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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA)

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  • lunedì alle ore 7:11
    Zona di lettura propria

    A saper porre rimedio al cattivo tempo
    con un punto e virgola e al seguito una voragine,
    non starei a giocare con il linguaggio
    dipanare emozioni -darle crude
    in bocca agli umori del momento
     
    Cave di roccia per innalzare fumi
    crolli annunciati e carte veline
    [si volta pagina
    o traccia di lettura a dirsi,
    per un’ermetica in controcanto
    -non fraudolenta-
    voce per cartongesso]
     
    E la parola succede che mi sfianca
    mi lascio parlare, scegliere
    disturbare
     
    c’è un punto che mi divide in due
    uno che mi riunisce
    (com’era il mondo prima dei contrari?)
     
    Non c’è una chiave, una toppa, una
    zampa di grimaldello
    Forse è semplice penetrare la vita,
    respirandoci
    senza paura delle tossine
     

     
  • sabato alle ore 23:40
    Di grazia

    Piegati di grazia
    in flussi di meraviglia capillari.
    È difficile credere
    eppure lo accendi il destino
    da una minuta geometria,
    l’anca di una rondine del pegno
    I nomi alle spole
    li abbiamo dati in tempo
    come calchi sulle finestre albine,
    qualcosa che non è perso mai
    e tutto è restare densi
    nello scivolo del vento, che spezza  
    anche il canto delle risorgive

     
  • venerdì alle ore 15:37
    La mia montagna

    La forma che ha
    la mia montagna
    è un disegno mentale,
    schizzo selvatico
    quando la parola non era nata
    La mia montagna è una gran dama
    che riempie la carrozza
    e s’adagia ai cavalli
     
    Un giorno lei è scesa
    ha detto, o pensato
    -qui è il mio posto
    s’è alzata la gonna
    e piegato le gambe
     
    La mia signora ha
    una torre per cappello
    il sorriso di roccia
    un didietro oversize
     
    la mia montagna
    che profuma di mare
    e regge il cielo
     

     
  • giovedì alle ore 18:03
    Prima che arrivassi

    E prima che arrivassi
    un fiume il verbo
    qui nelle labbra.
     
    Quanta foce -t’ho visto -
    mi hai portato, che un fiotto
    s’è unito a un sì, frusciato.
    Il resto s’è zittito 
    viluppo in cavo
     
    perché giungessi 
    tu, dove non si tocca.

     
  • mercoledì alle ore 15:08
    Arnie

    Il crepitio degli spigoli, al sole
    svela un cavo d’arnie più selvagge
    Mi scaldo le guance -Che bella-
    lo dico nello specchio fondo, allo sgualcito lenzuolo
    a tutto il peso del miele maturato
    nella poesia della costola
     
    giuntura di altre mani - uniche:
    qui o in altri luoghi
    hanno rapito il sempre, in cambio
    di una corona emaciata sulla fronte
     
    Ma io incarno la gioia invernale
    l’ascesa della sabbia nelle giornate acriliche
    foss’anche per aspettare l’esodo delle cellule
    una per una
    verso la porta delle lucciole

     
  • 18 luglio alle ore 10:09
    Amara negli occhi grandi e scuri

    Prevale l’aria inquieta,
    l’aver perduto il giusto accento
    di favella. Cercare cosa?
    Un neo sognante, un segno di rimbalzo

    ripiego al sangue
    che ti fu dono, stesso soffio
    fluente nei ventricoli.

    E sfrango notti. Dubito del sonno 
    ristoratore, degli effetti
    che inducono la lacrima a brillare.

