, pur di non attendere ore.
    …il fotografo è uscito, nel frattempo. Il prete l’ho perso di vista. Fuori, Piazza Mercato, una piazza disegnata dai secoli, continua la sua funzione di sempre. Si vende di tutto, dal lecito, all’illecito. La luce della bifora mi cattura. L’orecchio crea suoni immaginifici. La folla è scoppiata in un unico, devastante urlo, al cessare del rullo dei tamburi. A pochi passi da me, è caduta, nel cesto, la testa di un ragazzo di diciotto’anni, un Re, Corradino di Svevia.

  • 16 ottobre 2012 alle ore 19:08
    Una sera, a Febbraio.

    Come comincia: Il bus è affollato, sono in piedi. Fuori il tramonto scarlatto esplode su Capo Miseno e si riflette nelle vetrine dei negozi. Un raggio si è posato sul volto di una donna seduta alla mia sinistra. Ha occhi verdi chiari, uno sguardo amaro, a momenti triste. E’ vestita con eleganza, trucco lieve ma curato. Biondi capelli mesciati raccolti dietro la nuca da un fiocco viola. Un ciondolo d’ametista scende tra piccoli seni candidi. Sento il suo sguardo. Il dolore allo stomaco sta aumentando. Ha occhi verdi.  Gli sguardi si sono incrociati e sembrano non lasciarsi. Si è accorta della mia mano destra premuta sulla bocca dello stomaco. Le sorprendo una vibrazione dei muscoli del volto.
    -“ Ho un infarto”- Questa idea mi si presenta nella mente in una frazione di secondo, inattesa, imprevista. Il dolore è aumentato e mi divide in due metà come una lama. Forse sto morendo. Ma come è la morte? Si muore così? Cerco di riassumere i miei parametri vitali: respiro, sto in piedi, ci vedo. Ma forse tra pochi istanti cadrò, seminando imbarazzo, timore e disagio tra la gente. Il dolore sale verso il collo e si insinua per il braccio sinistro. Devo scendere. Lo sguardo della donna dagli occhi verdi è ancora su di me, lo sento come un fascio di luce. Siamo in due sconosciuti a sapere una sola verità. Scendo alla fermata di Piazza Bernini. Un mercoledì sera nella sua normalità. Invidio per un attimo la consuetudine altrui che non mi appartiene più. L’agonia è un tempo che precede l’esito o è una sensazione? Sono entrato nei tempi dell’agonia? Affretto il passo, contro tutte le regole mediche del caso. Cerco un taxi in sosta. La signora dagli occhi verdi è scesa. E’ ferma a dieci metri da me e mi osserva. Le mie gambe sono insicure. Sto andando in panico. Il respiro si ferma a tratti in gola, il dolore è un punto di fuoco al centro del petto. Le dita sbagliano numeri sul cellulare. Poter essere raggiunto da mio figlio, medico… Nel taxi, la voce della centralinista è metallica, impersonale, senza alcun sentimento. L’autista guida annoiato in un traffico denso, serale. Il dolore, ora, ha una pausa. La camicia è bagnata di sudore freddo. La pelle traspare pallida. I marciapiedi sono affollati; volti sconosciuti mi passano come in un film. –“E’ lei?”- Ho il tempo di chiedermi vedendo un’ombra a ridosso di un camion in sosta. Riconosco il fiocco viola. Nell’atrio del pronto soccorso, steso su una barella, il cielo è ricco di stelle. Mentre si attende qualcuno, riconosco la costellazione sopra di me….le tre stelle del Cacciatore…Sirio! Ecco, sì, “morire ad occhi aperti” come le ultime volontà dell’imperatore Adriano della Yourcenar.  Sì, ad occhi aperti, in questo ultimo passaggio sotto un cielo stellato. Sirio, non ci vedremo più.
    -“ Passami la pompa. Tu attacca la fibrinolisi. Gli hai già fatto l’eparina?”- E’ una voce forte, vicino a me. Mi da sicurezza. Non riesco a scorgere il volto. Una lampada al neon dal soffitto mi abbaglia. Qualcuno fruga con un ago nella vena del mio braccio destro.
    -“ Betabloccante”- riprende la voce. E’ come essere su un bastimento in tempesta. La voce del Capitano è quella che prevarica. Sento che mi sono affidato a qualcuno.
    -“ Stai attento alla frequenza, sta scendendo troppo”- L’altro non lo vedo, ma ubbidisce col silenzio dello schiavo..
    -“ Cazzo, atropina, sbrigati che questo se ne sta andando, siamo a 35…”-
    Questa volta vado via sul serio. 35 pulsazioni al minuto, il mio cuore si sta fermando. Mi da anche fastidio che il Capitano, mi abbia chiamato “questo qui”…ma non ho la forza di presentarmi. Non avrei mai pensato di morire così, su un lettino duro, guardando un pugno di mosche morte nel portalampada del soffitto.
    -“ Può andare ora-“ Ho perso la cognizione del tempo. Lo afferro a tratti, come sequenze di un film.
    La morfina sta facendo il suo benefico effetto. Sono entrato in un mondo calmo, senza suoni. Il volto della donna dagli occhi verdi mi riappare. Non sorride, ma sembra volermi dire qualcosa.
    -“ Questo qui può andare, Rianimazione, all’8. Passami il prossimo.” La voce del Capitano liquida “questo qui”, che sarei io.
     
