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in archivio dal 25 feb 2017

Diego Bello

23 novembre 1960, Brindisi - Italia

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  • giovedì alle ore 9:55
    Rimbalzi

    lascerò aperta un'ampia crepa
    ché si bagni di luna
    intinta nel cristallo d'occhi tuoi
    che è mare che riposa.

     
  • lunedì alle ore 21:19
    Fosse noia mortale che s’appressa

    Fosse noia mortale che s’appressa
    all’ombra stanca di parole vuote
    da briciole di sole fugga – in dote
    all’occhio – e travi senza voce tessa.
    Cominci il sorgere d’inverno cupo
    verso uno stagno di speranza imbelle
    con quella rosa fragile di pelle
    chiara, scavato un solco in un dirupo.
    Sento alla fonte ancora che zampilla
    remoto il tuo sorriso che non sciupo
    e bruci tra le mani come stella
    che nella terra arsa più non brilla.
    Del proprio sangue si disseta il lupo
    e stringe l’osso dentro le budella.

     
  • 11 agosto alle ore 18:30
    Lo sguardo si riposa entro una cresta

    Lo sguardo si riposa entro una cresta
    in bagno d'aria, ove arde triste il pianto
    d’ultimo raggio torvo che ti desta
    e si nasconde. Sulla mano ranto-
    lo estatico di un cenno soffocato.
    Pulsano vene al collo perché s'oda 
    il tremito lontano -  un verso lato -
    come mozzata s'agita una coda.
    Di là s’attende in fremito la terra
    e frana che disciolga l’oasi al nulla.
    Ma tutto è lento andare e appena un fiato
    dichiara a lunga notte la sua guerra
    ogni legaccio sradica alla culla
    e dà sollievo al sangue del dannato.

     

     
  • 10 agosto alle ore 22:27
    Nell'ardere d'agosto

    Se un dubbio ancora
    non fosse spento
    su com’è fatto
    l’inferno che ci è imposto
    oggi s’è sciolto:
    è tutto asciutto
    non puoi più bere.
    Nell’ardere d’agosto
    ormai è dissolto 
    il liquido tormento 
    di non sapere:
    è giunta l’ora
    e questo è tutto.
    Ti resta un osso
    per rilassarti
    staccare il freno
    perché nessuno 
    può più salvarti
    da questo lutto
    né da te stesso
    che più non teme
    davanti a un fosso.
    Con luce mesta
    hai appreso come
    si può bruciare
    e respirare
    in quel dolore
    ancora pena.

     
  • 08 agosto alle ore 22:02
    Questo doversi dire sempre tutto

    Questo doversi dire sempre “tutto
    bene” se ci s’incontra presuppone
    norma esitante e che sia proprio il lutto
    a esprimere tendenza nell’azione.
    Quel bene è un picco in cima eppure ha il fondo
    ricco di limo - vecchio sotto sale -
    è auspicio instabile di specchio al mondo
    sporto nel vuoto a tangere un crinale.
    Questo ci lascia amore quando tace
    curva anelastica, più orizzontale
    del mare senza anelito, la pace
    che non minaccia più castigo o male
    l’indifferenza a un fiore o alla vorace
    malizia d’un virgulto che ci assale.

     
  • 07 agosto alle ore 19:40
    L'incendio

    l'aria avvampa, arroventa
    sembra soffiare un vento di scintille
    che ammanta: imminente
    l'incendio
    del mondo che s'arrende

     
  • 07 agosto alle ore 19:35
    In terra che divora

    Non implicare te in questa piena
    perché non si centuplichi lo squarcio
    vorrei: non penetri la daga al gorgo
    fino al plesso. Difesa tua dimora
    empio di lacrime il fossato a sgorgo
    distraggo il sangue della lama – marcio.
    Nel materiale torcersi la pena
    carezza eterna in terra che divora.

     
  • 02 agosto alle ore 23:13
    Agosto (acrostico in due haiku)

    ansito immobile-
    gogna al lume di stelle
    orfane d’ombra
     
    sorso di roccia-
    trema sulla risacca
    orma di luna
     

     
  • 02 agosto alle ore 10:51
    Quartier generale

    Quell'ampio dirupo sull'argine
    di cava è il quartier generale
    - intorno a ogni pietra la terra.
    Fragore: muto alzo lo scettro 
    e resto - raccolto sul palmo -
    connesso allo scranno che frana.
    Al buio lavato di luna 
    s'inerpica un tremulo corso:
    scintille sull’acqua, nel sorso 
    la pace dell'occhio di cruna.