     
  • 16 luglio alle ore 15:34
    Perorazione del sì

    Era in barbaglio
    s’è visto come scivolare
    come anello
    intorno al buio sale
    più che saldo  -salvo-
    Spinge nel nome della bocca
    spinge in anni di filari bianchi
    La morte alla deriva
    si muove di vita
    son folate dai fiordi
    -non stacchiamoci-
    l’unica guancia arrossa
    buccia lucida
    perorazione  
    di un nocciolo di sì,
    va bene

     
  • 15 luglio alle ore 7:55
    Svanire

    Ha sciolto ghiacci
    la notte
    di un mondo lontano
    da ogni tempo,
    giunture carminio
    d'ombre a resa.
    Ma non temere
    le ore sfumate 
    in calce.
    È tanto un battere
    succinto
    per non farci ferire
    dalla luce.

     
  • 13 luglio alle ore 13:54
    Ciglia

    Dista poco dalla vita
    la notte, così nulla temo
    degli arcobaleni negli occhi scuri
    né del lago che ha fatto sue le stelle.

    Anche il tutto senz'aria 
    è un sentiero di gelsomini.
    Quelle trame che portano un verso
    su Plutone, chi le ha stese
    risalendo ciglia di fissità
    dal cemento?

     
  • 12 luglio alle ore 19:39
    Tre haiku (estate)

    garbino estivo-
    s’inerpicano fiamme 
    su per il borgo

    calda salsedine-
    in china l’eucalipto
    composto e fiero

    bella bignonia-
    il tuo labbro carminio
    attarda il vespro

     
  • 11 luglio alle ore 10:28
    Dove io perfino manco

    Avrei dovuto essere stringa al tempo
    in schiere di richiami portarti a me
    da un’antica selva d’oriente
     
    e dal sognato, dalle chine aspre
    dove ho lasciato un po’ della mia ombra
    memoria prossima alla pelle.
     
    Ma sempre qualcosa fugge l’impermanenza:
    cosa sei per me? cosa hai fatto agli alberi
    le cui gemme dispensano vaghezze di occhi interni?
    Autrice delle spine, è questa l’arte
    che scioglie balsami di aranci amari
     
    tutto di me si fa apertura,
    a piccoli morsi essenza e cura
    sommuove il fondo, posa
    dove io perfino dal corpo manco.

    (A Marcel Proust e "À la recherche du temps perdu")

     

     
  • 10 luglio alle ore 1:14
    Halku n.2 (tramonto sul mare)

    spinto dai remi
    un tramonto si spande
    vira il ponente

     
  • 10 luglio alle ore 1:11
    Haiku n.1 (tramonto sul mare)

    bacia la riva
    un raggio solitario
    che si congeda
     

     
  • 10 luglio alle ore 1:07
    Campi (Tanka d'estate in acrostico)

    cantico verde
    anima di una brezza 
    molle e soffusa

    pioppi spargono argento
    in un quadro di Cézanne

     
  • 09 luglio alle ore 9:13
    Non si contano gli alberi

    Si ferma il volto 
    diaspro
    dove la strada sembra 
    morire al buio. 
    Al dorso un’eco,
    miele da calendari
    avvezzi ai muri 
    e chiodi 
    risospinti al bianco. 
    Pallore in tatui 
    scampato all’esodo 
    in chissà quali reticoli
    di vanità e incertezze.
    Non si contano gli alberi
    dal ponte dell’orsa 
    dacché il divieto dei sogni
    un clangore, l’ha rimosso.

     

     
  • 08 luglio alle ore 8:52
    Luglio (due haiku in acrostico)

    lode dell'erba
    un flautato brusio
    grumoli ai fianchi

    l'arsura placano
    i tumidi mirtilli
    o le tue labbra
     

     
  • 07 luglio alle ore 9:06
    Dal letto delle ancore

    Non c’è comprensione se non
    di queste cose addormentate
    nel mezzo di una rappresentazione
    E qui è la fissità dei porti
    dove salparono le voci
    “tienimi nel gorgo della tua esistenza
    dov’è foce il sopravanzo di cielo e terra”
    Con i lampi orlati degli occhi, ci giurerei
    ancora assorte umane resistenze
    animate da secoli d’eros del bianco e del nero
    umanamente a morirsi tra cerchi di pietra
    e gli sguardi profumati che a momenti
    prenderanno il volo

