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Racconti di Annamaria Vezio

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  • 12 febbraio 2016 alle ore 20:46
    La Vita e la Morte

    Come comincia: Mi barcameno nei giorni con una sorta di pudore, nel bisogno di proteggere, l'ognuno accanto, dalla tristezza. Consolo e ci consoliamo a vicenda, pure parlare di "morte" mi sembra offensivo, di cattivo gusto, un mancare di rispetto ad anime più delicate di altre. Ma sono qui a parlarne con me, nel mio silenzio faccio pratica di tatto, fino ad arrivare a saperlo dire lievemente, così come deve essere il passaggio da una dimensione ad un'altra. E' difficile. Alcuni momenti attraversano la vita con importanti traiettorie che, se pure di luce accecante e disarmante, allineano. Ci conducono in luoghi proibiti a molti, ci lambiscono con note sublimi e ci mostrano dimensioni che sono lì, accanto e discrete. È un mondo di "fuori" o di oltre il comune pensiero, però è lì, in tenera attesa di essere riconosciuto. È un mondo pulito, è consapevolezza, è amore, è perdono, è ringraziamento. È il mondo dell'oltre, purissimo. Perfetto e purissimo, difficile da incontrare, difficile da riconoscere. Difficile. Purissimo. Sa dire addio al passato e cambiare il futuro. Quando si vivono momenti di lutto, i "protagonisti" camminano su un terreno di -essenze- molto delicato, incontrando più vite in identici momenti, unificandole in una -unica vita- Presumo nasca da questa fatica intima, dal lavorio dell'Essere che muore nel partorire se stesso nello stesso attimo in cui un proprio caro sta operando l'identico passaggio, che "racchiude" nel silenzio. Morire a se stessi e rinascere "ogni momento", è il Mantra da recitare costantemente: riconoscere la propria Essenza ed espanderla in comunione con il corpo. Morire e lasciare le proprie spoglie, è ancor più ampio: è rinascere a se stesso "Essenza" e continuare la vita in una dimensione diversa dalla conosciuta. La tristezza è mortale, siamo penalizzati del bisogno fisico del caro che è andato laddove ancora non siamo abilitati a vedere, è un vuoto che non sappiamo colmare perché non abbiamo l'abitudine a riconoscere l'Essenza. Ma noi viviamo per imparare.
    Il vivere, quanto poi si sa esprimere è faticoso, se pure ripagato con visione sempre più vivida e pura dell' esistenza, per intanto, solo il silenzio buono concede tale visione: il luogo dell'Anima. La Vita e la Morte, stesso luogo.

  • 09 febbraio 2016 alle ore 19:33
    Il pane

    Come comincia: Ci sono delle giornate che hanno bisogno di lievitare prima di poterle accettare e amare, come per il pane. Cosa c'è di più simile al "pane" che possa "alchemizzare" l'inesprimibile sentire. Forse la musica, il colore, essi sì, sanno accompagnare la trasformazione da emozione sconosciuta a se stessa, a chiara percezione. Ma pure, il manipolare l'impasto del pane è così simile al lavorio inconsapevole dell'interiore, così affine è la lievitazione, così uguale è la trasformazione del "non so dire" a "so". Manipolazione lievitazione e trasformazione: la via per passare dall'inconsapevole al cosciente. E così, anche oggi ho fatto il pane. Dopo la prima esperienza terapeutica, la seconda medicamentosa. Dovevo disperdere le particelle scomposte in me, quelle ospiti autarchiche e irrispettose, che senza presentazione alcuna, vagano nel mio corpo come fosse la "loro" casa! Dovevo fare il pane, oggi. E le ho fregate, loro, le Particelle Scomposte. Sono lievitate con il pane, si sono gonfiate in esso e si sono disperse nel calore del fuoco. E' buono il mio pane, lo mangio e mi nutro delle P. S. ammansendole e facendomi amare, e le amo, così rinnovate e buone, ci apparteniamo, sappiamo lievitare.

  • 25 gennaio 2016 alle ore 16:17
    Stralcio di "Annadelmare del sì"

    Come comincia: Nacque il mio bambino, bello come lo immaginavo.
    Angiolino riccioluto e biondo, illuminò di sole i corridoi dalle porte chiuse del castello. A lui devo e davo la me stessa vera, quella che aveva conosciuto nei nove mesi in cui, complici, ci siamo donati la vita.
    Il mio sposo continuava ad essere circondato dall’amore di moglie e di amica e di madre che tutto perdona affinché torni il sorriso, scordando le umiliazioni piccole e grandi, accogliendo con la compassione di chi soffre vedendo soffrire, confortando l’artefice del dolore profuso ritenendolo vittima del male che, nato con lui, con lui cresceva; continuavo il gioco che mi avrebbe risucchiata nel pozzo nero della sua follia. Intanto la sua tela di ragno ricamava preziosi vestiti sulla mia pelle, seppure, farfalla incosciente e felice, volavo rallegrando l’aria.
    Ero conscia di essere in quel preciso istante in una linea precisa dell’universo e se c’era un disegno di vita, la mia era proiettata in quel castello e il mio passaggio avrebbe dovuto tracciare nuove linee che, come i raggi filtrati da un cristallo, avrebbero prodotto altre linee. Fasci di luce. La vita è un insieme di fasci di luce che incontrandosi si deviano, sprigionandone altre, o si fondono diventando un’unica scia luminosa. Una sola azione, un gesto, un sorriso o una parola, illuminano e incrociano traiettorie che illumineranno altre e così all’infinito, e se la luce è buona, è gioia, rispetto e umanità che si perpetua e si allarga; quando i fasci di luce sono lame taglienti che feriscono e accecano nasce il dolore e l’oscurità, che si perpetuano e si allargano. Se ognuno di noi credesse a quanto è importante un solo pensiero e che effetti determina, forse saremmo tutti più attenti.
    Una famiglia di lucciole danzanti in una notte morbida, ecco cosa potremmo essere, noi esseri viventi di questa terra, lucine evanescenti nel cosmo, noi, e anche notte morbida e luminosa. Questo mio pensiero mi accompagna da allora.
    Il castello aveva grandi muri e grandi torri ma non avrebbe potuto uccidere la mia luce. Niente e nessuno può uccidere la luce, si possono sbarrare gli scuri delle finestre, bendare gli occhi, ma essa non muore.
    Il mio sposo apriva le braccia e il cuore, e avvolgeva l’aria con più oscurità, l’innamoramento era finito, unità di coppia non se ne era creata ed io guardavo, come da bambina, la me fuori di me che soffre, senza voler sentire emozione alcuna, mondi separati nascosti dietro un sipario di teatro. Opere scelte, sempre la stessa  recita: mostrare al mondo la forza di un amore immaginato che si nutre e cresce delle parti che interpreta, ottimi attori, bravissimi attori gratificati dal consenso del pubblico, mondi separati, nascosti dietro il sipario del teatro della nostra storia. Il declino nascosto. Morte celata da voci squillanti di cantastorie protagonisti di mondi antichi e lontani, di mondi immaginati.
    So che la forza non mi ha ancora abbandonata, so che se cambio la partitura, se propongo la realtà in tutta la sua bellezza, essa si materializzerà e il mio sposo può svegliarsi, può cambiare la sua pelle vecchia e gioire della muta, quando i serpenti cambiano il proprio vestito sono pronti per la nuova stagione, non lasciano se stessi sul terreno ma la pelle del passato. Volevo lasciare il passato, salutare il castello e i castellani ed edificare il mio nido come una madre deve fare per la sua famiglia, volevo dare al mio bimbo i suoi genitori e la sua casa. Ci riuscii, partii lontano, era importante mettere una distanza fisica tra la mia vita e la vita del castello. Mio fratello quasi gemello fu felice della mia scelta e spianò ogni difficoltà pratica, mi mise a disposizione imbianchini e architetti che accontentarono il mio bisogno di calore dalle pareti ai mobili e arredai la “mia” casa, diede un lavoro al padre di mio figlio. Ero pronta a ricominciare con la gioia e la forza che mai mi abbandonò, non mi accorsi di aver preparato, anziché il nido per mio figlio, la tana dove sarei stata divorata più furiosamente. La bava della tela di ragno era urticante, il mio corpo e la mia anima ne portavano le ustioni ma mai avrei svelato ad alcuno quale fosse la penitenza da scontare per essere in vita, per essere stata scelta da un uomo nonostante la colpa che era stata marchiata sul mio essere già da bambina. Vivevo i giorni nell’amore con il mio meraviglioso bimbo e con lui dividevo i pennelli e i colori nelle ore più dolci che una mamma possa ricordare, facevamo lunghe passeggiate e chiacchierate e risate, al ritorno, mentre preparavo minestre per lui, stava seduto sul tavolo per essere vicino alle scodelle dalle quali rubava il cibo per poi con aria birichina farsi pulire lo sbaffo di verdura sul naso e io, illuminata dal suo sorriso e inebriata dalla melodia della sua voce, ero felice di essere in quell’attimo della vita e di viverlo. Nulla poteva spegnere quella luminosità, neanche il ritorno a casa del mio sposo. E questa forza, che nasceva dall’amore bello che può regalare solo l’animo bello di un bimbo, mi faceva affrontare le lunghe sere seduta attorno a un tavolo che non potevo lasciare, costretta ad ascoltare discorsi bui fatti di parole brutte vomitate da uno stomaco malato.
    L’orecchio teso ai rumori esterni nella speranza di sentire l’arrivo di una visita che spezzasse quei momenti, divenne la mia speranza serale, e fui esaudita, venne una prima volta un amico comune, il mio caro amico intellettuale camionista che prese l’abitudine di passare tutte le sere dopo essersi reso conto di quanto malata fosse la coppia dei suoi amici lontano dal palco. Fu lui che una sera impose allo sposo di lasciarmi andare a letto. E tante altre sere.
    Pregavo, in cuor mio, che fosse tanto ubriaco quando mi raggiungeva, da crollare addormentato. Lo sentivo imprecare mentre si spogliava per infilarsi sotto le lenzuola e trattenevo il respiro per poi farlo somigliare al respiro di chi sta già dormendo. Ancora una volta inventavo una me per sopravvivere, forzando perfino l’esigenza primordiale della respirazione, non era più sufficiente staccarmi da me stessa e guardarmi, ero adulta e per quanto funzionasse bene la mia immaginazione, non ero più capace di soffrire senza rendermene conto. I miei polmoni dovettero comunque imparare a non respirare autonomamente, anche se si ribellavano. Imparai ad aver paura del buio.