    Febbraio 2000

  • 08 ottobre 2012 alle ore 20:35
    'O capitale

    Come comincia: Peppinella è riuscita, anche questa volta, a racimolare ‘ocapitale. Ha impegnato, nuovamente, gli orecchini di Zi’ Nunziata, l’unica eredità aurea della sua vita; ha preteso indietro i soldi, imprestati a Filippo, lo stagnaro, per il battesimo del figlio; ha terminato di vendere, in liquidazione, le uova Lindt, squagliate dal sole, della ormai lontana Pasqua, rimaste invendute al Bar “La Brasiliana”. Ed ecco ricreato “ ‘u capitale”, che lei sa come rinvestire opportunamente, al sorgere di feste popolari, fossero  mazzi di mimose, per la festa della donna o  crisantemi, per i morti. Per i mondiali di calcio, si è dovuta andar a riprendere, nel magazzino di don Michele ‘ o verdummaio, le bandiere, invendute, dell’ultimo incontro dell’Italia. Tra pummarole e peperoni, ceste polverose di bandiere da rinfrescare con un bucato al sole del vico. Il marito, Nunziato, si era fatto il giro dei fornitori di Piazza Mercato, comprando cappellini, trombe, altre magliette, tutte pro Italia, arrivate dalla Cina in quattro e quattr’otto. Ora Peppinella la incontrate al suo posto, al bivio di Capodimonte, un pezzo di marciapiede rubato ai pedoni, affittatole da Clemente ‘o sparapose, uno dei clan. E’ un colpo di colore per l’automobilista che passa. Le bandiere, di varie misure, sventolano, coprendo a tratti Peppinella intenta a soffiare in una trombetta d’oro. “Forza Italia”- le ammiccano dalle auto infuocate e lei aumenta l’acutezza del suono della suo strumento. – “ Dottò, - mi ha detto, giorni fa - speriamo bene, che l’Italia non si fotta ‘o capitale !”-

  • 04 ottobre 2012 alle ore 6:46
    Bartali o Coppi?

    Come comincia: Era la parola d’ordine di noi ragazzi del ’38. Era una divisione somatica e spirituale, un enigma da scoprire, prima di essere ammessi a una qualsiasi amicizia. Guai a barare, si rischiava una punizione corporale. I media, allora, erano tenui e non invasivi, lasciavano posto alla fantasia. Le persone le si potevano immaginare, completando un ritaglio di giornale della Gazzetta dello Sport. Molti di noi hanno scalato lo Stelvio e il Pordoi con Fausto al solo lontano suono della voce del cronista sportivo, che si diffondeva giù nel cortile, dove si giocava. Chi aveva una famiglia agiata poteva vederlo, una settimana dopo, al cinema, nella Settimana INCOM, un cinegiornale dell’epoca, che precedeva la proiezione del film. Sequenze di pochi minuti, indimenticabili. Vedo ancora il suo volto, magro, aspro di contadino del pavese, il suo corpo teso ad arco sulla bicicletta Bianchi (un altro dei nostri sogni!), una pedalata sciolta, ritmata da una forza fisica più interiore che muscolare. Non aveva il dono della parola. Mi deludeva sempre quando sentivo qualche sua intervista. Persona semplice, schiva, timida. Lo aspettammo un anno sul Passo della Scoffera, vicino a Genova. Era la scampagnata consueta del Giro d’Italia. Ci si arrampicava sul crinale boscoso della strada tortuosa. La carovana del Giro era il primo grande spettacolo.  Dalle macchine lanciavano prodotti reclame delle case rappresentate.  Piccoli dentifrici, cappellini da ciclista, caramelle della Fidas con le figurine dei ciclisti. Poi la pausa delle auto, dava posto alle “staffette del giro”, motociclisti della Stradale che annunciavano, con le sirene, l’arrivo dei corridori. Un protendersi di corpi verso la strada, un vociare.- “ Eccolo! Lo vedi? E’ nel gruppetto di testa!  L’hai visto? Era circondato dai gregari!”- Il sibilo dei raggi, il fruscio delle pedalate, il cuore che salta, lo sguardo che lo cerca. –“ L’hai visto? “ Qualcuno mi chiede. Forse.. non so.. mi sembra. Non ne sono sicuro. E' stato così repentino,quasi un lampo.

  • 21 settembre 2012 alle ore 23:11
    I vecchi raccontano

    Come comincia: ...” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù”… da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. –“Avevo sì e no, sei anni…”- Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava come in una chiesa. Un rispetto dovuto. “ Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti..” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo tv tecnologico. Non si accorgono neppure di me.

