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in archivio dal 25 feb 2017

Diego Bello

23 novembre 1960, Brindisi - Italia

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  • mercoledì alle ore 17:30
    Sogno

    Macchie di nero, amalgama di carta
    e di pensiero in gradazioni d'ombra
    nel luogo dove il no non si pronuncia
    e non si nega il gusto di aspettare.

     
  • martedì alle ore 11:05
    Di chi è la terra

    Di chi è la terra molle che resiste
    prona all'asfalto ruvido che bolle?

    Di chi è la terra lenta sotto i templi
    che è cardine a pilastri e fondamenta?

    Di chi è la terra offesa che raccoglie
    in grembo seme e sangue di tue rese?

    Di chi è la terra, verso che si scioglie
    mossa al tuo passo perso sulla neve?

    Di chi è la terra, seno di vagito
    denso di latte e madido al tuo freno?

    Di chi è la terra uomo d'Occidente,
    la terra che sorride alla tua fronte?

    È solo madre tua figlio obbediente
    o è vera madre aperta ad ogni gente?

    Il sangue tuo accolse alla dimora
    quando più lacrime mano non pianse.

    Ed ora che altro sangue grida sete
    rivendichi esclusiva al tuo recinto.

    Ora che mano acerba graffia pane
    sbuffi furore da gengive vuote.

    Ora che ventri gravitano luce
    spegni il cervello a danze di ragione.

    Perché sarebbe tua la terra idiota
    chi te l'ha data, chi t'ha fatto ardere?

    Chi è stato che t'ha reso così certo
    d'avere il petto gonfio da padrone?

    Chi t'ha riempito il collo d'ira infame
    chi ha chiesto di rivendicare piaghe?

    La terra è delle braccia che la scavano.
    La terra è delle fronti che la sudano.

    La terra è delle grida che la scaldano.
    La terra è di chi vi ha perduto sangue.

    La terra è di chi l'ha raggiunta in mare.
    La terra è delle genti che la amano.

    La terra non è merce che si serra
    dentro lo scrigno della propria pace.

    La pace non respira senza luce
    e il mare muore se spumeggia sangue.
     

     
  • domenica alle ore 10:37
    Anelito di stasi ora la notte

    Anelito di stasi ora la notte
    sembra che avanzi un tremito di nocchi

    diffuse membra, cecità che tocchi
    della riscossa tregua avare lotte.

    Dormi su un verso in turbinio di frotte
    di sogni al desco dei tuoi strenui occhi.

     
  • domenica alle ore 10:34
    Un inutile sfogo di piaghe

    Il carro di mimose
    trasmuta blandizie nell’uragano fetido.
    Durante un lungo sguardo di porpora
    la linfa ci esclude dai pori lavosi
    e scende in un golfo che inchioda la gola di un rettile.
    Onde di melma dorata tracimano trucioli ardenti nel sacro
    e sfondano il battito assurdo di ghiande policrome
    forate dall’ozio di un’unghia di pollice.
    Basta un’ipotesi e tutto s’incrina ed assume il fetore dell’asma.
    Ma è solo un forzato capriccio, un inutile sfogo di piaghe
    che gli occhi trapiantano in mare.
    Sul cuore di note solari
    il vento non osa trascendere avanzi di china
    non sputa diritto sul tempio che incaglia le ali assassine.
    Un patibolo è appeso alle pale di un pino
    legato coi ricci sfibrati di cagne. Le pale
    rimuovono l’afa e una danza uniforme di spighe
    accerchia ribelle quest’oasi di pianto lubrico.
    I cirri soltanto sono fermi nel vuoto.
    Ancora un deserto di frasche
    e il candido volo di puerpere esauste
    si sfrena nel tasto estroverso.
    Un galleggio di bitte erompe sul quadro
    fregiato da strenne pendenti.
    Il sonno allontana la morte
    ma quella riemerge dall’ora più fresca.
    La luce! La luce si accende
    la luce sul volto che brucia
    avanza la luce con voce superba
    e tuona la fine.

     
  • 15 aprile alle ore 17:54
    Lo spaccio di endorfine

    All’alba non mi nuoce
    lo spaccio di endorfine
    nel brulicar di tossici
    in crisi d'astinenza
    che al parco si dan voce.

    Lo sforzo è la moneta
    che circola veloce
    ed è per i neofiti
    parecchio inflazionata,
    ma l’anima più lieta.

    La pioggia è recessione
    e sol chi non si frena
    può accedere al mercato,
    se il giorno rasserena
    s’attiva l’espansione.

    Lo spazio è misurato
    e ad ogni giro pieno
    s’accumula sudore
    che pèrcola al terreno:
    si è in debito di fiato.

    Ma nella comunanza
    il tempo si fa lato
    si limita il dolore
    lo scambio è regolato
    e il sangue va in vacanza.