  • 23 dicembre 2015 alle ore 20:52
    Ascolto emozioni

    Come comincia: Mi piace il periodo delle feste invernali. Mi piace ascoltare, vedere, odorare, pensare, sentire. Ascolto emozioni dei miei simili: tristi rabbiose tenere amorose. Ascolto voci tintinnanti roche ridenti; vedo I miei simili: ansiosi litigiosi sfiduciati eleganti straccioni ricchi ricchissimi poveri poverissimi. Ascolto I miei simili. Vedo I miei simili fuggire: a se stessi, agli altri, all'amore, alla gioia, alla speranza, all'ottimismo, al perdono, alla vita; li vedo cadere nella ruota della tortura dell' Apparenza. Vedo I miei simili e mi rattristo per loro. Usmo gli odori di tubi di scappamento, di eau de toilette soffocanti fragranti pungenti avvolgenti, di caldarroste per le strade, di legna bruciata che sfugge ai camini; usmo l'odore di persone insieme. Odoro I miei simili e "coloro" il mio olfatto. Penso: ai pensieri dentro aicorpi dei miei simili, rumori roboanti che sconquassano, tracce di urla compresse o note scappate da bocche di bimbi, pensieri ansiosi del domani che deve venire, pensieri ansiosi della coda dell'oggi arenata in una tristezza, in un dolore bloccato nella bolla del cuore che non si riesce a far scoppiare. Penso I pensieri dei miei simili e bevo le loro lacrime e respiro l'aria delle loro gioie. Sento la vibrazione dell' anima che si spande dal corpo del mio simile, migliaia di colori che avvolgono gli spazi attorno ad ognuno, e tutti diventano aria colorata e profumata: ogni pensiero è colore che scivola sul corpo e si riversa sul terreno, e il terreno diventa luce, luci che adornano case e strade e piazze e monumenti, luci di Natale, luci che accoglieranno l'anno nuovo affinché trovi la giusta via e non si perda in meandri astrusi. Sento il mio simile.E' in questo periodo che ogni mio simile è simile ad ognuno realmente: qualunque sia la sua condizione emotiva, sociale, personale, ognuno eleva se stesso in pensieri comuni che durante l'anno non formula perché distratto dalla vita. Saranno anche lamentele per i disagi, ma pur sempre ognuno realizza che Esiste ed esiste Domani e che domani non è detto sia il replay di questo oggi vissuto, esiste domani e domani si presenta con un giro di volta, ci consegna non un giorno ma un anno da plasmare, e siamo bambini con lo stupore del nuovo da scoprire, da gestire, da inventare. Abbiamo nelle mani una Creatura che rispetteremo ed ameremo, avvolgeremo di calore perché è la nostra creatura, ed essa crescerà in queste nostre piccole mani. E diventerà Grande.

  • 01 dicembre 2015 alle ore 19:23
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV
    Guerra cieca
     
    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.
    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.
    E andai verso la mia vita al mare.
    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.
    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.
    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la  mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.
    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.
    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.
    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.
    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.
    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.
    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da mangiare? Nella dispensa ho solo il riso che, chissà quale attimo di discernimento mi ha portata nel supermercato ed ho comprato -” ricordai una ricetta semplice con ingredienti il riso e l’ortica.
    E cercai l’ortica.
    La cercai, oh sì, la cercai! Iniziai ad estirpare un’erba che nella mia memoria di vivente equivaleva ad essa, ma un passante curioso con stupore mi chiese cosa stessi raccogliendo, e perché. Ero sveglia, ero in un angolo di vita in cui l’appetito fa ricordare all’uomo che è un essere corporale succube di bisogni come il cibarsi. Non parlavo con nessuno da settimane e la voce di quel giovane mi rimbombò improvvisa come una scarica elettrica, tornò spontanea l’autodifesa dell’uomo colto in flagrante, e con falso candore risposi che raccoglievo ortica per preparare un infuso rigenerante per i capelli -come ricordavo di aver davvero fatto- atteggiandomi a cultrice di rimedi naturalistici. Ero dispersa in un mondo che non riconoscevo e che non mi riconosceva, ma l’arcaica dignità umana mi spingeva a mantenere uno status quo che comunque mi apparteneva.
    -“No, signora, non è mica questa l’ortica... non vede, non punge! L’ortica punge, irrita…- “
    Fu così che imparai a riconoscere l’ortica, doveva pungere, irritare. Non usai più i guanti per questa impresa, prima toccavo con la punta delle dita le foglie. Imparai a cercarla fra le erbe con le mani nude utilizzando uno dei cinque sensi che per primo mi venne in aiuto più degli altri quattro. Il tatto.
     