  • 09 settembre 2012 alle ore 8:40
    Credere

    Come comincia: Credere:
    “ Ritenere vera una cosa, avere la persuasione che una cosa sia tale quale appare in sé stessa o quale ci è detta da altri, o quale il nostro sentimento vuole che sia.”
    Proprio a Cuba, di fronte ai manifesti del Che, alle sue frasi, incollate sui muri, al suo sorriso, al suo volto, quasi un’immaginetta sacra su oggetti d’uso, ho avuto una sorta di nostalgia nel credere. Quest’atto di certezza, proprio di una stabilità di giudizio e frutto di una elaborazione del nostro cervello. La Chiesa taglia corto e della certezza ne fa un dono di Dio, la fede. Se non c’è, pazienza!  Credere, deve essere una sensazione inebriante, estremamente totalizzante in ogni sua manifestazione corollaria. Ricordo mio padre che mi disse, una sera, sui moli del porto di Genova: -“ Era una nave, così, quanto quella. Tutta piena di giovani. C’erano i miei compagni. Credevano in Lui. Massacrati tutti, in Africa, tutti. Non se ne salvò uno. “- Possibile che il credere generi chimere così allettanti da non far scorgere gli abissi della vita? Quale luce, quale miraggio sorge nella mente di chi, improvvisamente crede? “ Lo stato nascente”- dice Alberoni: l’esplosione iniziale di un innesco di una reazione chimica, difficilmente controllabile. La miccia appena accesa di una mina. Il fascino di una configurazione nuova, inattesa, inimmaginabile.  “FANATICO”, un insulto. Non basta insultarlo, se non mi è chiaro il fuoco che gli arde dentro, quando il kamikaze, s’imbottisce di plastico, salutando moglie e figli, e va a farsi esplodere tra la gente, a lui nemica. Non credo alle novantanove vergini che lo attendono all’aldilà. La religione, in questo compenso, è tristemente terrena. Il sorriso di suo figlio vale ben altro, ma lui riesce a ignorarlo. O la mente del bonzo, che si da fuoco sui gradini del tempio per un’ideale, una protesta, lui, che quando spegne una candela, teme la piccola fiammella.
    Nostalgia del credere…in quante cose ho creduto da bambino!  E le più ingenue, quelle travolte da una pronta delusione, sono quelle che sopravvivono negli anni.  Una per tutte: nonno Angelo, teneva sotto il letto, in un paniere, avvolto con maglie di lana, una decina d’uova di gallina. Una mattina, un pigolio nuovo in quella stanza buia, mi annunciò la nascita dei pulcini.  Far credere a un bimbo di quattro anni, d’allora, che bastasse star accovacciato, sul cesto, su altre uova, senza romperle e generare qualsiasi animale, fu cosa facile. Mi ricordo che scelsi da covare da un piccolo uovo, un animale che mi affascinava, l’elefante. Villa Adela per un giorno non ebbe le mie scorribande.

  • 04 settembre 2012 alle ore 16:37
    L'oscena sensazione

    Come comincia: Forse non potete immaginare l’oscena sensazione del medico, che, dopo complesse analisi e meditazioni, ha la certezza del vostro male. Non sempre le cose, in medicina, si svolgono con la linearità degli schemi che si rinvengono nei trattati. Il male è sempre, il più delle volte, oscuro e gioca una partita astuta e disperata di propria sopravvivenza con il medico. Io mi trovo spesso, di fronte al malato, come a cercare una soluzione di un romanzo giallo, dove l’assassino è la malattia. Il male sa nascondersi, mutare volto. Se lo stai per afferrare, a volte, una prova, analisi o sintomo, ti svia e ti ritrovi a vagare per un labirinto. Il paziente ti osserva, attende, valuta il tuo agire. Vuole la risposta, la esige. Se tu, medico, stai tardando, spesso non hai il coraggio di guardarlo negli occhi. Ed ecco che un giorno, improvvisamente, il male ti compare davanti, chiaro, nudo. Finalmente lo hai braccato, gli dai un nome, valuti le sue possibilità distruttive. –“Cazzo, ti ho preso, dove ti eri cacciato?”- Si scatena, allora una sensazione endorfinica di scoperta, di vittoria, di trionfo della tua perspicacia diagnostica. Sei attraversato da un brivido di onnipotenza. Hai in mano il male, quel che siano le sue future possibilità. Sensazione oscena, avevo detto? Spesso il tuo intimo, serpiginoso piacere non è lo stesso del tuo paziente, anzi…

  • 01 settembre 2012 alle ore 17:09
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 30 agosto 2012 alle ore 18:54
    Anime morte

    Come comincia: Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

                       Morro de S.Paulo

  • 21 agosto 2012 alle ore 7:13
    Che ne sarà di noi?

