Le tue vere origini- L'artista del figlio del re

Per risollevare la figlia da un tragico evento e darle la forza di difendersi, Danila racconta una storia ambientata nel medioevo in un anno ignoto e in un posto semisconosciuto. A fine racconto, nessuna delle due sospetta che l'ormai preferito racconto medievale della giovane Lucia, adolescente di Assemini, prenderà vita durante le vacanze estive di quest'ultima. Andata a Saint‐Vincent per visitare monumenti storici, la ragazza finirà nel passato assieme alla propria famiglia. Proprio in quel luogo protagonista di miti e leggende, Lucia trasformerà la sua vitra in un capolavoro. Il temuto nobile Vaniglian, il conte Tauraran, il quale voleva diventare povero, i tavernieri della Gratulantes e persino una famosa scultrice e cantante della già menzionata tavera saranno al fianco della ragazza per unire passato e presente in un'unica sinfonia. Le sorprese, però, sono tante e Lucia scoprirà qualcosa in più riguardo al suo padre biologico. Arrivata alla taverna Gratulantes assieme al marito Sebastian, Danila viene convinta dalla figlia a proseguire il racconto. Grazie all'incontro con i tavernieri, che l'hanno scambiata per una loro parente, ora sa che la storia antica non è una leggenda e che lei ne fa parte. Tuttavia, c'è qualcosa che sua madre ha omesso. Eh sì, tocca a me, Danila Luna Fleat, raccontare cosa è successo dopo l'apparente lieto fine. Ecco come riprende il mio racconto.

Cara figlia mia, ecco come continua la storia che ti ho raccontato. Accadde dopo la nascita di Calië, avvenuta nello stesso mese in cui era nata sua madre. Ecco perché ella aveva ancora 18 anni.
I mesi vanno e tante cose avvengono in breve tempo. Nove mesi sono tanti, ma per altri possono essere pochissimi.
Vaniglian era in cella da un po' e non si ricordava più quanto tempo fosse passato. Il re in persona andò a trovarlo. Lui rimase molto stupito. Perché era venuto proprio il re?
«Vuoi uscire, vero Vaniglian?»
Quello si preoccupò ancora di più. Era un bulletto che riusciva a fare male a poveri e indifesi, ma per il resto aveva paura di molte cose. Il re gli poteva proporre di liberarlo se lui si fosse comportato bene con le donne e le persone della città che reggeva, ma non poteva accettare. Sapeva che non avrebbe mai potuto placarsi. Segan era diventata suora e lui l'aveva voluta. Non poterla avere l'aveva mandato fuori di testa e si sfogava con altre donne, maltrattando chi non gli ubbidiva. Non gli importava se c'era un motivo. Distruggeva tutto perché lo faceva sentire normale. Lui era a pezzi come ciò che era attorno. Vaniglian non era come lo vedevano tutti, aveva una grande paura. Non sapeva di condividerla con la scalpellina e trovatrice del figlio del tre. Entrambi temevano l'inferno. Lei per il peccato commesso con Eruvarno e lui per tutte le cose che aveva fatto e non avrebbe dovuto. Il peccato della donna era stato già perdonato e compreso dal priore Eruolmo e poi da tutti quelli a cui lei lo aveva confessato. Tuttavia, non riusciva a liberarsene. Vaniglian non aveva fatto niente per avere il perdono. Non era pentito. Eruolmo aveva confessato il nobile e gli aveva detto che, se non si fosse pentito, sarebbe finito all'inferno. Aveva toccato la donna sbagliata e portato una città intera allo stremo. Aveva sbagliato e doveva pagare. Per aver ucciso, sarebbe stato impiccato a sua volta. Se si fosse pentito, avrebbe potuto essere perdonato, ma se avesse continuato felicemente a sostenere di essere la vittima, sarebbe andato all'inferno. Vaniglian ci pensava, ma non riusciva a pentirsi. Sarebbe stato impiccato per aver ucciso qualcuno che non avrebbe dovuto, ma non si pentiva. Sognava l'inferno e si svegliava sconvolto.
Il re non gli parlò di quello che si aspettava.
«Uscirai e mi accontenterai. Ad Ohtanis c'è un uomo che viene da Isilmë e ha progettato un congegno per viaggiare nel tempo, lo sta provando. Devi darmi il congegno. Io lo userò per tornare indietro e impedire che mio figlio voglia diventare povero. Chi sarà il mio erede? Mio figlio diventerà il re. Mi aiuterai, sarai fuori e non avrai reati di cui rispondere. Non sarai impiccato».