     
  • 15 aprile alle ore 15:33
    passiamo insieme al Triduo

    ti lavo l'essudato in cave estreme
    il marchio della terra, ora sei a casa
    passiamo insieme al Triduo

     
  • 13 aprile alle ore 15:12
    con gergo sregolato

    con gergo sregolato
    da trattenute aferesi di pianto
    rigurgito un dettaglio ...
    per tacitare effluvi di carezze
    abbarbicate agli embrici dell'anima

     
  • 13 aprile alle ore 14:24
    Da oggi cambierò

    Ho deciso, da oggi cambierò
    farò il contrario di quello che sento.
    Mi piacerà una donna?
    Le dirò che fa schifo.
    Mi sarà indifferente?
    Inizierò le danze
    e quando l'avrò in pugno
    la getterò alla ortiche.
    Se ti mando all'inferno
    vuol dire che ti amo
    se ti prendo la mano
    tu dovrai stare attenta
    ché starò per esplodere.

    Ho deciso, da oggi cambierò
    violenterò emozioni e se avrò fame
    vagherò nel deserto
    se voglia di sentirti
    spegnerò la tua luce
    se avrò voglia di amarti
    praticherò ferocia
    se vorrò possederti
    che castità mi sazi!
    Se cercherò ancora un senso
    me ne starò qui nel nulla
    ad osservare muto
    come saetta il mondo.
     

     
  • 12 aprile alle ore 6:30
    La vedi questa luna

    La vedi questa luna
    piena di te stasera?
    Quella che vedo io ...
    un po' velata
    e così bella?
    Avrei voluto la vedeste tutti
    che la vedessi tu
    chiara-mente.
    E il cielo s’imbruniva
    e tu
    mia dolorante
    al buio
    di stelle
    di spazio esausto.

     
  • 09 aprile alle ore 14:24
    Senza confini

    Sei me sei il mondo e una foresta incolta
    e beve il cielo che ha un colore infuso
    d’articolato canto e il velo in uso
    sul fondo cade e copre neve sciolta.

    Ad ancorare notte non c’è scolta
    né il tempo inciampa esteso in un refuso
    canta la terra in fiato al fiore schiuso
    ogni ombra dal confine n’è travolta.

    C’è ancora un pianto rotto sulla soglia
    s’ascolta l’agonia di chi è scampato
    e disadorne crepe il vento spoglia.

    La trama cupa ceda districata
    perda calia il graticcio senza doglia
    ma per magia, dall’estro d’una fata.

     
  • 09 aprile alle ore 14:22
    Con che coraggio

    Morte
    con che coraggio
    e faccia di peggiore sorte
    prendi i miei figli?
    Con quale voce
    rilanci il manto
    ruvido e sporco
    sopra gli steli
    verdi di sboccio?
    Con quale sete
    bevi zampilli
    di sangue morso?
    Con quale mano
    senti le palpebre
    rigide al dorso?

    Vita
    con che coraggio
    e faccia di peggiore sorte
    lasci i miei figli?
    Con quale voce
    ripieghi il viso
    tenero e assorto
    dal latte tiepido
    appena munto?
    Con quale sete
    stringi l’altrove
    lungi dal torto?
    Con quale mano
    tingi le nuvole
    spinte dal vento?

    Dio
    con che coraggio
    e faccia di peggiore sorte
    apri ai tuoi figli?
    Con quale voce
    dispieghi versi
    doni un conforto
    a chi resuscita
    dopo che è morto?
    Con quale sete
    altro terrore
    desti nell’orto?
    Con quale mano
    calmi le braccia
    tese nel vuoto?

     
  • 01 aprile alle ore 11:18
    Canta tue periferie

    Tu canti poeta canti
    canti tue periferie
    dove si spazia
    un’avventura d’anima.
    I versi tuoi
    percorrono orizzonti
    - tutti quanti -
    che supera la grazia.
    Ma a te poeta mio
    poi chi ti canta?
    Poeta chi ti canta
    dei quindici gradini
    di spole tra due fari
    di mille volti al giorno?
    Chi canta dei tuoi incanti?
    Chi canta del tuo passo, del tuo fondo?
    Chi grida che non sei di questo mondo?
    Baciate queste rime
    da sole piante gore
    son baci sui capelli
    per mille ciocche more
    senza orpelli
    solo labbra
    in balìa di sete.
    E canta poeta ancora
    canta tue periferie.

     
  • 28 marzo alle ore 19:59
    Aprile (Acrostico)

    Avido d'anima e d'acerba linfa
    prelude il soffio tiepido d'aprile
    ritorno del fulgore.
    Intorno l'erba umida
    l'avanzo lentamente
    eroso poi da tanto inverno.
     

     
  • 27 marzo alle ore 23:04
    Insegui una spirale

    Ora si ricomincia
    il nuovo uno rosso sulla soglia
    e dietro tanti numeri caduti
    sul campo di battaglia.
    Insegui una spirale
    in giro rigoroso verso il centro
    sempre più corto
    al tolto che è lo stesso
    che rimane.
    E gira e gira
    ti s’assottigliano
    i giri che ti restano
    le rughe tinte
    alla discesa in scavo
    per il fondo.
    In altre rughe
    lo specchio ridà lustro
    si fa soffio
    a vivida scintilla
    su fiamme d’ossa.
    Non s’aprano sepolcri ancora
    è luce e duri.

