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in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA)

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  • Ieri alle 17:00
    Argentata quiete

    Argentata quiete 
    di palpebre abbassate,
    il velo sull’area di Broca 
    finge silenzio da sommesso incastro
    cavo della sera, già luogo
    del riposare tra le tue mani.
    Al tramontare del nord un abbaglio 
    espande -la finestra non ha scuri-
    se poi non c’è una nube
    realmente le onde vedo camminare.

     
  • venerdì alle ore 23:08
    Mi sei costola

    mi sei costola 
    dove tendere più del fiato 
    carezza d’avena da cui non mi distolgo

     
  • venerdì alle ore 23:07
    Circondami di te

    circondami di te
    rinvengo lunghi istanti 
    dell'aria rarefatta

     
  • giovedì alle ore 22:59
    In viaggi di cristallo

    Frammenti in viaggi di cristallo 
    a un tratto diveniamo diffrazioni
    d’universo. Lui, ride dei nomi delle strade
    ma non evito io di ricordarli
    da un fulmine sereno, i passi che riflettono 
    colloqui, mormorare d’attese 
    poi il crollo nella gioia
    e l’orecchio del silenzio 
    fermo ad ascoltare 
    il peso del profondo.

     
  • mercoledì alle ore 3:46
    Puntoluce

    È puntoluce
    il sentiero che verrò a cercare
    tra corridoi di silenzi incontrastati.
    Penso agli scherzi degli interruttori
    e all'etimo della fiamma, alla sua vastità. Rubo la voce
    quel po’ di fenditura divenuta calda.
    È nota d’oboe, se ne va
    a cantare nella tromba delle scale.
    Mi arrampico, prima che si confonda
    tra errori divini e fasti di lucernari.
    Vorrei abbracciare l'attimo
    destinato a colmare il Tempo,
    tutta la pelle si commuove.

     
  • mercoledì alle ore 3:44
    Né qui né altrove

    Petali sepali e spine conservo
    ogni minuzia che ti disegna
    riso, cipiglio, fruscio invisibile
    mani bambine nell'adagio di uno spartito
    Giù la chiave, nel solito antro
    dove una corale canta a più toni
    un silenzio straniero
    Contemplo il tuo giardino, di sera
    eccoli i boschi smisurati
    che si frappongono agli occhi
    nell'ora in cui si le finestre s'accendono
    Le vie desolate, avidi passi
    ho percorso guardandomi indietro...
    che pena quel quadro anonimo
    appuntato a un chiodo di vento!
    T'ho vista scendere dagli ultimi istanti
    e la foschia m'ha preso la mano
    un pezzo di vita s'è addormentato
    sul caldovuoto del tuo cuscino
    Mi dileguo insieme alla notte
    ma un fragore prende a confondermi,
    c'è una chiusa che bussa alla porta
     

     
  • lunedì alle ore 0:29
    Si sfila di dosso, la pelle

    Storie e turbamenti
    fragili apparizioni, cancellate.

    Venia dello specchio: la verità
    a me puoi dirla (sussurrala).

    Mai occhiate più dirette ad aprire
    pensieri accovacciati

    il viso liscio non ha ombre
    spezza un copione
    di friabili discorsi.

    Giù la maschera 
    (di città chiuse e svagate)
    tela di agguati
    di sguardi ghiaccioli.

    Allo scarto di luce 
    la fissità
    inchioda l’apparire
    la pelle si sfila di dosso
    tante volte, ultima nel sonno
    si perde
    si discioglie.

     
  • domenica alle ore 0:48
    Sentiero da sogno

    Sentiero da sogno è qui
    dove convergono gli sbocci,
    sono tele sui viali 
    che ci avvicinano al compiuto
    svolando il bianco 
    da odori e rimestii.

    Dipingo quasi, carte
    di idee e materia
    e pensieri di tracce
    da fiore a fiore: un favo 
    di quella luce-oro 
    contagio agli occhi.

    Ho visto, vorrei ancora
    poesie fondersi al vento
    scalpitare sull’erba
    più verde, lunga e morbida
    in pace con i legni.
    E poi quella maniera nostra
    d’essere alberi,
    raggiungere l’intento di fiorire 
    mescere umori d’api,
    ché amore non lo è mai
    senza dolcezza in seno.