Era molto strano che il re comandasse quel piacere. Vaniglian, però, aveva accettato. Si fece dire chi era l'uomo di Isilmë che aveva il congegno. Scoprì che si trattava di Erumaren di Isilmë, padre da poco, lavoratore del priore Eruolmo, figlio dei detentori della taverna Gratulantes. Era il marito della trovatrice del figlio del re. Vaniglian pensò che il congegno poteva servire per impedirgli di finire in prigione e di andare all'inferno.
Erumaren di Isilmë non fu felice di vederlo arrivare di notte. Lavorava al congegno di nascosto da sua moglie, la quale non accettava quello studio. Il tempo non doveva essere modificato. Glielo aveva detto diverse volte, ma lui non ascoltava. Era riuscito a vedere epoche diverse per un po' di tempo, non troppo. Tornava indietro e cercava di capire se poteva portare lì qualcuno che aveva incontrato nell'altro secolo. Lei non voleva quello che c’entrava con il congegno e lui non raccontava niente. Aveva dovuto dire che non ci stava più provando, ma voleva fare tutto quindi lavorava di notte, quando lei e la figlia dormivano e i suoi genitori non lo avrebbero scoperto. Aveva appena realizzato una cosa. Era felice e girava per la stanza come sempre, agitato. Faceva cadere oggetti, li rimetteva dov'erano, tornava indietro e parlava a voce molto alta.
«Dammi il congegno!» disse Vaniglian.
«No!». Erumaren corse e prese la macchina del tempo.
«Dammelo. Morirai!».
Erumaren corse velocemente e si nascose in cattedrale. Trovò un nascondiglio per il congegno e scappò. Poco dopo Vanigliamn arrivò e non trovò il congegno. Non capì che era nascosto nel pavimento. Cercò Erumaren fuori. Non trovò neanche lui.
Erumaren era arrivato a casa e bussava alla porta forte e più veloce che poteva. Alla fine la porta si aprì. La moglie aveva in braccio la bambina.
«Hai svegliato la...» avrebbe voluto dire, ma le parole morirono alla vista della faccia del marito.
«Erumaren, entra. Cosa è successo?»
«Erunàmë, prendi la bambina e scappa. Siete voi in … pericolo, scappate! ». Era agitato, ma aveva fatto capire cosa voleva.
«Vieni, cosa è successo?».
«Devi scappare. Vaniglian mi cerca e troverà voi. Se mi trova vi ucciderà per avere il congegno, ma non glielo posso dare. Non deve uccidervi, ha detto che morirò. Voi non dovete... io morirò».
«Erumaren, ma perché hai fatto il congegno? Eri convinto di smettere. Hai fatto il congegno ed è funzionante?»
«Sì, non è ancora certo come funzioni, ma si può usare e Vaniglian lo vuole. Scappate!».
Erunàmë scappò solo quando si accorse che Vaniglian si stava avvicinando. Doveva farlo per la bambina. Erano d'accordo che si sarebbero trovati in cattedrale se fossero stati tutti interi. Allora scappò, parlò ai genitori di Erumaren e al priore Eruolmo. Erano stati tutti svegliati, ma non avevano fatto caos. Sapevano che Vaniglian doveva essere mandato in prigione di nuovo. Chiamarono anche gli altri. Nessuno sapeva perché Vaniglian volesse il congegno, ma Tauraran affermava che suo padre era andato alla prigione e poi Vaniglian ne era uscito. Il congegno era per il re. Lo avrebbe fatto rubare a una persona che poi sarebbe finita in prigione, ma era lui a volerlo. Vaniglian era uno che uccideva per prendere quello che voleva, avrebbe ucciso Erumaren per prendere il congegno. Tutti erano sicuri che Erunàmë e Calië dovessero restare nascoste Erunàmë, però, non poteva non scoprire cosa stesse facendo Erumaren. Era scappata con la bambina mentre tutti dormivano. Erano nella casa capitolare, dove lei e Eruvarno avevano dormito e fatto una cosa da non fare mesi prima. Uscita con la bambina, Erunàmë si avvicinò alla cattedrale. Sperava che Erumaren fosse lì. Non solo trovò l'interno della chiesa vandalizzato, ma sentì un urlo mentre si avviava verso il luogo in cui avrebbe dovuto trovare Erumaren. Corse e lo vide trapassato da un'arma. Era un'arma da taglio, ma i suoi occhi non vedevano, la nebbia del pianto le impediva di distinguere cosa fosse.