     
  • Tu non puoi fare
    a meno di guardare
    fa troppo male
    lo sguardo non si muova 
    rimani fisso
    su ogni angelo che trema
    l’occhio
    non passi cieco
    incontro a lacrime
    prima di un sorriso
    fiume alla polvere
    di un viso che era pianto.
     
    Tu non puoi fare
    a meno di vedere
    c’è troppo sangue
    non serva quel tampone
    produce bile
    appesa a quelle lacrime
    pupilla
    sia dilatata
    incontro al buio
    del fango riclino
    ricciolo muto
    e mano che ti ferma.
     
    Tu non puoi fare
    a meno di sentire
    c’è troppa guerra
    stretto un fardello al petto
    testa di bambola
    poggio di bende rosse
    iride
    si scansi dal vuoto
    intorno al fuoco
    di trucchi di sporco
    macerie a pezzi
    l’acqua si cerca ancora.

     
  • Riparo
    quasi eterno
    da pioggia vento neve
    e dal rumore
    della vita
    dalla strada.
     
    Riparo
    d’intime cene
    di liti coniugali
    di ozi e solitudini
    di canti e delazioni
    di preghiera.
     
    Riparo
    di popoli
    di suppliche
    di assoluzioni
    condanne
    confessioni.
     
    Riparo
    di notti tossiche
    e giorni senza l’aria
    di voci in culla
    di pianto
    riparo, per un attimo e poi tomba.

     
  • 26 marzo alle ore 10:00
    Intrecci di memoria

    Adesso che i tuoi passi
    ridestano il selciato
    di mie stagioni vive
    avido vigili
    al prezzo del distacco
    la luce tenera
    e in volto io
    precipito lo specchio
    lontano quanto ieri
    nel fondo dei vent’anni.

    Si fonde musica e colore
    - intrecci di memoria -
    l’infanzia vivida
    montessoriana
    al cappelletto rosso
    che poggia al ciuffo chiaro
    l’appena accolto
    in classe nuova
    con le manine a porgere la cesta
    dell’offertorio.

     

     
  • 26 marzo alle ore 9:56
    E se fosse tuo figlio

    E se fosse tuo figlio 
    destinato al macello
    come l'agnello che allieta il tuo desco?

    E no tuo figlio no
    è della superiore specie umana
    quella che a spezzar femori s'allena
    quella che spara alle spalle
    - per carità, si difende così! -
    quella che erige mura di spavento
    per arginare il diverso da sé
    - che diverso non è -
    solo perché lo specchio in cui si mira
    è rotto e devia verso l'altro
    il disgusto per sé.

    E se fosse tuo figlio
    destinato al macello
    come l'agnello che allieta il tuo desco?

     

     
  • 23 marzo alle ore 22:49
    Tempesta

    ascoltare che sale dal mare la tempesta l'onda che curva frantumi di cristallo e scivola nell'aria - un fulmine l'addensa

     
  • 21 marzo alle ore 19:44
    Non datemi tramonti da guardare

    Non datemi tramonti da guardare
    né voglio un àncora che affondi piano:
    ce l'ho dipinta dentro l'agonia.

     
  • 21 marzo alle ore 19:42
    Quello che tento

    Tu che non lasci
    precipitar parola nell'abisso
    che vedi mille fior che poi non strappi,
    dimmi lo scrigno
    che custodisce tutto
    quello che tento,
    dei versi che fagocita l'oblio.
    Vorrei la chiave
    che infonde luce a questi muti canti
    richini e dissonanti in fondo al coro.

     

     
  • Così finiva quel comunicato
    degli assassini la vendetta dècupla
    trecentotrentacinque - tutti uomini
    per trentatrè della colonna cràuta
    distrutta dalla bomba in via Rasella.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l’Ardeatina.
    C’erano tutti, a cinque a cinque in fila
    freddati e spinti al buio nelle cave
    di pozzolana, uno sull’altro informi
    coperti dai rifiuti d’una Roma
    afflitta dagli stenti della guerra.
    E’ ancora la più grande strage urbana
    in questa Europa che ne vede altre.
    C’era l’Italia e c’era ogni quartiere:
    il nobile, il commerciante e il milite
    studenti, professori ed operai
    cattolici ed ebrei insieme agli atei
    democristiani e comunisti fusi
    monarchici, azionsti e liberali.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l‘Ardeatina.
    Chi fece quella lista, chi assentì?
    Chi dattiloscrisse il severo elenco?
    Di chi si liberò quella vendetta?
    Cosa pensò chi lesse ad una ad una
    le condanne di quegli ignari martiri?
    Cognomi e nomi asciutti sulla carta,
    i martiri del ventiquattro marzo
    millenovecentoquarantaquattro.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l‘Ardeatina.
    Lento e snervante incedere dei camion
    verso le fosse, in solco dentro buche
    che predicevano lo starsi addosso.
    Fu memoria di donne, madri, spose
    fu pianto d’orfani perenni, ora
    sono settantatré gli anni trascorsi.
    Chi ha visto piangere la madre solo
    quasi trent’anni dopo quell’eccidio
    ché allora non poteva, sì doveva
    correre per non dare in pasto lacrime.
    Ora puoi piangere mamma puoi piangere!
    Possiamo tutti almeno ricordare
    quei martiri innocenti con un nome?
    Quei camion zeppi d’anime già morte?
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    che andarono a morire alle Ardeatine
    sospinti uno su l’altro nelle fosse?