     
  • 31 luglio alle ore 21:18
    Agosto (in acrostico)

    Agognato, agognato tempo d’ozio!
    Governi attese di stagioni vuote.
    Odora l’aria d’afa e rinnovato
    Spigo d’accesa luce. Il bianco
    Tramonto asciuga
    Onde lente di crome, e brilla il sale.
     

     
  • 28 luglio alle ore 19:01
    Vocazione

    Indico il volto
    dell’innocenza
    ove è affluenza...
    di luce. Ascolto

    pallido fiore
    di pudicizia.
    Vita ne vizia
    l’innato ardore.

    Grazia corrotta
    - segno di rotta –
    ora indelebile.

    Mente che scotta
    nel tempio lotta
    non si fa flebile.

     
  • 20 luglio alle ore 21:24
    Oggi ho rubato un po’ di sole al mondo

    Oggi ho rubato un po’ di sole al mondo
    lo tengo in un malloppo che ho coperto
    e infiora sulla pelle rubicondo.
     
    Ho colto anche gli effetti del deserto
    intenso azzurro in cielo giusto al fondo
    curioso come l’ape in fiore aperto.
     
    Sul mare dubito: guardarlo a tondo
    o immergermi nel gelo al piede inferto?
    Mi stringo attorno all’attimo giocondo.

     
  • 20 luglio alle ore 18:46
    Si marcia sulle spine

    Si marcia sulle spine
    in penombra, si sogna
    e sembra aderga infine
    lontano dalla gogna

    l'alito. Sotto aratro
    non geme più la carne.
    È sciolto in solco l'atro
    grumo - al fondo - per farne

    caglio. La terra il seme
    in tremito allo strazio
    rivolta, ché non teme

    freno d'argine. Spazio
    dirupa e al vento freme
    del grembo il fiore sazio.
     

     
  • 15 luglio alle ore 13:15
    Dov'aquila non vola

    Sei come l’osso saturo
    della ciliegia dentro
    la polpa che s’ammolla
    dissoni note al centro
    di spazio che non crolla.

    Avello si fa nitido
    e addensa sul detrito
    anelito di strina
    ma s’arrovella il dito
    al tatto che s’incrina.

    Alla tua fonte arida
    perennemente pietra
    si graffia la mia guancia
    nel precipizio arretra
    a bugna poi s’aggancia

    e pencola ch’è lacera
    a un metro dalla terra
    dov’aquila non vola
    - un refolo si serra
    all’uscio della gola.

     
  • 11 luglio alle ore 23:02
    L'Assenza

    Dal fiore d’osso in gocce d’aria 
    sfioro il profilo denso 
    stordito 
    annuso pianto 
    che vento asciuga. 
    Ma ripervade 
    un trìlogo di spine in squarcio 
    dal petto e irrora. 
    Àncora pregna 
    riposa in bassa 
    marea d’effluvio 
    assenza 
    di tuberosa 
    di te 
    mia sposa essenza.

     
  • 09 luglio alle ore 8:43
    Tramonto sul mare (haiku)

    tira su l'ancora 
    di luce il giorno e salpa-
    verso la sera

     
  • 09 luglio alle ore 8:41
    Luglio (acrostico in due haiku)

    lungo lo sguardo-
    un inciampo di biche 
    grame di sorgo

    la noce è piena e 
    in semina il rapuglio-
    ode alle more

     
  • 08 luglio alle ore 18:27
    Minùtolo di Villa Agreste

    da spargoli racemi
    di viti d'Itria
    in terra rossa che respira mare
    e come il muro
    secco di pietra al sorso
    per gli occhi puro
    sole sul grano
     

     
  • 08 luglio alle ore 18:25
    Come un sorriso

    Come un sorriso anche lo sguardo d’un
    seno incontro al perso tuo andare verso
    chissà, d’un passo o della scia d’un fianco
    lo svelo e l’attimo che sembri eterno.
     
    Come un sorriso anche sul viso mano
    ch’asciughi lacrima d’un bimbo in pianto
    raggio che saldi vene e polsi, rughe
    d’estate, un’altra insieme e sembri eterno.

