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in archivio dal 30 lug 2011

Sergio Caldarella

Princeton - Stati Uniti
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  • 25 dicembre 2014 alle ore 5:59
    Danzando sulla vertigine della luce

    E scriverò il tempo alla fine del tempo
    come nessuno ha mai scritto
    danzando con la penna
    sulla vertigine della luce.
     

     
  • 01 aprile 2012 alle ore 14:50
    I signori del mondo

    Questi signorotti in livrea e appena sbarbati
    pretendono di piegare e spiegare il mondo
    costringendo
    ognuno
    nella loro amara tuba da becchini

     insegnando ad amare solo cose morte
    e imponendo
    in cambio di biada
    una brutale disciplina senza pianto

    Sono barbari dalle facce affilate
    con ipotalami di fiele
    capaci di appaiare
    solo tappi di bottiglia
    cocci di vetro
    e bottoni rotti

    Stanno tra le cose morte
    e per questo
    sanno soltanto offrire
    cecità e pugnali
    al posto di tulipani e rose

     
  • 17 novembre 2011 alle ore 2:57
    Eternal return

    There are higher planes
    where the End meets
    and stars
    return to their Zodiac

    signs
    written on the sand
    will resurface
    as if written in stone

    all that was lost and true
    will come back
    and all the earthly soulless tears without love
    will finally be lost
    forever.

     
  • 03 agosto 2011 alle ore 1:46
    The Madness of Art

    It will bring you up
      it will bring you down
    cursing, running, falling apart
      light and snow
    right and love
    bright and wrong.

    Roaring over a body
      scratching the nudity of a star
    stealing each line from destiny or time.
    We are all poets
    blind dancers
    imperfect philosophers
    Sculpting silence into a voice
      or a touch into a form
    on a canvas;
    Recklessness on the edge of a dream
    disguised as an abyss
    or as a game.

    Madness is the unfinished gift
      or the perfect curse
    of a fallen monkey
    shaken by the strike of darkness
      and alive
    by diving
    into the burning pages of life.

     
  • 30 luglio 2011 alle ore 15:42
    Sun and Sand

    Sun and sand
      are beating my eyes
    but they can´t stop my soul
      that goes
    straight to
    where you are

     
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  • Quando, nel 1922, Oswald Spengler pubblicava una prefazione definitiva al suo ormai classico “Tramonto dell’Occidente”, egli riprendeva e correggeva il testo della prefazione aggiungendo: “Nell’introduzione all’edizione del 1918 (...) dicevo di esser convinto che nel libro era contenuta la formulazione di un pensiero irrefutabile, tale da non dover essere più discusso una volta che fosse stato esposto. Avrei piuttosto dovuto dire: una volta che fosse stato capito”. E se, all’epoca il pensiero andava soltanto capito, oggi la comprensione di un testo, di qualunque testo, deve battersi in primo luogo contro un onnipresente marasma di opinioni e paralogismi ad hoc che diseducano le menti degli uomini. Questa è una tra le ragioni per le quali risulta difficile, se non impossibile, l’imporsi di quei pensieri tanto necessari sia alla nostra epoca sia alla sopravvivenza della specie. Nel 1996, la Laterza ha pubblicato la prima edizione de “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano, un libro che, nei vent’anni trascorsi, avrebbe sicuramente dovuto influenzare radicalmente un pensiero culturale se ve ne fosse ancora uno in grado di emergere dal rumore e dalla confusione della cultura ufficiale. Difficilmente, nel panorama italiano, è dato trovare un testo di tale densità teorica come quello di Cassano. Già dal titolo, il volume si presenta come un testo il cui valore di riferimento appare geografico-topologico eppure, interpretandone le strutture, si scopre in questo scritto non soltanto una lettura originale e multidisciplinare – una completa anomalia nell’accademia contemporanea – della modernità e dei suoi conflitti, ma anche una nuova chiave d'interpretazione filosofica delle categorie di questo nostro mondo ambiguo e strano. Si sente, soprattutto negli ultimi capitoli, la traccia o il tentativo di un’analisi sociologica ma, sin dai primi originali paragrafi, si coglie la profondità di una filosofia attenta, capace di trarre intuizioni di significato da ogni spazio del mondo, dal mare alla foresta. Cassano, in questo libro, riprende alcuni tra i temi principali della riflessione filosofica contemporanea e li intreccia, abilmente, fino a mostrare falle insospettate in quella riflessione che aveva accolto ed ammesso la predominanza di pensieri che presuppongono il riflesso di altre geografie le quali, partendo da larghe pianure e foreste leggono una stabilità nel mondo che il mare, panorama del pensiero meridiano, invece non concede. Hermann Broch scriveva tempo addietro: “Coloro che vivono in riva al mare difficilmente possono formare un unico pensiero di cui il mare non sarebbe parte”. L’intera cultura Greca, infatti, è un grande pensiero con al centro il mare come elemento fisico e come dimensione dello spirito greco: Θάλαττα! θάλαττα!
    Cassano rivendica la contrapposizione del continuo movimento-divenire del mare all’ombrosa stabilità delle foreste del Nord da cui nascono ben altri miti e filosofie e mostra come il pensiero sia anche localizzabile nelle sue geografie, così “orientarsi nel pensiero” (Kant) significa anche trovare quella direzione che determinerà lo sguardo e, per questo, c’è il mare come presenza fondamentale del “pensiero meridiano” per i Greci, ma anche come metafora della vita sempre in bilico tra essere e non-essere, tra la stabilità della terra e la natura infinitamente mutevole del mare.

