username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 08 gen 2010

Rita Stanzione

02 febbraio 1962, Pagani (SA)

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 10 ore fa e 41 minuti fa
    È questo?

    Umori nuovi sul filo delle dita
    da calze trasparenti e l’ambra desta
    si divide tra amache e fiori dinoccolanti
     
    ho visto perfino il giardino della luna
    nel getto del sole: è giallo ginestra,
    i baccelli mimano la tua bocca
    quando mi chiami con nomignoli di cerva
     
    l’acerba traccia di desio si espande in fughe
    -correre a procreare alberi d’oro? - vieni a me
    con mastice di polline.
    Mi sento una scatola di api
    sotto ciondoli azzurri, lacci di favo intorno
    dilatano il venir meno
     
    lascio che primavera abbondi,
    planino le ciglia nel verde integrale
    del tuo sterno d’attesa. È questo?
     

     
  • Ieri alle 21:22
    La sfera

    È che dentro una sfera tutto
    può diventare altro e noi 
    da istintivi paesaggi sfociamo
    in virtuosismi prensili
    alberi della vita abbozzati
    a radunare sensi.
    Il muoversi all'essere.
    Le ciglia voltano impervi affreschi
    al cadenzare di una pioggia ameba
    -potrebbero tanto dire, staccate
    da silenzi di pancia.
    Il mare intero abita all’interno
    apparecchia tagli in viola, gole.
    Resta immobile l’altro nostro viso
    prestato allo stupore
    su nastri di dinieghi
    che poco si lasciano rovistare
    rimbellettare al giorno.

     
  • giovedì alle ore 22:10
    Gradazione di respiri

    Tracce di evanescenza
    fuori dagli occhi
    nuvole
    di un'altra via
    di un'altra vita
    ricordi svolati
    che riempiono
    la gradazione dei respiri
     
    -il tuo firmamento addormentato-
     
    un colore continuo
    da vita sparsa
    muove le aurore,
    una bellezza rappresa
    di neve e sabbia
    di sudore e ossigeno

     
  • mercoledì alle ore 0:14
    Prossimità

    Notturno 
    di lanterne che si smorzano
    La luna è 
    un grande vuoto pulsante, 
    farfalle gli occhi 
    nel cerchio casto
    che pure inghiotte il fuoco
    Non c'è risveglio se non 
    da un sogno senza terre

     
  • martedì alle ore 19:41
    Esposti

    Esposti, nero sul bianco
    fragilità di carta
    fuggiamo dove la muta è ferma
    nell’aspettare il corpo alato
     
    e un atomo di elio vaga nel dubbio
    se darsi al brillio o spingersi
    in fondo a un buco d’aria

     
  • 22 aprile alle ore 8:48
    Osho è illuminante

    Osho è illuminante dalle sue ceste 
    intrecciate di suoni e ombre pigre. 
    Parto umilmente parto da me stessa.
    Nel respiro tradiscono presenze 
    già presto assenti. Astratta statua viva 
    saprei dove creature-parole nascono 
    varcano la plaga, da fiotti
    in un’immagine venuta a galla.
    Osho parlando incute calma 
    mi guarda dal suo occhio saggio 
    mi vede nulla mentre nel nulla 
    continuo a crescere nel corrermi
    cercarmi in faglie.Tentativi.

     
  • 19 aprile alle ore 10:13
    Breccia

    Si disvela in semasia
    qual turbinio una breccia 
    a tradir la pelle - vorrei, dispersa.
    Ma saprò esserti sì - muta d’ansia
    in anelito a tua poesia di sete
    essendo gocce -cos’altro, del congiungersi?
    In riva a mondi fragili
    non sia riscossa amore che mi impura,   
    è qui e mi spazia il viso d’abat jour 
    in foce dove giaci - e resti a me.