Sapeva che non doveva estrarre nulla perché poteva provocare un’emorragia. Glielo aveva detto Erumaren. Non poteva fare nulla che lo aiutasse. Pianse. Gridò il nome del marito. L'amore era morto. Erumaren non era vivo. Non era il momento giusto, doveva andare ma voleva stare con lui. Pianse e gli parlò. Perché aveva creato il congegno? Perché non lo aveva distrutto come gli aveva detto? Perché aveva affermato di aver smesso di lavorare su quella macchina anche se era una storia? Perché era morto? Poteva scappare con lei e sarebbe rimasto lì con lei e la bambina. Cosa avrebbero fatto loro adesso? Erano sole. Lei lo amava e voleva lui. Doveva restare, non doveva abbandonare la figlia. Se fosse stata sola, si sarebbe uccisa e così lo avrebbe ritrovato. Lo amava e non poteva restare sola. Voleva stare con lui. Avrebbe fatto tutto quello che voleva pur di restare insieme, non poteva lasciarla. Doveva dirle come tornare con lui.
Notò una cosa nera avvicinarsi. Capì che era il mantello di Vaniglian. Doveva scappare. Doveva salvare la bambina. Vaniglian l'avrebbe presa perché poteva dire che l'avrebbe uccisa se Erunàmë non avesse detto dove era nascosto il congegno. Erumaren le aveva detto che era nascosto nel pavimento, ma non aveva svelato altro perché era scappato per non farsi prendere da Vaniglian. Era quasi salvo, ma era stato catturato, forse torturato e poi trapassato. Non aveva confessato. Se Tauraran aveva detto la verità, Vaniglian voleva il congegno per restare libero. Col congegno, il re avrebbe cercato di convincere Tauraran a non fare il povero. Era una cosa crudele e solo Vaniglian poteva accettare di collaborare. Il re non avrebbe potuto usare il congegno, mancando le istruzioni. Vaniglian non sapeva come funzionava: se l'avesse imparato, non avrebbe ucciso il suo bellissimo Erumaren. Erunàmë si alzò e corse. Vaniglian pensava che lei sapesse trovare il congegno e farlo attivare. Non poteva farlo e se avesse scoperto come funzionava, non glielo avrebbe detto. Sarebbe tornata indietro per salvare Erumaren. Avrebbe ucciso Vaniglian, per impedirgli di fare quello che aveva eseguito. Non era il momento di uccidere Vaniglian, ma lo avrebbe fatto se avesse potuto. La bambina era spaventata, infatti non piangeva, ma era tesa e seria in volto. Doveva scappare prima che piangesse. Iniziò a correre sempre più veloce. Sapeva che lui la seguiva, ma pensava a Erumaren. C'erano lei e la cattedrale. La bambina era in braccio e sentiva che era calda e agitata. Erumaren era con lei. Correre verso l'entrata era la cosa da fare. Pensare solo a quello, certa che la famiglia era lì era la cosa giusta. Vaniglian correva ed era vicino, ma lei era più veloce. Sentiva i passi che rimbombavano a terra e nella testa. Correva e riuscì ad arrivare al centro della cattedrale. Vaniglian le fece lo sgambetto. Erunàmë perse l'equilibrio, cercò di restare eretta senza lasciare la piccola. Stava piangendo o credeva che lo volesse? La mente era offuscata. Cadde e picchiò la testa. Vaniglian le stava dicendo qualcosa, ma era ottenebrata e non capiva.
Un urlo la svegliò. Credeva fosse Erumaren, lo chiamò. No, non era come pensava. La voce non usciva e Erumaren non era lì. Una mano la toccava. Una voce le chiedeva spiegazioni e una mano la toccava.
«Mi senti?» L'urlo non era della persona che le faceva domande su come stesse. Vaniglian le aveva chiesto del congegno, era ovvio, non aveva capito il senso della frase, ma era quello che chiedeva. L'urlo era suo. Il priore era entrato nella cattedrale e lo aveva fermato? Cercò di chiamarlo, ma capì che non era lui che le parlava. Aveva un accento strano. Non sapeva chi fosse e non ricordava la piccina.