    [... continua]

  • Ci sono libri che hanno determinato le coscienze di un’epoca e libri rigettati perché condensano il senso delle trasformazioni storiche nella silloge dei dolori, lutti e tragedie che queste epoche hanno portato e ospitato nel loro manto. I libri più belli, quelli che lasciano tracce, sono quelli difficili da leggere e ancor più difficili da scrivere perché costringono l’autore e, conseguentemente, il lettore, a percorrere strade impervie tracciate dalle spine di antichi dolori che la memoria rigetta e il cuore riporta sempre a galla. Sono troppi i grandi pensatori dello scorso secolo la cui voce è ormai quasi inudibile tra i corridoi della cultura ufficiale pesantemente lastricati dall’incultura della nostra epoca e Jean Améry è uno tra i più importanti intellettuali del Novecento ed è, allo stesso tempo, uno di cui non si sente quasi più il nome, nonostante ci abbia lasciato, in pochi libri, un grande patrimonio di pensieri ancora da pensare. Jean Améry, al secolo Hans Mayer, sopravvissuto alla più colossale mostruosità della nostra epoca, all’età di 65 anni, terminerà da sé, similmente a Primo Levi, compagno di baracca ad Auschwitz, la vita che l’incubo nazista non era riuscito a distruggere. Il libro "Intellettuale ad Auschwitz" è un testo denso che è tanto un’interrogazione filosofica quanto un’esperienza, anzi, è un testamento filosofico dell’esperienza del male e dell’ingiustizia esperiti in prima persona. È un libro che sembra parli della tortura e della deportazione ma, in realtà, è un grido di stupore intellettuale in cui l’autore, allibito, chiede, attraverso la scrittura, di render conto dell’antico tradimento dell’uomo verso l’uomo. Améry non ha qui scritto un trattato di filosofia accademica, ma ha voluto interrogarsi e interrogare sul significato del dolore e della tortura e sull’indifferenza con cui un uomo può infliggere dolore e morte a un altro. Améry descrive la scoperta di una realtà in cui si entra non appena si riceve il primo pugno sul viso: “il primo pugno cambia tutto”. Appena si finisce tra le grinfie dell’aguzzino, ossia tra le mani di uno degli innumerevoli esecutori sempre pronti e proni a eseguire il volere dei pochi con la feluca o la corona sul capo, il mondo in cui si era vissuti diventa un altro mondo, una realtà le cui porte si spalancano, con clangore ferrigno, sulla brutalità e indifferenza degli uomini, un mondo lontano da quei sogni che avevano avvolto l’intellettuale prima di venire incarcerato e torturato dalla Gestapo e dagli aguzzini di Auschwitz, in una descente aux enfers in cui il reale assume il ghigno della più contorta follia. La nostra è un’epoca indifferente all’ingiustizia e, in questo suo tratto, si configura come un’epoca diretta alla distruzione. L’enigma della grande prova è, allora, quello di riuscire a intravedere tra le maglie della brutalità dei tempi e capire se il mondo vero sia quello dell’esecutore, del malvagio che impugna saldamente lo stiletto o la clava e si erge come ferale nemico del suo prossimo, o se la realtà autentica sia il contrario di quanto la forza del male vuol provare ad imporre. Améry affronta questa domanda con tutta la serietà che merita, ma non riesce a fornire risposta alcuna perché sulle carni gli bruciavano ancora le ferite inferte, mentre qualcosa in lui testimoniava di un mondo che rigetta il carnefice attraverso il pensiero in cui si riconoscono solo gli uomini e non i mostri che sanno infliggere solo dolore, tortura e morte.