     
  • 02 luglio alle ore 7:16
    Tu

    essere
    io
    in te
    ché tu
    sia tutto
    sentire
    dentro
    te
    e niente
    attorno

     
  • 01 luglio alle ore 8:56
    Luglio (in acrostico)

    Lento alle fronde scavi
    urla di passi fra
    gronde di grani.
    L’urto alla sete
    insinua
    oboli d’ombra.

     
  • 30 giugno alle ore 20:30
    La vostra notte ha un soprassalto

    La vostra notte ha un soprassalto dopo
    regali d’ansia e spine trapiantate
    nel fianco, spinte e risospinte a scopo
    d’uno stupore crudo. Ostili fate

    inaridire inchiostro ché il fondale
    è ruvido alla verga. Grani d’oro
    nel solco liquido scagliate a pale
    per valli, e salto senza presa coro

    di stecchi germina in stridore al gelo.
    Dentro la carne restano saldate
    spine d’innesto – ovunque seme vivo

    da un fiore nella gora. Senza velo
    il transito funereo come rate (1)
    di rami decomposta nell'abbrivo.

    (1) zattera
     

     
  • 20 giugno alle ore 19:34
    L'ultimo giro d'occhi

    L’ultimo giro d’occhi
    è ballo.
    Fallo con me
    prima che assorba notte il fiato
    e molli carne molle la catena.

    L’ultimo giro d’occhi
    e torni per un lampo verde madre.
    Io terrò insieme membra e mani
    come tamponi sulle piaghe
    di baci a guance nude.

    L’ultimo giro d’occhi
    per veder l’orto ridere di fiori
    di zagare e zampilli d’acqua luce.
    Il libro rosso, un sogno di scintille
    che odorano di pane.

    L’ultimo giro d’occhi 
    sui pampini d’estate 
    ai corvi nelle stoppie.
    M’arrampico sul ramo 
    di fico - sembra carezzi casa.

    L’ultimo giro d’occhi 
    e scende a terra 
    l’ombra che peschi l’acqua 
    alla correggia, fresca
    per le due prugne colte.

    L’ultimo giro d’occhi
    e tu sei stanca
    nel vuoto verderame.
    Da solo ballo 
    e perdo un’altra madre.

     
  • 18 giugno alle ore 21:24
    Tu sei al balcone grande

    Ti vedo a volte
    che sei al balcone grande
    dove dal basso sembra ci sia festa
    e sia perenne
    sotto la tenda a righe
    gonfia di luce.
     
    L’ombra del gomito
    è poggio a sguardo assorto
    in briciola di cielo
    al brontolio di fumo
    di strada sorda
    al vaso col tuo fiore.

     
  • 17 giugno alle ore 20:13
    Sotto la pressa

    Sotto la pressa 
    d'angoli e spigoli 
    espande 
    piatta regione 
    e senza varchi 
    di mezzo al giorno
    respiro solo evade 
    i pori in traccia.
     
    La sera
    ripreso corpo 
    ricuce strati esangui 
    rifiata ai moti 
    delle strozzate cisti 
    placa lo strazio 
    di sbuffi e il sonno esausto
    e dopo esonda. 

     
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  • 25 aprile alle ore 11:28
    Lo sguardo crudele

    Come comincia: - Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
    - E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
    - Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
    - Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
    - Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
    - Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
    - All'infinito?
    - Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
    - Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
    - Potrebbe essere sufficiente.
    - Dove?
    - Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
    - C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
    - Ok.

    Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
    Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
    E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
    Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
    Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
    Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.