    Come comincia: “ Mi ricordi papà, quando ogni mattina, lo vedevo attraversare Piazza degli Artisti con due valige, per traslocare i suoi libri, nella nuova abitazione; noi tutti si rideva, ben lontani da dargli una mano.” Avevo dimenticato questo quadro, che la voce di mia sorella, al telefono, ricrea. E dire che mi ritrovo a compiere, da qualche giorno, lo stesso rito, con la medesima sacralità, che lui dava al possesso dei libri. Già..ma che ne è stato della sua biblioteca? A ben pensare ho solo una sua Letteratura Italiana, rilegata in pelle, a lettere d’oro. Quale distratta vita ho mai condotto da non chiedermi, almeno una volta e solo ora, a tarda età: -“ I libri di papà, dove sono finiti?”-  Quale frettolosa pulizia, alla sua morte, l’ha scacciato di casa con tutti i suoi libri? Distratti dalle onde della vita, perdiamo i punti cardinali dell’esistere. Eccoli, ora, i miei libri, trasportati a mano, uno per uno, collocati al loro posto nella nuova biblioteca. A guardarli, in questa varietà di toni e di grandezze (non amo geometrie né tonalità di colori) fanno parte di una rappresentazione, la mia vita. Basterebbe soffermarsi sui titoli, le date, le sottolineature, le note, scritte a matite, per comprendere ciò che è stato, ciò che è avvenuto negli anni. Li ho portati qui, in questa nuova dimora, come a sembrare un tappeto su cui riposare; tappeto anziano, polveroso, macchiato dall’uso. Una quotidianità nel nuovo incerto mondo che mi attende e ancora non mi appartiene. Ora che vi guardo, miei cari libri, sento il vostro sguardo di cose che hanno anima. Ed è come se mi chiedeste:-“ Che ne sarà di noi ? ”-

  • 19 agosto 2012 alle ore 9:16
    Savina

    Come comincia:      Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. La voglia di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità accesa dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni?  Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare.  Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.                    

  • 10 agosto 2012 alle ore 7:08
    Gli aquiloni

    Come comincia: Ricordo quella cicatrice sulla tua fronte. Un verme pallido, che veniva giù, perpendicolare alla radice del naso, infrangendo le rughe orizzontali, vere onde, fatte dai tuoi pensieri, mi dicevi. Quando mi tenevi in braccio, padre, ne toccavo la dura consistenza. Mi piaceva quel racconto di te, bambino, che t’eri illuso di far alzare in volo un aquilone, nel corridoio di una vecchia e buia casa di via Assarotti. Ne avvertivo l’epos dell’avventura spietata dei bimbi. L’infrangersi della porta vetrata, nel tuo incauto tentativo. A te ho pensato, da grande, alla tua cicatrice sulla fronte, quando ho incontrato gli aquiloni. Nella mia adolescenza postbellica, a Genova, non ne avevo visti, neanche ai compagni ricchi di via Crocco. Solo da adulto, un autunno di Berlino, in un tramonto di fosche nubi, coriandoli colorati, altissimi, flottanti nel vento, anelavano di oltrepassare un muro invalicabile. Ero a est, una landa povera e spenta che guardava, con meraviglia, le luci sfolgoranti di un mondo libero, aldilà del filo spinato. Sulla deserta piazza Tienanmen, tra lo sguardo amimico delle guardie rosse, in una notte di pece, lanterne di favole antiche, portate da un vento di libertà, volavano alte, in un silenzio duro a sentirsi. Ai bordi delle favelas di Baìa, ragazzi nudi, dalle carni crostose, avevano piedi scalzi, tra lame di vetri di una discarica; davano strappi rabbiosi ad aquiloni ruggenti nel vento dell’oceano. Sento ancora le loro grida, nella lotta impari. Ne acquistai uno, da un cinese, anni fa, su di una spiaggia del nostro litorale. Andava montato e fatto volare. E’ rimasto nella vecchia casa, al trasloco. E’ mai consentito, a un vecchio della mia età, di far volare un aquilone, senza suscitar scalpore? Non credo.      

  • 04 agosto 2012 alle ore 8:27
    L'albero antropofago

    Come comincia: La Toyota ha dei sussulti che non riesco a prevedere. Mi allaccio le cinture. Fuori la foresta equatoriale si bagna di pioggia calda,fumosa. Il tergicristallo ha un rumore metallico. Le spazzole di gomma, dure di sole, lasciano solchi sul vetro. Il sentiero ha tracce di ruote fangose. Viaggiamo tra due muraglie dai verdi cupi. Mi mancano i nomi di questa flora non abituale. Le mie narici avvertono odori nuovi, incerti da definire. Gran parte delle nostre piante esotiche ornamentali , qua, parassitano gli alberi. Le scorgo, esuberanti, negli incavi dei rami. Tralci di orchidee scendono, a tratti, da tronchi spugnosi d’umidità. Amid, il mio autista e guida, mastica rumorosamente qualcosa . –“ Ho portato l’onorevole Fini e sua moglie, una settimana fa”- Alle mie ovvie domande, curiose, risponde laconicamente, da professionista. –“ Lui ha taciuto per tutto il tragitto, sembrava assorto. La moglie era attenta e interessata. Faceva molte domande. “ - La vettura ora scende la collina. Avverto il suo slittare nel fango. Ha cessato di piovere. Raggi improvvisi cadono dall’alto, tra i rami, e accendono di colori le gocce ancora sospese nell’aria. Viaggiamo fasciati da un arcobaleno. Amid ferma l’auto e mi fa scendere. Mi sorprende il silenzio che ci circonda. Le mie nozioni sul Borneo risalgono ai magici clamori delle foreste di Salgari. –“ Vi stupite del silenzio? Il vostro inquinamento è giunto anche qui…eccone i risultati!”- Taccio, colpevole. Il mio sguardo è catturato da un albero, immenso come una cattedrale. Amid mi fa segno di avvicinarmi e di guardare attentamente la corteccia . –“Vede queste toppe nella corteccia? Fanno parte di un rito animistico di questa popolazione. Gli aborti e i nati morti vengono inclusi in nicchie scavate nello spessore della corteccia, che, col tempo,pensa a cicatrizzare, inglobando il corpicino. “- Provo uno strano sgomento nell’osservare, in questo immenso tronco, un’infinità di porticine, alcune fresche, altre completamente riassorbite dalla corteccia. Quest’ albero antropofago, cosparso di cicatrici,mi incute un riverente timore. Mi sfugge un gemito:-“ Perché, Amid?”- -“A primavera, quest’ albero è tutto un fiore. Le madri vengono a cogliere la vita dei loro figli non nati. “-
    Da un ricordo

