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Autore

Patrizia Chini

in archivio dal 14 mag 2011

Roma - Italia

mi descrivo così:
Scrivo racconti e poesie... passioni a cui ho potuto dedicarmi maggiormente da quando, smesso l’abito di maestra elementare, sono pensionata…. Amo anche il disegno, la pittura e la musica ma soprattutto i due nipotini con i quali gioco e a cui leggo favole.

05 dicembre 2011 alle ore 14:57

Piero

Intro: Quando si è figli unici per otto lunghi anni è difficile accettare di dividere l'affetto dei genitori con un "estraneo": un fratellino. Ancora più difficile se l'evento è datato ... sessant'anni or sono, ahimè!

Il racconto

Quando è nato Piero, mio fratello, avevo compiuto otto anni da qualche mese.
Nel periodo che precedette la sua nascita, i miei parenti più cari avevano pensato bene di alimentare in me la gelosia per quella creatura che pagava per una colpa che non aveva commesso: essere stato concepito e, per questo, avere la necessità ineluttabile di dover “nascere”.
Ogni bambino, dal suo punto di vista egocentrico,  avverte naturalmente una gelosia verso ogni altro bambino che possa sottrargli in parte o del tutto l’affetto dei genitori.
“Ormai tu sei quasi una signorina, mamma e papà non ti vorranno più bene ora che nasce il fratellino.”
Queste parole mi hanno fatto molto male allora per il semplice motivo che andavano a minare, e far vacillare la sicurezza degli affetti familiari sui quali e nei quali affonda le proprie radici la serenità di ogni bambino. Parole che mi hanno fatto conoscere l’amaro gusto del rifiuto e della gelosia.
A queste provocazioni, vere cattiverie elevate al ruolo di divertimento per adulti che non brillano per sensibilità, cercavo di difendermi come potevo:
“Quando nasce lo butto dalla finestra!”
L’azione che minacciavo non era poi così nefanda … abitavo in un piccolo villino ubicato nella periferia della nostra bella Roma, e la casa era al piano terra!
Arrivò il giorno in cui mia madre ebbe la gioia di avere tra le braccia il secondo figlio.
Mi bloccai davanti alla porta di una corsia del reparto maternità del Policlinico Umberto I di Roma, rifiutandomi di entrare. Tiravo fuori la mia rabbia o era la rabbia che mi guidava ...
Mio padre, uomo generoso che merita tutto il mio affetto ma che non ha mai avuto tanta pazienza, consapevole del fatto che io avrei continuato nel mio atteggiamento chissà per quanto ancora, risolse l’empasse con una sonora sberla ed io entrai. Vidi mio fratello ma non ricordo nulla.
Risalgono al tempo in cui Piero aveva sei o sette mesi i primi ricordi nitidi nei quali io, considerandolo più un gioco che altro, spingevo la carrozzina dove dormiva o quando gli preparavo il semolino di cui  ne mangiavo metà e con il resto lo imboccavo continuando a giocare a fare la mamma con un bambolotto vero!
Il tempo cura tutte le ferite ed io cominciai a voler bene sempre più a quella creatura che crescendo mi esternava il suo affetto nei modi semplici ma inequivocabili che conoscono solo i bambini.
Venne il giorno in cui, anche se per un periodo limitato, fatto comprensibile per me ma non per mio fratello che aveva sì e no quindici mesi, ci separarono.
Era finita la scuola e mio padre chiese a sua sorella, che viveva nel piccolo paese in Sabina dove era cresciuto dopo essere tornato dall’America che gli aveva dato i natali, se poteva ospitarmi per qualche settimana.
Le vacanze della mia infanzia. Non villaggi turistici con animazioni per grandi e piccini, non la crociera con scalo nei maggiori porti del Mediterraneo … Il mare? Lo avevo visto solo nelle illustrazioni dei libri di scuola perché quelle poche decine di chilometri che separavano la mia casa dal litorale laziale, erano sempre troppe per noi che, come tanti allora, non potevano acquistare un’automobile.
In campagna da mia zia arrivai con l’”Alfa Romeo” di un amico benestante che si prestava ad accompagnarci in cambio di pranzi e uova, polli, vino, olio … in regalo ma che l’avrebbe fatto ugualmente per l’innata generosità che lo distingueva.
Mio padre mi lasciò e se ne tornò a Roma. Dopo qualche giorno, superati gli imbarazzi iniziali, ero completamente a mio agio tra galline, maiali e gite con i miei cugini, lungo il ruscello, a pesca o a caccia di girini.
L’estrazione contadina impressa nel mio DNA prendeva coraggio e si manifestava nel mio adattarmi ad una vita costellata dalle difficoltà per la mancanza nelle case di tre capisaldi della società moderna di cui oggi nessuno farebbe a meno: acqua, energia elettrica e telefono.
Proprio perché non si poteva comunicare, seppi, solo dopo, che mio fratello mi cercava, seduto su uno dei due scalini della nostra casa di Roma, chiamandomi ogni giorno per ore col nomignolo che usava abitualmente:
“Tata… Tata… Tata. ..”
Per mia madre era una sofferenza continua per di più aggravata da una seria preoccupazione per la salute di quel figlio a cui tanto mancavo io, la sorella.
A mio padre non rimase che anticipare le ferie per riunirci.
Arrivarono senza avvisare, sempre con l’alfa del solito amico … noi ragazzi, intenti a correre dietro galline e lucertole, vedendo la macchina arrestarsi sul viottolo sterrato che proveniva dalla strada comunale asfaltata, ci precipitammo a curiosare come avveniva sempre in occasioni simili.
Si aprì la portiera della macchina e scese mio padre, si girò, prese in braccio mio fratello e lo posò sul terreno sconnesso  raccomandandogli di andare piano.
Piero teneva in mano un pezzo di pane duro masticato nel viaggio, mi vide, gli brillarono gli occhi e chiamandomi “Tata” mi stese  quel pezzo di pane duro che era tutto ciò che aveva, che diceva più di tante parole che avrebbe potuto dire un adulto eloquente … un pezzo di pane che valeva per me e per lui più di qualsiasi altro tesoro.

Commenti
  • Patrizia Chini è sempre un'emozione, per me, ritornare col pensiero a quei momenti ...

    19 dicembre 2011 alle ore 9:51


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