    [... continua]

    • Il Drago
    • 07 gennaio 2013 alle ore 8:08

    Nella commedia Il Drago (1943) Evgenij Schwarz (Švarc) descrive, con un linguaggio tra fiaba filosofica e metafisica, una città dominata dalla figura di un terribile e dispotico drago che ha assoggettato, da oltre quattrocento anni, tutti gli abitanti del luogo. Così come Pirandello utilizzava l’immagine dei Giganti della Montagna (1933) per indicare il fascismo e Ionesco i rinoceronti (Rhinocéros, 1959) per parlare dei nazisti nella Francia occupata allo stesso modo Schwarz scrive di un drago dietro cui si intravvede il baffone di Stalin.Il giorno prima del sacrificio di Elsa arriva in città il cavaliere Lancellotto che, avvertito da un gatto (chissà se Bulgakov si è ispirato a Schwarz per il suo gatto ne Il Maestro e Margherita), si propone di sfidare il drago per impedire il sacrificio e liberare la città. Quando il cavaliere comunica le sue intenzioni a Charlemagne, il padre di Elsa, ed alla ragazza, entrambi, assuefatti al pensiero che non sia possibile ribellarsi al drago cercano di dissuaderlo e assicurano Lancellotto sulla bontà del mostro che ha da tempo liberato la città dagli zingari e dal colera, giustificando così la figura e la necessità sociale del drago. Charlemagne conclude: «Finché è qui lui nessun altro drago osa toccarci» e all’obiezione di Lancellotto secondo cui gli altri draghi «sono stati sterminati da un pezzo», ribatte «E se non fosse così? (...) l’unico modo per liberarsi dai draghi è di tenersene uno». Dopo che Lancellotto ha lanciato la sfida al drago il borgomastro, un uomo sofferente (a suo dire) «di tutte le malattie nervose e psichiche del mondo» cerca anch’egli di dissuadere Lancellotto e vuole che il drago viva perché quest’ultimo teneva in pugno il suo aiutante «e tutta la sua banda di mugnai». Per mantenere lo status quo il borgomastro sacrificherebbe anche due città: «Meglio cinque draghi che quel serpe del mio aiutante». Nel frattempo, in punta di piedi e addossati al muro, accorrono «i migliori uomini della città» per chiedere a Lancellotto di andarsene. Il cavaliere dichiara: «Capisco perché quella povera gente è corsa qui in punta di piedi». «Perché?» chiede il borgomastro. «Per non ridestare gli uomini veri. Vado a parlare con loro» dice Lancellotto uscendo di scena e quando rientra il borgomastro gli chiede se nel corso della notte ha fatto qualche amicizia: «I pavidi abitanti della sua città mi hanno aizzato contro i cani. Ma i cani qui hanno molto giudizio. E’ con loro che ho fatto amicizia». In questa curiosa fiaba, gli animali rappresentano la coscienza della natura che, vedendo al di là dei fini puramente individuali si rivela come pura saggezza ancestrale. La fiaba di Schwarz è una grande metafora del mondo, del potere e degli uomini che in esso patiscono o fanno patire. Il drago chiede a Lancellotto: «Non vorresti morire per degli esseri deformi (...) Se tagli in due un corpo, l’uomo crepa. Ma se squarci un’anima, diventa docile e basta». Ecco descritta, nelle parole del mostruoso drago, la natura di un mondo malato perché immagine della mostruosità, una realtà fatta di necessità e disciplina che squarcia le anime. Il mondo di questa fiaba filosofica non assomiglia soltanto alla Russia degli anni ’40, ma ad ogni altra epoca, la nostra inclusa, in cui gli uomini vengono condotti alla deformità da un potere infame che altro non riconosce e promuove se non la sua mostruosità. Meglio, come sembra voler insegnare Schwarz, camminare a passi pesanti e forse si potrà ancora svegliare qualcuno.