     
  • 23 aprile alle ore 9:26
    Sogni divisori

    Come comincia: “Dei miei sogni tu non lecchi nemmeno le cornici” vorrei gridarle in faccia quando inarca quel suo sguardo di sufficienza. Sostiene di avermi sposato per pietà, lei, e lo pensa davvero. Ma confonde i termini. Si, anche quelli più comuni. Alcuni li confonde, di altri se ne forma un concetto tutto suo, completamente deviante. Non per spirito demiurgico, né per esasperato anticonformismo, ma perché è così che assorbe la sua mente. Non crediate sia una stupida, al contrario.
    Vent’anni fa apprezzavo questa sua caratteristica, la consideravo un vezzo originale, e le ore insieme passavano liete e veloci.
    A volte afferma di aver pietà persino di Dio. E lo dice seria, quasi con disprezzo. Chi è Dio per lei? Forse un insetto alato che ci segue ovunque e non muore mai, non annega in litri di insetticida pestifero, che ci turba il sonno di notte e ci infastidisce la quiete nell’olio lucente sotto il sole d’Agosto? “E’ lui che ha creato il mondo?” le chiedo “Perché no?” è la sua risposta. Poi sorride, beve un sorso dal mio whisky e corre via dalle mie ginocchia, va a tuffarsi in piscina.
    Quando ho smesso di compiacerla, ho tentato invano di scoprire la sua logica. “Dovrà pur seguire una dannata logica, per quanto bizzarra” dicevo a me stesso studiando le sue frasi assurde, quegli accoppiamenti isterici, assaporando la gioia di averla in pugno, una volta scoperta la chiave. Ma, o logica non ha, oppure è mia la colpa e dunque, continuerà a volare libera con quel suo battito per me incomprensibile e per giunta fastidioso.
    Non posso fare a meno di riferirvi le nuove di stamane. Ha definito il rumore del martello pneumatico come “soave armonia di ricotta che ingolfa”. La mia pelle al tatto le sembra “acqua che non muore e scorre maculata in un cantico ancestrale”. I colori “forme danzanti che serpeggiano in estasi disgiunte”. L’odore di cipolla nel sugo “fumo gaudente sugli zigomi lunari”. Bo! Sarà l’incarnazione di un simbolismo rozzo, di un ermetismo estremizzato a tangere i confini della follia, o del nonsense, fine dunque a se stesso, barriera impenetrabile per mantener celato il vuoto, che fa male e sarebbe distruttivo se lasciato libero di attrarre occhi estranei. Ma questa è un’interpretazione fin troppo personalistica, tipica di un certo moralismo critico, puntuale nella sua logica associativa, analitico nel filtrare persino l’incomprensibile dal comune denominatore del proprio metodo. E ciò è senz’altro un limite allo sforzo di capire il diverso da se, anche se a volte è bastevole a sostenere un placido armistizio autoipocrita, che dirige senza attrito alla noia, veicolo a sua volta di autocritica. No, il diverso da se non è per niente chiuso. Inutile la ricerca di una chiave nel groviglio tintinnante. Diversità vuol dire vita. La chiave che cerco serve per aprire i cancelli del mio carcere, che ho eretto io stesso, credendo che le sbarre fossero della stessa mia pelle. Comunque sia, quella maledetta chiave non la trovo. Mi chiedo: “Perché persistere nella ricerca, quando potrei saltarlo quel cancello, o farlo scomparire con la bacchetta di Morgana?” Ma è troppo alto e il cielo con me non è mai stato prodigo. E a questo punto del discorso, tutto stringe verso un passo inevitabile: il suicidio.
     