     Capitolo V
    L’inizio della scoperta
    2003
     
    Imparai la potenza del tatto. Che dono possiede l’uomo! Il tatto. Ce ne siamo scordati, così veloci nel percorrere l’istante, malediciamo questo senso nello scottarci con il fuoco o nell’incontro con un corpo tagliente o se battiamo; se ci facciamo male, solo se ci facciamo male ci ricordiamo del tatto.
    Penso alla dolcezza di una mano che accarezza e trasporta nel proprio sangue la geografia della pelle toccata; alla mano di un cieco che disegna nei propri occhi e accende nella mente quanto sfiora, e lo fa intimamente suo. La mano di un bimbo che accarezza e trasporta nella sua anima il corpo di sua madre, dal suo primo contatto nell’utero. Il tatto: la telecamera dell’anima.
    Sì, conobbi il tatto nella sua arcaica fattezza e mi fu dolce il bruciore spinoso dell’ortica quando per esso, la riconobbi.
    È vero, qualche dolore fisico lo conobbi, anzi, lo riscoprii, il pungere dell’ortica fu l’inizio.
    Posso dire, allora, che sentii anche il dolore fisico, se il fastidio urticante di quest’erba si può definire doloroso.
    Tanto incupita era l’anima da negarmi la percezione di ogni realtà fisica, la scoperta dell’erba urticante mi fu da apripista nell’indagine del mio sopore indotto dal fiume sporco nel quale ero annegata.
    Gli istanti incastrati nelle ore dei giorni che mi sono passati addosso non mi hanno fatto molto male, il male umano, il dolore fisico. No, hanno disegnato solchi nei quali sono cresciuti disegni, non cose, disegni. Solo l’anima è stata in grado di vedere, ha seguito i ritmi giorno-notte, lavoro-riposo. Solo l’anima. 
    Fui per un periodo indefinibile, nel tempo dell’anima, e fu più potente del percorso umano della vita. Visitai zone sconosciute e rivisitai tutta la mia esistenza come nel lungo flash che vive l’ uomo nell’atto della morte, ma lo feci da viva. Lo feci nell’inconsapevole culla verde delle colline toscane e nei suoi liquidi azzurri.
    Come sa un luogo, regalarti e alimentarti delle proprie energie! 
    Capitolo VI
    Il libeccio, l’audacia dell’incoscienza in compagnia del Nulla.
    2004
     
    Era gennaio, faceva freddo a Cecina, il libeccio costrinse i pochi abitanti a rintanarsi in casa, allagò i bagni e le rive, portò il mare in piazza fino ai viali alberati, nascose sotto la sua furia le panchine, oasi di riposo dei bagnanti in estate; il becco del gallo sulla stele della piazza sembrava impazzito, puntava il nord scuotendosi su se stesso. Imprimeva ed estendeva l’immagine del freddo.
    Dei chioschi sui marciapiedi, sbattevano le persiane urlando al vento la loro resa. La strada percossa dai frangenti era chiusa agli uomini e alla macchine, nessuno, nessuno osava percorrerla: le vetture scomparse, le persone: ombre dietro finestre sprangate. Tutti mi raccomandarono di non muovermi da casa, io, donna venuta dal nord, vissuta sotto le Alpi, dovevo ubbidire alle leggi del Libeccio. Sconosciuto vento.
    Dovevo restare a casa, ma la mia casa urlava, dentro e fuori.
    Dentro, i miei mostri lottavano fra di loro e contro di me, e contro quei mobili sconosciuti che inventavano il mio presente, quei mobili accarezzati appena da quel poco di mio che li adornava.
    Fuori, la furia della Natura, urlava più forte. Mi sfidava. Urlava, ma contro chi non lo sapevo.
    Io urlavo. Senza suono, urlavo.
    Contro chi non lo sapevo.
    La mia furia cieca e spaventata e impotente, contro la sua. Uscii. Cosa avevo da perdere io che avevo solo ombre informi da distruggere, cosa aveva da perdere lei, la Natura, che aveva il dominio della vita e della morte.
    Io e Lei. Lei aveva il potere sul tutto, io non avevo più nulla. Avevo il potere sul mio nulla. E andai.
    Dovetti sorreggermi a quanto di stabile incontravo sulla strada per riuscire ad andare avanti. Piano piano, ora un palo, ora un muro, ora un blocco di cemento, un semaforo, una catena e un cancello, furono il sostegno che mi portarono fino alla riva del mare.
    Forzai me stessa, mi regalai un peso corporeo che non ho per rimanere in piedi contro il vento che mi spingeva, stretta a me stessa vinsi la sua forza e avanzai. Poggiai i piedi sulla montagna di alghe che aveva ricoperto la riva, spinsi il peso del mio corpo su di esse e come una statua, mi imposi al Libeccio.
    I miei piedi vissero l’euforia del nuovo, instabile terreno.
    Fino al giorno prima in quell’angolo di riva c’era ghiaia grigia e lucida, ora era una collina ricoperta da oltre un metro di alghe depositate dalle onde: morbide, fresche, vive, profumate, non di onde, ma di mare profondo. Calpestai il morbido e meraviglioso suolo nuovo, allargai le braccia e risi al cielo per lo spettacolo magico che mi aveva regalato, girai su me stessa lasciandomi sferzare dal vento ora sul viso, ora sui fianchi, perdendo e recuperando l’equilibrio. Girai come bambola di carillon e cantai l’urlo che si spinse dal mio sterno fino alla bocca. Il mio viso si bagnò ma non capii mai se fosse pianto o lacrime dell’ aria, non me lo chiesi, stavo vivendo il vento nel frastuono del mare. Girai, girai, sentivo la mia voce fusa nelle onde e non sapevo riconoscerne le note, mi sentii vento nel vento. Il mio terrore si fuse nell’ebbrezza, il Libeccio non mi fece più paura, no, avevo fatto bene a non sprangare la mia casa contro di lui, avevo fatto bene a non negarmi a lui, stavo bene, davvero bene insieme a lui.
    Eravamo una cosa sola, ora. Io e il Libeccio avevamo la stessa voce.
    Osai di più, mi sentivo guerriera, temeraria, mi sentivo pioniera del mio suolo nuovo, di me stessa, volevo andare oltre, volevo sentirmi mare. Volevo. Cosa volevo non era presa di coscienza, piuttosto il precipuo isolamento da ogni stato cosciente, per il desiderio di abbandonarmi completamente all’istinto, per poter “vivere”.
    Ero entrata in sintonia col vento, avevamo la stessa voce e la stessa forza, insieme eravamo sul mare, e tutt’e tre, insieme dovevamo cantare una stessa canzone. Insieme, dovevamo essere una stessa cosa. Io “volevo” essere parte della loro musica, mai avrei lasciato me stessa spettatrice di un così grande incanto, ero nella follia. Mi avviai, compagno il Libeccio che per gioco o per dispetto, mi spingeva e mi sosteneva o mi lasciava cadere.
    Costeggiai i muri dei bagni per ripararmi dai marosi, così come in un gioco di bische malfamate dove la mano aperta sul tavolino deve misurarsi con la lama del coltello che si infilza nel legno attorno alle dita, sfiorandole. Era un azzardo, la mia esistenza ora era un azzardo, e quel momento mi si parava pronto ad accogliermi, ad iniziarmi alla vita qualora ne avessi avuto la forza e il coraggio di affrontarlo.
    Mi fermavo mentre l’onda cercava di colpirmi, e velocemente la ingannavo spostando il passo avanzando rasente il muro. Stupivo il frangente. Scoprivo il mio coraggio avendo paura. Avevo paura.
    Il mare gonfio e grigio di fronte a me, immenso, roboante, io piccola figura abbarbicata a un muro che passo dopo passo mi portava a un punto di non ritorno, laddove il mare aveva ricoperto ogni cosa e continuava coprendo anche i passi appena lasciati. Sentivo il suo urlo che ammantava il mio pensiero, nulla, nulla c’era nella mia mente in quei momenti, le mie orecchie erano pregne del frastuono delle onde, e non restava spazio al cervello per poter produrre un qualsiasi flash. Cercavo di decodificare i suoni che si amplificavano nelle orecchie, il mare parlava mille voci e tutte assieme e sembravano rincorrersi e sovrastarsi l’un l’altra, come se ognuna volesse imporre la propria per importanza. Volevo ascoltare quelle parole nascoste nei suoni e capirne davvero il significato, volevo che la mia mente formulasse domande e il mare le desse risposte. Nel caos della mia anima, solo il caos del frastuono del mare poteva portare chiarezza, la sua forza, più forte delle ombre che divoravano i miei momenti. Nel buio del pensiero, una pallida parvenza di luce cercava aiuto. Il mare in tempesta così potente contro la mia fragilità poteva deflagrare nella mia angoscia muta, e risvegliarla, scatenare il dolore che trovando la via defluisce dal cuore, risvegliarla e scatenarla come quel mare in quell’istante e, furente cadere in esso per poi sparire inghiottita fra le onde nere. Cadere, angoscia nell’onda, e tornare serenità negli spruzzi.
    La sentii cadere nell’onda, e il suo tonfo mi risvegliò, mi resi conto di dove fossi, di quale fosse la realtà di quel preciso momento: nessuno attorno a me a cui chiedere aiuto, né avrei potuto tentare di nuotare in un mare così furiosamente grosso e così pesantemente vestita, ero nella condizione di non poter tornare al punto di partenza. In senso reale e metaforico.
    Fu un attimo e si delineò chiara l’immagine.
    Divenni consapevole del punto del non ritorno.
    L’alta marea aveva ghermito il poco spazio che avevo percorso per arrivare fin lì. Non c’era più un centimetro di riva o di cemento che fosse visibile sotto l’acqua ferrigna e salmastra. Non sapevo né potevo, tornare indietro né andare avanti, il mare aveva preso dominio su tutto, le sue acque superavano me e i muri dei bagni, i frangionde erano scomparsi, i gradini da dove ero partita e le alghe che coprivano la loro altezza, erano sommersi.
    L’angoscia muta divenne paura, terrore, e mi annichilì. L’eco del mare entrò in me, non sentii più nulla, solo la sua voce: la potente voce del Mare.
    E si cancellò la paura, la mia vita, i miei mostri.
    Come sussurro d’angelo udii nella mente le parole sentite sulla morte: “la morte più indolore, è quella per annegamento, l’acqua riempie i polmoni, il sangue non arriva al cervello e sopraggiunge la morte. Subito”.
    Mi sentii serena.
     