     
  • 13 marzo alle ore 22:47
    Rosa di neve

    Rosa di neve
    si scioglie l’amo
    d’iride azzurra.
     
    All’ancora nel porto
    rimane nuvola di lacrime
    e polvere di mare.
     
    Sussurra vento,
    sorride al ramo
    senza più foglie.
     

     
  • 11 marzo alle ore 18:03
    Vorrei serenità diffusa

    Vorrei serenità diffusa
    come sui prati primavera
    che porta il vento d’orizzonte
    come il suo sguardo
    dove si posa,
    sorso di primula
    sorriso d’una rosa.
    Ma se m’attardo
    sui volti in questa strada
    il sole tiepido non scalda
    persiste l’ombra gelida
    e la contorta scia
    del graffio d’una spina.
    Non bastano sue labbra
    ferite a sangue
    lo strazio dolce sullo stelo
    lo sforzo
    di mordere la luce
    ché pervada.
    Però un pallore diafano rimane
    ebbro d’ostinazione
    per me dono di brezza,
    il suo profumo.

     
  • Un sorriso dallo scialle di neve
    di marzo città feroce trattengo
    appena un fiocco
    di sasso al vento
    di sguardo luce oblio
    che torna voce
    un attimo
    si fa zaffiro,
    sul proprio passo
    ricalmo muore.

     
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  • martedì alle ore 11:28
    Lo sguardo crudele

    Come comincia: - Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
    - E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
    - Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
    - Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
    - Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
    - Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
    - All'infinito?
    - Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
    - Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
    - Potrebbe essere sufficiente.
    - Dove?
    - Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
    - C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
    - Ok.

    Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
    Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
    E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
    Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
    Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
    Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.

     
  • domenica alle ore 9:26
    Sogni divisori

    Come comincia: “Dei miei sogni tu non lecchi nemmeno le cornici” vorrei gridarle in faccia quando inarca quel suo sguardo di sufficienza. Sostiene di avermi sposato per pietà, lei, e lo pensa davvero. Ma confonde i termini. Si, anche quelli più comuni. Alcuni li confonde, di altri se ne forma un concetto tutto suo, completamente deviante. Non per spirito demiurgico, né per esasperato anticonformismo, ma perché è così che assorbe la sua mente. Non crediate sia una stupida, al contrario.
    Vent’anni fa apprezzavo questa sua caratteristica, la consideravo un vezzo originale, e le ore insieme passavano liete e veloci.
    A volte afferma di aver pietà persino di Dio. E lo dice seria, quasi con disprezzo. Chi è Dio per lei? Forse un insetto alato che ci segue ovunque e non muore mai, non annega in litri di insetticida pestifero, che ci turba il sonno di notte e ci infastidisce la quiete nell’olio lucente sotto il sole d’Agosto? “E’ lui che ha creato il mondo?” le chiedo “Perché no?” è la sua risposta. Poi sorride, beve un sorso dal mio whisky e corre via dalle mie ginocchia, va a tuffarsi in piscina.
    Quando ho smesso di compiacerla, ho tentato invano di scoprire la sua logica. “Dovrà pur seguire una dannata logica, per quanto bizzarra” dicevo a me stesso studiando le sue frasi assurde, quegli accoppiamenti isterici, assaporando la gioia di averla in pugno, una volta scoperta la chiave. Ma, o logica non ha, oppure è mia la colpa e dunque, continuerà a volare libera con quel suo battito per me incomprensibile e per giunta fastidioso.
    Non posso fare a meno di riferirvi le nuove di stamane. Ha definito il rumore del martello pneumatico come “soave armonia di ricotta che ingolfa”. La mia pelle al tatto le sembra “acqua che non muore e scorre maculata in un cantico ancestrale”. I colori “forme danzanti che serpeggiano in estasi disgiunte”. L’odore di cipolla nel sugo “fumo gaudente sugli zigomi lunari”. Bo! Sarà l’incarnazione di un simbolismo rozzo, di un ermetismo estremizzato a tangere i confini della follia, o del nonsense, fine dunque a se stesso, barriera impenetrabile per mantener celato il vuoto, che fa male e sarebbe distruttivo se lasciato libero di attrarre occhi estranei. Ma questa è un’interpretazione fin troppo personalistica, tipica di un certo moralismo critico, puntuale nella sua logica associativa, analitico nel filtrare persino l’incomprensibile dal comune denominatore del proprio metodo. E ciò è senz’altro un limite allo sforzo di capire il diverso da se, anche se a volte è bastevole a sostenere un placido armistizio autoipocrita, che dirige senza attrito alla noia, veicolo a sua volta di autocritica. No, il diverso da se non è per niente chiuso. Inutile la ricerca di una chiave nel groviglio tintinnante. Diversità vuol dire vita. La chiave che cerco serve per aprire i cancelli del mio carcere, che ho eretto io stesso, credendo che le sbarre fossero della stessa mia pelle. Comunque sia, quella maledetta chiave non la trovo. Mi chiedo: “Perché persistere nella ricerca, quando potrei saltarlo quel cancello, o farlo scomparire con la bacchetta di Morgana?” Ma è troppo alto e il cielo con me non è mai stato prodigo. E a questo punto del discorso, tutto stringe verso un passo inevitabile: il suicidio.
     