    Qualunque Nostradaminus l’avrebbe previsto. Non poteva durare fino alla fine la nostra pur strana relazione. Gli ideali erano puri, ma il marcio era già trapunto nelle ossa, anche se invisibile vent’anni fa. Bella idea fu isolarsi dal mondo in questa reggia! Prima di incontrare lei ero rassegnato ad accettare la solitudine imposta dal mondo alla mia diversità. Forse ero io a condannarmi diverso – ma le condanne che contano sono quelle a cui crediamo – a vedere il mondo come una putrida marea. Gli altri non erano individui, ma gli addendi di una massa uniforme.
    I suoi discorsi mi folgorarono. Usava i miei stessi concetti, le mie parole. Era come guardarsi in uno specchio: due gocce d’olio in un oceano. Lei poi intercalava qualche suo vezzo, per non concedermi la fine di Narciso.
    La sposai subito, quella sera stessa. Similia similibus curantur. Eravamo troppo simili nell’intimo, quindi, per non morire di noia, ci imponemmo una diversità forzata. Quel compito lei lo ha assolto con troppo zelo e probabilmente non ci incontreremo più.
    Avremmo dovuto considerarla un’illusione leggera, di passaggio, darle un morso energico che ci guarisse entrambi, senza ingozzarci sino al vomito, senza scoprire il marcio di proposito e ostentare al palato la freschezza.
    Neanch’io ho retto e ora la odio. Vorrei che scomparisse. Ma è sempre presente in ogni attimo di vita. Dove ci conduce l’amore, l’odio, la sopportazione, verso qualcuno che crediamo pazzo?
    Attento!
    Il carro di mimose trasmuta blandizie nell’uragano fetido. Durante un lungo sguardo di porpora, la linfa ci esclude dai pori lavosi e scende in un golfo di panna, che inchioda la gola di un rettile.
    Onde di melma dorata trascinano trucioli ardenti nel sacro e sfondano il battito assurdo di ghiande policrome, forate dall’ozio solenne di un’unghia di pollice. Basta un’ipotesi e tutto s’incrina ed assume il fetore dell’asma. Ma è solo un forzato capriccio, un inutile sfogo di piaghe, che gli occhi trapiantano in mare.
    Sul cuore di note solari il vento non osa trascendere avanzi di china, non sputa diritto sul tempio che incaglia le ali assassine.
    Un patibolo è appeso alle pale di un pino, legato coi ricci sfibrati di cagne. Le pale rimuovono l’afa e una danza uniforme di spighe accerchia ribelle quest’oasi di pianto lubrico. I cirri soltanto son fermi nel vuoto. Ancora un deserto di frasche, e il candido volo di puerpere esauste si sfrena nel tasto estroverso.
    Un galleggio di bitte erompe sul quadro fregiato da strenne pendenti.
    Il sonno allontana la morte, ma quella riemerge dall’ora più fresca. La luce! La luce si accende, la luce sul volto che brucia, avanza la luce e, come una voce superba, tuona la fine…
     