    Capitolo VII
    La consapevolezza
    2004
     
    Mi resi conto, nell’inconsapevolezza del mio errare interiore che non era la Morte la mia ricerca, piuttosto conoscerla; mi mostrava le vie d’uscita per vivere quel frangente in cui le mie forze avevano ceduto sotto la potente distruzione della mia esistenza. Scoprii che non volevo morire ma solo superare la morte, capirla, conoscerla, salutarla. La Morte come il Mare è parte del mio essere, siamo nello stesso tessuto di esistenza.
    Ci guardammo, io e il Mare, lui ruggiva, io l’ascoltavo; lui cancellava il mio pensare, io mi lasciavo cancellare. Lui voleva curarmi ed io mi lasciai curare. Mi insegnò ad accettare la furia degli elementi e la furia degli uomini, ancora più forte perché volutamente distruttiva. Questo entrò in me attraverso gli occhi e le orecchie, mentre respiravo i nervosi profumi del mare, e il dolciastro sapore della mia paura. Fu un istante spalmato in un angolo di eterno: entrammo in sintonia.
    Ora guardavo la sua onda gonfia e calcolavo il leggero declino che intravedevo nel sopraggiungere inaspettato della bassa marea, era bassa marea? Si svigoriva il vento e nell’attimo in cui sembrava un po’ debole, spiavo il suo ritiro fuggendo un passo e poi un altro e un altro ancora, come in una danza. Mi dava l’opportunità di salvarmi, danzando mi salvavo.
    Nel vento riuscivo a percepire la musica, nel frastuono si delineavano chiare le note, era musica.
    In un tempo dilatato e sconosciuto, mi ritrovai sull’allagato monte di alghe che lentamente si faceva strada emergendo, sulla sua cima e attendendo una nuova onda bassa, toccai il cemento inondato ma fermo, vidi il viale di pini sferzato dalle raffiche ma radicato nella terra, alle mie spalle.
    Di fronte, come un’apparizione guardai la figura livida dell’isola d’Elba e l’immaginai, nella sua mole scura, come Nettuno stiracchiante riemerso dal sonno nel suo abisso, con lo sguardo birichino e ammiccante rivolto su di me. Lo percepii il dio paternamente orgoglioso che concede un meritato piccolo segreto dell’Olimpo a un suo coraggioso sfidante. Mi sentii il coraggioso e vittorioso sfidante.
    Più in là Capraia come bimbo innocente e inconsapevole del duello fra un piccolo essere umano e la vastità deifica della Natura, sonnecchiava. Girai le spalle e lasciai dietro me la visione del mare e delle isole.
    Stringendomi alle catene e ai pali che orlavano i marciapiedi, strisciai sui blocchi di cemento, godevo della voce del vento e degli spruzzi del mare che mi accompagnarono a casa. Mi regalarono un canto che mai, nessuno mai avrebbe potuto farmi ascoltare. Mi sentivo leggera.
    Come loro, ero leggera, leggera e possente, come il vento, come il mare, come Nettuno.
    Spaventata e potente.
    La porta si spalancò sotto la spinta del libeccio appena l’aprii e, insieme a me entrarono Vento e Mare: le Furie, le amiche Furie, maestre di vita vera, di quella distante dai codici sociali.
    Continua... 
     

     
     
     
     
     

  • 22 novembre 2015 alle ore 20:19
    A volte, il tempo sospeso.

    Come comincia: A volte, si ferma il tempo e ti lascia sospeso fra dimensioni a cui non puoi dare connotati. O non lo vuoi. Con tenerezza e compassione guardi te stesso dall'altro angolo dello sguardo, ti vedi seduto, le braccia attorno alle gambe in un gesto in bilico tra la mestizia dell' adulto e il dondolio dell' infanzia. Non sai se sei adulto o se sei bambino, di certo sai solamente che sei sospeso, e non t' importa di non esserlo. Stai bene nel tempo sospeso. Guardi il tutto che attorno si muove ma non riesci ad entrare nel circuito, senti le voci ma non ne afferri le parole, solo le immagini. Guardi i pensieri, tuoi e degli altri, e ti soddisfa guardarli. Stai bene nel tempo sospeso, non vuoi violentarlo. C'è silenzio nel tempo sospeso, un silenzio di tenui colori che accarezza l'anima in un gesto in bilico tra la mestizia dell'adulto e il dondolio dell' infanzia. Sono nel tempo sospeso, mi perdono. Tornerò

  • 01 ottobre 2015 alle ore 16:41
    GELO - sia

    Come comincia: Vi è nel Creato una Sorella di verde colorata, così la fece lo scultore di Sorelle, ma forse forse nel suo pensiero, l’immagine non aveva ben presente di colei che stava per plasmare. Aveva già costruito e ora andava per rifinire, pennelli in mano e creta animata, altre sue Sorelle, tutte variegate. Una l’ornò con un cappello in testa, che a scuoterlo cadevan fiocchi, d’arcobaleno colorati, e la chiamò: Serenità. A un’altra mise in grembo un grembiule largo largo, colmo d’ogni curiosità, che ella teneva con una sol mano legato, e coll’altra ne spargeva il contenuto, la chiamò: Gioia. Ne aveva un’altra già pronta da rifinire, volle distribuirle ben bene il colore sulle labbra, che fece rosso acceso, in un bel sorriso, e quando apriva bocca, pareva espander fiori a ogni parola, e la chiamò: Sincerità. All’ultima arrivò, aveva il corpo rigido e il viso contrito e arrabbiato, non riusciva in nessun modo a modellarne le fattezze: com’egli plasmava la creta animata, di nuovo tornava alla primaria sembianza. Non v’era modo di cambiarne il verso. Pensò, lo scultore di Sorelle, di chieder aiuto ad ogni elfo e ogni ondina e ogni spiritello lì lì fra i colori celati; accorsero subitaneamente a mirare e rimirare il soggetto del dilemma. Provarono tutti, da foga presi, a levigare e colorare, a fare gesti strambi per la materia ammorbidire, che un po’ pareva mutare la struttura, a dire il vero, ma dopo il primo istante, rigida tornava, chiusa nel suo broncio annodato, e nulla nulla la smuoveva. Chiese allora, lo scultore di Sorelle al Cielo, che gli desse soli ridenti e nuvole giocose e arcobaleni lucenti, da mostrare a quella Sorella, che sua materia s’ostinava a tener stretta in rigidezza, chissà che commossa da tal bellezze, potesse esser ella più pronta alla dolcezza! Non vi fu risultato alcuno, ella restava tal quale. Insorsero allora i colori e i pennelli e l’altre crete animate, fu un frastuono di voci e di rumori: a terra rotolavano i vasetti a spander sul terreno il loro contenuto colorato, le crete inveivano per il tempo perso che le faceva secche, sole e nuvolette e arcobaleni, dolenti s’attorcigliavano su se stessi; lo scultore di Sorelle , arreso si sedette, le mani a stringere la testa, lo sguardo annegato di pianto, le Sorelle tutte accanto. Così i pennelli commossi dal dolore dello scultore creatore, e d’accordo tutt’insieme raccolsero le sue lacrime, e al popolo di elfi e ondine e spiritelli e vasetti del colore e crete animate, le mostrarono. Ognuno commosso, andò a consolare lo scultore e a raccattare l’altre lacrime, quando furono raccolte tutte, le misero l’una sopra l’altra, e man mano che il cumulo cresceva, davanti a quella creta rigida, divenivano gelate. Guardavano stupiti tutti e in ognuno balenò, nello stesso istante, il nome giusto da dare all’ultima fatica dello scultore di Sorelle, a quest’ultima Sorella: Gelo- sia. I pennelli intanto, per finir l’opera, intingevano la punta nel rimasuglio di colori, da tal miscuglio venne fuori un verdognolo spento. Fu così che la Sorella di creta rigida restò per sempre di colore verde, e fu perché gelò perfino le lacrime del suo creatore, che le restò il nome che ogni elfo ondina spiritello e creta animata e anima del Creato le avevano dato: Gelo-sia.
     

