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in archivio dal 08 apr 2015

William Wordsworth

07 aprile 1770, Cockermouth - Inghilterra
23 aprile 1850, Ambleside - Inghilterra
Segni particolari: Sono stato il fondatore del naturalismo inglese e, insieme a Samuel Taylor Coleridge, primo esponente del movimento letterario del Romanticismo.
Mi descrivo così: Noi poeti nella nostra gioventù iniziamo in letizia, ma infine arriviamo poi allo sconforto e alla follia.
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  • 08 aprile 2015 alle ore 19:08
    Giunchiglie

    Vagavo solo come una nuvola
    che galleggia in alto, oltre valli e colline,
    quando all’improvviso ho visto una folla,
    una moltitudine di giunchiglie dorate,
    accanto al lago, sotto gli alberi,
    svolazzare e danzare nella brezza.

    Continue come stelle che splendono
    e scintillano sulla via lattea,
    si stendevano in una linea infinita
    lungo il margine di una baia.
    Ne vidi diecimila a colpo d’occhio
    che scuotevano le teste in una danza vivace.

    Le onde ballavano al loro fianco ma loro
    superavano le scintillanti onde in allegria.
    Un poeta non poteva che essere felice
    in una compagnia così gioconda
    io le fissavo sempre di più ma pensavo poco
    alla ricchezza che quello spettacolo mi aveva portato

    perché spesso, quando sto sdraiato sul mio giaciglio
    distratto o pensoso,
    loro lampeggiano su quell’occhio introspettivo
    che è la beatitudine della solitudine
    allora il mio cuore si riempie di piacere
    e danza con le giunchiglie.

     
  • 08 aprile 2015 alle ore 19:08
    L'arcobaleno

    Il mio cuore esulta quando ammiro
    un arcobaleno nel cielo:
    così è stato quando la mia vita è cominciata;
    così è adesso che sono un uomo.
    Che sia così quando invecchierò,
    o lasciatemi morire!
    Il Bambino è Padre dell'Uomo:
    vorrei che i miei giorni fossero
    legati l'uno all'altro dall'affetto naturale.

     
  • 08 aprile 2015 alle ore 19:06
    Fantasma di felicità, lei

    Fantasma di felicità, lei,
    che prima mi illuminò gli occhi;
    apparizione stupenda, mandata
    a far bello un istante.
    I suoi occhi come stelle del crepuscolo,
    come l'imbrunire i suoi capelli,
    e quanto la circonda è tratto
    dal maggio e dall'alba radiosa;
    figura che danza, immagine giocosa,
    per tormentare, sbigottire, sedurre.
    L'ho vista da vicino,
    spirito sì, ma donna ancora!
    Con in casa movimenti lievi e liberi,
    e un incedere di candore e libertà;
    i lineamenti, un'armonia
    di dolci ricordi e tenere promesse;
    creatura splendida e buona,
    nutrimento alla natura umana,
    per pene passeggere, ingenui inganni,
    rimbrotti o lodi, amore e baci, lacrime e sorrisi.
    E ora vedo con occhi sereni
    il pulsare del congegno,
    essere che spira aneliti pensosi,
    tra vita e morte pellegrina;
    di salda ragione, volontà temprata,
    pazienza chiaroveggente, fortezza e talento;
    donna perfetta, nobildonna concepita,
    per ammaestrare, consolare, comandare:
    eppur sempre spirito fulgente,
    in un alone di luce angelica.