     
  • 01 marzo alle ore 16:57
    L'anticonforme al nulla

    Come comincia: - Dio! Mi sembra tutto così inutile! Di ricordi ne ho tanti ormai, ma appaiono così lontani, quasi inafferrabili nel  loro punto culminante, così sfuocati. No, nessuna gioia provo nel ripescarli, solo rimpianto. Fossero almeno recenti, quelli che hanno un senso! In tal caso riuscirei a riviverli davvero.
    - Ti sbagli. Il passato è passato. L’insoddisfazione sarebbe medesima. Un mese è già lontano come un anno o dieci, se si è incapaci di rifare oggi gli stessi passi.
    - Rifare oggi gli stessi passi? Ma oltre alla capacità mi mancherebbe la passione, la spensieratezza, il coraggio del tuffo.
    - Ma dai, che vuoi che sia? E’ fissazione la tua. Vedi come si esaltano quei ragazzetti imberbi.
    - Di certo non è loro che invidio. A volte disprezzo quella presunzione. Se avessi la grinta di un tempo, il loro posto sarebbe quello di ronzare intorno ai miei piedi. Invece sono io a subire i loro sguardi beffardi.
    - Ma che sguardi? Adesso sogni! Se è vero che la realtà che conta per la vita pratica dipende essenzialmente dalla nostra volontà, tu, amico mio, rischi di incapsularti in una fogna. E’ strano. Tu vedi in quegli sguardi la beffa? Sono solo degli sguardi innocenti che per caso si posano su di te, per distaccarsene dopo un attimo. Quelle menti vagano altrove. Dovresti anzi ritenerti fortunato. Vuol dire che esisti, che sei lì, presente, attore nel loro mondo, nel mondo vero,e non solo in quello fittizio costruito dal tuo egocentrismo esasperato.
    - Parole sante! Ma vedi, è proprio la volontà che viene meno al suo compito. La ragione non conta, tanto meno la logica. E’ troppo forte l’inerzia. Così, non mi resta che guardare quando posso il mondo che ruota veloce senza mai interrompere il suo corso, giudicarlo e criticarlo, perché stanco di giudicare me stesso. Intanto la noia mi culla e mi narra della morte, che rimedia agli artigli dell’angoscia. La noia è come una madre piena di cure, che t’asfissia e da cui vorresti scappar via. Una madre così dolce nel ricordo che muore e rinasce tante volte, senza mai invecchiare. La noia esorcizza il suicidio. Ormai sono fuori dal mondo e non so se rallegrarmene o dannarmi per non aver reagito. Se mi illudo di essere ancora vivo – quante volte! – entro alla cieca nel vortice quando scorgo che rallenta un pochino. Mi metto in corsa toccandomi continuamente per rafforzare l’illusione che pian piano s’affievolisce. Ma al primo scatto brusco mi rifugio in un fossato e me ne resto immobile, aspettando il buio che tarda sempre, per correre come il vento verso il mio guscio caldo che attende fiducioso e comprensivo il mio ritorno.
    - Si, ma prima dello scatto brusco?
    - Magari durasse più a lungo quel limite! Qual è la verità? In quegli attimi gli sguardi sono diversi, così pieni di una dolcezza complice che grida la sua sfrenata voglia di vivere. Sento urlare la gioia in un ciuffo di capelli che mi vola accanto, in un’esile mano venosa che s’accarezza i fianchi, in un sorriso bambino che rincorre la strana cadenza del tempo, nella vanità della bellezza che spunta dovunque, quasi dipinta dal pennello nervoso di un impressionista. A quell’orgia partecipo anch’io. In quell’effimero abbraccio mi sento vivo, finché non spunta l’offerta di un caffè amaro. E’ lo stesso caffè che beviamo tutti, ma il mio è amaro, imbevibile, disgustoso, anche se vien fuori dallo stesso bricco. Eppure gli altri lo bevono tranquillamente, lo apprezzano, ridono, parlano d’altro, e le proteste s’annegano in gola mentre guardo quelle facce normali. Penso a una congiura. Qualcuno se ne versa un’altra tazza. Cristo. Reprimo le smorfie e ingoio quel liquame. Mi dico che le gioie si pagano, ma ciò non è sufficiente. La presunta congiura mi tormenta, mi perseguita, condiziona i miei passi. Inizia allora l’affannosa ricerca di un fossato.
    - Vorresti sapere, dunque, se quel caffè è davvero amaro? E’ questo il dubbio che ti rode?
    - Più o meno è questo.
    - Ma che vuol dire amaro, amico mio? Te lo sei mai chiesto? Dolce che vuol dire? Bello e brutto che altro sono se non degli aggettivi che non hanno senso, non esistono in modo autonomo, indipendente? Sono i palati differenti. Non perché il tuo è più o meno sensibile, in valore assoluto,  rispetto a quello degli altri. Lo è forse in quel momento, perché disabituato al sapore di quel liquido nero e zuccherato, al sapore di una dolcezza qualunque. Forse perché hai lavato più volte i denti, impaurito d’infastidire col tuo alito, o per le caramelle mandate giù continuamente, o per le sigarette, accese una dietro l’altra. Li noto i tuoi vizi.