  • 07 giugno 2015 alle ore 1:10
    Una lettera per te, uomo

    Come comincia: Questa lettera è per te, uomo, per te. Non mi hai spezzato il cuore come accade nei romanzi no, forse l’ho spezzato io a te con tutte le mie imprecise idee sulla vita. Chi lo sa. Chissà cosa ci siamo fatti. Innamorati alla follia e forse non lo sapevamo, eravamo soltanto certi che vederci e volerci era unico lampo di cielo, senza domande, senza prospettive, era il momento del “no, non si può”.
    La scrivo per te questa lettera, ma la leggo a me, questa me che non conosceva sé quando ti aveva. Questa me che ora si conosce ma non ha più te. L’uomo è vigliacco, non lo si dice, ma è proprio così. Avrei voluto vederti ora, ora che siamo vecchi, o adulti cosa preferisci? Ora che non hai avuto il coraggio di confrontare le nostre maturità. Chissà, forse hai una donna, hai impegni morali, sentimentali, e non ha voluto vedermi. Cosa ti ha fatto paura? Di non saperti fermare? Beh, forse è vero: non avremmo saputo farlo, o forse sì, bere un caffè per la città non avrebbe potuto agevolare un incontro passionale. Ma sei stato vigliacco, vigliacco vigliacco, e lo urlo, te lo butto in faccia e te lo faccio mangiare, come quell’insalata con troppo limone.
    Scrivo con l’incertezza della luce tremula della candela, lo sai che ho questa pericolosa abitudine: la candela accesa di notte. Mi accarezza la sua delicatezza, è compagnia assai preziosa, mi mostra le sfumature della vita che la luce piena cancella, e aiuta la concentrazione, e perfino i miei viaggi astrali!
    Scrivo questa lettera per te, dicevo, e mi ripeto, ma leggo me.
    Vorrei davvero tu leggessi, smettessi di spiare fra le pagine e poi sognarmi, desiderarmi senza appello. Sono il tuo tormento, tu la mia dolcezza, il mio languore. Lo sono anche per te, ma io non ho paura di guardarmi dentro e fuori, e tu sì.
    Lo sai? Uomini per strada fanno ancora i loro stupidi complimenti, li sorpasso imperterrita ma dentro me sorrido e ricordo, ricordo te che mi dicevi: ma che ci fai a noi uomini?
    Non faccio nulla in verità, se non avere sul viso la tua impronta. Quella tua mano che accarezzando il profilo mi fece capitolare, mi portò laddove vita è tutt’altra cosa da quella mia vissuta. E lì è rimasta.
    È passato il tempo, non sono i momenti scanditi da un orologio a marchiarne il passaggio, no, sono il fuoco delle emozioni a imprimerne i contorni, e anche la profondità.
    Tu, sei andato nel profondo che di più non si può, sei arrivato all’essenza che nemmeno nell’atto del concepimento è stata mai segnata. Mi hai mostrato il cielo e ogni elemento possibile, più dei conosciuti, m’hai mostrato l’eterno. E nell’eterno sei rimasto. Nel mio eterno.
    Ora tu mi spii senza coraggio, nella tua pavida esistenza fatta di cose già collaudate, hai timore di guardarti senza prudenza. Ecco, è forse questo uno dei lumi che non sai guardare, che mai hai saputo fare: osiamo l’osabile, ma mai senza certezze. È tutto prevedibile: il vento quando sei in volo o l’onda quando navighi, ma l’amore no, l’hai detto, l’amore è destabilizzante.
    E noi, uomo, siamo imbattuti proprio nell’amore. Era destabilizzante anche per me, cosa credi?
    Sola nella mia penombra guardo me e guardo te, so quando mi pensi perché sei qui accanto, nel mio letto pieno di te. Ti guardo, anzi ti spio, e vedo di te un volto sconosciuto, un uomo dissacrante, un uomo che della vita non ha capito niente. Tu mi spii e pensi chissà che. Sono lontani i nostri tempi quando a squarciare il cielo bastava esserci accanto. Ricordi? S’illuminava il patio quando i nostri sguardi si sfioravano, era Pasqua, tu coi tuoi pacchi infiocchettati e io come bambina oltre la siepe, volevamo tenere il sentimento segreto, ma non lo fu, tutti riconobbero il forte vibrare dietro ogni nostro contegno.
    E la mia vendetta? Venni a te non invitata, coi due flute fra le dita. Volevo odiarti, forse ferirti, nel mio sguardo ogni possibile bugia, ma ero innamorata. Finimmo sul letto dopo inutili schermaglie: io sarcastica come non mai, e tu paziente eppure costretto al gioco.
    Mi cercasti nella notte, ero sul divano col tuo cagnolino, non ero serena nel tuo letto, t’amavo troppo e mi sconvolgeva.
    Tu, eri spaventato dalla mia mancanza. Ti stupivo, nella mia follia ti stupivo.
    Ah quanti attimi ho qui con me che a te ho rubato!
    E ricordi l’ultima volta? Venni a te vestita di nero (quell’abito non riesco a buttarlo), senza trucco perché tu vedessi l’ombra di me, e invece mi guardavi dentro agli occhi dicendomi che erano belli, che erano sempre belli e ammalianti. Facemmo l’amore per l’ultima volta, te lo dissi, era il mio addio (ma tu, n’eri cosciente?) e ti chiesi (che modo miserabile): t’è piaciuto? Ben sapevo ch’era la peggiore frase dopo l’Amore, ma lo feci apposta, per imprimere in me stessa che altro non era che semplice sesso, e per farlo capire a te; per farti capire che come sempre, ero io a vincere la partita, che me ne andavo, lasciandoti di me solo un lontano ricordo di sensi. E non di amore. Sempre io a vincere, è così, vince chi va via, e io avevo già perso…
    Che diamine ci siamo fatti amore mio, che diamine ci siamo fatti? Avevamo fra le mani, nella pelle, nelle vene, nell’essere, l’amore. L’abbiamo barattato con il più ignobile dei bisogni: la ragione.
    E tu mi spii fra le pagine vivendo in superficie, e io sorrido e passo avanti agli uomini che mi vorrebbero. La mia solitudine sei tu. La mia vera vita sei solo tu, cita una canzone-
    Questa lettera è per te, e vorrei che tu, nello spiarmi mi leggessi.

    da: Io a me verrò.

  • 20 aprile 2015 alle ore 15:24
    Silenzi di dentro

    Come comincia: La via dei perché è una tondeggiante lega di metalli che magistralmente serpeggia su terre manipolate dall'essere umano. Millesettecento chilometri di binari ne raccolgono le domande, disperdono le risposte, flagellano le menti nell'attrito di ruote di ferro su binari di ferro spandendo luminose e veloci scintille dai colori dell'iride. Saranno le intuizioni, quelle scintille iridate? Non è così che si manifestano le intuizioni? O saranno le risposte o forse le domande che prendendo colore forma e suono e potenza, si impongono alla mente?

    Sono le intuizioni, la tacita voce che bisbiglia all'orecchio di rimando al soffio del respiro che ha esposto nel suo silenzio, la domanda.