Ascoltando le domande, capì. Erumaren aveva salvato la famiglia. Aveva nascosto il congegno nella terra e lei l'aveva attivato quando l'aveva compresso cadendoci sopra. Era in un’altra epoca e magari in un’ altra località. Ascoltò. Era a Saint Vincent. Era caduta su un gradino della navata della chiesa parrocchiale. Aveva sbattuto la testa. Doveva fare una visita in ospedale. La bambina doveva essere controllata. Erano senza documenti. Lei non sapeva che nome dare, aveva visto che i nomi delle persone di quella località erano strani. Credevano che lei fosse vestita in modo obsoleto. Cercò di capire e trovò il nome. Sembrava una lingua neolatina simile allo spagnolo, ma molto più complicata. Era italiano, come avrebbe scoperto poi.
«Danila Luna» tradusse correttamente. Era brava con le lingue. Era sempre la figlia di un mercante, no? Sapeva capire i gesti, il tono di voce, una inflessione... Aveva i suoi trucchi. Gli strani occhiali, che ormai teneva sempre in viso, l'aiutavano a vedere meglio il movimento delle labbra. Questo era stato utile durante il lavoro nella taverna. C'erano tanti stranieri che venivano a bere e mangiare, talvolta anche a giocare... Le chiesero il nome della bambina. Si concentrò: «Lucia Luna».
A tutti sembrava strano. L'accento di Danila era simile a quello sardo, eppure tutti sapevano che il cognome da lei fornito aveva delle altre varianti, ovvero: Lunella, diffuso nella zona tra Perugia e Ancona e a volte anche al sud, Lunelli, diffuso solitamente a Trento, Lunetta, siciliano riscontrabile a Palermo e Caltanissetta; infine avevano De Luna, diffuso in Campania. Il cognome Luna in Sardegna, era molto raro. Secondo la distribuzione geografica del cognome Luna, se ne trovava qualcuno nella provincia di Nuoro. Risultava un Luna a Nuoro e un Luna a Orosei. Alla fine, decisero che la ragazza vestita come una donna dell’antichità fosse una pazza o di quelle che appartengono a gruppi di rievocatori. Visto che aveva una bambina che vestiva come lei, forse era una di quelle che si allontanava dalla società per vivere come in una civiltà antecedente. Se le chiedevano qualcosa, sembrava di parlare con una donna dell’antichità. Non conosceva niente di recente. Scopriva cose nuove che erano odierne e apriva la bocca apprezzando tutto. Chiedeva sempre: «Cos'è?»
Decisero che, una volta dimessa, sarebbe stata portata a casa sua. In Sardegna, però, nessuno la conosceva e lei confermava. Diceva di non sapere da dove veniva. L'accento, però, era sardo, quindi la portarono lì. Fu mandata a vivere in un hotel chiamato Il Grillo dove sarebbe stata ospitata gratuitamente. Il suo caso aveva colpito molto chi doveva occuparsi di lei. Non erano riusciti a toglierle la bambina e allora era stata ospitata in albergo, in attesa che la famiglia la trovasse. Diceva di avere un fratello e dei suoceri.
Danila aveva capito che il modo più adatto per tenere la figlia era lavorare. Chiese a quelli dell'albergo se avessero bisogno di una scalpellina o di una trovatrice. Per tutti era una richiesta particolare. Ricordarono che credeva di vivere secoli fa, trovarono un modo per accontentarla. Cercarono qualcuno che volesse imparare canti antichi o suonare pezzi con strumenti di secoli fa.
Danila ebbe così i suoi alunni e guadagnò degli Euro. Era una moneta diversa da quella che conosceva e faticava a capire il rapporto tra quella di una volta e l'odierna ma, grazie alle sue conoscenze, imparò a fare ricerche su un oggetto chiamato computer. Lì si trovavano molte cose, anche i rapporti tra le varie monete. C'erano dei siti che facevano calcoli rapidi su quante monete ne fanno una di una nazione diversa o quante monete antiche servono per comprarne una nuova e l'inverso. Non aveva paura del computer, conosceva una macchina del tempo, il PC era un'invenzione straordinaria, ma non quanto il congegno di Erumaren. Credeva di poter tornare indietro per salvare il marito e cambiare le cose ma, con tutti gli impegni e i controlli che aveva, non poteva. Doveva ricostruirsi una vita lì La controllavano. La polizia aveva delle armi più pericolose e tutti gli arnesi che erano in quel secolo erano avanzati. Ti trovavano con una cosa dentro il telefono che serviva per chiamare persone a distanza di chilometri. Con un telefono potevano sapere tutto di lei. Era obbligata ad averne uno.