  • 04 luglio 2012 alle ore 17:30
    Il book della prima comunione

    Come comincia: La mamma fa posare alla bimba lo zainetto vicino al mio tavolo. Il sole è quello di aprile, in una domenica di mare ventoso. Un gruppetto di ragazzi si danno da fare a montare un kai surf dai colori dell’iride. Scherzano rumorosamente, pur lavorando. Una gioventù forte, coraggiosa. Mi piace osservarli nelle fredde mattine d’inverno, nella spuma del mare agitato, farsi trainare da quell’enorme e nervoso aquilone. Oggi il vento promette evoluzioni. –“ Mamma mi spoglio qui?”- La bimba, un frugoletto magro, di otto, nove anni. Solo una pennellata di biondo ai capelli, che le arrivano alle spalle. –“ Sì, dai, sbrigati, che staranno qui tra poco.-“ La bimba si sfila i jeans e la felpa. Con cura li piega e li passa alla mamma. Un corpicino impubere, bianco latteo, un costumino di marca, un reggiseno quasi vuoto e un tenue slippino che le scopre un culetto da bimba. Ha estratto dallo zainetto un kinder e lo dosa con cura.
    -“ Eccoli, sono là, non li vedi. Il signor Peppe e i suoi aiutanti.-“. Li vedo arrivare dal mare. Hanno scavalcato la staccionata, che li separa dall’altro stabilimento. Tre uomini in nero, camicia e pantaloni. Solo il risvolto della camicia ha un colore candido. L’uniformità crea una divisa. Hanno scorto la piccola e la madre e, con cenni, le hanno invitate a raggiungerle, in riva al mare. Un Kai surf vola a pochi metri dalla riva. La muta nera del ragazzo contrasta con la spuma bianca delle onde. L’enorme vela nel cielo azzurro lo trascina, quasi rubandolo agli altri.
    La bimba ora è stata deposta sul ventre di una barca rovesciata. Due dei figuri hanno in mano due grosse macchine fotografiche professionali. Il terzo regola gli obiettivi di una cinepresa. Si scattano foto. La bimba assume pose spontanee o suggerite con cura dagli individui. Un po’ è Marilyn di altri tempi, un po’ è una piccola puttana di un locale asiatico. La madre corregge con mano le posizioni e i livelli dei minimi indumenti. Un figuro invita la piccola a protendere un pube che non c’è, allargando le cosce. La mimica della bimba è coerente. Sorrisi ambigui, già maturi, mi sorprendono.
    -“ Non sarebbe il caso di chiamare i Carabinieri-“ Mi sfugge, forse più per difendermi da un turbamento maschile.
    -“ Lei, non è aggiornato, mio caro signore!-“ Dal tavolino affianco, il volto di una signora di mezza età, caschetto biondo di cortissimi capelli. Mi sorride, sorbendo un caffè.
    - “ E’ il book della prima comunione. Non ne è al corrente? "-