     

     
  • 18 marzo alle ore 19:59
    Tra i pioppi

    E tu sotto al filare
    muovi lanugini da lunghe cripte
     
    arrivi, quale livido di marzo
    scroscio pudico di un sussurro
    sulla mia strada
    confusa con il cielo
    a nutrire incanti di asfodeli
     
    a guisa di apnea, mi cogli
    attitudine al dischiudermi
    radura che profuma d'abbandono.
     

     
  • 15 marzo alle ore 11:30
    Composizione di colori

    Composizione di colori,
    veli e sedute
    e vuoti morbidi.
    Sguardi in tatui
    mai schiariti,
    fasci di luce
    le porte sprangate
    di primavera
    dentro l’inverno.

     
  • 14 marzo alle ore 17:37
    Sulla tua riva

    Sulla tua riva, passo
    di questo inverno
    -arrivo scalza 
    con i capelli sciolti e persi 
    cammino nel sorriso 
    sulla nuca 
    nella cascata di parole, 
    versi sedati 
    nel lamentare di una gronda.
    E' notte 
    in gocce briglie,
    si scolla a stento
    il silenzio- pace
    dalla bufera.

     
  • 12 marzo alle ore 15:13
    Tendere d'aria sospesa

    Se poi sentissi tendere
    tutta l’aria sospesa 
    -ne tocco il fruscio e sotto l’ala 
    ricamo finestre e arcani m’abbracciano-

    se ora quieta mi plasmo 
    agli estremi del tempo
    da incantesimo in parole radici 

    tu argine e solco in acque d’attesa
    discendi lo sguardo in questa lucida oscurità
    alfabeto al pensiero, fiorisci densità 
    al pioggiare di ogni terra che ci appartiene
    valicata legata saldata, 
    di pietra erosa da un bacio.

     
  • 11 marzo alle ore 14:15
    Dimensioni vaste d'attimi

    È così la sera, simile a un drappo
    che si apre con l’acerbità di un cenno.
    La mano rovista, mette a nudo
    separa l’inutilità dal vero dell’affanno.
    L’indomani, andando per le strade,
    tenersi alla scia: farne un luogo di culto
    da non disperdere, non rimescolare.
    E tanti domani, troppi da accalcare
    sul raggio mite che si prolunga nella fuga.
    Tanti, voglio sommarli
    su una fune che si svolge
    a legare gli attimi, quando riposano
    sul greto del respiro.
    Il sonno che ci assorbe
    permeato da una luce immobile
    e la voce ancora che apparecchia sillabe
    per mandarle a vivere
    in tre (o infinite) dimensioni.

     

     
  • 07 marzo alle ore 17:24
    Molecole dell'aria t'accarezzano

    Nutrirsi, dunque
    di dolore, del torpore 
    di foglie accartocciate.
    Vaporano prospettive,
    i sogni restano 
    ombre dietro i muri.
    E tu di chi sei
    anima, legata - persa
    in visioni inesplicabili?
    Molecole dell’aria
    t'accarezzano
    senza lasciarsi vivere.
    Rimani in presse 
    di pensieri stanchi
    turbini sola 
    senza luce. 
    Sei nata da un bocciolo,
    morirai essenza, evaporata 
    negli sguardi assenti
    di un mondo piccolo
    di stordimenti.

     
  • 06 marzo alle ore 10:38
    Prima casa inclusi i sogni

    A parlarci
    è quell’atrio di respiri 
    nelle porte custodi
    tracce sovrapposte
    del calore sparso lungo gli anni.
    Quanti anni 
    e battiti di ciglia accumulati...
    Un susseguirsi di dettagli lucidi
    o impolverati 
    come gli armadi zeppi di ricordi.
    Nessuna moneta è nel tesoro 
    di tenerezze e sogni condivisi.
    Qualcosa di grande è
    di noi in noi,
    ci abiterà per sempre.
    INSIDE. Non ci lasciare mai...
    Sfilano pareti
    vasi decorati e dolci delle feste
    candele e braci.
    Le piante del terrazzo
    tornano a gemmare, dacché 
    la clorofilla si rinnova
    e da un sospiro d’animo
    si sente ancora il mare provenire 
    da dietro le montagne.

     
  • 06 marzo alle ore 0:40
    Nel tuo sguardo immergo

    Nel tuo sguardo immergo
    la mia felicità, come soffione 
    nel capriccio del vento.