    - Insisti con la logica. La logica convince, ma non cura. La logica è indispensabile per la scienza e stona laddove la scienza non può immettere i suoi tentacoli. La scienza è rinchiusa in un enorme stanzone, il cui volume si moltiplica progressivamente, ma resta sempre chiuso. Dunque, la logica costringe la scienza ad affermare che tutto ciò che esiste è in quello stanzone. Al di fuori c’è il nulla, l’inconoscibile, che pian piano viene setacciato dalle mura porose della scienza – man mano che tali mura s’allargano – e conosciuto con la logica. Ma se un muro crolla la scienza muore, affoga nel nulla.
    - E chi dovrebbe far crollare quelle mura così spesse?
    - La stessa scienza. Vedi, prima era il nulla. Poi, inspiegabilmente, dal nulla comparve quello stanzone. Allora era solo un microbo invisibile che appena nato già iniziava a crescere e ciò che conteneva era infinitamente più piccolo e cresceva anche lui allo stesso ritmo. Passarono millenni e un bel giorno si verificò un’inversione di tendenza. Come dirti? Mentre in principio sia lei che lo stanzone crescevano entrambi in progressione aritmetica, mantenendo in proporzione le differenze che garantivano la vivibilità nello stanzone, dopo quel fatidico giorno lei, e solo lei, iniziò a crescere in progressione geometrica. Adesso la sua forza non è più proporzionata alla potenza delle mura. Per quanto tempo resisteranno quelle mura che, pur così infinitamente grandi e possenti, sono anche così fragili rispetto alla turbolenza di quei tentacoli?
    - Capisco. Dunque è inevitabile la fine? Quel processo è irreversibile?
    - No, no, no! Anche la logica a questo punto ti abbandona. Potrebbe verificarsi nuovamente l’inversione.
    - E se non si verificasse?
    - Per il momento la scienza ha allentato la tensione, cosciente forse che in gioco è la sua stessa vita. Ma continua a crescere inarrestabilmente. Sa che la logica ormai non serve, ma non vuole ammetterlo e continua ad usarla per trovare soluzioni inesistenti. A volte scherzando, per sfogare le sue forze represse, ha il coraggio di ammettere che l’unica salvezza sta nell’indurire i muscoli e disintegrare quell’enorme gabbia limitante. Arriva a dire che la morte, fuori dallo stanzone, è solo un pregiudizio: può essere che là fuori ci sia la vera vita. È solo uno sfogo, per fortuna. Bisogna temere soltanto il suo volume floscio che preme.
    - Quindi basterebbe un crampo, un improvviso prurito incontenibile per scatenare la fine?
    - Esatto.
    - E tu ti accontenti di stare ad oziare qui, in questa tana umida e remota, per evitare il più piccolo contatto con l’esterno?
    - Che altro potrei fare? Cosa potrei offrire a questo mondo saturo aprendo le mie porte?
    - Potresti intanto cogliere quei fiori di cui hai narrato lo splendore. Probabilmente il limite si allargherebbe.
    - I fiori non si colgono, non si violentano con uno strappo e lontani dalla terra appassiscono. La bellezza loro la si gode con lo sguardo, chinandocisi accanto, sfiorando i petali con le dita, inebriandosi del loro profumo.
    - Qualcuno potrebbe accusarti di vojerismo!
    - Qualcuno? Godo quando scorgo un fiore con lo stelo nella terra, ancorato alle radici, non certo nel vederlo cogliere da una mano orfana. In fondo siamo tutti un po’ vojer! Guai però ad allargare il buco della serratura. Deve restare stretto, in quel posto scomodo e pericoloso.
    - Non riesco a seguirti.
    - Eppure è così semplice, se ci pensi un pochino. In guerra quasi tutti riescono a uccidere, a passeggiare normalmente fra una folla d’uomini squarciati, a calpestare teste di morti con gli occhi di terrore ancora aperti. Vorremmo seppellire la morale in nome della libertà, sfatare i pregiudizi di tradizioni ataviche. In nome della libertà. E diventiamo tutti degli schiavi abulici. L’anarchia non esiste, perché non ha il tempo di divenire storia. I nostri istinti urlano al tangersi con essa. L’anarchia è morte. Il tempo, l’ultimo padrone, il più potente, lo si abbatte solo con la morte.
    - Allora, in fondo in fondo, anche tu sei un conformista che fa il gioco del potere. Aborri e detesti un mondo che tu stesso giustifichi come ineluttabile, e questo per non ammettere l’incapacità d’infilarci dentro le mani. La consideri una tua mancanza e dinanzi a quel fetido mondo t’immagini zoppo.
    - La ragione è tutta dalla tua. Verrai a trovarmi di nuovo?
    - Certo! Quando avrò voglia di piangere!