  • 04 luglio 2012 alle ore 7:58
    I leoni che non vidi

    Come comincia: Una giovane cameriera di colore è entrata nella tenda. Ha in mano un peluche colorato a forma di scimmietta. Mi alza il bordo della coperta e me la pone vicino ai piedi. Curiosa boule di acqua calda, che si confà alla ricercatezza di quest’accampamento, per turisti bene, in mezzo alla savana. Nonostante i brividi di freddo che mi attraversano il corpo, guardo l’eleganza di linee del volto di questa ragazza dal tratto serio, irraggiungibile. Ha gesti lenti e studiati, come se li avesse a memoria. Scioglie la bianca zanzariera sopra di me e la fa scendere. Lei resta oltre, ombra scura, sinuosa. Abbassa la fiamma della lanterna. Il mio cuore,  batte extrasistoli, con mia preoccupazione. Vorrei chiedere un termometro per misurarmi la febbre.  “In caso di febbre alta –dice il manuale turistico- doppia dose di antimalarico e rientro, in Italia, immediato”- Ma  io non ho la malaria, di questo ne sono sicuro. Andar via da qui è impossibile. Ho compiuto, come medico, un errore di valutazione. Viaggio in Sud Africa, in pieno agosto, tutte le profilassi d’obbligo; ma ho dimenticato che era inverno.  A due giorni dal mio arrivo a Città del Capo, l’autista del pulmino, sbanda su un tornante e si ferma in bilico su di un precipizio. La guida, una giovane studentessa, prende lei il comando dell’auto. -“E’ influenza, qui c’è una brutta epidemia! Siamo in inverno, ovviamente.”- mi dice. Non ci avevo pensato; non si valuta mai che in Africa ci possa essere l’inverno! Per cui, sono senza vaccinazione antinfluenzale.  Nei giorni successivi, tutti i miei compagni di viaggio, sei, sono colti da febbre alta, a turno. Per ultimo, è toccato a me, stasera, nel posto più sperduto del Parco Kruger, lontano da ogni assistenza e soccorso medico-cardiologico. Abbiamo fatto in questi giorni varie uscite nella savana con i ranger. Ho rivisto gran parte degli animali della mia infanzia, quelli dell’abbecedario, Z…come zebra, G…come giraffa, R ..come rinoceronte. Li ho visti all’alba, infreddolito dall’aria gelida della 4x4, scoperta, e di notte alla luce dei fari. La voce metallica della guida bianca, che sembra snocciolare un rosario a memoria. - “ No, niente elefanti: di questa stagione sono a 400 Km da qui, irraggiungibili.” Mi delude con quest’ affermazione. – “I leoni sono qui, attorno, ma vanno cercati”- Stasera al tramonto, non mi sentivo bene. I primi brividi. –“Dottore non viene con noi? Si va per leoni. Le guide li hanno segnalati a pochi chilometri da qui.”- I due ranger vestiti con una scenografia cinematografica, fucile possente, ben visibile, sono già sul predellino della  Rover. Abdico e resto solo in quest’ accampamento fatto di lussuose tende sopraelevate su di una struttura di pali, accuratamente circondata da fili ad alta tensione. Ho il cielo stellato che si apre fragorosamente sopra di me e alcune lanterne che delimitano il salotto all’inglese, con comode poltrone di pelle. I camerieri sono spariti, non  ne individuo la presenza. Suoni che non conosco, versi di animali che ignoro, fruscii, zoccoli timidi, oltre la palizzata. Ben presto mi coglie la noia. Sento il bisogno di camminare, di sciogliere i muscoli. L’uscita è di fronte a me. Non c’è porta, ma  un fossato di tre metri, attraversato da una serie di aste di ferro con la superficie superiore a lama, in modo che le zampe degli animali ne avvertano il pericolo. Poggiando la scarpa su tre lame, contemporaneamente, a ponte, si può camminare, solo con un leggero fastidio. Decido di uscire. Solo quattro passi, in questa strada che si perde nel buio stellato. Uscire da una prigione fa sempre piacere. Risento scorrere le forze nelle mie gambe. Un tratto di strada, come se fosse un viale di Calabria. La volta celeste preme su di me. Uno spolverio di luci che mi affascina. I bordi della strada hanno cespugli neri. Mi sento guardato, ma non vedo.  So che non mi devo allontanare. So di aver fatto un’imprudenza e ritorno. Riprendo la mia poltrona. I brividi di febbre iniziano. Una coperta su di una mensola mi soccorre. Un rumore di auto fuori, fari come lame nel buio. Mi devo essere addormentato. Fasci di luce gialli disegnano linee nella notte. Il rombo dei motori si confonde col pulsare del sangue nelle tempie. La febbre sta salendo. Eccoli sono di ritorno. I fari mi abbagliano. -“ Dottore, abbiamo cercato tanto i leoni, ed erano qua fuori!”-
    Da un ricordo dell’estate 2001. L.P.R.

  • 10 maggio 2012 alle ore 16:14
    La rivolta delle parole

    Come comincia: Mi capita, quando quassù, in questa villetta,  siano tutti al loro lavoro e il  silenzio si riprende i remoti suoni della campagna; …mi capita, dicevo, di  dare libertà, di far pascolare, ecco il termine appropriato, l’indicibile.
    In una cassaforte del mio io, stanno racchiuse parole, da anni, tra neuroni edelettroni, prigioniere di un’educazione ottocentesca, che distratta, perlavoro, non ha saputo, nel 68, trovare la via della liberazione, che altri purtrovarono. Sono suoni fantasiosi, alcuni sono fatti di note ricercate, fiorite
    da strumenti persi nella notte dei tempi.
    Ogni parola, prigioniera, ha una sua storia nella mia vita personale. Ricordo il primo incontro. L’emozione violenta del suono, la profondità chiara del significato. Il rossore delle mie gote di bimbo. Rammento il volto di chi mi fece rinchiudere quella parola, il suono della voce, imperioso di un famigliare o di un educatore.
    Da allora, stanno  lì, apparentemente rassegnate, ma in realtà pronte alla rivolta, al miraggio di  un pertugio dell’anima, per poter evadere. Ed ecco che io, da poco tempo, le libero qualche mattina, portandole all’aria di questa campagna contaminata, di  una prossima periferia, dove tutto è abusivo, le mura, le tartarughe, nella vasca, i cavalli da corsa, nel recinto, i maiali, i cinghiali, lassù, tra lasterpaglia. Vivono per un attimo, respirano il profumo degli ultimi gelsomini eil tanfo dello sterco. Cercano invano l’altro, per cui sono nate, nelloscandalo del loro significato, ma non trovano che me. Rassegnate, ma purriconoscenti, mi tornano dentro.