     
  • 06 luglio alle ore 20:10
    Il mare avanza

    Il mare avanza
    e l’umidore, dove
    ho poggiato la vita
    ricolma i gangli
    di ruggiti e ortensie
    Non ho silenzi che bastino
    Posso solo stupire
    affacciando l’anima

     
  • 06 luglio alle ore 2:13
    A velo d'aria, che non plana

    S'è aperta una cruna
    sui fermagli dell'oblio.
    Si sente lo sfioramento
    dei piani di coscienza,
    fiato e ginocchia.
    Non c’è verità
    fuorché un insetto che
    verosimilmente sciama d'inezia.
    E il caldo struscia nel tempo a tondo
    l’insetto sbatte sulle ali, torna.
    -tengo stretto il laccio per il sangue -
    Fa’ che non mi colpisca
    che non aumenti la smania di gridare
    a velo d’aria, che non plana.

     
  • 04 luglio alle ore 7:07
    Da stupefatte amenità

    Eppure i muri hanno una voce
    patina di calce che si staglia
    nell’aria basculante
    delle nostre febbri chiuse a chiave.
     
    Qualche attimo e senti
    che siamo statue, rinvenute
    da stupefatte amenità
    pronte a spartire il dolce e l’acre
    dei vani sotterranei.

     
  • 03 luglio alle ore 9:05
    Mama

    So tutto di te anche adesso 
    dopo gli anni scivolati giù, 
    perle sul pavimento
    Le ho messe in un cassetto 
    non l'apro mai, contro la nostalgia
    Conservo intera la discografia
    le tue corde a cantare 
    "quaranta dì quaranta nott"
    le frasi in fiore e foto brille

    Ti conoscevo meglio
    negli strani giorni, fuori campo:
    all'imbocco di via della Moscova
    i nostri passi in contrappunto
    le voci accavallate
    l'alter ego nel moscato
    Ma la verità non era in vino,
    nemmeno nelle confessioni 
    Una pausa, una piega d'ovale 
    e le ombre s'illuminavano

    Verrò a cercarti, curiosa di vedere 
    quello scrigno - il tuo gioco bizzarro 
    di mantenere intatti 
    gli occhi più vivi

     
  • 02 luglio alle ore 11:57
    Poi

    Poi
    m'inerpicherò
    su te, tocco
    sciolto dall'ombra
    a morirti dentro
    oasi di corallo.
    Poi labbra
    non più mie
    da un leggero risucchio
    e un grido
    premuto a fondo.

     
  • 01 luglio alle ore 8:13
    Luglio (acrostico)

    Lantane in balaustre
    Unanime lo sfarzo, casta
    Glicolisi d’aranci dentro i gialli
    Là dove smania un raggio, tale
    Il fiato fisso, dei più caldi
    Ostri sulle polene scolte a vita

     
  • 29 giugno alle ore 9:46
    La tua vita erano queste odi alla Terra

    La tua vita
    erano queste odi alla Terra
    quelle visioni
    lievi e incredule
    di praterie senza confini,
    le carezze agli alberi
    figli antichi
    del tuo passaggio
     
    La tua vita era pioggia
    che dà gioia al fiume
    ad ogni sasso
    riposo del cielo
     
    era il sogno
    un cavallo di vento
    senza padroni
     
    La tua vita era
    veder rigogliare il bene
    sotto il piede ruvido
    dell’aridità
     

     
  • 28 giugno alle ore 17:04
    Dove va un poeta

    Il poeta non può svanire
    come fa il legame
    nella materia.
    Lui arriva
    nei luoghi più impervi
    lasciando segni
    d’amore universale.
    I sassi rigati per sempre
    dall’acqua, è lì
    che i suoi versi continuano
    Li sentite? Sono loro
    a gorgogliare
    liberi da vincoli
    di rovinosa natura.

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.