    [... continua]

  • Un lembo di mare di appena quattro chilometri separa Helsingborg, in Svezia, dalla terra di Danimarca, ed è in questa città tra le ombre che Björn Larsson costruisce la storia del suo libro: "I poeti morti non scrivono gialli", pubblicato da Iperborea. Bella la storia e non soltanto perché ben scritta e sicuramente ben tradotta da Katia De Marco, ma perché è la storia di un poeta e chi ha ormai il coraggio di scrivere sui poeti? Molte sono le cose che si percepiscono nel libro: c'è una certa ironia già dall'inizio, quando l'editore Petersén spera di poter convincere il poeta Jan Nilsson a firmare il contratto per il suo libro acclamato come un successo editoriale, anche se all'insaputa dell'autore che vive su un malandato peschereccio. L’editore Karl Petersén sa che non sarà facile convincere il poeta a firmare il contratto e, per questo, si è portato dietro una bottiglia di champagne, ma al suo arrivo si trova davanti all'inaspettato: Jan è morto impiccato sul proprio peschereccio. È da quella morte che parte il bandolo di tutte le verità. È dalla morte che si è costretti a ripensare la vita e l’opera del poeta.
    Sullo sfondo della narrazione si sente il clangore dell’atavico scontro tra l’arte e società delle norme e convenzioni cui Jan si opponeva con la vita e l’opera, quel conflitto tra la luce che sprigiona dal vivere dei poeti e la deprivazione imposta dalla società del denaro (si ipotizza infatti che, ad uccidere il poeta, possano essere stati certi finanzieri dei quali aveva scoperto le segrete trame). Il commissario è invece del parere secondo cui i poeti si uccidono e basta, quasi come se si dovesse espiare la poesia con la vita. Ma che ne può sapere il povero commissario Barck di un poeta? Forse per il commissario il poeta si uccide perché la sua è un’attività morta o mortifera, mentre in realtà il poeta è il solo a conoscere davvero la vita perché conosce l’amore senza confini e, conoscendo questo, giunge fino al cuore dell’esistenza e può permettersi, dopo, di intuire anche i segreti periferici della vita come quelli della finanza. Tra quelli che “sanno”, il poeta è l’unico che “sa” davvero. Proprio questo scriveva Pier Paolo Pasolini nel suo famoso articolo del 1974:  “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore” e per questo lo hanno ammazzato nell'anno successivo. Anche Jan Nilsson sapeva e, anche a lui, lo hanno ammazzato. Verità e finzione, chissà quale tra le due sarà la più vera?