  • 24 aprile 2012 alle ore 7:19
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 03 aprile 2012 alle ore 19:51
    Quella strana sensazione

    Come comincia: Mi ha sempre raggiunto,nella vita, un aurea affiorante, che mi ha allarmato, quando mi sono trovato in un ambiente, a me, non coerente. Ben più difficile sarebbe chiedersi quale sia la definizione di ambiente coerente. Qui entra la genetica, la famiglia, l'educazione, la tana o cuccia, in cui noi si è cresciuti. E' un vestito, quindi che ci cala a pennello, quest'ambiente coerente. E se ci tira da qualche parte, un tantino di maniche, un cavallo, un po' stretto, allora il disagio di vita ci allarma e ci si sta male, tanto da volerne uscire. Questa sensazione la provo maggiormente quando altri sono già radunati tra loro, e affiatati, per loro conoscenza, sono costretti a ricevermi per evenienze di vita. Qui ne intravedo la somiglianza con un evento musicale, in quanto ogni nota, non a tono, ogni suono scivolato via, viene afferrato dalla rete del mio cervello, dove s'impiglia .

    CUS GENOVA RUGBY dice la targa. Busso. Mi apre un ragazzo della mia età, ma nudo. L'odore di piscio e di sapone da doccia è intenso.
    -” Sono Lucio, sono amico di Alberto Scottoni. Mi ha detto di venire oggi. Per via di un giocatore nuovo da introdurre in squadra.-”
    -” Entra, ti aspettavamo, Alberto è già in campo -” In una nuvola di vapore intravedo altri corpi nudi seduti su una lunga panca scura. Cumuli di vestiti e di scarpe trovano spazi provvisori. - “ Bacci, ghe n'è uno nevu-” Mentre mi coglie la delusione di non trovare il volto amico di Alberto,  l'ombra di una montagna umana mi raggiunge alle spalle. Ne sento il peso della mano sulla spalla. Deve essere il Bacci, l'allenatore, 120 kg di muscoli e di ciccia a contrappeso. In questo sport la mole d'urto è fondamentale.
    -” Dai, ragazzo spogliati veloce, che si va in campo”-
    Confesso che lo spogliarmi nudo è una mia tara infantile. Forse perché ho vissuto tra nonne ottocentesche e suore della Beata Cabrini. “ Passerà a militare” mi si diceva. Ma non è passato.
    Il Bacci mi sta guardando. Sono nudo difronte a lui. E non finisce di esplorarmi.
    -” Ma da dove cazzo vieni, con quei muscoli? Gigi, Gigi....vieni un po qui -”
    Dal gruppo ne esce uno, ancora nudo. E' tutto nodi di muscoli. Ha un sorrisetto di scherno nei miei confronti.
    -” Gigi, salta sul tavolo, presto. Fai vedere a questo qui, come deve essere un uomo-”
    Il Bacci solleva con un braccio il Gigi, quasi fosse un monile e lo depone sul tavolo, sotto una lampadina penzolante, l'unica che scenda dal soffitto.
    Il Gigi sembra un galletto da fiera, sta su, tra gli schiamazzi dei suoi compagni. Inarca muscoli a volontà, li fa scoppiare sotto la pelle.
    “Così devi essere, come il Gigi, se vuoi giocare al Rugby”-
    “ Sissignore..ci proverò”- La mia nudità è anche morale. Ma chi ho frequentato sino ad oggi, femminucce?
    …......
      ...Il sudore mi cola a fiotti, gli occhi vedono e non vedono. Ho le gambe a pezzi. Abbiamo fatto già quattro volte il campo, in lunghezza, in gruppo. Ci si passa la palla ovale, improvvisamente, a turno. E' un colpo al torace quando arriva. Urla da battaglia, imprecazioni.
    -“ Via, via....non fermarsi. Passa...dai...veloce. Che cazzo la trattieni..passala, porco d...-” Il Bacci è instancabile nella sua mole sovrumana. La sua voce rimbalza sulle gradinate . -” Vienimi dietro, corri. Sono l'avversario. Veloce, più veloce... prendimi.”- Ora il Bacci sta dando il meglio di se. Sembra un bisonte in corsa. Sento il suo passo pesante sull'erba. L'aria gli esce dai polmoni con il rumore di uno sfiatatoio. Gli tengo dietro a fatica. Il cuore mi batte nelle orecchie. -“ Attento al “frontino”, ora te lo faccio!”-
    Il terribile “frontino”, al primo giorno di allenamento! Il Bacci , che corre davanti a me, si è arrestato improvvisamente,  e ha steso il braccio sinistro con la mano aperta.
    La mia fronte, che sembra volare,  trova questo ostacolo inaspettato, la sua mano, ampia e ferma. Un muro. Intuisco appena che questo sia il “frontino”, mossa tremenda di difesa dall'avversario che insegue.  Mi ci frantumo dentro e svengo.