    È così oggi che dipingo il mio spazio, penna in mano, foglio di carta riciclato (ah, quante cose già passate, finite, restano scritte sul retro di questo foglio!), seduta accanto al finestrino a percepire l' ampiezza che sfugge aldilà della coda dell'occhio. Sì, è così oggi che coloro il mio spazio di viaggio in Freccia Rossa, in compagnia di elucubrazioni su domande risposte e intuizioni. Attenta a ogni leggero suono, mi par di sentire, attraverso le vibrazioni materiche del sedile in pelle ecologica che avvolge il mio corpo, e da questo tek che sostiene la carta su cui scrivo, una preghiera, intensa, rumorosa quasi. Quasi fosse un coro di voci disordinate che vogliono essere ascoltate, forse non sono elucubrazioni le mie, oggi in questo viaggio, sono forse voci rimaste impigliate nelle materie di questo treno, e nei suoni delle voci risaltano termini frequenti: domande risposte intuizioni.

    Suoni diversi per voci diverse, una unica nota le accomuna, in spazi diversi e in pause diverse su di un pentagramma di note spuntate, un unico accordo per un unico pensiero: domande risposte intuizioni. E io ascolto. Svello dalla cacofonia ogni altro fonema, e ascolto. Caduta nell'interstizio del legno, una lacrima e il suo disperato perché, perché: del mio cuore s'innalza la marea e straripa invadendo i canali delle orbite per poi stramazzare impudiche fra le ciglia,chi ero io prima di queste lacrime, chi ero io, prima. (Saranno i fiotti di luce veloci oltre il finestrino, a disperdere il viso dagli occhi annegati di lacrime e domande, saranno stazioni anonime e vocianti ad accogliere e rispondere a quest'anima che solo poco fa vedevo e sentivo annegare nel suo perché).

    Come il tek su cui scivola la mia anima, avevo lisciato il mio pensiero, ogni venatura un percorso già tracciato attraversato conosciuto, tutto era perfetto, tutto consapevole.La mia vita come il tek, liscio, ordinato, poroso quanto basta per respirare,ma senza interferire con l'aspetto ordinato, essenziale. Oggi è sabato, è giorno da condividere con gli amici virtuali e non, è giorno di abbandono della routine settimanale di lavoro – casa – lavoro, è giorno di riposo e domani,domani è il giorno del pranzo con i genitori, ma prima porto l' automobile al lavaggio come ogni domenica mattina, poi un salto in pasticceria per comprare i classici bignè della domenica da portare a mia madre. Tutto perfetto, ogni venatura del tek è come leggere ogni piega della mia anima: liscia, perfetta,porosa quanto basta per respirare senza interferire con l'immagine interiore ordinata, essenziale.

    Una lacrima è caduta nell'interstizio minuscolo, microscopico del tek, e si è aperto un baratro. Un sabato che ha deragliato dai binari ed è divenuto un viaggio, non un giorno, un viaggio: “ma cos'è la mia vita se non una squallida sequenza di rumorosi attimi sovrapposti ad altri?”

    D'un tratto s'apre il varco della comprensione e vedo il sabato, no, non è un giorno in cui mi stacco dalla routine, il sabato ha una routine come la domenica, diversa dai cinque giorni che li precedono, ma routine. Vedo attraverso il varco dal momento in cui i miei occhi incontrano la figura piccola e colorata seduta davanti a me, e con stupore mi rendo conto che il bambino c'era anche sabato scorso e l'altro sabato e l'altro ancora, seduto sempre allo stesso posto, difronte a me, ma fino a questo momento lui faceva parte di ogni cosa delle stesse cose della mia vita, di quegli attimi sovrapposti ad altri, c'era e lo vedevo, eppure solo oggi so che c'è.

    Gabriele mi ha accarezzato le dita, ha poggiato il suo indice minuscolo sull'unghia del mio dito medio e lentamente strofinato, come a voler comprendere la materia di cui è composta, poi delicatamente lascia scivolare il ditino lungo le nocche per arrivare a seguire una immaginaria linea sul dorso della mia mano. Mi ha guardato e mi ha sorriso, ci siamo guardati, un angolo di luce ci ha avvolti, e abbiamo conversato senza mai aprir bocca, mi ha mostrato se stesso raccontandosi da prima di nascere fino a questo momento, accompagnandomi istante per istante in ogni fotogramma della sua vita. Mi ha raccontato tutto,le parole silenziose fluivano come un fiume lento, e pacatamente lambivano lamia mente risvegliandola, nutrendola.

    -“Vagavo gioiosamente nell'Infinito ascoltando con attenzione la voce di pensieri non nati, mi soffermavo a curiosare in particolare nelle case di alcuni umani che sui pensieri avevano costruito delle griglie, mi domandavo come potessero supporre che così facendo i loro pensieri rimanessero imbrigliati, non è proprio possibile! Il pensiero è etereo, sfugge alla materia per quanto ci si voglia costruire sopra anche una roccaforte. Sai, ne ho visitate tante di queste persone, mi sembravano fatte in serie, tutti uguali i pensieri e tutte uguali le griglie, un po' noioso per me che sono un vulcano di energie sempre in fermento. Ho vagato tanto, per più di cento anni, penso, non so con precisione, a me non è congeniale il calcolo del Tempo, e ci tengo a che non cambi mai questa mia caratteristica. Comunque ho vagato davvero tanto tanto tempo fino a che mi ha attratto un ronzio continuo che proveniva da una casa della tua città, il ronzio del “silenzio di dentro”. Non sai cosa è il silenzio di dentro? Eh, è un silenzio che “non si vede e non si sente”. Ci sono dei silenzi morbidi e colorati, ogni colore fa vibrare una nota delicata che l'orecchio non sente ma percepisce, e colui che li vive sente la sua anima cullata in una perpetua armonia, e il suo viso è luminoso e sorridente, questo si chiama silenzio che avvolge, è un silenzio buono, dona pace serenità amore, è il collegamento di ogni parte dell'essere umano con ogni parte dell'Universo. Il silenzio di dentro non ha colori e non è morbido, a un orecchio attento arriva un ronzio e il ronzio è duro, come figlio del cemento.Io dico che il silenzio di dentro è il cemento dell'anima! In quella casa della tua città, vivono due persone sane intelligenti forti, hanno un buon lavoro, una bella casa, un'automobile ciascuno e per coronare il loro benessere pensavano di avere un figlio, lo volevano bello sano intelligente come loro, un figlio che rompesse il silenzio di dentro, e in questo figlio hanno riposto ogni speranza di vita, non di sopravvivenza silenziosa liscia lineare perfetta con venature perfette come questo tek, ma una vita cullata di armonia. E sono nato, li ho scelti io, ho sentito la loro disperata cacofonia grigia, la loro disperata e muta preghiera di aiuto, li ho amati da subito, dal ronzio grigio, loro mi hanno sorriso nel silenzio che avvolge, e sono nato. Sono nato autistico, perché li amo.

    Ci amiamo, armonia di note dell'Universo.”-

    Ecco, la mia lacrima è risalita dal microscopico anfratto del tek e si è liberata nel Cosmo,ha prima volteggiato leggera attorno a me, disintegrando ogni sua particella per divenire sottile e fluido suono dalle venature color dell'iride, un impalpabile stralcio di arcobaleno ha illuminato il vagone del Freccia Rossa 9508. E' sabato, un giorno vivo, è caduta la polvere grigia dal suo abito, si è lanciato al di fuori del cerchio della routine di ogni giorno dagli attimi aggrappati ad altri attimi neutri ed è volato sulle ali della vita. 

    Avvolto da un silenzio buono avvolgo me stesso nel sorriso degli occhi di Gabriele, gli porgo una carezza sui riccioli scomposti, un lieve cenno alla sua mamma dal viso luminoso e mi incammino sul marciapiede della stazione, sono arrivato alla porta del mio giorno nuovo. Non sento voci gracchianti di altoparlanti, li percepisco al di fuori del mio corpo, sento invece armonia dai colori morbidi dentro me,tutt'attorno è più luminoso e vivo, il mio cuore canta una canzone nuova, lo sento palpitare ad ogni cambio di nota. È sabato, non voglio incontrare amici 

    virtuali e non, mi porto lentamente lungo il viale alberato dalle fronde danzanti, voglio ascoltare il silenzio. 

