username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Patrizia Chini

in archivio dal 14 mag 2011

Roma - Italia

mi descrivo così:
Scrivo racconti e poesie... passioni a cui ho potuto dedicarmi maggiormente da quando, smesso l’abito di maestra elementare, sono pensionata…. Amo anche il disegno, la pittura e la musica ma soprattutto i due nipotini con i quali gioco e a cui leggo favole.

30 novembre 2012 alle ore 11:26

Come Pinocchio

Intro: Chi non è mai stato Pinocchio?

Il racconto

Nonostante il mio comportamento indisciplinato superai brillantemente gli esami di terza media, dopo di che mio padre Gimì mi iscrisse all’istituto magistrale “Alfredo Oriani” della mia città, Roma.
Senza troppa lode ma riuscendo ad essere promossa tutti gli anni senza riparazioni di qualche materia a settembre, arrivai al terzo anno di corso.
Emilia era una delle poche compagne di classe dell’istituto magistrale che frequentava la mia casa.
Veniva spesso con il fine dichiarato di fare i compiti insieme ma sinceramente non ricordo di aver mai studiato qualcosa insieme a lei.
Ricordo chiaramente cosa succedeva quando mi veniva a trovare. Mi rivedo disegnare per lei che non aveva “predisposizione per il disegno”. Per questo motivo con tutta l’affabilità di cui era sempre portatrice, mi chiedeva se le davo un aiutino. L’aiutino consisteva nel farle tutto il compito di disegno. A me piace e piaceva anche allora disegnare, perciò mi rendevo disponibile senza fatica...
A volte anch’io andavo a casa sua; conoscevo la madre, la nonna ed il fratello più grande... un bel ragazzo.  Una casa più bella e più grande della mia, che testimoniava l’appartenenza ad un ceto diverso dal mio. Non mi sono mai sentita a disagio in nessun ambiente, ma un giorno una battuta che forse ho interpretato male, mi ha fatto sentire fuori luogo. Avevo sottolineato la bellezza del fratello e, non ricordo bene chi, mi rispose che “quel” ragazzo poteva scegliere tra tante e tante corteggiatrici... Certo non mi sarebbe dispiaciuto se mi avesse rivolto un qualche interesse, ma sapevo che non ero adatta a lui e al suo ambiente. Quella battuta mi sembrò un avvertimento alle mie supposte mire, che non erano assolutamente pericolose e per questo motivo mi sembrò un attacco forte e inutile a chi, come me, non aveva armi da mettere in campo.
Ci rimasi male e cominciai a frequentare la loro casa molto sporadicamente, solo quando fossi invitata esplicitamente.
L’amicizia però non ne riportò alcuna conseguenza e Emilia continuò a venire a casa mia e io a farle i disegni.
Un giorno davanti alla scuola ci ritrovammo insieme aspettando la campanella d’entrata.
Nel tragitto dalla fermata del pullman al portone della scuola avevo incontrato e salutato con tutta la mia esuberanza di allora la professoressa di educazione fisica.
C’era una gran confusione: era la festa della matricola.
I ragazzi diplomati degli anni precedenti e iscritti all’università erano lì per invitarci ad andare con loro in giro a festeggiare, più che altro a fare “casino” e la famosa “questua” delle matricole.
Emilia subito decise di andare con loro.
“Ci vado tanto ho la giustificazione per ieri, che ero assente... cambio solo la data. Che fai? Vieni pure tu? Dai vieni... ci divertiamo.”
Sonia e Paola, le amiche con le quali dividevo tutto, mi guardarono con un’espressione che voleva esprimere tutto il loro disaccordo. Prima mi ricordarono che la professoressa di educazione fisica mi aveva visto, poi conclusero dicendo “Noi entriamo.” sperando che le imitassi o forse ne erano talmente sicure che non spesero una parola di più.
Girarono i tacchi e si avviarono verso la scuola.
Emilia, accodata alle matricole festanti con i loro cappelli colorati e i fischietti e i tamburi che ogni tanto riprendevano lo sconquasso assordante, continuava a chiamarmi dal bel mezzo di un gruppo di ragazzi che lei conosceva.
Ero tra due fuochi: dal portone della scuola il portiere, che era un’istituzione per personalità e autorevolezza, continuava ad avvertirmi:
“Guarda che se non entri ... passi i guai. Ha detto il vicepreside che domani, chi non entra oggi, dovrà essere accompagnato da un genitore. Entra!”
Dall’altra Emilia.
“Vieni con me.. ci divertiamo!”
Pensai a quanta adrenalina quella trasgressione poteva scaricare nel mio pavido sangue...
Andai con Emilia. Non si fece niente di speciale. Si camminava chiacchierando e chiedendo la questua. Arrivammo al Pincio e lì ci fermammo. Qualche canto e qualche danza dei più arditi... e tutto finì lì.
Mi sentivo Pinocchio allettato dall’amico a marinare la scuola ma non collegavo bene il finale: ritrovarsi, insieme a lui, ciuchino in un circo.
Erano le quattordici quando arrivai, con notevole ritardo, a casa.
Mio padre era nero.
“A quest’ora si arriva? Ci siamo preoccupati! Che cosa hai fatto? Ho telefonato a Paola, lei è arrivata puntuale, mi ha detto che non ti ha visto all’uscita.
Il pranzo è freddo, è in tavola da un’ora.”
La mia amica Paola aveva mentito per me ed io avevo deciso di inventare una scusa...
Aprii la bocca per rispondere ma la bugia si rifiutò di uscire...  dopo tre secondi vuotai il sacco. Era la prima volta che marinavo la scuola e, d’altra parte, se mio padre mi doveva accompagnare il giorno dopo per la giustificazione...
Piangendo mi liberai di quella colpa.
Il giorno dopo mio padre vestito con la divisa d’ordinanza, prima di recarsi nella caserma di piazza del Popolo dove svolgeva il suo incarico di Appuntato dell’Arma dei Carabinieri, mi “scortò”, come il primo giorno delle magistrali, fino alla presidenza della scuola dove fu ricevuto dal vicepreside.
Dovette subire la predica con tutti i “Se” del caso: “Se succede un’altra volta” “Se non si comporta bene...”
Dovette chinare la testa e chiedere scusa per me che ero rimasta fuori dalla porta ad aspettare.
Quando uscì mi disse solo che mi giustificavano ma che se avessi marinato di nuovo la scuola lui non si sarebbe più umiliato per me.
Il dispiacere che provai fu enorme, avrei preferito una punizione per me e non per lui, come fu in effetti.
L’anno dopo, nel giorno della festa della matricola, scanso equivoci, mi “scortò” sempre in divisa fino al portone della scuola.
Solo che le matricole si erano organizzate meglio. Avevano fatto una catena umana e impedivano l’accesso degli studenti dentro l’istituto.
Comunque con il suo vocione e con l’autorità della divisa riuscì a passare ed io entrai a scuola.
Non ci furono lezioni perché c’ero solo io...
Bighellonai in portineria fino alle dieci quando il portiere mi disse:
“Te ne puoi andare... il preside ti dà il permesso:”
E dove andavo? I miei compagni erano tutti in giro con le matricole, ormai lontani dalla scuola.
Non mi restò che tornare a casa.
Faticai a spiegare perché ero tornata e a far credere che la scuola fosse realmente chiusa.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento