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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA)

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  • Ieri alle 14:33
    Su nidi di formiche

    Provo a guardare il cielo
    da questo (mio) pianeta
    popoloso e denso 
    provo acqua e roccia, supina 
    con le vertebre sull’erba molle
    sento nidi di formiche nati dalle briciole
    bocche di magma scaldare e minacciare.
    Il cielo preme sopra e sotto, intorno.
    Vibrano radici sotterranee, aeree, avventizie
    nelle venature umane rosse e blu 
    d’ossigeno e rilascio - rilassamento arcobaleno
    in uno spettro che illumina poi oscura
    puntuale, spaziale.
    La (mia) terra, succosa arancia 
    vitamina vita- nostra
    ospite di pulsazioni e cenere
    agghindata di verde, arte e s- meraviglie
    tutt’una con tutti, metastasi di linfe.
    Come vi viene in mente di non ringraziare
    una volta al giorno, il giorno che la libera 
    dal sonno?

     
  • sabato alle ore 0:04
    Fruscii sugli orli

    Il corpo si fa denso
    riflesso delle mani
    graffi e fessure, gocce
    pause e fruscii sugli orli.
    Non finire non tacere,
    Il corpo è l’attimo
    prima dell’impronta.
    Il sì rubato
    il t’amo sordo,
    la ritrosia per le scarpe
    in un batter d’occhio
    convulsa distopia.
    Ciglia che spostano il paesaggio
    -sulle autostrade piove,
    in qualche modo
    si tratta di poesia.

     
  • giovedì alle ore 7:23
    Tout court

    Ho accanto la grammatica
    della fantasia
    e passi di Freud, per capirci
    ancor meno sulla mania di vivere
    Poi qualche disegno di Chagall 
    per una fuga azzurra
    dove il sì è libera intesa con l’inconscio

    “Ricordi, stella, quando si leggeva Prévert
    mimando i giochi insoliti dei versi?”
    Ricordo, sì,
    lacrime sposar sorrisi
    e il fuoco ghermire il ghiaccio

    Tutto e l’opposto, stretti abbracciati

    Volutamente mi lasciavi, per poi tornare
    Eri grande e bambino, attore e scena

    Quando partivi ti chiamavo Fermo
    Al ritorno Mon cher Firmin

     
  • martedì alle ore 14:59
    Nuovo sole d'Icaro

    E dagli opposti incanti
    e incandescenze implose
    di nuovo sorge il sole d’Icaro
    annulla atopici frammenti
    e il gelido crinale del vuoto oltre le porte.
    Atavica sorella, la solitudine
    dal grembo ch’è abusato
    carezza, spenta, l’amaro ritmo delle doglie
    in grisaglie di cielo
    con noi assenti, d’ultimo distacco.

     
  • 19 maggio alle ore 6:36
    Testimonianza

     
    È improprio credere che possegga la parola
    la più esatta è un nugolo, forse una pietà.
     
    Eppure passa a suo agio
    nei piatti
    a depredare lievito di braci
     
    s’acquatta
    molle condensa d’alito
    che attende involuzione
    creatura venuta al mondo
    per un centesimo, schiacciata
    dal peso della conoscenza.
     
    È l’ombra dell’ombra
    appena un segno arcaico
    smorfia che fa temere il peggio
    il non detto
    da un farfugliare fole
    lingua di un continente
    per altri noi che quando tornano
    danno solo impressione 
    d’aria che si sposta.

     
  • 18 maggio alle ore 14:48
    In questa posa

    La tua faccia distesa
    è resina
    che aggetta tenerezza
     
    il modo di tenerti in questa posa
    fa l’universo ignoto:
    rotolo in un caveau
    di pietra nuda

    che mai ho provato a frangere
    in differente formula
    di luce.
     

     
  • 16 maggio alle ore 6:55
    Barlume nostalgia

    Nostalgia si scioglie
    da perspicuo lunghissimo guardarsi
    un attimo contiene l’altro in forza
    si scinde in lama, scheggia l’ombra.
    A pioggia, ne assorbono fantasie
    esposte a mancanze
    falde al tempo da colmare
    se poi l’ora è oro seppellito.
     
    Mi prende il volto con le mani
    come ad accogliere in un vaso
    lo stelo magro della felicità.
    Volto nelle mani, mani nel volto. Oh sì!
    -Non dire nulla, non dire troppo
    strozza il fiore alla sciocchezza-
     
    Nostalgia di te che sei
    che vai che torni
    muro sbrecciato, cielo divelto
    rio sfociante al punto solito.
    Il solco, sempre: a demarcazione.
     

     
  • 14 maggio alle ore 12:37
    Per mano

    Mi tieni ancora per mano
    ed io mi sorreggo ai tuoi compleanni
    sfidando la legge naturale.

     
  • 13 maggio alle ore 13:12
    Bosco del render grazie

    Non vedo l’ora 
    che foglie incantate
    scendano sui visi
    con i margini di rosa canina.
    Che il bosco del render grazie 
    cresca, stelo e corona
    di ogni verbo- seme.
    Tu leggimi mentre il vento 
    avrà dita d’espianto.
    Scrivimi pure, 
    scavami di voce e presenza 
    in un momento punteggiato di mani 
    all'altro lato del tempo.
    Dove ci ha estirpati,
    tra strada e luna
    che ancora non parla,
    trascina argento 
    ammanta 
    sale.

     
  • 12 maggio alle ore 18:28
    In aria d'oltre

    A dire quanto questo nodo è affine 
    luogo degli occhi liquidi di cera
    dal solco dell’anello si fa sera
    col fiato lungo d’anima alla fine.

    E si drappeggia verbo alle terzine
    asole al sole della gioia vera
    nel lume della mente è primavera
    d’unico viaggio sfibro ballerine.
     

    Dove saresti dimmi aperta coltre?  
    Fino a domani riparando dentro
    lingua, lima indelebile di voce

    dei sogni dove sei sorge la foce
    intima del mediastino e più al centro 
    materia senza tocco in aria d’oltre.
     

     
  • 10 maggio alle ore 14:54
    Come si sfrondano sillogi

    Le nubi
    sempre più irruente
    non lasciano pace
    Le cose innominate
    che sto toccando
    l'inevitabilità del tuo profumo
    a cui partecipo togliendo veli
    dalle coperte di sillabe
    Come si sfrondano
    sillogi
    e ogni strappo è
    un fiume di grazia
    nel lume incorporeo
    del pensiero
    Ho in te luoghi scalzi
    Amo queste gocce senza radici
    il mare sconosciuto
    che gira tra vento e foglie
    Un tremolio, che riempie
    solitudine e solchi
    e insegna a viverci
    disarmati e docili

     
  • 08 maggio alle ore 23:30
    Settimo senso

    Implodere in cristallo
    la fissità dell'occhio

    mi assento dal mio scolorire
    inflessibile accanto.

    Una volta ho pianto nelle stelle:
    irradiavano pace

    e noi, l’aver vissuto
    cigli setosi tra gramigne
    e uccelli migratori.

     
  • 07 maggio alle ore 0:16
    La voce inquieta dei sogni

    L’ho riconosciuta negli echi
    la voce inquieta dei sogni, 
    i più sbiaditi sono automi 
    inscatolati negli inverni delle viscere.
    Martellano le aurore
    i luoghi frantumati dell’essere.
    Sono i giardini senza gemme
    avvizziti d’incuria,
    rami si staccano uno ad uno
    e quando cala, la luce 
    è un ampio mantello opprimente.
    Mia finestra 
    che ancora raccogli i silenzi,
    sei l’acerbo diamante da far sbocciare
    -vita degli occhi
    orizzonti nuovi tramano in te
    fiori d’armonia.

     
  • 06 maggio alle ore 6:05
    In via del rivo

    Ho aperto un varco
    tra cerniere e rugiada.
    Era una stanza
    di consapevole armonia,
    c’erano fili attesi di riverberi
    di me di nuvola.
    Domani poi ripiove
    e poco avverto
    il non aver riparo
    mentre una statua ride sul bagnato.
     
    Compro dei fiori, sono fresie
    se mi ricordano di un nodo
    insieme al varco. E come
    sarebbe facile serbar l’odore
    per un palmo che spazzi fuori
    le vie a guinzaglio.
    I tetti sul grigio, i vetri occlusi.
     

     
  • 05 maggio alle ore 11:58
    Slancio

    È slancio a un’illusione
    occasione di viaggio
     
    un ansito -forse- che lo diventa
    si arrampica al pensiero, va alle tempie.
     
    Il puro esistere muove dal fondo 
    assordante, si apre
    al pubblico stormire dei cespugli
     
    poi da segni smagriti cresce maggio.
    È vivo, affaccia gli occhi ai davanzali.

     
  • 02 maggio alle ore 22:32
    Violette

    Iniziò a stemperare voci
    dai deserti, Violette. Così 
    avrebbe voluto essere chiamata
    e carpire profondità 
    sepolte in poca luce.
    Far sbocciare parole nuove
    che tornano alla lingua 
    levitando, sul gran peso del nulla.

    Iniziò a credere, Violette,
    ai suoni puri
    tra la sua anima e il mondo.
    Tese una soglia, 
    dove l’orma ha annullato l’ombra 
    dell’apparire. E lì sparse 
    al sole di altri occhi
    le sue bozze.

     
  • 01 maggio alle ore 0:10
    Maggio (acrostico)

    Mirti in gerle selvatiche, prolisse
    All’albeggiar di fogge volte al mare
    Già che s’innalzano da inerti stecchi
    Gettando miele d’aria ai bottinanti
    Impattano scoscesi fianchi, anfibie
    Orografie di terre e sporte dune.

     
  • 30 aprile alle ore 10:00
    È questo?

    Umori nuovi sul filo delle dita
    da calze trasparenti e l’ambra desta
    si divide tra amache e fiori dinoccolanti
     
    ho visto perfino il giardino della luna
    nel getto del sole: è giallo ginestra,
    i baccelli mimano la tua bocca
    quando mi chiami con nomignoli di cerva
     
    l’acerba traccia di desio si espande in fughe
    -correre a procreare alberi d’oro? - vieni a me
    con mastice di polline.
    Mi sento una scatola di api
    sotto ciondoli azzurri, lacci di favo intorno
    dilatano il venir meno
     
    lascio che primavera abbondi,
    planino le ciglia nel verde integrale
    del tuo sterno d’attesa. È questo?
     

     
  • 29 aprile alle ore 21:22
    La sfera

    È che dentro una sfera tutto
    può diventare altro e noi 
    da istintivi paesaggi sfociamo
    in virtuosismi prensili
    alberi della vita abbozzati
    a radunare sensi.
    Il muoversi all'essere.
    Le ciglia voltano impervi affreschi
    al cadenzare di una pioggia ameba
    -potrebbero tanto dire, staccate
    da silenzi di pancia.
    Il mare intero abita all’interno
    apparecchia tagli in viola, gole.
    Resta immobile l’altro nostro viso
    prestato allo stupore
    su nastri di dinieghi
    che poco si lasciano rovistare
    rimbellettare al giorno.

     
  • 27 aprile alle ore 22:10
    Gradazione di respiri

    Tracce di evanescenza
    fuori dagli occhi
    nuvole
    di un'altra via
    di un'altra vita
    ricordi svolati
    che riempiono
    la gradazione dei respiri
     
    -il tuo firmamento addormentato-
     
    un colore continuo
    da vita sparsa
    muove le aurore,
    una bellezza rappresa
    di neve e sabbia
    di sudore e ossigeno

     
  • 26 aprile alle ore 0:14
    Prossimità

    Notturno 
    di lanterne che si smorzano
    La luna è 
    un grande vuoto pulsante, 
    farfalle gli occhi 
    nel cerchio casto
    che pure inghiotte il fuoco
    Non c'è risveglio se non 
    da un sogno senza terre

     
  • 25 aprile alle ore 19:41
    Esposti

    Esposti, nero sul bianco
    fragilità di carta
    fuggiamo dove la muta è ferma
    nell’aspettare il corpo alato
     
    e un atomo di elio vaga nel dubbio
    se darsi al brillio o spingersi
    in fondo a un buco d’aria

     
  • 22 aprile alle ore 8:48
    Osho è illuminante

    Osho è illuminante dalle sue ceste 
    intrecciate di suoni e ombre pigre. 
    Parto umilmente parto da me stessa.
    Nel respiro tradiscono presenze 
    già presto assenti. Astratta statua viva 
    saprei dove creature-parole nascono 
    varcano la plaga, da fiotti
    in un’immagine venuta a galla.
    Osho parlando incute calma 
    mi guarda dal suo occhio saggio 
    mi vede nulla mentre nel nulla 
    continuo a crescere nel corrermi
    cercarmi in faglie.Tentativi.

     
  • 19 aprile alle ore 10:13
    Breccia

    Si disvela in semasia
    qual turbinio una breccia 
    a tradir la pelle - vorrei, dispersa.
    Ma saprò esserti sì - muta d’ansia
    in anelito a tua poesia di sete
    essendo gocce -cos’altro, del congiungersi?
    In riva a mondi fragili
    non sia riscossa amore che mi impura,   
    è qui e mi spazia il viso d’abat jour 
    in foce dove giaci - e resti a me.

     
  • 18 aprile alle ore 18:30
    Dove non siamo

    Dal tuo mistero, no 
    non son capace di redimermi:
    ti affacci ti materializzi
    - non credo di poter vincere 
    l’immane contrappunto

    (luogo di spiriti)

    dove non sono non siamo
    spiro spesso 
    tentata sedazione
    fino al respiro prossimo 
    a venire.

     

     

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.