    Qualunque Nostradaminus l’avrebbe previsto. Non poteva durare fino alla fine la nostra pur strana relazione. Gli ideali erano puri, ma il marcio era già trapunto nelle ossa, anche se invisibile vent’anni fa. Bella idea fu isolarsi dal mondo in questa reggia! Prima di incontrare lei ero rassegnato ad accettare la solitudine imposta dal mondo alla mia diversità. Forse ero io a condannarmi diverso – ma le condanne che contano sono quelle a cui crediamo – a vedere il mondo come una putrida marea. Gli altri non erano individui, ma gli addendi di una massa uniforme.
    I suoi discorsi mi folgorarono. Usava i miei stessi concetti, le mie parole. Era come guardarsi in uno specchio: due gocce d’olio in un oceano. Lei poi intercalava qualche suo vezzo, per non concedermi la fine di Narciso.
    La sposai subito, quella sera stessa. Similia similibus curantur. Eravamo troppo simili nell’intimo, quindi, per non morire di noia, ci imponemmo una diversità forzata. Quel compito lei lo ha assolto con troppo zelo e probabilmente non ci incontreremo più.
    Avremmo dovuto considerarla un’illusione leggera, di passaggio, darle un morso energico che ci guarisse entrambi, senza ingozzarci sino al vomito, senza scoprire il marcio di proposito e ostentare al palato la freschezza.
    Neanch’io ho retto e ora la odio. Vorrei che scomparisse. Ma è sempre presente in ogni attimo di vita. Dove ci conduce l’amore, l’odio, la sopportazione, verso qualcuno che crediamo pazzo?
    Attento!
    Il carro di mimose trasmuta blandizie nell’uragano fetido. Durante un lungo sguardo di porpora, la linfa ci esclude dai pori lavosi e scende in un golfo di panna, che inchioda la gola di un rettile.
    Onde di melma dorata trascinano trucioli ardenti nel sacro e sfondano il battito assurdo di ghiande policrome, forate dall’ozio solenne di un’unghia di pollice. Basta un’ipotesi e tutto s’incrina ed assume il fetore dell’asma. Ma è solo un forzato capriccio, un inutile sfogo di piaghe, che gli occhi trapiantano in mare.
    Sul cuore di note solari il vento non osa trascendere avanzi di china, non sputa diritto sul tempio che incaglia le ali assassine.
    Un patibolo è appeso alle pale di un pino, legato coi ricci sfibrati di cagne. Le pale rimuovono l’afa e una danza uniforme di spighe accerchia ribelle quest’oasi di pianto lubrico. I cirri soltanto son fermi nel vuoto. Ancora un deserto di frasche, e il candido volo di puerpere esauste si sfrena nel tasto estroverso.
    Un galleggio di bitte erompe sul quadro fregiato da strenne pendenti.
    Il sonno allontana la morte, ma quella riemerge dall’ora più fresca. La luce! La luce si accende, la luce sul volto che brucia, avanza la luce e, come una voce superba, tuona la fine…
     