    Annamaria Vezio ed. 2014

     

  • Come comincia: Nel Mondo di Luce nessun suono è percepito, se non quella che l'anima emana. Non esistono occhi, orecchie o qualsiasi altro tipo di comunicazione sensoriale, se non i colori del pensiero, i suoi profumi, le sue volute. Le anime riescono a scambiarsi esperienze, insegnamenti, doni e sfumature attraverso gli intrecci ed i colori che propagano. La magia del suono e dei sentimenti che incontrano è percepibile o meglio immaginabile, ad un livello più profondo dell’animo umano. È come l’ammirare un quadro, accarezzare melodie o scrivere poesie, è la grandezza e l’inspiegabilità che tentiamo di chiarire, ma che non riusciamo ad esprimere del tutto, è una parola senza voce, che vibra nell’ etere. E' unione, è poesia. E, poggiata su questi suoni colori parole, che arriva il melodico sussurro della notte.

  • 09 gennaio 2014 alle ore 15:42
    Stralcio da "Sette anni nuovi"

    Come comincia: Sempre, i ritmi circadiani vengono sconvolti da quelli psichici. Ogni pensiero e ogni sensazione diventano corde autonome che liberano suoni gracchianti, una cacofonia disturbatrice del proprio melodico andare nella vita. Non c'è posto per le domande, a dire il vero, non ce n'è nemmeno da porsene. Torna imperativo il bisogno di rimettere le proprie note nel pentagramma del sé e riprendere a suonare le note che lo contraddistinguono, e tornare nell'onda benefica dello spazio che echeggia stessi suoni di appartenenza vibrazionale. Riacciuffare se stessi dalle grinfie del Caos e lasciarlo andare nei corridoi bui del Male.

  • Come comincia: Mi piace il periodo delle feste invernali. Mi piace ascoltare, vedere, odorare, pensare, sentire. Ascolto emozioni dei miei simili: tristi rabbiose tenere amorose. Ascolto voci tintinnanti roche ridenti; vedo I miei simili: ansiosi litigiosi sfiduciati eleganti straccioni ricchi ricchissimi poveri poverissimi. Ascolto I miei simili. Vedo I miei simili fuggire: a se stessi, agli altri, all'amore, alla gioia, alla speranza, all'ottimismo, al perdono, alla vita; li vedo cadere nella ruota della tortura dell' Apparenza. Vedo I miei simili e mi rattriso per loro. Usmo gli odori di tubi di scappamento, di eau de toilette soffocanti fragranti pungenti avvolgenti, di caldarroste per le strade, di legna bruciata che sfugge ai camini; usmo l'odore di persone insieme. Odoro I miei simili e "coloro" il mio olfatto. Penso: ai pensieri dentro ai corpi dei miei simili, rumori roboanti che sconquassano, tracce di urla compresse o note scappate da bocche di bimbi, pensieri ansiosi del domani che deve venire, pensieri ansiosi della coda dell'oggi arenata in una tristezza, in un dolore bloccato nella bolla del cuore che non si riesce a far scoppiare. Penso I pensieri dei miei simili e bevo le loro lacrime e respiro l'aria delle loro gioie. Sento la vibrazione dell' anima che si spande dal corpo del mio simile, migliaia di colori che avvolgono gli spazi attorno ad ognuno, e tutti diventano aria colorata e profumata: ogni pensiero è colore che scivola sul corpo e si riversa sul terreno, e il terreno diventa luce, luci che adornano case e strade e piazze e monumenti, luci di Natale, luci che accoglieranno l'anno nuovo affinché trovi la giusta via e non si perda in meandri astrusi. Sento il mio simile.
    E' in questo periodo che ogni mio simile è simile ad ognuno realmente: qualunque sia la sua condizione emotiva, sociale, personale, ognuno eleva se stesso in pensieri comuni che durante l'anno non formula perché distratto dalla vita. Saranno anche lamentele per i disagi, ma pur sempre ognuno realizza che Esiste ed esiste Domani e che domani non è detto sia il replay di questo oggi vissuto, esiste domani e domani si presenta con un giro di volta, ci consegna non un giorno ma un anno da plasmare, e siamo bambini con lo stupore del nuovo da scoprire, da gestire, da inventare. Abbiamo nelle mani una Creatura che rispetteremo ed ameremo, avvolgeremo di calore perché è la nostra creatura, ed essa crescerà in queste nostre piccole mani. E diventerà Grande.
     

  • 06 novembre 2013 alle ore 23:19
    Sette anni nuovi

    Come comincia: Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto. Ho visto povertà e umiliazione, bimbi giocare sui tralicci, ridere accanto a fili di corrente scoperti, saltare nell'acqua di pozzi neri mai cotruiti, mamme incinte e stanche trascinare figli stanchi. Ho visto "ospedali" che sono vecchie case fatiscenti, e "dottori" maneggiare strumenti disinfettati in carta riciclata in fornetti a carbone. Ho visto acquistare di nascosto un pezzo di carne per gli "ospiti turisti", e tavole imbandite nel proprio desco: riso e platano e fagioli, il pasto ricco. E bimbi crescere con questo cibo. E bimbi seminudi e scalzi per le strade a imparare la legge del più forte. Ho visto cubani tornare a Cuba inanellati e tirati a nuovo in stretti jeans comprati nei negozi dei cinesi europei, con le tasche piene di pochi euro, comprare la sudditanza di chi è rimasto a mendicare qualche pesos correndo a piedi scalzi con in groppa un risciò. Ho visto strade con buche profonde mai riparate, e vecchi caderci e rialzarsi e continuare a piedi verso le proprie case costruite con materiali di riciclato riciclaggio. Ho visto mezzi di trasporto inventati con carcasse di chissà quale decrepito ricordo. Ho visto risciò ibridi di sedie a rotelle e bici e camion e pezzi stramazzati di poltrona. Ho visto la povertà, quella vera, quella che non ha il problema di arrivare a fine mese, perchè non ha nemmeno le ore. E ho visto donne dagli occhi luminosi di kajal e bimbi ridere a crepapelle, e uomini "machi" esigere il "rispetto" dopo sbronze e violenze. E il silenzio nelle loro case. Cosa non hanno visto questi miei occhi stanchi.Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto.