    [... continua]

  • Tra le pagine della sua opera Fernando Pessoa definisce se stesso come «una sola moltitudine», egli è Fernando, ma anche Alberto Caeiro, Alexander Search, il signor Crosse, insieme a tanti altri, e da bambino, nel suo primo eteronimo, nomina se stesso con l’attributo di Chevalier de pas, quasi un eco dell’ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, l’antico paladino di Spagna in lotta contro i noti mulini a vento. Pessoa rappresenta – e allo stesso tempo nega – l’essenza contraddittoria del suo secolo: egli, come altri in seguito, non vuol essere coinvolto nel turbine del mondo e vorrebbe, come il suo eteronimo Bernardo Soares nel Livro do Desassossego, Il libro dell'Inquietudine, solo restare alla finestra contemplando, non necessariamente dall’alto, le forme colorate e la vita che le strade di Lisbona intersecano con lucenti abilità di colori e profumi. È anche per la sua grande capacità di vivere le vite che si nascondono nella vita che la scrittura di Pessoa riesce a trasportare il lettore dentro i suoi universi fatti di strade, balconi, luci e viaggi dentro l’anima del poeta. Pessoa è capace di far respirare l’aria della stanza dalla cui finestra il suo eteronimo Bernardo contempla le strade di Lisbona e Wim Wenders, nel film Lisbon Story, si mostra profondamente debitore alla scrittura del grande poeta, un film che ricorda da vicino le pagine del libro dell'inquietudine. Di Pessoa sappiamo pochissimo e di lui abbiamo rischiato di perdere tutto. Da vivo pubblicò un solo libro e conservò i suoi manoscritti in un baule la cui storia è ancora tutta da raccontare. Sappiamo che Pessoa era un uomo apparentemente tranquillo, una figura dell’inquietudine: scriveva perché non poteva fare altrimenti, vivendo del magma della sua arte in cui ogni nuova coscienza partorita non si riconosce mai uguale a se stessa. Fernando non trascorreva le ore sulle pagine affinché gli dessere dell’argento, ma consumava matite e inchiostro perché ignorava un modo diverso, o migliore, per fronteggiare il riflesso cangiante delle vite dentro la vita.
    Nella scrittura di Pessoa e nei suoi eteronimi, cosi' com'e' un eteronimo il protagonista de Il libro dell'inquietudine, c’è il riflesso che il suo secolo proietta nelle anime sensibili; c’è il senso di tante disperazioni e la contrapposizione ad una realtà da cui si ritiene estraneo. Forse Pessoa rappresenta il Novecento più e meglio di altri autori perché, con il suo sottrarsi al caotico ballo, ne mostra le innumerevoli falsità e inconcludenze che trascinano i loro piedi pesanti fin nel nostro secolo. Fernando ha rischiato di trovarsi tra le pagine della storia mai scritta, sarebbe bastato veramente poco perché perdessimo tutto di lui, ma oggi egli è qui e sorride ancora di un tempo che cerca negli uomini meno di quanto essi possano dare o dire.

    [... continua]