     
  • 25 febbraio alle ore 14:46
    Gli occhi della morta

    Come comincia: Eravamo sei o sette quel pomeriggio a casa di Renzo, un omaccione alto, paffuto, simpatico, ma molto più grande di noi. Viveva da solo. Suo padre si era ritirato nell’appartamento al piano di sopra. Aveva perso la moglie a causa di un di pezzo d’intonaco precipitatole sul cranio da un balcone. Ci aveva raccontato che la madre rincasava dal mercato quando è successo. Il sangue si era sparso intorno al suo cadavere e sulle scarpe di un passante, rimasto illeso per stupide frazioni di secondo.
    Non sapevo se  la donna fosse morta di recente. Una foto sbiadita la ritraeva da giovane. Folti capelli neri. Occhi chiari fissi nella macchina, immuni d’impaccio. Un sorriso triste, forse presago dell’assurda fine, con due fossette ai margini della bocca.
    Nella lugubre cornice di metallo, dall’alto del comò di radica, quegli occhi scrutavano ogni angolo della stanza. Il vecchio letto disfatto. L’enorme specchio dell’armadio che sfiorava il soffitto. I tappetini sudici, resi quasi stracci sotto i nostri piedi. Una policromia di vesti a seppellire le coperte a fiori rossi delle due poltrone rose accanto alla finestra. La luce che filtrava dal cellofan opaco, assicurato all’anta di sinistra senza vetro. Persino in terra giungeva quello sguardo. Ero chino a raccogliere una sigaretta rotolata dietro una fila sghemba di scarpe spaiate, adorne di calzini lerci.
    Alcuni ragazzi si rincorrevano per la casa, come dei bambini. Altri sfogliavano riviste porno mentre sbattevano i pieni per il freddo. Era inizio autunno, ma la casa maledettamente umida, con grandi macchie scure alle pareti e al soffitto. Pazientavamo nudi, quasi per non perdere altro tempo quando sarebbe arrivata.
    Mi ero rinchiuso in bagno un minuto, per stare da solo. Non c’era una finestra né un oblò per l’aria e una luce tenue si propagava da una lampada moscia. Cavi sospesi s’attorcigliavano dietro uno specchio orlato di ruggine. Tutto intorno mattonelle rosa, con due file di nero equidistanti dagli estremi di muro.
    Sentii delle grida, un tallonare turbolento. Finalmente era arrivata. Mi precipitai nella stanza dominata dagli occhi della morta. Lanciai uno sguardo a quell’immagine, che non trattenni più di un attimo.  Erano tutti lì, sconci e pelosi. Alcuni in piedi a scambiarsi oscenità e sorrisi furbi. I più audaci, già seduti a gambe aperte ai bordi del letto, si compiacevano della propria erezione. Tra le lenzuola sgualcite un corpo enorme si dimenava nell’abito di tela nera. Con gesti di maniera venivano fuori le grosse cosce e le mutande che rigavano l’ombelico. Uno strato di carne molle si svicolò dondolando e s’acquattò. Il volto era ancora nascosto e solo un ciuffo castano spuntava dal groviglio. Intorno a me risate dense di sarcasmo, insulti senza remore, atroci e cattivi. Cercavo di non farmi coinvolgere. Avevo voglia di fuggire, ma sorridevo vile insieme a loro al disincastro da quella gabbia di tela.
    Partecipavo al disgusto, con in mano una mammella pesante e calda, dal capezzolo turgido, in un cerchio di peli accolti in pori slargati. La sua gemella libera era precipitata in basso senza forma. Lasciai cadere anche l’altra e mi accorsi del suo sorriso sdentato, dei suoi occhi lucidi che mi fissavano.
    Mi vergognavo di me stesso. Mi ringraziava o mi supplicava? Non meritavo ringraziamenti ma disprezzo. Non meritavo suppliche. Una delusione pungente o una presa di coscienza? Non capivo. Era riuscita a leggermi dentro o avrebbe sorriso a chiunque? Speravo nella prima ipotesi, per poter riprendere la recita, assolto. La vera pietà, la vita vera sarebbe rimasta dentro integra, rinvigorita dallo sguardo della vittima, non scalfita dalla sostanza dell’atto, dalla parvenza per confondermi nel gruppo e meritare l’illusione d’aver vinto la solitudine. Ma persisteva il dubbio.
    Riprovai la stessa angoscia un giorno quando, dopo aver scansato un mendico, mi voltai indietro per scrupolo. Tendeva una berretta sudicia  e una mano di vene scure attorno a un’immaginetta traballante di Cristo. Vidi il vecchio cercare di alzarsi da terra, dopo una spinta.
    Mi allontanai dal letto, ma nessuno se ne accorse.  Immersa nel ruolo, ora lei vendeva risate sguaiate, lanciava mani esperte ai corpi che le si appressavano attorno. Ad ogni insulto rispondeva  alla pari con voce cavernosa, maschile. Si distese facendo gemere la rete e aprì le grosse gambe. Non era abbastanza, perché qualcuno volle gravarle col suo peso di maggiore oscenità. La vagina era interamente coperta da un manto di grasso. Lo afferrò con la mano, come un gatto per il collo, e lo spostò sullo stomaco per aprirsi allo scempio.
    Mentre mi rivestivo, lo sguardo ricadde negli occhi della morta. Mi facevano paura, ma provavo in quella fissità liberazione. Sentivo che almeno quell’immagine inerte, quel foglio di materia dagli angoli deturpati dal tempo, riusciva a disprezzarmi, a frustarmi con violenza.
    La donna l’ho rivista ieri, così magra che stentavo a riconoscerla. Ha risposto al mio sorriso impacciato con allegria. Non ho avuto il coraggio di fermarmi.