  • 25 luglio 2013 alle ore 16:24
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Annadelmare del sì
    ... Era colpa mia. Sicuramente avevo inquinato la sua vita e lo avevo ucciso.La tata mi guardava con muta comprensione, ora so che lei sapeva. Tutto.Allora il suo sguardo lo sentivo addosso come affetto per una bimba indifesa che cresceva in silenzio, nel silenzio di una famiglia bella e ricca. Ora sono certa che era così... Le nostre vacanze coatte; ogni fratello nuovo, uno dei fratelli vecchi aveva vitto e alloggio e divertimenti in una località amena, la casa in campagna dei nonni, dove l’inverno, quando scende la neve, regala la gioia dello spettacolo dei bucaneve che spuntano con coraggio da piccole buche nere in morbido contrasto con il manto immacolato.Il coraggio dei bucaneve io non l’ebbi mai, né in quella casa in un luogo ameno, né nella mia casa di bouquet di ceci, né quando fui donna; e crebbi, bambina sempre più taciturna e trasparente, volli divenire io stessa il nascondiglio di me. Mi cancellavo.Non mancavo di ritagliare la mia fetta di tempo da vivere in uno spazio di silenzio dove muta dialogavo con i colori e i pennelli su bianche tele tese ad ascoltare la voce della mia anima, e con chilometri di fogli dove crescevano come verdi prati le parole del pensiero.Dimenticai le “capanne” di mio nonno e le punizioni di mia nonna, dimenticai la loro casa, né tornai mai in quella bucolica cittadina che mi aveva insegnato come uscire dal corpo e guardarmi a distanza. Partecipavo a scorribande e risate, ma quanto usciva dalla bocca non venne mai dall’anima, decidevo con la testa le mie emozioni, mai avrei mostrato tristezza, la tristezza è debolezza, e io non volevo vestire il personaggio della muta donzella bisognosa di attenzioni, sapevo che non sarebbero mai venute e se mai fossero arrivate mi avrebbero ferita. Avevo trovato l’antidoto: l’allegria e l’ironia e con esse il modo di preservarmi da eventuali contatti...e appena il mio cuore cantava ritmi veloci e gioiosi, fermavo la musica...
    Sei bella, mi diceva ed io sapevo che mentiva, sei bella mi dicevano gli altri ma io conoscevo già com’è bugiarda la grande menzogna, conoscevo più di tutti che la parola è l’artefice del gioco della falsità.Incontrai un musone dagli occhi nascosti da lenti nere e gli abiti neri e gli stivali neri; decisi di innamorarmi dello straniero misterioso, ci misi poco a inventarmi l’eroina di un romanzo d’appendice, gli elementi c’erano tutti. L’uomo nero era aggressivo, ed io mi sentivo un giovane leone finalmente; odorava di maschio e di whisky, niente profumi di lavanda fresca dei miei amici e della mia infanzia, niente genitori a seguito a pretendere silenzi; lui era diverso, suonava la chitarra e creava canzoni, lui era l’immagine vivente di una dimensione fino ad allora lontana dalla mia portata, era un misogino, era il mistero. Era il buio che in forma diversa già conoscevo, era il buio che volevo incontrare in un altro essere per sprofondarci, forse per morire o forse per raggiungere quella lucina che poteva portarmi alla resurrezione. Entrai nella sua casa un giorno e concepii l’amore dolore e, così lo descrissi nel mio diario: “un cantautore ha bisogno della sofferenza per produrre; il suo annichilimento è provocato volontariamente per vivere emozioni forti; lo struggimento, il pianto, la disperazione, sono emozioni forti che creano l’arte, per contro la gioia è leggera e non fa piangere, quindi l’isolamento e l’intontimento con alcool o droghe, la ricerca e il contatto con la morte. Il fascino di una stanza in disordine, la bottiglia di vino quasi vuota poggiata sul pavimento e più in là un bicchiere sporco e poi un altro sporco e vuoto, la chitarra abbandonata sul letto sfatto che lascia intendere forse una notte d’amore sofferente o forse una notte insonne. Odore di stantio nell’aria, sei davanti ad un sipario chiuso che tenta la curiosità di entrare in un mondo misterioso e svelarlo, il desiderio piangente di farsi penetrare da quel dolore che aleggia fra i muri, il bisogno di empatia”.La trappola era scattata. Io, ero in trappola. Mi aggrappavo a sogni romantici per sfuggire alle fauci della realtà oscura che pure restava adagiata sul fondo della mia anima e che io, inconsapevole cullavo come madre amorosa, sorda e cieca.Mia madre non cantava più con la sua voce limpida e le sue risate erano meno argentine, un giorno mi confidò di avere appena abortito, non voleva quel figlio, aveva quarant’anni ed io stavo per lasciare la casa natia per sposarmi contro le implorazioni di mio padre e mio fratello. Avevo deciso di imporre per la prima volta nella vita il mio volere e mia madre mi sostenne, ed io spaventata dalla mia paura del vivere, chiusi gli occhi e spiccai il salto nel vuoto.Mi sposai.Avrei voluto indossare un abito speciale per il mio giorno speciale, sognavo l’abito della prima comunione di organza e pizzi; e fiori fra i lunghi capelli, fiori e nastri bianchi, mi vedevo Primavera fra le dita di Botticelli riveduta e corretta per assecondare il mio sogno. Mi toccò un austero abito in stile impero, niente pizzi e niente nastri, niente svolazzi che facessero pensare a un vento fra le fronde, solo un monacale velluto in seta e fra i capelli tre fiori secchi ma l’organza la pretesi e comprai un ampio cappello con un discreto nastro che accarezzava il collo come un ricciolo niveo... Perfino il locale sul belvedere prenotato per il ricevimento fu spazzato dal mare grosso e si dovette festeggiare il fausto giorno in una trattoria inghirlandata per l’inusuale occasione; era una bassa costruzione bianca in periferia a due passi dalla casa dei miei nonni e, come quella bambina inebetita che correva nella notte di un tempo, percorsi la strada che mi separava da loro per regalare ai due vecchi stanchi la visione della nipote sposa, un fotogramma della vita che scorre, nonostante tutto.L’indomani i miei genitori ci accompagnarono alla stazione, dico i miei genitori ma in verità non ricordo la figura di mio padre in quel frangente pur essendo certa della sua presenza, predominante è l’immagine di mia madre. Forzatamente allegra, come volesse nascondere ogni emozione, non mi lasciò parole o gesti teneri da custodire nel mio cuore, sfilò dal dito il suo anello a forma di serpente e lo mise all’anulare della mia mano destra, mi baciò sulle guance e mi salutò con la mano mentre il treno prendeva velocità.Mi mancò l’abbraccio.Soffrivo e sapevo che lei soffriva... Sposa bambina, entrai nella vita dell’uomo nero... Mio fratello quasi gemello, sembrava un giovane leone in gabbia e a ogni tentativo di sfondare le sbarre, qualcosa crollava tutt’intorno e fu messa in fiera la bellezza di mia madre e la sua solare allegria, additata da tutti come in un rito punitivo, e in un vortice di parole e sussurri, si creò il ciclone che spazzò via la famiglia bella e ricca.Vidi mio padre per la prima volta.Questo uomo sconosciuto non tentava neanche di sottrarre i suoi cari da quel micidiale vento, divenne di pietra, come mia madre in quel balcone che la vide divenire statua. Guardava l’amore e lo lasciava andar via; guardava sua moglie e i suoi figli, guardava ma non vedeva. Ci lasciò scivolare via come sabbia fra le sue dita.Ancora una volta mi avvolgeva un silenzio buio, e tutti nel buio ci incamminammo, animali zoppi e senza vista, e senza pelo per poterci scaldare, e, ognuno, con il proprio freddo, da solo, abbandonò per sempre il mondo della famiglia.Si risvegliarono i giorni delle “capanne”, ora il mostro si agitava e disturbava, tornarono le memorie come fari accecanti: i tentativi di stupro del giovane bello e maniaco che si appostava nel portone di casa e con astuzia sfuggiva i miei giochetti fatti di ritardi o di anticipi. Fu tanto palese il mio terrore da convincere mia madre ad aspettarmi all’uscita di scuola per un intero mese, e lui sparì ma per poco; finì tutto un pomeriggio quando il fracasso di libri e penne scaraventati sulle scale perforò il silenzio e giunse agli orecchi di mamma che si scagliò come una furia su quel giovane, trafiggendolo con l’azzurro dei suoi occhi che all’occasione divenne appuntite lame di ghiaccio. Gli occhi della mente sembrano non concedersi pause e davanti a me sfilano in continuazione i gesti malati del nonno, del giovane, del mio insegnante di filosofia.Già, lui. Oltre che a scuola lo incrociavo troppo spesso nell’atrio del palazzo dove ci si era trasferiti da poco. Se facevo le scale, lui era dietro me e le sue mani sui miei fianchi o ovunque potesse appoggiarle in modo casuale e, se per evitarlo prendevo l’ascensore, lui lo trovavo già dentro, così che per ripararmi stringevo al petto, come fossero armatura, i libri, ma lui infilava le sue mani nodose nel seno e, come per giustificarsi prendeva un quaderno, a caso. E si disegnava un ghigno beffardo sul suo viso.Ero io ad essere sbagliata se suscitavo in più persone pensieri laidi e gli anni a venire anziché farmi cambiare opinione, servirono ad accrescere il mio bisogno di espiazione.Non ero degna di ricevere rispetto.Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato questa arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.E divenni alchimista di me stessa.Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei fratelli piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.Abbracci che nostra madre non poté partecipare.Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato.Mi servì tanto negli anni a venire, tale abilità.L’uomo nero al quale avevo affidato la mia fiducia nel domani e l’amore da grande romanzo, non amava la luce né la vita nella luce, mi costruì una cancellata attorno, edificò le mura del castello e mi investì dell’autorità di regina del maniero.Il castello non era mio, tanto meno del mio sposo, era già abitato da regnanti senza regno, come me d’altronde, e comunque divenni presto parte integrante di questa numerosa corte che era poi la sua famiglia. Durai poco a sfondare le corazze di queste stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, padre del mio sposo e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità era sua madre; seguivano le due anziane zie, ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano nove in tutto, i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di...