     
  • 01 marzo alle ore 16:57
    L'anticonforme al nulla

    Come comincia: - Dio! Mi sembra tutto così inutile! Di ricordi ne ho tanti ormai, ma appaiono così lontani, quasi inafferrabili nel  loro punto culminante, così sfuocati. No, nessuna gioia provo nel ripescarli, solo rimpianto. Fossero almeno recenti, quelli che hanno un senso! In tal caso riuscirei a riviverli davvero.
    - Ti sbagli. Il passato è passato. L’insoddisfazione sarebbe medesima. Un mese è già lontano come un anno o dieci, se si è incapaci di rifare oggi gli stessi passi.
    - Rifare oggi gli stessi passi? Ma oltre alla capacità mi mancherebbe la passione, la spensieratezza, il coraggio del tuffo.
    - Ma dai, che vuoi che sia? E’ fissazione la tua. Vedi come si esaltano quei ragazzetti imberbi.
    - Di certo non è loro che invidio. A volte disprezzo quella presunzione. Se avessi la grinta di un tempo, il loro posto sarebbe quello di ronzare intorno ai miei piedi. Invece sono io a subire i loro sguardi beffardi.
    - Ma che sguardi? Adesso sogni! Se è vero che la realtà che conta per la vita pratica dipende essenzialmente dalla nostra volontà, tu, amico mio, rischi di incapsularti in una fogna. E’ strano. Tu vedi in quegli sguardi la beffa? Sono solo degli sguardi innocenti che per caso si posano su di te, per distaccarsene dopo un attimo. Quelle menti vagano altrove. Dovresti anzi ritenerti fortunato. Vuol dire che esisti, che sei lì, presente, attore nel loro mondo, nel mondo vero,e non solo in quello fittizio costruito dal tuo egocentrismo esasperato.
    - Parole sante! Ma vedi, è proprio la volontà che viene meno al suo compito. La ragione non conta, tanto meno la logica. E’ troppo forte l’inerzia. Così, non mi resta che guardare quando posso il mondo che ruota veloce senza mai interrompere il suo corso, giudicarlo e criticarlo, perché stanco di giudicare me stesso. Intanto la noia mi culla e mi narra della morte, che rimedia agli artigli dell’angoscia. La noia è come una madre piena di cure, che t’asfissia e da cui vorresti scappar via. Una madre così dolce nel ricordo che muore e rinasce tante volte, senza mai invecchiare. La noia esorcizza il suicidio. Ormai sono fuori dal mondo e non so se rallegrarmene o dannarmi per non aver reagito. Se mi illudo di essere ancora vivo – quante volte! – entro alla cieca nel vortice quando scorgo che rallenta un pochino. Mi metto in corsa toccandomi continuamente per rafforzare l’illusione che pian piano s’affievolisce. Ma al primo scatto brusco mi rifugio in un fossato e me ne resto immobile, aspettando il buio che tarda sempre, per correre come il vento verso il mio guscio caldo che attende fiducioso e comprensivo il mio ritorno.
    - Si, ma prima dello scatto brusco?
    - Magari durasse più a lungo quel limite! Qual è la verità? In quegli attimi gli sguardi sono diversi, così pieni di una dolcezza complice che grida la sua sfrenata voglia di vivere. Sento urlare la gioia in un ciuffo di capelli che mi vola accanto, in un’esile mano venosa che s’accarezza i fianchi, in un sorriso bambino che rincorre la strana cadenza del tempo, nella vanità della bellezza che spunta dovunque, quasi dipinta dal pennello nervoso di un impressionista. A quell’orgia partecipo anch’io. In quell’effimero abbraccio mi sento vivo, finché non spunta l’offerta di un caffè amaro. E’ lo stesso caffè che beviamo tutti, ma il mio è amaro, imbevibile, disgustoso, anche se vien fuori dallo stesso bricco. Eppure gli altri lo bevono tranquillamente, lo apprezzano, ridono, parlano d’altro, e le proteste s’annegano in gola mentre guardo quelle facce normali. Penso a una congiura. Qualcuno se ne versa un’altra tazza. Cristo. Reprimo le smorfie e ingoio quel liquame. Mi dico che le gioie si pagano, ma ciò non è sufficiente. La presunta congiura mi tormenta, mi perseguita, condiziona i miei passi. Inizia allora l’affannosa ricerca di un fossato.
    - Vorresti sapere, dunque, se quel caffè è davvero amaro? E’ questo il dubbio che ti rode?
    - Più o meno è questo.
    - Ma che vuol dire amaro, amico mio? Te lo sei mai chiesto? Dolce che vuol dire? Bello e brutto che altro sono se non degli aggettivi che non hanno senso, non esistono in modo autonomo, indipendente? Sono i palati differenti. Non perché il tuo è più o meno sensibile, in valore assoluto,  rispetto a quello degli altri. Lo è forse in quel momento, perché disabituato al sapore di quel liquido nero e zuccherato, al sapore di una dolcezza qualunque. Forse perché hai lavato più volte i denti, impaurito d’infastidire col tuo alito, o per le caramelle mandate giù continuamente, o per le sigarette, accese una dietro l’altra. Li noto i tuoi vizi.