  • Abdelfattah Kilito, parco intellettuale marocchino, pubblica "L’oeil et l’aiguille" nel 1992, tradotto due anni dopo in italiano con il titolo di "L’occhio e l’ago". Saggio sulle “Mille e una notte”, dalle meritorie edizioni il melangolo. Già scorrere l’indice di questo libriccino è una gioia superba per via degli affascinanti titoli dei capitoli: “La Biblioteca di Shahrazàd; Il libro che uccide; Il libro affondato”. E non si tratta di titoli ad effetto perché ogni capitoletto mantiene le sue promesse ermeneutiche. Con la sua scrittura leggera ma intensa, Abdelfattah Kilito mostra come le Mille e una notte siano uno di quei capolavori in cui l’esperienza diviene un racconto e, attraverso la narrazione, mostra i mille sentieri delle parole.
    Tra le sue tante virtù, la letteratura risponde al bisogno specificamente umano di leggere un significato tra le ordalie e gli eventi del mondo e, prima delle scomposizioni alle quali ci ha edotti il pensiero contemporaneo, capace di vedere solo frammenti, avevamo la poiesis che leggeva il cosmo, dagli animali alle piante e le stelle come il disegno di una sconfinata narrazione di senso in cui tutto aveva un ruolo e un posto incastonato nel divenire del mondo e della vita. La Bibbia, l’Iliade, la Bhagavad Gita, Le mille e una notte e tutti i grandi racconti di fondazione associavano significati al mondo e alle cose ammiccando alle vie di finito e infinito. Il linguaggio di Kilito ha un tocco magico anche in virtù del riverbero del soggetto che tratta. Abdelfattah Kilito è un erudito che conosce bene i più remoti angoli delle letterature arabe e, in questo libro, coglie anche la filosofia sottile che Le Mille e una notte celano e svelano attraverso il manto della poesia. Le Mille e una notte sono un racconto che vuol narrare la vita a rischio della vita stessa e Kilitto lo spiega già dall’introduzione: «Non si possono leggere Le Mille e una notte dall’inizio alla fine senza morire, è stato detto» anche se poche righe dopo si premura a rassicurare il lettore spiegandogli che «non morirà a causa delle Notti, perché, anche se lo desiderasse, non potrebbe mai venire a capo di questo libro traboccante». Anche qui, allora, sembra valida l’associazione tra le Notti e la vita: l’intraboccabilità dell’esistenza che non si lascia mai raggiungere da nessuna parola. Un racconto tanto complesso quanto la vita ha bisogno di una voce leggera che ponga gli eventi in un ordine narrativo, ma la voce non è la vita: Shahrazàd, colei che racconta, incarna le Notti, ma non è essa stessa il racconto. Le Notti sono una sintesi di voce e di ascolto, ma solo ascoltare non basta, perché anche il racconto ha i suoi labirinti. Kilitto lo spiega: «Nella cultura greca si distingue tra aedi e rapsodi: i primi compongono delle storie mentre i secondi si incaricano di recitarle. Nelle Mille e una notte non ci sono che rapsodi». Dunque nelle Mille e una notte c’è una continua sovrabbondanza di vita e di sapienza da cui intrecciare e tessere la miriade di storie tra l’occhio e l’ago.

    [... continua]

  • Se non fosse per ciò che essi amano, come si potrebbe mai arrivare a comprendere gli esseri umani? Non è un caso che Livio Garzanti intitoli il suo lavoro “Amare Platone” - e non con un semplice “studiare Platone”, termine ormai volgarizzato da un uso scolare e decettivo. Quella che l’autore presenta, in apparenza, come una lettura del Fedro, il dialogo sulla bellezza, è invece una lettura attentissima dell’intera opera del filosofo e dei suoi commentatori.
    Livio Garzanti, nella toccante ma perentoria dedica d'apertura, dichiara anche che questo studio su Platone è stato per lui, dopo la morte dell’amata moglie, un lavoro per “ridare un senso all’esistere”. Da autentico uomo di lettere quale egli è, l’autore confessa qui di ritornare alla filosofia di Platone per riconquistare, dopo una grande perdita, il significato dell’esistenza per tramite della scrittura. La finezza di queste dichiarazioni può essere colta solo da chi intende la relazione intensa e vera tra senso ed esistenza, tra il vivere e l'esistere, quella connessione che, portata alle sue conseguenze, conduce al rapporto tra parole e lacrime che Ferdinand Ebner stabilì in ben altro libro.
    Nell'opera di Garzanti ci sono tutti gli elementi che un libro autentico deve contenere: c’è il pensiero e la passione, i due fattori più importanti in ogni aspetto dell’umano esistere. Livio Garzanti lo scrive con eleganza: «Ho cercato di trasmettere le mie impressioni come suggerimento per un avvio all’amore di Platone. L’amore è conoscenza, conoscenza di un’essenza, di una unità, ed è quello che chiede il molteplice che è nell’animo di Platone».
    Nel mondo contemporaneo non abbiamo molta filosofia intorno a noi, ma canzonette, paralogismi, trivialità d'ogni genere, mentre il pensiero autentico langue, anzi, dire oggi di un argomento che è “filosofico”, sembra quasi usare un termine denigratorio. Se così non fosse il mondo non potrebbe andare tanto male quanto va, ma da troppo tempo si è lasciato il controllo di questa società ai peggiori tra noi e sarebbe ormai irragionevole attendersi da costoro alcunché di buono - e Platone non solo lo aveva già ben spiegato, ma aveva anche fornito l'antidoto. Oggi, chiaramente, la società dei peggiori arriva a definire Platone come un “cattivo maestro”, ma anche quest'epiteto è solo l'ennesima testimonianza del nostro piccolo tempo e dice più su noi di quanto non possa dire sul grande Greco. Garzanti, nel suo scritto, svela tante profondità del pensiero platonico riproponendole con voce leggera, come nella contrapposizione tra l'episteme del Grande Greco, contro l’inconsistenza della volgare doxa dei Sofisti: «Tanto maggiore è il bisogno del vero e del giusto, quanto maggiore è l’incertezza del proprio esistere». Ecco, in frasi profonde e belle, le radici della filosofia autentica, quel pensiero che si muove sempre sul confine tra l’esistenza e l’esistere e così getta uno sguardo a quei monti del vero da cui si intravvedono le forme del significato e del significante. Tutto è connesso, tutto canta in una musica dolce e leggera che solo orecchie finissime sanno cogliere.
    Bisogna ringraziare Livio Garzanti per aver dimostrato, con un libro da ricordare, che all’arbitrio e al delirio si può contrapporre la profondità di idee senza tempo e che, anche in questa notte dello spirito, il pensiero sa come far vibrare quelle corde che rendono la vita vera esistente e significante. Liber legendus est.