L'unico scopo per cui Danila Luna viveva era Lucia Luna, la figlia di Erumaren. Avrebbe voluto dirle tutto, ma l'avrebbero presa per pazza se fosse andata a raccontare una storia del genere. In teoria, se Erumaren non aveva fatto altre scoperte, solo qualcuno con un forte legame con lui poteva utilizzare il congegno. Persone del futuro non sarebbero state in grado di usarlo. Forse il congegno era stato trovato e buttato durante l'ennesimo restauro della cattedrale. Le dava fastidio che Vaniglian avesse rovinato il lavoro che lei e i suoi avevano fatto; amici e parenti erano tutto per lei.
Il mondo attuale stava dimenticando la strana ragazza arrivata da un altro tempo. Solo chi la visitava e aveva a che fare con lei ricordava, ma non molto. Aveva dovuto prendere degli occhiali nuovi con le stanghette. Erumaren era un genio, non aveva potuto crearli, ma aveva immaginato di realizzarli. Qualcuno era riuscito. Erumaren era un grande inventore. Era stato facile costruire gli occhiali per entrambi. Nel presente avevano avuto difficoltà. Erano lenti di costruzione per una patologia che non era più usuale. Anche la figlia avrebbe dovuto averli. Purtroppo, la malattia poteva apparire in soggetti strani per un'infezione, ad esempio, ma da lì in avanti era ereditaria. Si era riusciti a migliorare le cose, ma nello specifico, il caso era che due persone del passato con la stessa malattia avevano avuto una figlia. Per fortuna non era nata cieca. Era stata operata e guarita parzialmente. Se Eruname avesse saputo cosa succedeva ai bambini di chi soffriva di quella malattia, forse sarebbero stati “attenti entrambi”, ma Danila era felice di avere sua figlia. Le cantava le canzoni della taverna e le raccontava storie con il più anti‐eroe di tutti: suo padre.
Col tempo, aveva smesso. La bambina non doveva ricordare e il dolore doveva essere nascosto. Davanti a domande che la mamma aveva posto ai dottori circa la soluzione del problema della figlia, la donna aveva raccontato cose strane che avevano fatto parlare i medici per un po'.
Erano partirti dal cognome Luna. Avevano escluso che si riferisse al termine toponomastico luna, inteso come territorio di forma arcuata e avevano pensato che fosse collegato al nome di persona utilizzato nel Medioevo. Era la spiegazione più corretta, Luna era la traduzione della città che aveva preso il nome da una donna chiamata così. Avevano anche capito che non derivasse dall'astro satellite della Terra o infine dal nome di persona utilizzato nel Medioevo. I discorsi su streghe ed erbe avevano fatto pensare che la strana ragazzina che si sentiva vecchia, fosse davvero convinta di venire da un secolo diverso.
Era tornata dallo psicologo. Uno diverso. Era stata confermata la diagnosi. Danila era normale, la caduta aveva causato un problema. La memoria sarebbe tornata, se no avrebbe generato ricordi da questo momento. Forse le piaceva la storia e ricordava il raduno per cui si era vestita il giorno in cui era stata ritrovata. Non c'erano raduni storici a Saint Vincent, ma a volte c'erano manifestazioni non autorizzate o ragazzi che si allietavano con gdr (giochi di ruolo) in parchi. Non tutti i casi si riuscivano a risolvere. Un caso così aveva spaventato i ragazzi, che erano riusciti a non farsi trovare.
Quando la vita di Danila si calmò e il dolore si celò dietro la parvenza della normalità grazie ai suoi sforzi, nessuno ricordò più la cosa. Una signora che amava gioielli storici e la figlia erano due persone normali. Nessuno parlava e tutto fu amnesia.