    - Insisti con la logica. La logica convince, ma non cura. La logica è indispensabile per la scienza e stona laddove la scienza non può immettere i suoi tentacoli. La scienza è rinchiusa in un enorme stanzone, il cui volume si moltiplica progressivamente, ma resta sempre chiuso. Dunque, la logica costringe la scienza ad affermare che tutto ciò che esiste è in quello stanzone. Al di fuori c’è il nulla, l’inconoscibile, che pian piano viene setacciato dalle mura porose della scienza – man mano che tali mura s’allargano – e conosciuto con la logica. Ma se un muro crolla la scienza muore, affoga nel nulla.
    - E chi dovrebbe far crollare quelle mura così spesse?
    - La stessa scienza. Vedi, prima era il nulla. Poi, inspiegabilmente, dal nulla comparve quello stanzone. Allora era solo un microbo invisibile che appena nato già iniziava a crescere e ciò che conteneva era infinitamente più piccolo e cresceva anche lui allo stesso ritmo. Passarono millenni e un bel giorno si verificò un’inversione di tendenza. Come dirti? Mentre in principio sia lei che lo stanzone crescevano entrambi in progressione aritmetica, mantenendo in proporzione le differenze che garantivano la vivibilità nello stanzone, dopo quel fatidico giorno lei, e solo lei, iniziò a crescere in progressione geometrica. Adesso la sua forza non è più proporzionata alla potenza delle mura. Per quanto tempo resisteranno quelle mura che, pur così infinitamente grandi e possenti, sono anche così fragili rispetto alla turbolenza di quei tentacoli?
    - Capisco. Dunque è inevitabile la fine? Quel processo è irreversibile?
    - No, no, no! Anche la logica a questo punto ti abbandona. Potrebbe verificarsi nuovamente l’inversione.
    - E se non si verificasse?
    - Per il momento la scienza ha allentato la tensione, cosciente forse che in gioco è la sua stessa vita. Ma continua a crescere inarrestabilmente. Sa che la logica ormai non serve, ma non vuole ammetterlo e continua ad usarla per trovare soluzioni inesistenti. A volte scherzando, per sfogare le sue forze represse, ha il coraggio di ammettere che l’unica salvezza sta nell’indurire i muscoli e disintegrare quell’enorme gabbia limitante. Arriva a dire che la morte, fuori dallo stanzone, è solo un pregiudizio: può essere che là fuori ci sia la vera vita. È solo uno sfogo, per fortuna. Bisogna temere soltanto il suo volume floscio che preme.
    - Quindi basterebbe un crampo, un improvviso prurito incontenibile per scatenare la fine?
    - Esatto.
    - E tu ti accontenti di stare ad oziare qui, in questa tana umida e remota, per evitare il più piccolo contatto con l’esterno?
    - Che altro potrei fare? Cosa potrei offrire a questo mondo saturo aprendo le mie porte?
    - Potresti intanto cogliere quei fiori di cui hai narrato lo splendore. Probabilmente il limite si allargherebbe.
    - I fiori non si colgono, non si violentano con uno strappo e lontani dalla terra appassiscono. La bellezza loro la si gode con lo sguardo, chinandocisi accanto, sfiorando i petali con le dita, inebriandosi del loro profumo.
    - Qualcuno potrebbe accusarti di vojerismo!
    - Qualcuno? Godo quando scorgo un fiore con lo stelo nella terra, ancorato alle radici, non certo nel vederlo cogliere da una mano orfana. In fondo siamo tutti un po’ vojer! Guai però ad allargare il buco della serratura. Deve restare stretto, in quel posto scomodo e pericoloso.
    - Non riesco a seguirti.
    - Eppure è così semplice, se ci pensi un pochino. In guerra quasi tutti riescono a uccidere, a passeggiare normalmente fra una folla d’uomini squarciati, a calpestare teste di morti con gli occhi di terrore ancora aperti. Vorremmo seppellire la morale in nome della libertà, sfatare i pregiudizi di tradizioni ataviche. In nome della libertà. E diventiamo tutti degli schiavi abulici. L’anarchia non esiste, perché non ha il tempo di divenire storia. I nostri istinti urlano al tangersi con essa. L’anarchia è morte. Il tempo, l’ultimo padrone, il più potente, lo si abbatte solo con la morte.
    - Allora, in fondo in fondo, anche tu sei un conformista che fa il gioco del potere. Aborri e detesti un mondo che tu stesso giustifichi come ineluttabile, e questo per non ammettere l’incapacità d’infilarci dentro le mani. La consideri una tua mancanza e dinanzi a quel fetido mondo t’immagini zoppo.
    - La ragione è tutta dalla tua. Verrai a trovarmi di nuovo?
    - Certo! Quando avrò voglia di piangere!