     
  • 18 aprile alle ore 18:30
    Dove non siamo

    Dal tuo mistero, no 
    non son capace di redimermi:
    ti affacci ti materializzi
    - non credo di poter vincere 
    l’immane contrappunto

    (luogo di spiriti)

    dove non sono non siamo
    spiro spesso 
    tentata sedazione
    fino al respiro prossimo 
    a venire.

     

     

     
  • 17 aprile alle ore 18:20
    Siamo spore

    siamo spore 
    ebbre d'aria e terra
    che di getto s'attraversano

     
  • 17 aprile alle ore 17:51
    Brezzarsi

    Sèguita la cortina 
    del tacito brezzarsi
    -Taglia, tagliamo stringhe 
    prima che soffochiamo:
    di vene e venti la gola 
    si fa cretto di chiarità 
    svelle pensieri
    disinnesca doglie. 
    Siamo elementi finalmente
    siamo reazioni al tornasole
    Blu-di-metilene 
    avremo notti di allunaggi 
    sferzanti negli sguardi
    sottopelle.

     
  • 16 aprile alle ore 20:31
    Tutto un secolo attraversò la nonna

    Tutto un secolo
    attraversò la nonna
    impastando focacce,
    le più spettacolari
    nutrivano attese del sabato santo.
    Finché un’ultima Pasqua
    chiuse la madia e lasciò cadere il setaccio.
    Partì per un viaggio
    di rive appena sbirciate
    lei che poco sapeva di viaggi
    tranne quelli di mulattiere,
    campi di spighe e vigneti
    e il garbo profondo della gioia data ai cari
    appena appena rivelata agli occhi
    come il giorno quando inizia a lucere.

     
  • 15 aprile alle ore 9:13
    Finestre private

    Aprile non s’accorge 
    delle parole sciolte nelle falde
    di rivoli inquieti e sotterranei.
    Aprile sorride nei giardini pensili,
    ha finestre private 
    per chi ha fame di ginestre e sole.
    Egocentrico, insinua crudezza 
    in fioriture, dove l’incanto 
    è un rampicante in dispersione.
    Passa, apre cancelli asfittici.
    Sfiora -miti in penombra-
    gli sguardi che hanno brillato
    d’istinti buoni.

     
  • 12 aprile alle ore 17:46
    Desolate mappe

    Poi desolate mappe
    da sregolato incidere
    su stele scorticate dal dolore

    cuori di paglia nei frattali
    -le chine- tacitare un patto
    d’estremo limen: leghe su leghe 
    in memoria obliata, dettaglio
    di un remoto bisogno di Pangea.

     
  • 11 aprile alle ore 7:15
    Or ora

    Ho provato a guardare fuori
    qualche lunghissimo minuto
    erano le otto e trenta
    e tra i lampioni costernati di silenzio
    fiori coltivati, vetri, porte chiuse, pietre
    sul salice la luna l’ho vista immensa
    col viso degli afflati intatti.
    Era la stessa giunta or ora
    ho steso un velo su uno squarcio
    stavo sulle punte
    non c’era bisogno forse
    ma sai, sono salita su una scala
    con il gradino d’oro
    chissà da dove era spuntata.
    Ora che leggo echi colgo il senso
    poggio la fronte dove sì vorrei 
    non sono amara né confusa
    ora, sento una canzone
    muoversi sull’altura.

     
  • 10 aprile alle ore 0:18
    D'improvviso e ancora

    D'improvviso e ancora
    la musica sul mare
    e il tuo esistere

     
  • 10 aprile alle ore 0:14
    D'etereo non finire

    Non c’è che spazio in questo cielo sfinge
    cratere e varco e dondolo di stasi
    se del notturno è l’acqua e ti sospinge
    stremata maglia d’alghe in fiotti evasi.
     
    D’etereo non finire l’alveo stringe
    si addensa poi dilaga in vene e vasi
    scompone il derma, in permanenza tinge
    si unisce al sogno di contatto e crasi.
     
    La non sopita scia, petali e dita
    lunga cascata carsica d’altrove
    aprono ante al cuore in una china
     
    lucente squarcio annulla ore di brina
    irradia dal silenzio, lo rimuove
    palpita agli occhi e batte ancora vita.