Danila aveva cambiato impiego e nessuno pensava che venisse da un anno diverso, la bambina cresceva e lei era felice. Era intelligente e creativa come il padre, ma anche come la mamma. Amava l'arte e la scienza. Era curiosa e chiedeva sempre: «Cos'è?» per sapere tutto su una cosa. Amava studiare e andare a fondo delle cose. Disegnava e aveva doti artistiche nel canto. Amava le cose antiche, era gentile con tutti e sapeva lo spagnolo. L’aveva studiato, non l’aveva imparato dalla mamma. Anche quello doveva sparire. Il passato non doveva tornare. La bambina aveva dato la vita alla mamma. Cercava tutti, parlava, consolava, e le persone rivolgevano la parola a Danila, la quale doveva dare risposte. Ricominciò ad avere fiducia e a fare conoscenze, non portò mai nessuno a casa perché amava solo Erumaren ed era sicura che non avrebbe mai potuto essere diverso da così.
A volte andava al lavoro e guardava il mare e pensava a lui. Gli parlava. Raccontava della seconda malattia della figlia che, però, non le impediva di fare quello che facevano tutti. Era una bambina determinata a vivere, nonostante tutti la facessero piangere perché la mettevano da parte, la maltrattavano e discriminavano, perché un cervello non poteva essere in un corpo malato.
La bambina diventò grande e iniziò ad essere sola e disperata. Era certa di essere nata nell'epoca sbagliata e in effetti era così. Il mondo in cui avrebbe dovuto realizzarsi non era quello in cui si era ritrovata a vivere. La stella del Karaoke avrebbe dovuto cantare alla taverna Gratulantes, avrebbe dovuto studiare a scuola, ma non quella attuale e imparare dal padre. La secchiona con molto talento non avrebbe tentato il suicidio e avrebbe saputo che la storia che le era stata spiegata era vera. Avrebbe avuto amici più grandi di lei e una famiglia che le avrebbe dato tutto.
Un giorno arrivò un nuovo insegnante di inglese che rispettava perché, nonostante tutte le crudeltà, l'aveva difesa. Da lì tutto cambiò. Anche Danila smise di vivere nel dolore nascosto e iniziò a far entrare una persona nella nuova vita che lei aveva immaginato per la famiglia. Sebastian era un brav'uomo, non proprio come Erumaren, ma lo era. Voleva sapere, ma non poteva. Sapeva solo ciò che si poteva dire e, davanti al mare, non la lasciava mai triste. Una volta l'aveva presa per mano, l'aveva fatta correre in acqua senza scarpe e poi l'aveva spruzzata. Danila aveva fatto lo stesso e si erano schizzati, ridendo. Il mare, non sapeva perché, le ricordava il fiume, quindi Erumaren. Adesso il mare era Sebastian, gioia e allegria. Con lui aveva potuto parlare di cose storiche, cercando di non farsi scoprire troppo. Una volta aveva cantato con lui e la figlia The Wellerman in lingua originale. Conosceva anche quella lingua. Era stata la figlia di un mercante e ne sapeva di lingue. Sebastian teneva il tempo e suonava, lei aveva cantato e Lucia si era unita. Le piaceva la storia e aveva scoperto alcune cose da sola. Quella canzone era famosa e cantata in varie lingue sui social. Entrambe avrebbero potuto sentirla lì.
L'amore di entrambi per la storia, però, era diventato un problema per Danila. Non era un semplice amore, era una vera e propria tormenta. Volevano scoprire tutto. Per lei era difficile nascondere la verità. Inizialmente ci era riuscita, poi però era arrivata la chiesa di Saint Vincent e la paura era tornata. Potevano tornare indietro e, sapendo come funzionava il congegno, perché qualcosa aveva saputo, poteva tornare al giorno in cui Erumaren era morto o a quello prima. Lei e la bambina sarebbero tornate lì. Sebastian non lo sapeva. Aveva legami con le due donne di colui che aveva creato quel coso e quindi poteva finire nel passato anche lui. Doveva impedire che il passato tornasse. Era pericoloso per tutti loro.
Non poteva vivere nel passato. Le vite non avrebbero potuto agganciarsi e confluire in una. Lei doveva seguire la linea del tempo perché il tuo agire nel passato poteva modificare gli eventi futuri.

NOTA AUTRICE.
Questo piccolo estratto rielaborato appartiene al libro L'artista del figlio del re. Essendo una specie di storia breve, ho pensato di agiungere un pezzo come incipit e farvi conoscere questa storia incredibile.