     
  • 08 aprile 2015 alle ore 19:05
    C'era un ragazzo


    C'era un ragazzo: voi lo conoscevate bene, balze
    e isole di Winander! Sovente,
    a sera, quando le stelle avevano da poco iniziato
    il loro viaggio lungo il confine delle colline,
    all'alba o al tramonto, soleva starsene da solo
    sotto gli alberi, o presso il corrusco lago,
    e lì, con le dita intrecciate e giungendo
    le palme le portava alla bocca,
    e soffiava, come in uno strumento,
    facendo il verso ai silenti gufi
    in attesa che gli rispondessero. E le loro urla
    si diffondevano nella valle acquitrinosa, e ancora urla,
    in risposta al suo richiamo, con tremolanti risonanze,
    gridi prolungati, e stridi, alti echi che, viepiù,
    si replicavano: una scena selvaggia di tripudio
    e di giocondo frastuono. Capitava che pause
    di profondo silenzio irridevano alla sua destrezza,
    e, allora, in quel silenzio, mentre tendeva l'orecchio
    all'ascolto, con un lieve fremito di mite stupore
    irrompeva, a volte, nel suo cuore la voce dei torrenti
    montani, e lo scenario che gli occhi percepivano
    si insinuava inaspettatamente nella sua mente
    con tutte le solenni immagini, le rupi,
    i boschi, e quel cielo incerto che si adagia
    nel seno dell'immobile lago.
    Vaghi sono i boschi e ameno il posto,
    la valle dove è nato: il cimitero è sospeso
    sul declivio sovrastante la scuola del villaggio,
    e passando di là, lungo la riva,
    di sera, presso la sua tomba
    ho sostato, credo, una buona mezz'ora
    in silenzio – poiché morì all'età di dieci anni.

     
  • 08 aprile 2015 alle ore 19:02
    Siamo sette

    Vidi una cara contadinella,
    ch’aveva ott’anni,
    come mi disse, 
    bionda ricciuta, bella, assai bella
    con le due grandi pupille fisse.

    Presso il cancello stava. Ed io: “Figlia, 
    quanti tra bimbi, siete, e bimbette?”
    chiesi. Con atto di meraviglia, 
    ella rispose: “Quanti, noi? Sette”.

    “E dove sono? Di', se ti pare”,
    le dissi, ed ella mi disse: “Ma...
    noi siamo sette: due sono in mare:
    altri due sono nella città;

    altri due sono nel camposanto,
    il fratellino, la sorellina:
    in quella casa che c’è daccanto,
    io stò, con mamma, loro vicina”.

    “Tu dici, o bimba, due sono in mare, 
    altri due sono nella città;
    e siete sette. Questo mi pare, 
    è un conto, bimba mia, che non và”.

    “Sette tra bimbe” diceva in tanto, 
    “E maschi, siamo. Due son qui presso
    in un cantuccio del camposanto:
    nel camposanto, sotto il cipresso”.

    “Ma tu ti movi, tu corri: è vero?
    tu canti, ruzzi, hai fame, hai sete:
    se quei due sono nel cimitero,
    cara bambina, cinque voi siete”.

    “Verde” rispose “ verde è il lor posto:
    lo può vedere, lì, se le preme:
    da casa in dieci passi discosto: 
    mi siedo in terra, sotto il cipresso
    con loro, e loro conto le fole.

    E spesso, quando la sera è bella,
    e quando è l’aria dolce e serena, 
    io là mi porto la mia scodella,
    e là con loro fò la mia cena.

    Prima a morire fu Nina: a letto 
    tra sé gemendo, sette più dì.
    Poi, l’ha guarita Dio benedetto;
    ed ecco allora ch’ella partì.

    Nel camposanto così fu messa, 
    e quando l’erba non era molle, 
    io col mio Nino vicino ad esso, 
    mi divertivo sulle sue zolle.

    Poi quando cadde la neve, e bello
    sarebbe stato correre, tanto;
    dové partire pure il fratello, 
    ed ecco che ora le stà daccanto”.

    “E quanti dunque siete ora voi
    se quei due sono nel paradiso?”
    “Sette” rispose: “Sette siamo noi!”
    meravigliando tutta nel viso.

    “Ma sono morti quei due! Ma sono 
    lassù! Son anime, anime elette!”
    “Che!” ripeteva sempre un tono:
    “No, sette siamo. No, siamo sette”.