     
  • 05 marzo alle ore 20:00
    Accordo

    La musica del volo
    l’abbiamo vista passare per le grate,
    unione di presenza e assenza
    in voce e radice: sublimare
    in congiunzione al fuoco, scritte di cera
    tutti i messaggi al tempo ignaro.
    Preteso un giorno terso
    per la parola accanto, nome al nome
    come in accordo di punti vivi sugli abissi.

     
  • 04 marzo alle ore 11:40
    Moti

    Invece che briglie
    moti, contaminati 
    dalla luna.
    Moti d'acqua,
    orchestre.
    Non provateci
    a sovvertire la natura
    dei sentimenti.

     
  • 03 marzo alle ore 21:53
    La valle

    La valle intera
    rivolta a noi
    larga gola, stretta
    tra braccia e solchi
    e fiato ai pori 
    Il mare è là
    s’immagina da sfondo
    Altro mare è dentro,
    agita e lacera
    unisce sale al sale
    Sprofonda, attimo e vita
    un senso di sguardo
    compiuto sotto al labbro
    Il tempo di guardarsi
    e amare il tempo di odori e voci,
    d’aria che si è piegata
    in incavi di mani e di altre nicchie
    strusciando seta

     
  • 01 marzo alle ore 16:19
    Marzo (acrostico)

    Meandro di vento
    Assolato in precoci brillii
    Ridona canto a floemi, affanna
    Zuccherosi nettari, affolla
    Ologrammi in olfatto

     
  • 28 febbraio alle ore 15:50
    Non sapevo

    Si sono aperti i rubinetti della luce
    fiotti dai boschi, perfino, corrono a me
    in questa piccola poesia- guanciale.
    Ti chiamo taglio che inverte il fiato 
    marmoreo istante, plasmo -clic
    e studio l’estetica del lampo
    quando finisce e stende, sulla pietra. 

    Potrei spingermi in un giudizio artistico 
    levigandoti in mille forme 
    muscoli in lavorio, sudario ripiegato
    mentre pensi, scrivi, voli e un brivido s’irrora 
    in seta. Spazia tra i corpi. Smette di pensare.
    Un angolo diventa linea, la linea
    asseconda -mi fa un cenno, la tua mano 
    che sa di nido. Sa che sono lì, da sempre.
    Non sapevo, io, di aver giurato.

     
  • 26 febbraio alle ore 16:31
    Brilla memoria

    Brilla memoria ora del presente
    ad avvolgere il fiato e (dentro) corde,
    tenere fermo lo sfondo 
    sotto le palpebre, perché 
    non scivoli sulle lontananze.
    La voce d’aria, continua a raccontare
    mentre si entra ed esce dalle attese.
    Custode delle porte apro fessure 
    per una traccia al buio, di meraviglia.

     
  • 19 febbraio alle ore 8:34
    Com'era, nella canzone

    Mi difendo dal freddo
    mascherando il volto
    traccia di una cerca
    parola che emerge
    e presto
     
    presto cristallizza
    in un bagliore di pupille.
    Com’era, nella canzone di Violeta
    “Gracias (a la vida)”
    la vita intera, credo.
     
    Gracias, amor siempre aquì.
    Nelle paure mi rimani
    sole, dietro la porta
    Ché basta spingere,
    levare un colpo di chiave,
    presto.
     
    Solitudine a grappolo -ti dico-
    ti do le mani,
    mi sei atomi di cielo
    un rifiorente adagio
    al profumo di fresia.
    Per quello, e il “dentro
    e dopo i tuoi occhi”
    riparo in radice alla notte
    il cuore, in fase rem.

     
  • 15 febbraio alle ore 15:15
    Vengo a baciarti (acrostico)

    Vergata fiamma d’arcano 
    Espianto labbra da prassie 
    Nei meandri lasciami
    Giuntare 
    Orditi di spezie 
    Anca da mantice rosso è 
    Bocca foce al tenerti 
    Armonia di sale bruciante
    Clavicordio il sospiro
    Immobile a sponde poi
    Ansante alla chiusa 
    Ressa d’acqua 
    Trema al viraggio
    Iato in mercurio, fusione

     
  • 12 febbraio alle ore 16:12
    A leggerci largamente

    Limpido stormo
    di corpuscoli
    s'irradia e continua
    pulsazione e voce
    Se non smettesse mai
    tale carezza
    ramo di gemme a fiorire
    da terra di roccia
    al nido protettivo
    saremmo il tempo del cerchio
    bianchissimo
    lo specchio delle matite
    con cui tracciamo amore
    senza fine

     
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  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.