  • 29 marzo 2012 alle ore 13:02
    Chiamala bandiera rossa.

    Come comincia: Si, la mia generazione ha visto nascere il comunismo, anche se l’origine storica andava ben più indietro. Ricordo il primo bagliore di rosso, intravvisto una sera, a Villa Adela, sulle alture che arginavano lo Scrivia. Si stava nella grande cucina a piano terra, dopo cena, tutti attorno alla sola luce della stufa, che trapelava da uno sconnesso sportello. Tra parole che rimbalzavano nel buio, solo occhi e qualche sorriso rasentato da una luce sanguigna. L’attesa era il cuocersi delle patate nella cenere. La fame era insaziabile, a quei tempi. Una patata stava per un dolce. La Guerra era nelle parole e nei racconti che salivano lassù, in collina. Ai colpi sul portone verde di casa qualcuno rispose con un timoroso “Chi è?”. Entrarono in tre. Volti bui, vestiti di lane grosse. Odoravano di neve e fumo. Non fucili, solo infilati alla cintola, mozziconi di scopa che affondavano in scatolette di metallo. Bombe a mano, precarie. Parlavano veloci, dialetti che non capivo. Scorsi, con stupore di bimbo, per la prima volta, un fazzoletto rosso al collo, logoro, unto di sudore. I volti con la mimica delle allusioni, forse per non spendere troppe parole. Quel buttare giù, di un solo sorso, bicchierini colmi di grappa che nonno gli riempiva. “Bevete ragazzi..venite dal gelo”. Si ascoltava radio Londra. La sigla, con i tamburi, la ricordo, posso ancora rabbrividire. “La coperta, la coperta!” –invocava nonna Amina. Si creava, stendendola, una barriera, affinché il suono non uscisse di casa e ci denunciasse al passante. Uscirono, veloci, senza parole e senza preavviso al gesto di uno di loro, forse il capo.
    -“ Vedrete che ci libereranno dalla guerra e torneremo alle nostre case”- ci rassicurava nonno Angelo.

  • 28 marzo 2012 alle ore 14:35
    Tudo bem

    Come comincia: Mi sento stupendamente bene! Sì, quella sensazione unica di euforia che ti attraversa d’improvviso corpo e mente, frutto di un’unicità di elementi positivi che mi sono piovuti addosso, per caso, in una giornata insolita. Il posto non è comune: è il momento del tramonto, a Ponta Negra, un quartiere della periferia di Manaus, sulla riva del Rio delle Amazzoni. Seduto al tavolino della Choparia San Marcos, osservo il mio brumoso e invitante bicchiere di capirina ghiacciata. Il Rio scorre immenso, in un ritmo non percepibile a vista d’occhio, quasi un vasto lago. I trentadue km di separazione, tra le sponde, sono inconsueti per noi italiani. Una linea verde, la foresta amazzonica, è la riva di fronte, laggiù, nel controluce di un tramonto dai colori di vampa. Rari bianchi battelli, a due piani, scendono, sfiorando un cristallo che prende gli ultimi raggi del sole. Al tavolino affianco, una famiglia d’indios, divora rumorosamente bolinhos de bacalhau, polpettine adorabili. Due fidanzati si tengono per mano attraverso lattine di birra vuote, lasciate sul tavolo. Prostitute bambine attraversano gli spazzi, con eleganza felina, guardando e facendosi guardare dagli avventori maschi. La litania calda e monotona di una canzone portoghese si contrappone alle note aspre del traffico dell’Avenida che lambisce il bar. Una vettura si è fermata ed ha parcheggiato con cura. Ne è sceso un elegante ragazzo di colore. Capelli lucidi di fissatore, una corporatura insolita. E’ il vestiario a colpirmi: una casacca bianca e pantaloni della stessa tela. Ne riconosco la divisa degli infermieri ospedalieri del Nord America. Ha le mani dietro la schiena e osserva con attenzione scrupolosa noi avventori, dal ciglio della strada. Sento che il suo sguardo si è posato su di me. Ne avverto il peso e l’invadenza. Non sembra lasciarmi. E’ come se mi avesse scelto, come se avesse riconosciuto qualcosa di me. Si dirige lentamente tra il sentiero dei tavoli verso il mio posto. Ora il suo sguardo l’ho addosso.  Mi fa un leggero inchino, il sorriso è invitante. Dalle sue mani, tenute sino ad ora, dietro la schiena, ora appaiono uno sfigmanometro e un fonendoscopio. E’ leggermente chino su di me. Lo sguardo è intenso.  Sento il suo fiato vicino al mio orecchio, poi il suono della sua voce :          
    -“ Tudo bem?”.