     
  • 08 aprile alle ore 3:29
    Tracce di voli

    Solo tracce di voli,
    sibila anche il tempo fuggito 
    dalle conchiglie
    e noi non sappiamo di noi
    più di un’orma di sabbia.
    Noi, marginali, siamo qui a sera
    con i capelli arruffati
    il caffè e lunghe sigarette 
    d'evanescenza.

     
  • 07 aprile alle ore 13:15
    Affiora

    Oggi dal mare corrono nubi 
    come di viole scure
    affiora tanto movimento 
    da eclissarci in spampanate identità.
    Si sfaglia il sole, diserto appena 
    in risonanze che accerchiano i capelli.
    Ci guadagno, sì, dolcezza a interpretare
    i rintocchi del sale sulle torri
    e dei saltelli al vento la traiettoria
    incompiuta, irregolare
    dove piegare labbra ed intrecciarsi
    in parole uguali a sempre e cinte
    da noti respiri, senza ridondanza.

     
  • 06 aprile alle ore 4:32
    Intarsio

    Che luce tua s’insinui
    nell’intarsio
    di polsi bianchi e nocche
    nella pila del vento
    nel senso verso
    e inverso.
    Lieve, prema
    entri, fregi
    nel mulino d’aceri
    giardino della fisica
    delle molecole.
    Piena, nel covo
    del disordine
    sulle forme assonanti
    sull’incavo del verbo
    a lingua sciolta.
     

     
  • 05 aprile alle ore 10:46
    Piovere e rampare

    Si ravvisa pace
    nel filo rosa di una nuvola
    poesia senz’argini 
    da lasciar piovere e rampare 
    in ogni direzione
    dove il coraggio delle idee attende
    metà pensiero metà luce

     
  • 02 aprile alle ore 6:26
    Da dove arriva

    Da dove arriva questa mancanza?
    sovrappiù di cui stupire, soffrire
    tenere a me le mani talvolta
    fermarne il moto inafferrabile
    inquieta voglia di volare.
    Vengono richiami, sfiorano
    graffiano, si lasciano singhiozzare.
    E la sua voce ripete bellezze in cuore
    cripte inattese da svelare all’aria.
    Canta anche tu, chiara
    mia mediazione al canto
    che nobile come aquila s’innalza
    e timida piuma
    poi sibila -sono qui- in un posto
    unico al mondo.

    (per la giornata mondiale della consapevolezza sull'autismo)

     
  • 01 aprile alle ore 0:41
    Aprile (acrostico)

     
    A bocchecielo l’orizzonte esteso
    Per anelito a lasso di colore
    Rigoglio a vista giù da franti calici
    Intreccio di vibrati e acque
    Là dove, disaggrumito dalle nevi
    Errante il rivolo, prende a vociare

     
  • 31 marzo alle ore 3:23
    Saprai?

    saprai? amarmi d'amore
    custodirmi, fissarmi a te
    incorniciarmi viva nella retina

     
  • 31 marzo alle ore 3:12
    In trama

    Scrivo ciecamente
    lemmi nuovi, lemmi antichi
    e cerco i tuoi occhi nei cardini ombrosi.
    Avida in trama
    aspetto il telaio
    che lentamente fili la sera,
    fiume di rosso
    che fonde dolci lesioni.
    Sfumature, ricordare forte
    di averle baciate.

     
  • 29 marzo alle ore 23:40
    Tra te e il nulla

    I sogni sono 
    linea intermittente
    tra te e il nulla.

    Le lanterne sanno
    quanto flusso è un astro,
    decenni interminabili 
    di sfioramenti.

    E ogni attimo 
    scroscio di silenzio 
    getterà radici
    che non potrai tagliare.

    Amerai, 
    di quale luce
    di quale stato di tremore.

     
elementi per pagina
  • 02 aprile 2010
    Tòrnatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.