    [... continua]

  • Stig Dagerman, suicida a soli 31 anni, è uno tra i più profondi scrittori svedesi. Autore, tra l’altro, di un breve quanto intenso saggio dal titolo "Vårt behov av tröst" ("Il nostro bisogno di consolazione", trad. it. Iperborea): libro in cui scrive anche la stupenda frase: «Chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà».
    Uno scrittore viaggia per le strade del mondo con il continuo bisogno di raccontare storie, come un viandante che si lascia accompagnare dalle parole o accompagna le parole per le strade dei loro viaggi, mentre quest'ultime, questi strani segni sonori come lame, cercano di spiegare quelle luci opache che abitano al di là di esse stesse e così da storie tronche, abbandonate, lasciate a respirare l’aria di vicoli ameni, erompono, a volte, luci ed ombre storte senza le quali il mondo sarebbe ben altro, non più lo stesso, magari non più neppure mondo. Queste parole capaci di sopravvivere al tempo, proprio per questo loro essere “sopravvissute”, ci consolano, ci permettono di ascoltare il timbro di una voce amica e vicina in mezzo ai chioccolii nei quali non riconosciamo alcuna forma. Esplorando le radici della scrittura, Stig Dagerman ci ha narrato "il nostro bisogno di consolazione" ed ha disteso, dietro i tasti metallici della sua macchina da scrivere e tra i fogli macchiati dalla penna multicolore, racconti decifrabili solo da occhi attenti; lingue d’inchiostro che parlano di nevi e notti scandinave e di quelle contorte ombre dell’anima che raggiungono qualunque latitudine. Dagerman è, come ogni grande, uno scrittore da ascoltare: bisogna poggiare l’orecchio sui suoi libri e, tendendo l’udito, avvertire il suono leggero di vite racchiuse nel germe di una parola fremente insieme allo sgusciare di elfi e gnomi che passano ed abitano in mezzo alle tremolanti oscurità del mondo che immaginiamo reale. A volte cerchiamo nella scrittura ciò che un infreddolito viandante tra le nevi cerca nel tepore di una stufa o di una coperta, quello che l’amato cerca in ogni riflesso dell’amata e nel pulsare di quel sentimento vivo e strano che riposa nel tremolio distante degli occhi di lei. Forse nelle parole non c’è nessun destino, ma se ci fosse, non potrebbe che tendere al nostro infinito quanto necessario bisogno di consolazione.

    [... continua]