     
  • 25 febbraio alle ore 14:46
    Gli occhi della morta

    Come comincia: Eravamo sei o sette quel pomeriggio a casa di Renzo, un omaccione alto, paffuto, simpatico, ma molto più grande di noi. Viveva da solo. Suo padre si era ritirato nell’appartamento al piano di sopra. Aveva perso la moglie a causa di un di pezzo d’intonaco precipitatole sul cranio da un balcone. Ci aveva raccontato che la madre rincasava dal mercato quando è successo. Il sangue si era sparso intorno al suo cadavere e sulle scarpe di un passante, rimasto illeso per stupide frazioni di secondo.
    Non sapevo se  la donna fosse morta di recente. Una foto sbiadita la ritraeva da giovane. Folti capelli neri. Occhi chiari fissi nella macchina, immuni d’impaccio. Un sorriso triste, forse presago dell’assurda fine, con due fossette ai margini della bocca.
    Nella lugubre cornice di metallo, dall’alto del comò di radica, quegli occhi scrutavano ogni angolo della stanza. Il vecchio letto disfatto. L’enorme specchio dell’armadio che sfiorava il soffitto. I tappetini sudici, resi quasi stracci sotto i nostri piedi. Una policromia di vesti a seppellire le coperte a fiori rossi delle due poltrone rose accanto alla finestra. La luce che filtrava dal cellofan opaco, assicurato all’anta di sinistra senza vetro. Persino in terra giungeva quello sguardo. Ero chino a raccogliere una sigaretta rotolata dietro una fila sghemba di scarpe spaiate, adorne di calzini lerci.
    Alcuni ragazzi si rincorrevano per la casa, come dei bambini. Altri sfogliavano riviste porno mentre sbattevano i pieni per il freddo. Era inizio autunno, ma la casa maledettamente umida, con grandi macchie scure alle pareti e al soffitto. Pazientavamo nudi, quasi per non perdere altro tempo quando sarebbe arrivata.
    Mi ero rinchiuso in bagno un minuto, per stare da solo. Non c’era una finestra né un oblò per l’aria e una luce tenue si propagava da una lampada moscia. Cavi sospesi s’attorcigliavano dietro uno specchio orlato di ruggine. Tutto intorno mattonelle rosa, con due file di nero equidistanti dagli estremi di muro.
    Sentii delle grida, un tallonare turbolento. Finalmente era arrivata. Mi precipitai nella stanza dominata dagli occhi della morta. Lanciai uno sguardo a quell’immagine, che non trattenni più di un attimo.  Erano tutti lì, sconci e pelosi. Alcuni in piedi a scambiarsi oscenità e sorrisi furbi. I più audaci, già seduti a gambe aperte ai bordi del letto, si compiacevano della propria erezione. Tra le lenzuola sgualcite un corpo enorme si dimenava nell’abito di tela nera. Con gesti di maniera venivano fuori le grosse cosce e le mutande che rigavano l’ombelico. Uno strato di carne molle si svicolò dondolando e s’acquattò. Il volto era ancora nascosto e solo un ciuffo castano spuntava dal groviglio. Intorno a me risate dense di sarcasmo, insulti senza remore, atroci e cattivi. Cercavo di non farmi coinvolgere. Avevo voglia di fuggire, ma sorridevo vile insieme a loro al disincastro da quella gabbia di tela.
    Partecipavo al disgusto, con in mano una mammella pesante e calda, dal capezzolo turgido, in un cerchio di peli accolti in pori slargati. La sua gemella libera era precipitata in basso senza forma. Lasciai cadere anche l’altra e mi accorsi del suo sorriso sdentato, dei suoi occhi lucidi che mi fissavano.
    Mi vergognavo di me stesso. Mi ringraziava o mi supplicava? Non meritavo ringraziamenti ma disprezzo. Non meritavo suppliche. Una delusione pungente o una presa di coscienza? Non capivo. Era riuscita a leggermi dentro o avrebbe sorriso a chiunque? Speravo nella prima ipotesi, per poter riprendere la recita, assolto. La vera pietà, la vita vera sarebbe rimasta dentro integra, rinvigorita dallo sguardo della vittima, non scalfita dalla sostanza dell’atto, dalla parvenza per confondermi nel gruppo e meritare l’illusione d’aver vinto la solitudine. Ma persisteva il dubbio.
    Riprovai la stessa angoscia un giorno quando, dopo aver scansato un mendico, mi voltai indietro per scrupolo. Tendeva una berretta sudicia  e una mano di vene scure attorno a un’immaginetta traballante di Cristo. Vidi il vecchio cercare di alzarsi da terra, dopo una spinta.
    Mi allontanai dal letto, ma nessuno se ne accorse.  Immersa nel ruolo, ora lei vendeva risate sguaiate, lanciava mani esperte ai corpi che le si appressavano attorno. Ad ogni insulto rispondeva  alla pari con voce cavernosa, maschile. Si distese facendo gemere la rete e aprì le grosse gambe. Non era abbastanza, perché qualcuno volle gravarle col suo peso di maggiore oscenità. La vagina era interamente coperta da un manto di grasso. Lo afferrò con la mano, come un gatto per il collo, e lo spostò sullo stomaco per aprirsi allo scempio.
    Mentre mi rivestivo, lo sguardo ricadde negli occhi della morta. Mi facevano paura, ma provavo in quella fissità liberazione. Sentivo che almeno quell’immagine inerte, quel foglio di materia dagli angoli deturpati dal tempo, riusciva a disprezzarmi, a frustarmi con violenza.
    La donna l’ho rivista ieri, così magra che stentavo a riconoscerla. Ha risposto al mio sorriso impacciato con allegria. Non ho avuto il coraggio di fermarmi.